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L'economia nell'era post crescita

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Pubblicato da Matteo Belletti in Decrescita · Domenica 07 Dic 2025 · Tempo di lettura 6:15
Tags: EconomiaDecrescita
di Matteo Belletti



  
Con la definizione di era post-crescita (approccio post-growth) intendiamo qui l'epoca in cui le società non potranno più contare sul paradigma del libero mercato per generare benessere. Questo deriva dal fatto che tale paradigma alimenta un sistema economico industriale di tipo estrattivo, il quale sfrutta un sistema biotico chiuso (il Pianeta), dotato di uno stock limitato di risorse energetiche e materiali, per produrre un flusso illimitato di manufatti e servizi. Oltre al progressivo consumo (quantitativo e qualitativo) delle risorse naturali – dei fondi, per dirla con Georgescu-Roegen (modello fondi-flussi) –, il sistema economico della crescita annovera tra i suoi principali feedback indesiderati un progressivo squilibrio demografico, così riassumibile:
  • un disfunzionale incremento esponenziale della popolazione là dove la povertà supera determinate soglie critiche – povertà che però serve, essendo funzionale all'espansione del sistema economico, cfr. modello di Lewis–;
  • un disfunzionale invecchiamento della popolazione là dove il livello di ricchezza economica pro-capite supera, a sua volta, determinate soglie critiche (nel senso dell'innesco del fenomeno demografico).
Se dunque accettassimo che l'approccio economico fondato sul paradigma della crescita debba essere superato, dovremmo anche accettare l'idea che, nell'epoca idealmente indicata come post-growth, la generazione di benessere dovrà fondarsi su indicatori e metodi che non facciano leva sulla cultura del consumo né, quindi, sul paradigma della crescita economica.
Purtroppo, emerge subito un problema: il processo economico con approccio post-growth difficilmente potrà essere rappresentato utilizzando esclusivamente un modello matematico in grado di sostituire il modello neoclassico della crescita economica. È lo stesso Georgescu-Roegen – matematico e statistico – ad affermare che «la difficoltà di analizzare il processo della vita non risiede nella complicazione della matematica, ma nel fatto che tale processo è troppo complicato per la matematica». Il fatto che Georgescu parli di vita in senso ampio e non di economia in senso stretto deriva dalla sua visione del processo economico come fenomeno sociale evolutivo, inseparabile dall'ambiente, dalla cultura e dalle condizioni storiche: esso varia nel tempo e nello spazio ed è intimamente connesso alla biosfera di cui l'uomo e le società fanno parte. Accettando questa conclusione georgescu-roegeniana come ipotesi, possiamo asserire che la crisi del modello economico della crescita e la transizione verso un modello post-growth rappresentino un processo sistemico complesso, irrisolvibile in maniera meramente tecnologica.
Siamo quasi certi che Georgescu non sarebbe d'accordo sull'efficacia dell'impostazione tecnicistica oggi dominante, che vede nelle nuove tecnologie green la chiave risolutiva dell'impronta ecologica fuori controllo. Ma certamente su questo non sarebbe d'accordo nemmeno l'alpinista, filosofo (e matematico) Arne Naess – contemporaneo di Georgescu, Schumacher, Illich e Bateson –, il quale va oltre la critica al modello della crescita proponendo una visione alternativa: l'ecosofia T o ecologia profonda. In quest'ultima, l'obiettivo centrale è spostare il baricentro della cultura dominante dalla ricerca di un maggior tenore di vita alla ricerca di una miglior qualità di vita:
  • il tenore di vita implica un aumento del consumo di risorse naturali, con feedback negativi sul piano sociale (povertà, esclusione ecc.);
  • la qualità di vita, in Naess, significa una condizione di benessere innescata da un più intimo contatto con la natura, attraverso un approccio non antropocentrico.
Richiamare qui una visione filosofica come quella di Arne Naess può sembrare ingenuo, utopico e non scientifico. Al contrario, crediamo che il bivio di fronte al quale si trova la società sia segnato da una scelta iniziale semplice e netta:
  • tentare la direzione dell'accelerazione (di calcolo, movimento, decisione), che porta a un distacco ancor maggiore tra società e Natura, a un controllo centralizzato ed esasperato di quest'ultima – tanto che l'essere umano diventerebbe egli stesso oggetto di un controllo tecnologico obbligatorio sul corpo, più accelerazione significa dunque meno autonomia, concetto chiave per riflettere sull'evoluzione del processo economico e sociale–;
  • tentare la direzione del riavvicinamento dell'uomo alla Natura, con tutta la complessità insita in tale termine, basata su un processo di decelerazione.
Se accettiamo che la velocità sia un elemento analitico chiave nel passaggio a un'economia post-crescita, possiamo ipotizzare che tale transizione sia un problema di consapevolezza (o percezione) spazio-temporale: in altre parole, di percezione dello spazio-tempo da parte dell'individuo e della società. Per percezione spazio-temporale intendiamo il modo in cui culturalmente determiniamo il nostro stile di vita e dunque le nostre abitudini. In questo senso, un'idea di progresso sociale alternativa all'illusione tecnocratica – che alimenta una vana fuga dalla realtà, come convincersi di poter continuare a sprecare materia ed energia con auto sovradimensionate perché dotate di due motori ibridi invece di uno, ritenuti più green – potrebbe essere un'illusione ecologica, dove «l'ecologia» sia innanzitutto ecologia della mente (per dirla con Bateson). Secondo la tesi batesoniana, la mente, nella ricerca della propria ecologia e del proprio benessere, ha bisogno di ritrovare un equilibrio perduto, impossibile al di fuori del contatto con la natura (per la logica stessa del concetto di ecologia). Gregory Bateson afferma che la mente ha bisogni essenziali su tre dimensioni: i) materiale, ii) creativa, iii) estetica; la società moderna è invece appiattita solo sui bisogni materiali. Il contatto con la natura diventa necessario, a volte sufficiente, a nutrire e riscoprire la sfera creativa ed estetica come parti essenziali dell'essere. Non solo il cibo infonde energia. La transizione dal benessere materiale a quello creativo ed estetico riduce l'impatto sulla biosfera: il godimento nel contemplare (sostituendo un'abitudine «negativa») un mare cristallino non consuma energia né materia e, quando diviene cultura, attiva una filiera economica virtuosa (trasformazione qualitativa del PIL), moltiplicando il valore generato da quel momento di contemplazione.
La natura involutiva, antiprogressista ed autodistruttiva della cultura dell'accelerazione è ampiamente sondata anche da Ivan Illich. Nel saggio Énergie et équité (1973), tradotto in italiano come Elogio della bicicletta, Illich analizza la «circolazione del traffico» nella società moderna (caso empirico USA) per verificare la sua teoria della controproduttività. Un sistema (es. trasporti), superate determinate soglie critiche (nel caso, velocità di circolazione), diventa controproduttivo: nel perseguire la crescita (aumento della velocità media per km pro-capite), produce prima rendimenti marginali decrescenti e poi rendimenti negativi crescenti (disutilità). Illich applica lo stesso schema ad altri settori: istruzione (Descolarizzare la società, 1970) e sanità (Nemesi medica, 1974). In La convivialità (1973), Illich delinea il bivio qui richiamato: una società come megamacchina governata da un leviatano computerizzato, fondata su monopoli radicali – beni non solo venduti da un monopolista, ma anche imposti all'acquisto.
In conclusione, parafrasando Giorgio Agamben (Che cos'è reale? La scomparsa di Majorana, 2016), ci chiediamo: «Che cos'è reale?». Agamben conclude che forse l'unica «cosa» reale sia l'assenza. Riferendolo all'economia, una transizione verso la rivalutazione dell'assenza non porterebbe al gigantismo, ma al piccolo (Piccolo è bello, Schumacher, 1973). Sarebbe realmente più green, sana, equa, gioiosa e bella – ma dipende dalla direzione scelta al bivio e dalla valenza attribuita all'assenza.


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