Si fa presto a dire pace
Pubblicato da Paolo Scroccaro in Politica e Società · Sabato 29 Nov 2025 · 9:30
Tags: Politiuca, Società, guerra
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di Paolo Scroccaro

L’importanza pedagogica della vita in baracca a contatto con la natura (almeno per alcuni periodi all’anno) sarebbe ancora presente nelle tradizioni scandinave e viene fortemente elogiata da A. Naess: tale esperienza aiuta ad apprezzare la sobrietà e di contro costituisce un atto d’accusa contro “la ricchezza accolta senza gioia”, “lo spreco incredibile” e “i comportamenti distruttivi della vita moderna” (v. Arne Naess, Ecosofia)
LA LOGICA DELLA GUERRA NELLA VITA DI TUTTI I GIORNI
Ottobre 2025: imponenti e diffuse manifestazioni di protesta contro la guerra hanno attraversato città e metropoli di tutti i continenti; anche l’Italia ne è stata coinvolta a pieno titolo: da mezzo secolo non si vedevano mobilitazioni popolari così estese e partecipate. Il mondo giovanile, narcotizzato a colpi di smartphone e consumismo, sembrava essersi risvegliato d’improvviso da un lungo letargo, manifestando finalmente energie troppo a lungo compresse o sopite: era ora.
Per certi versi, i cortei e le assemblee di ottobre hanno inevitabilmente richiamato alla mente le vastissime proteste ai tempi della guerra in Vietnam, anche se questa volta il “nemico” principale sembra essere il progetto espansivo sionista; a questo punto, l’interrogativo principale è questo: si tratta di una grande fiammata destinata però a spegnersi in breve tempo, oppure essa riuscirà ad accendere la prateria, dando origine a fuochi diffusi contro le gravi ingiustizie del nostro tempo, come successe a seguito della guerra in Vietnam?
Al di là delle analogie, occorre considerare le numerose differenze di contesto: a quel tempo, i movimenti di base avevano come riferimento soprattutto ideologie di ispirazione ottocentesca: basti pensare alle numerose versioni del marxismo, del socialismo, dell’anarchismo, del pacifismo, o anche della liberaldemocrazia più radicale. Questi riferimenti ideologici hanno cercato di fare da supporto culturale, presupponendo di ampliare gli orizzonti dei movimenti degli anni ’60-’70, ed invece ne hanno anche disegnato limiti quasi invalicabili, quelli che hanno poi decretato il riflusso e la progressiva evaporazione di tali movimenti: essi si sono eclissati non tanto per via della repressione, che pur c’è stata (basti pensare al famigerato caso “7 aprile” e dintorni), ma soprattutto per via dei limiti intrinseci già sul piano teorico – filosofico. In effetti, pochissime esperienze hanno cercato di sottrarsi in qualche modo ai riduttivismi dell’epoca: possiamo citare i Situazionisti (v. la critica della società spettacolare); una parte dell’Autonomia operaia (v. la critica della forma-lavoro e della legge del Valore); i primi saggi di Jean Baudrillard, anticipatore della decrescita; alcune intuizioni di A. Sohn-Rethel (la rilettura del Valore non come fattore ontologico transtorico, ma come categoria storica aprioristica circoscritta al nostro tempo).
Oggi il contesto è alquanto diverso: le grandi narrazioni di derivazione ottocentesca sopravvivono in modalità museale, hanno perso la forza attrattiva di un tempo e sono totalmente impossibilitate a suscitare gli entusiasmi e le speranze che animavano le strade negli anni ’60 – ’70. Questo spiega, in larga parte, la crescente disaffezione alla politica che segna gli ultimi anni: è veramente penoso assistere alle mere riproposizioni di prospettive tardocomuniste, tardomarxiste e tardolavoriste nel 2025, ma ciò vale anche per tutte le altre ideologie di diverso segno politico. La crisi irreversibile delle vecchie narrazioni ha certamente creato un disorientamento generalizzato con cui occorre confrontarsi.
E’ a questo punto che entra in gioco la decrescita così come originariamente lanciata da Serge Latouche: essa sorge dalle macerie del vecchio mondo e delle sue ideologie, e rappresenta uno dei rarissimi tentativi di fare i conti con la modernità e con il correlativo paradigma economico – questa straordinaria invenzione del mondo borghese – invenzione geniale e però votata a esercitare una sistematica potenza distruttrice su scala planetaria, come mai si era visto prima. La decrescita è nata proprio per denunciare e contrastare il destino di violenza incarnato nelle categorie economiche (crescita, valore, merce, denaro, profitto, forma-lavoro…): se questa funzione di critica radicale venisse meno, essa perderebbe completamente la sua ragione di essere e la sua spinta propulsiva, scadendo al livello degli altri rottami ideologici tipici della modernità, i quali potevano avere qualche significato positivo nei secoli trascorsi (nel “mondo vuoto”), ma non oggi, sul finire ormai del ciclo economico (nel “mondo pieno”), avendo esaurito quelle che potevano essere le chances di un tempo.
Ma torniamo alla guerra e al flusso continuo di violenza che la collega all’economia. Ogni giorno vengono lanciate decine, centinaia, migliaia di droni, missili, razzi, bombe, senza contare le pallottole: le vaste proteste popolari di ottobre hanno messo sotto accusa, giustamente, questa concentrazione estrema di violenza e di distruzione, eticamente insopportabile, specie quando colpisce perfino popolazioni inermi e bambini.
Ma sarebbe ingenuo pensare che questa violenza iperconcentrata sia qualcosa di anomalo, di eccessivo, rispetto al contesto di riferimento: se fosse così, sarebbe abbastanza agevole neutralizzare l’anomalia, quasi fosse un pesce fuor d’acqua. Invece la presunta anomalia nuota benissimo perché si trova nel suo ambiente preferito, e ne viene costantemente alimentata. L’assuefazione alla guerra, all’aggressione, all’annientamento non è un corpo estraneo caduto dallo spazio eterico, ma è qualcosa di profondamente radicato nella vita quotidiana ordinaria, qualcosa che persiste anche quando ufficialmente non vi sono guerre in atto: basti pensare all’immane crudeltà quotidiana verso 70 miliardi di animali allevati (per gli animali è sempre Treblinka), ai quali bisogna sommare quelli cacciati; o a quella contro miliardi di pesci – figli di un dio minore; o a quella contro ciò che resta dei popoli tribali, sterminati nell’indifferenza generale, come se i loro villaggi fossero tante piccole Gaza di cui però nessuno parla; o a quella contro milioni di specie non umane destinate al degrado e all’estinzione… e si potrebbe continuare a lungo, citando per esempio l’annientamento del suolo e di miliardi di piccoli esseri, schiacciati dal cemento, arma di distruzione di massa.
In estrema sintesi, si tratta della guerra planetaria contro la natura, che rispetto a tutte le guerre richiamate nei libri di Storia e nei media, è la più estesa e spietata, anche perché non concede mai tregue e tanto meno trattati di pace: avanza inesorabilmente come un rullo compressore, schiacciando e annientando nel suo passaggio, con l’approvazione generalizzata di tutti i colori politici senza eccezione, e di tutti i ceti sociali. Talvolta divisi su molte questioni, ma non su questa, che è la più importante. Qualcuno obietterà che i colpevoli sono soprattutto i grandi ricchi, i quali dispongono di un enorme potere di consumo e di distruzione, che ai più viene negato; tuttavia, anche se le differenze di reddito sono enormi e indecenti, e gridano vendetta, l’immaginario economico è lo stesso, per cui perfino i proletari cercano di ripetere, nel loro piccolo, ciò che gli “odiati” padroni fanno su una scala molto più ampia, con in più un bel pizzico di invidia e frustrazione – cioè spingono al loro massimo possibile i livelli di consumo-distruzione, imitando sia pure da molto lontano gli standard dei super-ricchi. Lotta di classe addio.
E’ per questo che il mondo pullula come non mai di oggetti scartati: automobili, elettrodomestici, mobili, vestiti, gadget, computer, telefonini, pentole, alimenti, carta stampata di ogni genere… Il “mondo pieno” (nel senso di H. Daly) è popolato di “cimiteri del consumismo”, là dove il termine “cimiteri” suggerisce il fatto che dobbiamo fare i conti con una logica pervasiva di guerra che conduce a morte e distruzione – cimiteri appunto. I cosiddetti “ecocentri” e gli inceneritori fotografano in modo eccellente l’essenza distruttiva del mondo contemporaneo: montagne di presunti rifiuti che vengono accumulati e che devono essere inceneriti, per renderli invisibili, per cancellare le prove dell’immane ecocidio. Questa logica aberrante viene trasmutata in un nuovo dovere civico cui il buon cittadino deve ubbidire con entusiasmo: bisogna consumare senza remore e inibizioni. Istituzioni, pubblicità e pressione sociale fanno il resto: nuovi regolamenti edilizi e urbanistici che impongono di riadattare gli edifici secondo i capricci degli architetti, di ridisegnare i servizi primari e secondari, di alterare le destinazioni d’uso preesistenti; normative finto-ambientaliste che impongono di sostituire caldaie, televisori, automobili, mezzi di lavoro, fonti energetiche… in nome delle cosiddette energie alternative e di una pseudo-ecologia per ricchi. E poi la pressione sociale esercitata in nome di ciò che Jean Baudrillard indicava come Valore-segno: di qui una miriade di obbligazioni a cambiare sistematicamente aspetto, abbigliamento, arredamento, smart; di qui la propensione alle pratiche spettacolari, al turismo internazionale, ai viaggi aerei e navali, alla chirurgia estetica, alle mode pseudo-salutistiche, agli artifizi tecnologici…capricci che gravano pesantemente sugli ecosistemi e che sono parte integrante della guerra planetaria in corso per futili motivi. Sparizione del vecchio valore d’uso e di una datata antropologia incentrata sui bisogni (ancora Baudrillard).
Al di là delle esemplificazioni di dettaglio, che sono innumerevoli, sarebbe sufficiente una visione sintetica d’insieme per cogliere appieno la folle irrazionalità del presente e la carica di violenza estrema che l’accompagna anche in tempo di pace (o presunta tale).
In tempi antichi, e anzi per millenni, fino agli inizi della modernità, il mondo degli uomini era un piccolo mondo, di solito recintato o comunque protetto in qualche modo; al di fuori, il mondo smisurato della natura incombente, con i suoi misteri e le sue potenze incatturabili. Oggi, le parti si sono invertite: è il mondo della natura ad essere recintato per simulare un minimo di protezione, come accade nei Parchi e nelle aree di Rete Natura 2000; al di fuori oggi incombe minacciosa la città degli uomini, mai sazia, che cerca di spostare continuamente i paletti della recinzione a proprio vantaggio, facendo leva sulla volontà di potenza moltiplicata grazie alla scienza cartesiana e alla tecnologia, come mai si era visto prima. La portata cosmica di questa inversione è sotto gli occhi di tutti: essa è dovuta alla grande guerra contro la natura, combattuta senza scrupoli morali e senza esclusione di colpi, anche in tempo di pace. Si dirà che il conflitto uomo-natura in qualche modo c’è sempre stato; tuttavia, l’enorme accelerazione degli ultimi secoli, e ancor più degli ultimi decenni, è un fatto inedito nella storia delle civiltà, intimamente connesso all’affermarsi del paradigma economico governato dalla legge del valore e dalle altre categorie connesse: feticci oggetto di un’adorazione fanatica che non tollera miscredenti. Per questo Serge Latouche ripete con forza che una strategia di decrescita deve necessariamente comportare l’uscita dall’economia… altrimenti che decrescita sarebbe?
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