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La stilografica del nonno

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Pubblicato da Rodolfo Di Martino in Economia, consumismo · Sabato 22 Ago 2026 · Tempo di lettura 4 minuti
Tags: economia, consumismo, decrescita
di Rodolfo Di Martino

Diversi anni fa la società incaricata della realizzazione e gestione di un nuovo inceneritore di rifiuti, denominato pomposamente e in modo fuorviante termovalorizzatore, organizzò numerosi incontri promozionali nei numerosi comuni piemontesi interessati dall’opera, al fine di contenerne il dissenso. Agli intervenuti fu regalato un blocco note e una biro con il corpo in legno, i diversi componenti in plastica verde, la cartuccia riempita d’inchiostro solo per il venti percento come è normale per le penne promozionali pensate per durare il solo giorno del convegno o poco più.
Una biro così composta, prodotta in Cina e scelta dagli organizzatori in quanto simbolo di impegno ecologico grazie alla presenza del legno del corpo e al colore verde della clip (e del puntale in polistirolo, oltre alla molla a spirale in nylon e al refill in politene) era destinata inevitabilmente –altro che riciclaggio– ad essere il primo oggetto da termovalorizzare.
Una stilografica del nonno, che lui aveva ricevuto in premio per la maturità, con pennino d’oro e pompetta per la ricarica dell’inchiostro dal calamaio, se trattata con cura, potrebbe, al contrario, essere trasferita ai nipoti e scrivere ancora per molti anni. Fra questi due estremi, un processo progettuale multidisciplinare, capace di tenere conto dell’impatto sull’ecosistema e dei costi non solo finanziari, potrebbe generare una soluzione terza sinora impensata ma preventivamente e tenacemente ostacolata. Siamo consumatori all’interno di un sistema che ci configura nel comportamento e ci assegna questo ruolo totalitario. Consumiamo e produciamo rifiuti, e non è una cosa nuova: Lo aveva già scritto Vance Packard nel 1960 nel libro I fabbricanti di rifiuti.
Abbiamo visto due strumenti per assolvere la stessa funzione nominale: scrivere. A un estremo la biro promozionale usa e getta per un utilizzo effimero, dall’altro un oggetto di qualità pensato per un utilizzo illimitato, sino alla consunzione. La prima esalta le caratteristiche spudoratamente commerciali (basso costo, vita effimera, estetica dozzinale), la seconda privilegia la funzione (affidabilità e durata, manutenibilità, eleganza, preziosità, costo proporzionato).  
Tutto quanto ci circonda è stato generato per rispondere a due valori prioritari: il valore d’uso e il valore di scambio. Sempre più chi le merci le progetta e le produce assume come priorità il valore di scambio, l’apparenza, il piccolo momentaneo stupore, l’effetto sorpresa. E per i  cosiddetti beni “durevoli” ecco l’obsolescenza programmata. Tutto a discapito della funzionalità e della durata, e senza tener conto in alcun modo dei costi sociali e ambientali. Non è questa una visione ideologica, è la semplice constatazione che è in atto da troppo tempo una deriva verso l’iperconsumo, che è l’unica possibilità di tenere in piedi un sistema fondato sulla redditività del capitale investito.  Sono le scelte economiche che orientano il metaprogetto, l’immaginazione, la produzione e il commercio. E, se ciò vale per gli artefatti inerti, lo è ancora di più per le merci biologiche prodotte negli allevamenti intensivi e nelle monocolture ad alta estensione. C’è ben poco di natura e di equilibrio nelle fabbriche di polli, di bistecche o di latte e dei loro derivati.
L’idea di decrescita però non sostiene di invertire il senso delle lancette del tempo e tornare alla mucca o alle galline del trisavolo. Non è questa la contrapposizione. Dice, invece, che è assolutamente necessaria una diversa e nuova progettualità inspirata all’equilibrio e alla complessità del sistema Terra.


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