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Negotiamini donec veniam, le origini cristiane della finanza

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Pubblicato da Lorenzo Poli in Economia Decrescita · Sabato 16 Mag 2026 · Tempo di lettura 15 minuti
Tags: finanzareligioneeconomia
di Lorenzo Poli


  
«Se un uomo trova un diamante, ha fortuna, se un uomo trova due diamanti, ha molta fortuna, se un uomo trova tre diamanti: è stregoneria» – recita un proverbio africano.

Questo potrebbe essere un sunto per definire il capitalismo finanziario oggi, che continua a colonizzare il mondo generando soldi dai soldi attraverso i soldi. L’antropologo Marco Aime equipara i “trucchi di Wall Street” alla “stregoneria”, sostenendo che il brivido del rischio e il colpo fortunato che può cambiare la nostra vita sono spesso il motore di scelte incontrollabili e imponderabili. Milioni di esistenze sono messe a profitto da un sistema irrazionale che ha i suoi sacerdoti, i suoi stregoni e le sue vittime: noi.
Secondo Aime l'azzardo e la finanza sono la vera stregoneria nel nostro mondo: i dispositivi che misurano e controllano il rischio sono centrali nelle logiche del nuovo capitalismo. Un capitalismo che ha stregoni e maghi, che manipolano le forze che noi non siamo in grado di manipolare. Ed esattamente come per gli stregoni, ci si affida alla finanza sperando possa cambiare la nostra sorte.
Sebbene sia interessante il paragone, nel modus operandi, tra "finanza" e "stregoneria" che fa Aime, credo che sia più opportuno antropologicamente ed interessante culturalmente parlare della relazione tra finanza e cristianesimo.
Si può cominciare a parlare dell’ambigua e fondamentale relazione tra mercato e cristianesimo nella storia europea, a partire dal passaggio del Vangelo di Luca (Lc 19,13) appartenente alla "parabola dei talenti", dove un uomo nobile, partendo per un paese lontano, affida ai suoi servi del denaro e ordina loro di farli fruttare fino al suo ritorno.
Negotiamini donec veniam” vi è scritto, ovvero “Fate affari finché ritornerò”. L’episodio compare anche nell'altro Vangelo sinottico, quello di Matteo, con intonazioni e parole diverse. Comune è però ad entrambi i passi l’idea che una somma di denaro monetata (in talenti o in mine) possa rinviare per metafora alla "salvezza eterna" e che questa somma di denaro, per essere effettivamente rappresentativa della salvezza, debba essere investita con profitto.
Il Vangelo di Luca introduce la nozione, più ampia, di un negotium, e cioè di una pratica commerciale da svolgersi nell’ambiente del mercato, e adatta in se stessa a far fruttare le monete. Questo Vangelo, però, dilata la metafora di una salvezza rappresentabile tramite l’immagine del denaro da mettere a frutto, aggiungendo che la vita dei cristiani dev’essere un ininterrotto “negoziare” in vista del ritorno sulla terra del Cristo, un continuo darsi da fare, paragonabile dunque all’affaccendarsi senza sosta degli uomini di affari in cerca di profitto.
La scuola della Patristica, quella cioè dei primi secoli immediatamente successivi alla scrittura dei Vangeli e alla loro divulgazione latina in Occidente, svilupperà a sua volta, nei testi di Girolamo, Origene, Ambrogio, Agostino, Giovanni Cassiano e molti altri, questa immagine della salvezza eterna come profitto raggiungibile per mezzo di un costante operare pubblico paragonabile a quello dei commercianti, attribuendo al Cristo una frase poi ampiamente tramandata e ripresa dalla tradizione cristiana: “Siate come cambiavalute esperti”, capaci cioè di scartare le cose e le persone cattive come fossero monete false e di tenere le buone come fossero monete autentiche.
Agostino nel suo Sermone 212 aveva enunciato in modo del tutto esplicito la natura contrattuale del Symbolon cristiano, il Credo che garantiva l’appartenenza per fede al gruppo cristiano (1). Ancora Agostino commentando il Salmo 70 e di nuovo giocando sulla metafora che nel buon cristiano vedeva un buon commerciante capace di acquistare la Salvezza, aveva insistito sulla differenza esistente tra affaristi buoni e cattivi; i primi, nota Agostino, guadagnano a buon diritto poiché vivono la loro vita economica in grazia di Dio comprendendo il senso mistico e cioè non individualistico del mercato, mentre i secondi si arricchiscono a torto, come prova il fatto che si gloriano dei loro commerci e che intendono il guadagno come un fine in se stesso.
Ambrogio di Milano, dal canto suo, in un suo scritto esegetico, il De Ioseph patriarca, al capitolo terzo, ragionando sulla vendita di Giuseppe agli Ismaeliti da parte dei suoi fratelli, e su quella del Cristo da parte dell’apostolo Giuda, aveva stabilito che il prezzo pagato in entrambi i casi era stato determinato come sempre avviene dalla fides ("fiducia") degli acquirenti. Infatti, osserva Ambrogio: Fides ementis, incrementum est mercis, «la fiducia di chi compra determina un aumento del prezzo che si è disposti a pagare» (2)
Molti secoli dopo Ambrogio di Milano, i maestri francescani teorizzeranno che l’apprezzamento individuale di una merce ne fa lecitamente aumentare il prezzo di mercato, in virtù di un valore soggettivo derivato da quella che Bernardino da Siena denominerà complacibilitas, non si discosteranno dalla tradizione tanto teologica quanto economica alla quale appartenevano.
Un illuminista ed economista cattolico del Settecento, Scipione Maffei, nel suo trattato “Dell’uso del denaro” (I 6) spiegherà nel 1744 questa similitudine fra buon cristiano e accorto cambiavalute osservando che essa vige nella tradizione cristiana per ricordare a tutti «di distinguere il buono dal cattivo come i banchieri fanno delle monete» e per «eccitamento ad aumentar le ricchezze spirituali come gli accorti banchieri faceano delle temporali, investendo con prudenza e con sicurezza» (3).
Come scrive Giacomo Todeschini in Mercato e cristianesimo nella storia dell’Occidente, bisogna ricordarsi che questo modo di usare il vocabolario dell’economia per parlare della salvezza, era una tradizione discorsiva radicata nel cristianesimo. E' necessario ricordare che i primi autori cristiani, come poi nella seconda parte del medioevo i teologi della Scolastica, erano in ogni caso delle autorità politiche, degli amministratori di patrimoni istituzionali che determinavano la pubblica opinione e le rappresentazioni sociali correnti ovvero considerate più autorevoli in sede istituzionale.
Il fatto che per secoli, e più precisamente dal secondo al secolo IX, gli eventi centrali dell’identità occidentale cristiana, a cominciare dal dogma dell’Incarnazione, fossero spiegati in termini economici e che, in particolare, lo scambio produttivo di un profitto divenisse il modello esplicativo della Salvezza spirituale del mondo, ebbe evidentemente un impatto enorme nel determinare l’importanza politica e civile degli spazi di mercato astratti e concreti all’interno dei quali, da un territorio all’altro, i cristiani europei si organizzavano e guadagnavano la vita.
Se la ricerca di un profitto e l’aumento di un capitale monetario così come la competenza di un cambiavalute potevano valere da modello logico di riferimento per tutti quanti, da cristiani, intendevano accumulare un patrimonio di buone pratiche collettive che poi, investito e moltiplicato, si sarebbe tradotto nella “felicità eterna”, ne risultava che la dinamica dei mercati e le logiche dell’investimento profittevole venivano a trovarsi al centro della vita pubblica dei cristiani non soltanto per ragioni di utilità ma anche e soprattutto per ragioni religiose.
Le autorità che guidavano le comunità cristiane presero ad esempio la relazione di scambio come modello divulgabile della raffigurazione del "Cristo fattosi uomo", stabilendo che la dialettica di mercato era in grado di rappresentare la logica della salvezza del genere umano, e definirono il Cristo - come fa Agostino d’Ippona - "mercator coelestis" (“un mercante celeste”) che aveva scambiato la propria divinità per la carne mortale, riscattando così al prezzo del suo sangue la cambiale (il chirographum) che Adamo aveva firmato al demonio e che avrebbe provocato la dannazione del genere umano.
Due fenomeni storici furono tuttavia decisivi nel processo che condusse gradualmente questa definizione sacralizzata delle relazioni di mercato ad affermarsi come linguaggio corrente dell’esperienza economica e politica: la diffusione delle istituzioni monastiche e la collaborazione/fusione politico-religiosa che si realizzò in Europa fra poteri ecclesiastici e poteri regi e imperiali.
Dopo la celebre tesi del 1904 sull’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Max Weber - nella traccia di storia economica contenuta nelle lezioni tenute a Monaco nel 1919 e 1920, ma pubblicate solo nel 1923 - sottolineava che l’organizzazione economica dei monasteri cristiani in Occidente conteneva in se stessa un principio di razionalizzazione della vita economica enfatizzato da quello che era l’obiettivo finale di questa organizzazione economica: la salvezza eterna.
Benché il mercato come realtà globalizzata e sovralocale nasca a partire dalla fine del medioevo divenendo poi tipica della modernità segnata dalla rivoluzione industriale, bisogna osservare che già nella più antica lingua sacra dei cristiani d’Occidente era esistito uno spazio di mercato "globale" non riducibile a quello "locale" del villaggio, del castello o della fiera periodica. Questa estensione per così dire metafisica del mercato aveva infatti assunto, sin dal primo medioevo, una duplice dimensione, metaforica e politica: un mercato della salvezza, organizzato intorno alla persona del Cristo e gestito sulla terra da chi era riconosciuto come consacrato.
Da questo punto di vista i vocabolari salvifici che, come si è visto, diffondevano un'immagine della perfezione modellata sulle logiche dello scambio, del profitto, dell’obbligazione e dell’equivalenza, avevano funzionato come potente premessa linguistica e dunque storica della spazialità commerciale locale e non locale.
Su un piano concretamente politico-istituzionale, è ormai storicamente dimostrato che i mercati sono nati in ambito europeo per impulso delle chiese, dei castelli e delle sedi del potere, e che non fossero - come in passato si è a torto ritenuto - una spontanea organizzazione economica: i mercati sono stati l'esito economico di iniziative politiche che signori, sovrani, vescovi e abati prendevano nella prospettiva di una crescita della loro ricchezza e del loro potere.
Sia i grandi mercati sia i mercati locali si sono originati a partire dall’alto di un "potere sacralizzato" all'interno della logica di poteri cristiani in fase di espansione e già orientati a rivendicare, almeno potenzialmente, un proprio significato universalistico.
La fase di nascita dei mercati cristiani in Occidente contenne in sè stessa potenzialmente e sin dall’inizio la dimensione di un mercato illimitato e indifferente alla specificità regionale o nazionale delle cose e delle persone. La propensione universalizzante del discorso cristiano, divulgata per mezzo della forza persuasiva dalle dinamiche della finanza e dello scambio proficuo, non poteva non tradursi nell’ipotesi di un mercato in grado di trascendere i particolarismi locali e finanche le aspirazioni individuali di guadagno.
In tutta chiarezza, non ci si trova di fronte a un semplice uso metaforico delle pratiche di mercato, ma piuttosto ad una loro divulgazione che, introducendole nel campo semantico dell’argomentazione teologico-salvifica, ne definisce il senso come esemplare sia dal punto di vista etico-religioso sia dal punto di vista strettamente economico.
È in questa lingua di base della cristianità occidentale che il mercato si afferma, con le sue strategie, come modello relazionale a cui ricondurre i molteplici aspetti della socialità cristiana.
Benché si sia spesso descritta l’economia di questi secoli in Occidente come un fenomeno in crescita quantitativa e qualitativa indipendente dalle modalità culturali e religiose che lo articolavano, sembra tuttavia impossibile comprendere la specificità europea occidentale del mercato e della civiltà degli scambi senza avere ben presente lo sviluppo giuridico, politico e rituale connotato dal cristianesimo che accompagnò questa crescita e la determinò assegnandole un senso e un lessico del tutto particolari, mettendo a frutto e precisando una tradizione secolare perfettamente funzionale ad essere tramutata nel fondamento concettuale e linguistico di una civiltà dello scambio, dell’investimento e del profitto.
L'ex-Presidente dello IOR, il cattolico conservatore e liberale Ettore Gotti Tedeschi ha scritto, con Rino Cammilleri, un libro che ha per titolo: Denaro e Paradiso. L'economia globale e il mondo cattolico, in cui rivendica «la superiorità di un capitalismo ispirato alla morale cristiana». Sulla scorta delle ricerche degli studiosi Giovanni Ceccarelli e Giacomo Todeschini, esperti del pensiero economico medievale, Gotti Tedeschi afferma che il capitalismo sia nato "con il saio" dalle teorie sull'operosità dei teologi francescani nell'Italia del XIII secolo e sulla laboriosità dei monaci benedettini (secondo il motto Ora et labora) «ad esaltazione della dignità dell'uomo», e che invece il protestantesimo sia il responsabile dei suoi successivi difetti: affarismo, decisionismo, laissez-faire, legge del più forte.
Oltre a questi distinguo concettuali ed non condividendo la posizione secondo cui il capitalismo e la finanza siano «ad esaltazione della dignità dell'uomo», si può convenire con Gotti Tedeschi che il capitalismo e la finanza abbiano radici cristiane soprattutto cattoliche. Se lui lo intende come un fatto positivo, noi possiamo leggerlo come un punto critico, in quanto origine di una ideologia che ha colonizzato e continua a colonizzare il mondo sia con strumenti psicologici sia con strumenti politico-economici, oltre che influenzare drasticamente le relazioni sociali e umane.
Eppure tutta questa tradizione secolare tramandata dalla cristianità, giustificata dal cristianesimo come religione, denota una contraddizione generale quando si tratta dell'insegnamento e delle vicende di Gesù slegato dalle più svariate interpretazioni.
Basti pensare a quando Gesù scaccio i mercanti dal tempio(4) durante la Pasqua, rovesciando i tavoli dei cambiamonete e dei venditori di animali, denunciando la trasformazione della "casa di preghiera" in un "covo di ladri". Ancora più contradditorie con le "radici cristiane della finanza e del capitalismo" sono le parole pronunciate da Gesù (Matteo 6:24, Luca 16:13): "Non potete servire Dio e mammona", indica l'impossibilità di dedicare la propria vita sia a Dio che all'accumulo idolatrico di ricchezze (5).  
Ciò denota ancora una volta come sia il potere costituito, vigente ed istituzionalizzato a travisare a suo piacimento i più alti ideali, facendo digerire socialmente "goccia dopo goccia" il suo agire come "etico" attraverso un incessante processo di normalizzazione delle sue pratiche.
Più approfondisco questo tema, più credo che oggi sia necessario - come afferma il teologo Vito Mancuso nel suo libro Gesù e Cristo - fare una distinzione tra l'insegnamento di Gesù (gesuanesimo) e l'insegnamento della Chiesa su Gesù (cristianesimo). Il gesuanesimo si concentra sull'insegnamento storico e lo stile di vita di Gesù di Nazareth (etica, Regno di Dio, giustizia), mentre il cristianesimo è la religione strutturata e dogmatica sorta attorno alla figura di Cristo (redenzione, morte espiatrice, divinità). Il primo è il messaggio dell'uomo, il secondo è la costruzione teologica di una religione fondata successivamente da San Paolo.
A questo punto è interessante fare un ulteriore distinguo tra cristianesimo e cristianità: il cristianesimo è la religione monoteista fondata sulla figura e l'insegnamento di Gesù Cristo, basata sulla fede, la dottrina e le Scritture; la cristianità, invece, rappresenta l'estensione storica e sociologica di tale fede, indicando il periodo o l'area in cui il cristianesimo ha modellato cultura, politica e istituzioni sociali
E' proprio la delinquenza sociale del profitto che oggi è all'origine della crisi politica, economica, nonchè ecologica del nostro Occidente e il fatto che sia stata la cristianità a concepirla porta ad interrogarsi ancor di più sull'errore cognitivo - con giustificazione "spirituale" - su cui si è seduta la nostra civiltà fondata sul profitto, sulla crescita economica, sull'accumulo capitalistico e sulla speculazione finanziaria.
(1) Agostino di Ippona, Sermone 212, 1, in Agostino, Discorsi sulla Quaresima, Roma 2010, p. 96.
(2) Ambrogio di Milano, De Ioseph Patriarca, 3, 14, ed. Schenkl, CSEL 32, Wien 1897, pp. 81-82.
(3) Scipione Maffei, Dell’impiego del denaro, libri tre, Roma 1746, I, 6, p. 65.
(4) Noto anche come purificazione del Tempio, è narrato in tutti i Vangeli (Mt 21,12-17; Mc 11,15-19; Lc 19,45-48; Gv 2,13-25)
(5) "Mammona" è un termine aramaico per "ricchezza" o "denaro", qui personificato come un falso dio o idolo esigente.
Fonti:
Giacomo Todeschini, Mercato e cristianesimo nella storia dell’Occidente, Questioni – Le sfide della crisi. Parte I. Economia e religione https://www.eticapubblica.it/wp-content/uploads/2014/04/3_Todeschini.pdf
Luigino Bruni, Crisi economica o crisi spirituale? La prospettiva dell'Economia di Comunione https://unionebuddhistaitaliana.it/wp-content/uploads/2020/03/testo-prof.-luigino-bruni.pdf


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