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Viaggio sui merce treni

DFSN - Decrescita Felice Social Network
Pubblicato da Rodolfo Di Martino in Politica e Società · Venerdì 20 Mar 2026 · Tempo di lettura 5:15
Tags: Tavaltavelocitàgrandiopere
di Rodolfo Di Martino


Mercedes Bresso era la Presidente della Regione Piemonte. Quella sera, credo fosse il 2009, era in collegamento con Floris o Mentana o Santoro e si parlava di Tav in Valle di Susa. In risposta a una domanda del giornalista la Bresso se ne era uscita con l’assioma: La grande opera si deve fare perché è una grande opera”. Ma che fa, risponde con una tautologia? Alle prossime elezioni va a finire che questa perde contro Mutandeverdi! Notte agitata. Al mattino però avevo finalmente compreso che la risposta della Presidente era stata l’affermazione più sincera e più chiara e onesta mai espressa sul Tav dalla classe politica e faccendiera tutta. Sì, la grande opera è auto-giustificante, è lei stessa la sua origine e la ragione ultima. Non c’è altro da dire. Si deve fare. Punto.
E, infatti, di esigenze di trasporto, dopo le valutazioni costi/benefici richieste dell’ingenuo e fuori parte Toninelli, non si è proprio mai più sentito parlare. Resta però il fatto che la Grande Opera si deve fare perché è una grande opera. Per questo si blinda la valle, si espropriano case e terreni per far posto alla barzelletta oscena della stazione internazionale di Susa, si modifica di continuo il tracciato a Orbassano Rivalta Rivoli Villarbasse Avigliana e circonvicini, ma i lavori veri? Mai iniziati.

Ci sarebbe tutto un discorso da fare sull’economia, sul denaro e sui martelli* che un cantiere di queste dimensioni smuove, ma se ne è già a lungo discusso e c’è poco da aggiungere, mi pare.
Per capire meglio cos’è il Tav è opportuna una visita alle tratte esistenti. Prendo ad esempio la tratta precedente dell’Alta Velocità fra Milano e Torino. Durante la sua costruzione, fra Novara e Chivasso si sono verificati ben sei incidenti mortali (altri sei sulla Firenze-Bologna, notizie da tempo sparite dal web). Tre degli operai deceduti non risultarono esistere. Erano, come sempre si dice, degli avventizi al loro primo giorno di prova. Un morto ogni dieci chilometri nella Pianura che ha dato i natali a illustri genialità Padane come Fassino e Borghezio mi sembra una follia. Chissà cosa accadrà coi subappalti in galleria, in montagna?

Giovanni, tecnico specializzato, abita a Brandizzo. Va al lavoro a Trecate, tutti i giorni, in seconda classe sulla vecchia linea del treno fermaatuttelestazioni regionale. Meno di 80 chilometri e un totale di un’ora e tre quarti all’andata, altrettanti al ritorno. Fra treno e due pullman spende 230 Euro al mese per gli abbonamenti. Giovanni guadagna 1.500 Euro netti al mese, detratte le spese di trasporto porta a casa meno di 1.300 Euro. Il suo è considerato un viaggiare voluttuario, una spesa come il caffè, le sigarette o la discoteca, o come se andasse ogni giorno in vacanza.
Edoardo è un alto funzionario bancario. Ha l’auto aziendale in dotazione, ma oggi c’è foschia. Preferisce il taxi e il Frecciarossa Torino-Milano, prima classe lusso, 130 chilometri in circa 45 minuti. Di nuovo taxi per raggiungere il luogo dell’appuntamento in piazzetta Enrico Cuccia. Pranzo di lavoro insieme al suo ospite in un ristorante riservato, in via Verdi. Percorso inverso per tornare a casa. Spesa complessiva 310 Euro con i caffè.  
Edoardo domattina consegnerà alla sua assistente le ricevute delle spese, pagate con la carta aziendale. La fattura delle Ferrovie è già registrata.  Tutto andrà in detrazione poiché si tratta di costi sostenuti per il lavoro, una perdita secca per l’azienda.
Più del novanta percento delle persone che viaggiano in alta velocità non sono la stessa entità giuridica e fiscale che acquista il biglietto. Funzionari pubblici o privati, giornalisti, imprenditori, sindacalisti, assessori, rappresentati, partite iva o manager di società per azioni, tutti possono portare in detrazione il costo del trasporto. È una spesa non indifferente riconosciuta come tale. Ma ciò non vale per i pendolari salariati come Giovanni. Loro, che viaggiano spesso in piedi, coi treni quasi sempre in ritardo, col riscaldamento rotto, loro no, loro si divertono come se andassero in ferie a Varazze o a Cesenatico.
Perché due persone che prendono il treno per recarsi al lavoro hanno un trattamento così impari? Giovanni non potrà mai permettersi Frecciarossa o Italo perché deve già, con le sue tasse e le sue rinunce, sostenere i viaggi dei più abbienti.
È a questo che servono le Grandi Opere. Ad applicare tariffe molto redditizie per le Ferrovie e a far viaggiare comodi i privilegiati.
Tanto a pagare sono quelli dei carri bestiame e delle linee dismesse, sono quelli che la ferrovia non l’hanno mai avuta e mai l’avranno.
Se ciò che dovrebbe essere un servizio alla collettività, un bene comune, è invece una merce alla quale sono applicati i criteri di massimo profitto e redditività dell’investimento, non si potrà che avere Grandi Opere partorite da una classe dirigente che non ci rappresenta.

  • martelli - Nella costruzione di ferrovie e ponti e gallerie pubbliche si utilizzano prevalentemente martelli a forma di parallelepipedo leggermente smussato, con manico in faggio, la cui parte terminale è dipinta per immersione con vernice rossa oppure nera. Deve esserci un significato in questa scelta cromatica, dato che non ne ho mai visti –ad esempio– di verdi.  Come i male-e-peggio usati dai carpentieri, anche questi martelli hanno un nome specifico: si chiamano mazzette. Ce ne sono da uno, due, cinque e persino, pesantissime, da dieci chili. Nelle grandi opere  pubbliche si fa un larghissimo uso di queste mazzette, che sono molto ambite, richieste con insistenza e assegnate in base al colore del manico. Le Grandi Opere sarebbero impensabili senza di esse.



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