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La misurazione del benessere — oltre il PIL

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Pubblicato da Agnese Mariotti in Economia Decrescita · Lunedì 27 Apr 2026 · Tempo di lettura 11:15
Tags: decrescitaeconomiaPILpoliticaesocietà
di Agnese Mariotti


Il concetto di benessere ha molte sfaccettature e, riferito a un individuo, può essere descritto come una condizione psico-fisica ottimale. La stessa nozione può essere applicata a una società, considerata come un organismo composito e pulsante in cui il livello di benessere di ogni elemento influisce sul benessere degli altri, per cui alla fine è possibile stabilire un grado di salute generale che riflette tale interazione. Nessuna singola parte valutata in modo isolato in base a pochi parametri può essere rappresentativa dell’intero sistema e rispecchiarne lo stato di salute.
Ma come determinare il benessere di una società valutandone gli aspetti più significativi che lo connotano ed evitando di quantificarlo con dei calcoli parziali e quindi poco rilevanti?
Oggi il benessere di un Paese viene considerato proporzionale alla sua crescita economica, che viene misurata calcolando il prodotto interno lordo (PIL). Anche ignorando la labilità del primo assunto (aumento della ricchezza economica uguale ad aumento di serenità e appagamento, all’infinito), il PIL è completamente inadeguato a misurare il benessere e molto impreciso, nella sua attuale formulazione, nel quantificare la ricchezza economica di una società. Infatti, per PIL si intende il valore monetario di tutti i servizi e le merci a uso finale prodotti in un Paese (i.e., è il prodotto interno) in un certo periodo di tempo; si tratta di un valore lordo perché include gli ammortamenti effettuati dalle imprese — che in realtà dovrebbero essere sottratti per ottenere un valore più vicino alla reale capacità economica. Include i consumi delle famiglie, gli investimenti delle imprese, la spesa pubblica, le esportazioni nette.
Quanto più in un Paese si vende e si compra, tanto più il suo PIL è alto, e migliore è ritenuta la qualità della vita perché maggiori sono i prodotti e i servizi a disposizione.
Pur essendo ben noto che la felicità, che verosimilmente è connaturata al benessere, sia troppo complessa per poter essere venduta e acquistata, economisti e psicologi hanno voluto studiare la relazione tra felicità e disponibilità economica, dimostrando che, se si parte da una condizione di ristrettezza economica, l’incremento del reddito corrisponde, come prevedibile, a una maggiore felicità (perché aumentano la capacità di scelta e di realizzazione di aspirazioni), ma questa proporzionalità si interrompe una volta che le esigenze più generali vengono soddisfatte: in altre parole, raggiunto un certo grado di benessere, un ulteriore aumento del reddito cessa di produrre più benessere. Inoltre, è risultato che il livello di felicità di una comunità è slegato dal PIL e in vari casi è più alto in Paesi con un PIL inferiore1. La felicità (in genere misurata tramite questionari) ha componenti oggettive e soggettive, è influenzata dal contesto culturale di un individuo nonché dalla sua personalità; inoltre, come riportato da diversi economisti, il consumo di merci può dare piacere — e benessere — solo temporaneo senza produrre miglioramenti sostanziali: l’interesse per il “giocattolo” nuovo svanisce presto e si sposta su un altro “bene” materiale che, anche se potrà essere acquistato, non aumenterà il benessere a lungo termine 2,3.
Già concettualmente, quindi, il PIL non è un indicatore di benessere.
In realtà, questo fu messo in chiaro fin dal momento della sua presentazione nei primi anni ’30 in seguito alla Grande Depressione e della sua introduzione dopo la Seconda Guerra Mondiale come indice dell’incremento delle attività produttive e del consumo di un Paese per misurarne la ripresa economica. Infatti, uno dei suoi principali ideatori, Simon Kuznets, spiegò che certamente il valore del PIL dovrebbe aumentare in periodi di prosperità e diminuire in tempi di crisi ma si preoccupò anche di precisare che non fornisce una misura del benessere e non dovrebbe essere utilizzato in questo senso. Avvertì infatti che “occorre distinguere tra quantità e qualità della crescita [economica], tra costi e profitti, tra [valutazioni] a breve termine e a lungo termine”4.
Anche nella sua odierna formulazione — e quindi nonostante l’introduzione di una serie di aggiustamenti— il PIL presenta limiti e contraddizioni che lo rendono inadatto (e non semplicemente impreciso) a misurare sia il benessere generale sia la prosperità economica di un Paese.
Infatti, per definizione, il PIL include tutte le transazioni monetarie effettuate in un Paese, indipendentemente dal tipo, dalla motivazione che ne è alla base, dall’impatto sulla vita delle persone e dell’ambiente.
Per esempio, in seguito a una catastrofe naturale come un terremoto o un’inondazione, la ricostruzione fa aumentare il PIL; dissesti stradali e chiusure di ponti che costringono a lunghe deviazioni fanno consumare più benzina e quindi fanno aumentare il PIL; se aumenta il consumo di farmaci per esempio per malattie legate all’inquinamento e all’attività industriale, di nuovo aumenta anche il PIL; se cresce la produzione di armi, chiaro indice di una diminuita sicurezza, sale anche il PIL: in tutti questi casi è evidente che l’incremento del PIL non corrisponde a un aumentato benessere.
Inoltre, il PIL non dà un’idea della distribuzione della ricchezza in un Paese: un PIL elevato non significa assenza di indigenza; in Paesi con PIL simile, la ripartizione del reddito può essere molto diversa, con fasce più o meno ampie della popolazione che vivono in condizioni di limitatezza economica. Da notare che nemmeno il reddito medio pro capite, che alcuni suggeriscono come alternativa al PIL, fotografa le reali disuguaglianze economiche, essendo, appunto, una media.
Ancora, nel calcolo del PIL non si tiene conto dei danni ambientali provocati dalle tante attività produttive e di consumo che lo alimentano e che causano inquinamento, sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali e produzione di rifiuti, fenomeni che diminuiscono la ricchezza e il benessere di un Paese. La tecnologia può venire in aiuto per sanare i danni ecologici, sostenendo, paradossalmente, le ragioni che spingono all’aumento del PIL. Naturalmente, le innovazioni tecnologiche possono contribuire a un “sano” aumento del PIL (per esempio, se applicate in sistemi diagnostici o in soluzioni che diminuiscono gli sprechi energetici), ma spesso vengono utilizzate in modo discutibile per incrementare ulteriormente il consumismo e, quindi, il PIL e le sue contraddizioni.
D’altro canto, il PIL non tiene conto dei beni che sono autoprodotti o scambiati senza compravendita, né dei servizi offerti in modo volontario. Questo significa che, per esempio, chi consuma o regala i prodotti del proprio orto o chi svolge un lavoro non retribuito anche nella propria famiglia (si pensi alla cura di un familiare che necessita di assistenza, occupazione oggi molto diffusa nelle società che invecchiano) fa diminuire il PIL, così come lo riducono le associazioni di volontari, spesso piccole e locali, che operano in diversi campi, dalla raccolta di abiti dismessi donati a chi ne ha bisogno all’aiuto scolastico. È chiaro che l’aumento di questi beni e servizi favorisce il benessere, dimostrando ulteriormente la fallacia del PIL come indicatore di prosperità, sia economica sia generale.
Da tempo si studiano indicatori di benessere diversi dal PIL che alcuni propongono come integrativi di quest’ultimo, ma che, considerando quanto sopra, dovrebbero essere sostitutivi. La difficoltà principale sta nell’individuare e accordarsi sugli elementi fondamentali che determinano il benessere di una società e nel capire come misurarli.
Oltre all’Indice di Felicità Interna Lorda (Gross National Happiness Index, GNHI) istituzionalizzato dal Bhutan quasi 20 anni fa, l’Organizzazione per la Cooperazione e per lo Sviluppo Economico (OCSE) ha suggerito una serie piuttosto ampia di tali indicatori per “studiare che cosa produce benessere oltre al PIL, misurare il progresso e dare indicazioni che aiutino le decisioni politiche”5, ferma restando la sua missione di “promuovere una crescita economica più forte, più pulita, più giusta e di diminuire la disoccupazione e migliorare gli standard di vita”6. Questi indicatori concernono ambiti che vanno dall’ambiente, al lavoro, alla salute, all’educazione, alla sicurezza e così via, e sul sito dell’OCSE è anche possibile monitorarne l’andamento nei Paesi membri dell’organizzazione7. In accordo con questa proposta, la maggior parte dei Paesi dell’OCSE ha poi elaborato dei propri indici di benessere. In Italia, una legge del 2016 ha individuato 12 indicatori di Benessere Equo e Sostenibile (BES, riportati a fine articolo), precisando che il loro inserimento nella programmazione economica “non significa che l’obiettivo della crescita economica perda la sua centralità nella politica economica, bensì non ne è più l’obiettivo esclusivo. Temi come la crescita inclusiva e la riduzione delle diseguaglianze vengono così messi al centro del dibattito pubblico”8. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze pubblica annualmente una relazione sul loro andamento e prevista evoluzione9. Da notare che la valutazione di questi 12 indicatori richiede la misurazione di oltre 150 parametri.
Al di là della complessità di stime di questo tipo (che, prima di tutto, richiedono l’individuazione di sistemi di misura appropriati), un problema è rappresentato dalla mancanza di uniformità di questi indicatori a livello internazionale perché ogni Paese utilizza i propri. Un serio tentativo di sostituzione del PIL come indice di prosperità richiede quindi in primo luogo un accordo internazionale sul tipo di indicatori e sui metodi di misurazione. Una recente ricerca10 ha comparato oltre 200 indicatori alternativi al PIL arrivando a identificare 4 domini (umano, sociale, strutturale, naturale) comunemente ritenuti determinanti per il benessere, valutabili attraverso 19 indici (fra cui, aspettativa di vita, uguaglianza di genere, livello di occupazione, qualità dell’aria e dell’acqua, ecc.). Come suggeriscono gli autori dello studio, si potrebbe partire da questo risultato per arrivare a una scelta condivisa di indicatori di benessere; la commissione preposta dell’ONU dovrebbe poi ufficializzarli e introdurli nel Sistema di Contabilità Nazionale e nel Sistema di Contabilità Economico-Ambientale, utilizzati per determinare l’attività economica di un Paese e la sua sostenibilità. Gli stessi ricercatori avvertono che questo sarebbe solo il primo passo perché è anche fondamentale sviluppare nuovi modelli macroeconomici, in quanto quelli oggi in uso sono focalizzati sulla promozione della crescita economica, cioè del PIL, di cui non considerano i limiti e le contraddizioni.
L’inadeguatezza del PIL come indicatore di benessere è quindi ben chiara a tutti. Se continua però a essere utilizzato non è semplicemente perché altre valutazioni più realistiche sono ben più complesse, ma soprattutto perché quei settori la cui esistenza dipende da una crescita economica incondizionata ne impediscono la sostituzione attraverso attività di lobbying, finanziamenti a gruppi politici e campagne di disinformazione. Fino a che punto, infatti, la valutazione dei BES in Italia e di altri indici in altri Paesi influisce sulle politiche dei governi quando l’indice di riferimento dell’affidabilità economica e di stabilità di un Paese resta il PIL?
Come per qualsiasi cambiamento sostanziale, occorre uno sforzo collettivo di cittadini (attivisti, divulgatori, giornalisti…) e istituzioni. È importante che organismi internazionali che realmente possono influenzare le scelte politiche, come l’ONU e l’OCSE, continuino a mostrare sensibilità per questo tema. L’unica speranza è che la consapevolezza ormai acclarata dell’inattendibilità del PIL diventi più forte degli interessi dei poteri economici e dell’ipocrisia che ancora ne blindano l’utilizzo come unico indice ufficiale della ricchezza di un Paese.

Gli indicatori di BES
  1. Reddito medio disponibile aggiustato pro capite;
  2. Indice di diseguaglianza del reddito disponibile;
  3. Indice di povertà assoluta;
  4. Speranza di vita in buona salute alla nascita;
  5. Eccesso di peso;
  6. Uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione;
  7. Tasso di mancata partecipazione al lavoro, con relativa scomposizione per genere;
  8. Rapporto tra tasso di occupazione delle donne di 25–49 anni con figli in età prescolare e delle donne senza figli;
  9. Indice di criminalità predatoria;
  10. Indice di efficienza della giustizia civile;
  11. Emissioni di CO2 e altri gas clima alteranti;
  12. Indice di abusivismo edilizio.

Citazioni
1. R. Easterlin, “Per una migliore teoria del benessere soggettivo”, in Felicità ed Economia. Quando il benessere è ben vivere, a cura di L. Bruni e P.L. Porta, Guerini e Associati, 2004.
2. L. Bruni e P.L. Porta (a cura di), “Felicità ed economia. Quando il benessere è ben vivere”, Guerini e Associati, 2004.
3. A. Hirschman, “Felicità privata e felicità pubblica”, il Mulino, 1995.  
4. S. Kuznets, "How to judge quality", The New Republic, 1962.
5. https://www.oecd.org/en/about/directorates/centre-on-well-being-inclusion-sustainability-and-equal-opportunity.html
6. https://www.oecd.org/en/about.html
7. https://www.oecd.org/en/topics/measuring-well-being-and-progress.html
8. https://www.mef.gov.it/focus/Il-benessere-equo-e-sostenibile/
9.https://www.dt.mef.gov.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/analisi_progammazione/documenti_programmatici/Relazione_BES_2025_03_03_2025_finale.pdf
10. R. Costanza et al., “Beyond growth — why we need to agree on an alternative GDP now”, Nature 647, doi: 10.1038/d41586-025-03721-1, 2025.


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