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Articoli di Danilo Tomasetta postati sul vecchio blog DFSN

  
Transumanesimo   8 febbraio 2022
una porta sulle tempie pronta al collegamento col computer

Nel mio articolo precedente, Prolegomeni al Grande Reset, accennavo a come tra i propositi collegati al Grande Reset c’è lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle nanotecnologie, fino ad ipotizzare un collegamento del cervello umano con unità intelligenti esterne per un’implementazione uomo-macchina che, nella visione degli ideatori di questo audace disegno, porterebbe ad un potenziamento sia dell’intelligenza umana che di quella artificiale. Al di là di questo vantaggio, l’interfacciamento uomo-macchina rende possibile il controllo assoluto dell’individuo. Gli ideatori del Grande Reset non sottolineano questo aspetto, ma è evidente la loro aspirazione ad un controllo capillare e alla correzione preventiva di ogni devianza, perché questa garanzia di affidabilità assume un’importanza notevole per la riprogrammazione delle società e del ruolo che compete ai singoli soggetti . Vedremo più avanti perché.
Questi arditi progetti che comportano uno stretto legame uomo-macchina rappresentano l’essenza di cosa si debba intendere oggi per TRANSUMANESIMO. A ciò fa da corollario la ricerca sul prolungamento della vita, basata sia sull’uso di protesi di ogni tipo (dagli arti meccanici agli organi artificiali) sia sull’uso della medicina collegata alla genetica, capace di intervenire preventivamente su possibili degenerazioni fisiche (tumori, cardiopatie, ictus, diabete, ecc) mediante una modifica del codice genetico resa possibile dall’uso delle biotecnologie e delle nanotecnologie applicate alla medicina.
A questo punto ritengo giusto premettere che sono assolutamente contrario al transumanesimo e che giudico i suoi sostenitori alla stregua di pericolosi invasati capaci in ipotesi estrema di decretare la fine dell’umanità per come l’abbiamo conosciuta finora. Poiché però il transumanesimo non è un termine nato in tempi recenti, credo sia giusto ricostruirne brevemente l’origine.
L’inventore del termine fu nel 1947 Pierre Teilhard de Chardin un gesuita, filosofo, paleontologo e scienziato evoluzionista francese.
Ma a delinearne il significato fu nel 1957 Julian Huxley (il fratello del famoso filosofo Aldous Huxley), biologo e genetista, nel testo “In New Bottles for New Wine”. Nell’originaria accezione di Huxley transumanesimo indica «l’uomo che rimane umano, ma che trascende sé stesso, realizzando le nuove potenzialità della sua natura umana».
Come si vede Huxley pensava ad uno scenario di emancipazione dell’umanità in cui quest’ultima si fa carico di guidare il processo evolutivo. Siamo dunque all’interno di una deriva del pensiero umanista e positivista, tant’è che il filosofo inglese Max More scrive «Il Transumanesimo condivide molti elementi con l’umanesimo, inclusi il rispetto per la ragione e le scienze, l’impegno per il progresso ed il dare valore all’esistenza umana (o transumana) in questa vita… Il Transumanesimo differisce dall’umanesimo nel riconoscere ed anticipare i radicali cambiamenti e alterazioni sia nella natura, sia nelle possibilità delle nostre vite, che saranno il risultato del progresso nelle varie scienze e tecnologie».
Dunque possiamo dire che inizialmente il transumanesimo veniva inserito in un quadro filosofico di riferimento umanista, positivista ed evoluzionista in senso neo-Darwiniano, anche se al tempo stesso si assegnava già allora un ruolo alle profonde innovazioni che avrebbero recato la ricerca scientifica e le nuove tecnologie.
Questo ruolo innovativo è stato ad esempio sottolineato dall’economista e professore universitario americano Robin Dale Hanson, molto interessato alle ricerche sull’intelligenza artificiale, che ha detto «Il Transumanesimo è l’idea secondo cui le nuove tecnologie probabilmente cambieranno il mondo nel prossimo secolo o due a tal punto che i nostri discendenti non saranno per molti aspetti ‘umani’».
In effetti oggi i transumanisti più sfegatati, tra cui Klaus Schwab, direttore del World Economic Forum (segnatevi bene questo nome) sono a favore dell’utilizzo delle tecnologie emergenti, incluse quelle attualmente ritenute controverse, come l’ingegneria genetica sull’uomo, la crionica e gli usi avanzati dei computer e delle comunicazioni. Essi ritengono inoltre che l’intelligenza artificiale un giorno supererà quella umana, realizzando la singolarità tecnologica.
Per loro questo sviluppo è desiderabile e gli esseri umani possono e dovrebbero diventare “più che umani” attraverso l’applicazione di innovazioni tecnologiche come l’ingegneria genetica, la nanotecnologia, la neurofarmacologia, le protesi artificiali, e le interfacce tra la mente umana e le macchine.
Per raggiungere questo obbiettivo i transumanisti si interessano a tutti i vari campi della scienza, della filosofia, dell’economia e della storia naturale e sociale, per comprendere e valutare le possibilità di superare le limitazioni biologiche, intendendo tra queste le malattie che affliggono l’umanità e soprattutto prendono in considerazione la possibilità di superare il limite di Hayflick.
Il concetto del limite di Hayflick è stato ipotizzato dall’anatomista americano Leonard Hayflick nel 1961. Senza entrare nel dettaglio, gli studi fatti da Hayflick riguardano le possibilità delle cellule del corpo umano di rinnovarsi. Questo rinnovamento ha un limite genetico, dopodiché il processo di invecchiamento e quindi di morte è irreversibile. Superare questo limite vuol dire in pratica pensare ad un allungamento ad oltranza della vita fino a garantirsi una specie di immortalità.
Da quanto esposto finora dovrebbe esser chiaro che la maggior parte dei transumanisti sono agnostici o atei. Inseguendo il loro sogno di immortalità non possono dar credito all’idea di un’anima trascendente. Confidano piuttosto nella compatibilità delle menti umane con l’hardware dei computer, con l’implicazione teorica che la coscienza individuale possa, un giorno, essere trasferita o emulata su un supporto digitale; tale tecnica si chiama “mind uploading”. Non stupiamoci quindi se le teorie transumaniste sono avversate dai religiosi di qualunque confessione, per i quali negare la trascendenza dell’anima è assolutamente eretico e inammissibile.
Ma non c’è bisogno di essere credenti per prendere le distanze dal transumanesimo.
Una critica radicale al transumanismo è stata portata ad esempio da Bill Joy, informatico statunitense e cofondatore della Sun Microsystems, che afferma nel suo articolo “Why the future doesn’t need us” (Perché il futuro non ha bisogno di noi) che gli esseri umani probabilmente finiranno con l’estinguersi attraverso le trasformazioni sostenute dal transumanesimo.
Anche il movimento ambientalista è contro il transumanesimo. Infatti sostiene il principio di precauzione nell’applicazione industriale degli sviluppi tecnologici e addirittura auspica la cessazione della ricerca in aree ritenute potenzialmente pericolose. Inoltre alcuni “precauzionisti” credono che l’umanità dovrebbe prima organizzarsi in modo da essere pronta a superare i pericoli prodotti dalle intelligenze artificiali, incarnazioni tecnologiche del principio di Autorità.
Questo dell’autorità e della tentazione all’autoritarismo è un aspetto importante che va sottolineato. L’enfatizzazione che fa il transumanesimo dell’uso dell’intelligenza artificiale e della contaminazione di questa con la mente umana disvela il sogno di controllo assoluto strettamente connesso con i programmi del Grande Reset e quindi del transumanesimo .
Già altri critici del transumanesimo avevano fatto notare la soggettività di concetti biopolitici come “miglioramento” e “limitazione”, osservando una pericolosa somiglianza con le vecchie ideologie eugenetiche in merito ad una “razza superiore” e preoccupandosi di quello che il transumanesimo potrebbe comportare in futuro, come ad esempio separazioni e discriminazioni di natura sociale fra i “migliorati” e chi non lo è o fra “modificati” e “naturali”.
Queste ultime considerazioni ci obbligano ad esaminare i risvolti politici del problema.
Se di Grande Reset si è cominciato a parlare solo di recente, va ricordato che già nel 2015 nacque l’AGENDA 2030 PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE, un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU. I programmi e gli obbiettivi dell’Agenda 2030 costituiscono l’ossatura in embrione su cui sono nati i piani del Grande Reset.
Il punto centrale, e quindi l’obiettivo primario, è una ristrutturazione del Capitalismo in grado di eliminare le “storture” e i limiti che ne hanno contrassegnato il cammino. Per fare questo è utile richiamarsi non tanto al capitalismo “liberale” che ha caratterizzato il modello occidentale fino ad oggi, ma piuttosto ad un capitalismo di tipo cinese che ha saputo coniugare le esigenze dello sviluppo con quelle di un rigido controllo sociale. Possiamo parlare a ragion veduta di un nuovo capitalismo feudale, dove le redini sono saldamente tenute in mano da un ristrettissimo numero di sovrani e vassalli che controllano rigidamente la massa dei sudditi assecondandoli nella soddisfazione dei loro bisogni primari e secondari.
In questo programma di ristrutturazione il transumanesimo riveste un ruolo fondamentale proprio perché capace di garantire il controllo e la manipolazione della volontà dei singoli.
Si tratta in effetti dell’istituzione di un tecno-feudalesimo per il quale vale il giudizio del filosofo Giorgio Agamben: “Il capitalismo che si sta consolidando su scala planetaria non è il capitalismo nella forma che aveva assunto in occidente: è, piuttosto, il capitalismo nella sua variante comunista, che univa uno sviluppo estremamente rapido della produzione con un regime politico totalitario. (…) Quel che è certo, tuttavia, è che il nuovo regime unirà in sé l’aspetto più disumano del capitalismo con quello più atroce del comunismo statalista, coniugando l’estrema alienazione dei rapporti fra gli uomini con un controllo sociale senza precedenti”.
In questo quadro, ma meglio definirlo incubo, i padroni universali avrebbero raggiunto la capacità tecnologica di entrare nelle nostre vite e nelle nostre menti. L’estremo appello di libertà di George Orwell in 1984: “possono costringerti a dire qualsiasi cosa, ma non c’è maniera che te la facciano credere. Non possono entrare dentro di te.” diventa anacronistico. Non è più così, ora possono! Le tecnologie di sorveglianza e l’immenso apparato di programmazione neuronale, i chip sottocutanei, i farmaci imposti, ci riescono.
Teniamo bene a mente cosa ha scritto Klaus Schwab, il gran ciambellano del Forum di Davos, nel programma per l’anno passato: “l’aspetto positivo della pandemia è che ci ha insegnato che possiamo introdurre cambiamenti radicali nel nostro stile di vita con grande rapidità. I cittadini hanno dimostrato ampiamente che sono disposti a fare sacrifici per il bene delle cure sanitarie. E’ evidente che esiste una volontà di costruire una società migliore e dobbiamo approfittarne per garantire il Grande Reset”.  
Ritengo anche importante citare a tal proposito cosa ha scritto Geminello Preterossi in “Contro Golia – Manifesto per la sovranità democratica” : “se di un ri-orientamento c’è bisogno, per gli oligarchi di Davos questo dovrà essere realizzato dal capitalismo stesso, cioè da coloro che hanno prodotto il disastro. Con una sorta di illusionistico falso movimento, mettendosi all’opposizione dell’esistente, sfruttano l’occasione della pandemia per immunizzare il potere assolutistico del capitale da qualsiasi reale cambiamento che provenga dal basso e rappresenti un’alternativa organizzata: per far questo occorre mutare narrativa, fingere di liquidare il neoliberismo per salvare e rilanciare il capitalismo (il cui nucleo di potere neoliberale resta intatto), potenziandone le possibilità di dominio. Quel dominio delle menti si spinge fino al progetto smisurato di un controllo totale, algoritmico, sulle vite, il cui residuo di differenza e autonomia deve essere azzerato o neutralizzato con modalità automatiche.”
Dunque l’obiettivo finale del Grande Reset (e del transumanesimo che ne è parte integrante) è la creazione dell’anti-società post-umana. La posta in gioco è una trasformazione antropologica di cui Agenda 2030 non era che il prologo.
Essendo arrivato alla conclusione voglio concedermi un’ultima riflessione filosofica.
I filosofi del mondo ellenico avevano già parlato di Hybris. Il termine indica propriamente in greco la tracotanza, la dismisura, la superbia e il superamento del limite. A differenza del biblico peccato originale, anch’esso una forma di superamento del limite imposto da Dio all’uomo nel Paradiso terrestre, la hybris greca non macchia indistintamente e indelebilmente tutti gli uomini dalla loro nascita, ma rappresenta piuttosto un pericolo sempre in agguato nella natura umana, pericolo che dovrà essere contrastato da ogni singolo uomo con le sue sole forze.
Nelle follie dei piani del transumanesimo e del Grande Reset c’è una quota di hybris smisurata e sta a tutti noi evidenziarla, contrastarla e sconfiggerla.



        Prolegomeni al Grande Reset      10 nov 2021
basta premere un pulsante d'accensione per dare il via al grande reset

Due parole sul “GRANDE RESET” senza nessuna pretesa di salire in cattedra. Non sono un professore di economia o di filosofia, non sono proprio un professore. Sono un cittadino con alle spalle buoni studi di sociologia che ha letto molto sull’argomento. Mi permetto perciò di offrire alcuni spunti, utili a capire in generale cosa si debba intendere per Grande Reset.
Chi ha seguito il pensiero espresso a tal riguardo da Carlo Freccero dovrebbe già avere un’idea dell’argomento, ma io preferisco partire, per così dire, dalle basi e dalle dichiarazioni di intenti. Quindi trovo utilissimo cominciare con una citazione di Wikipedia, che fa capire, se mai ce ne fosse bisogno, che il Grande Reset non è un’invenzione complottista.
“Il Grande Reset (Great Reset) è una proposta del World Economic Forum (WEF) per ricostruire l’economia in modo sostenibile dopo la pandemia di COVID-19. È stato presentato nel maggio 2020 dal principe Carlo di Galles e dal direttore del WEF Klaus Schwab. Le componenti fondamentali della proposta sono le seguenti: la prima consiste nel creare le condizioni per una “economia degli stakeholder” o portatori di interesse, si intende un’economia basata su coloro che hanno interesse ad acquistare i prodotti o aderire al progetto; la seconda comprende la costruzione del futuro in un modo più “resiliente, equo e sostenibile”, basato su metriche ambientali, sociali e di governance, che comprenderebbero progetti di infrastrutture pubbliche più verdi. La terza componente è “sfruttare le innovazioni della Quarta Rivoluzione Industriale” per il bene pubblico. Nel discorso di apertura, la direttrice del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, ha elencato tre aspetti chiave della risposta sostenibile: crescita verde, crescita più intelligente e crescita più equa. Il GR (abbrevio così d’ora in avanti il Grande Reset) si pone quindi l’obiettivo di migliorare il capitalismo rendendo gli investimenti più orientati al progresso reciproco.”
Entrando nel merito di questa descrizione mi sembra importante sottolineare i seguenti punti:
  • Il GR punta allo sviluppo di un’economia basata su coloro che hanno interesse ad acquistare i prodotti
  • Il GR si propone la costruzione di una crescita più resiliente, equa e sostenibile (questo riguarda tutto il progetto sulla green economy e su un’economia che cresca compatibilmente col rispetto dell’ambiente. Avremo modo di approfondire quanto di ingannevole c’è in questa dichiarazione di intenti).
  • Il GR punta a sfruttare le innovazioni della Quarta Rivoluzione Industriale per il bene pubblico (anche qui sarà opportuno capire cosa si debba intendere per l’una e per l’altro).
    Il primo punto mette subito in evidenza qual’è l’esigenza prioritaria del GR. Garantire la tenuta del sistema economico capitalista-neoliberista fondato sull’acquisto dei prodotti e sulla circolazione globale delle merci. Ne consegue che l’impianto economico alla base del GR è la crescita costante dei consumi (cosa del resto già perseguita da decenni, non c’è giorno in cui gli organi di informazione non ci ricordino quanto sia importante riprendere il cammino della crescita…) e la messa in atto di tutti gli incentivi e tutte le condizioni che possano favorire il consumo delle merci, specie quelle su cui più puntano gli stessi produttori. Faccio notare che questo obbiettivo taglia fuori qualsiasi riflessione etica su come orientare i consumi. Ad esempio è davvero opportuno consumare massivamente carni macellate? E’ utile ad una pienezza di vita inseguire gli ultimi ritrovati dell’industria tecnologica? Siamo certi di voler continuare a puntare sulla mobilità privata? Nell’impostazione che sta alla base del GR non ci può essere spazio per una riflessione su cosa determini la qualità della vita, prevale nettamente l’impostazione mercantilista. In quest’ottica anche la ricerca di una salute durevole non verrà affidata ad un’impostazione preventiva (stile di vita, corretta alimentazione, ricchezza di relazioni interpersonali, ruolo fondamentale del tempo libero, ecc), ma piuttosto alla ricerca farmacologica che metterà a punto nuovi farmaci al presentarsi di ogni insorgenza sanitaria. La medicalizzazione della società è sicuramente più funzionale all’innalzamento del PIL !
    Il secondo punto insiste sulla resilienza, intesa come capacità di adattamento agli elementi di disturbo che possono intervenire nel tempo. Ad esempio un progetto economico è resiliente se capace di adattarsi alle mutate condizioni di mercato. In un certo senso è la scoperta dell’acqua tiepida. Si usa un termine di moda per sottolineare un’accortezza che le imprese hanno sempre avuto. Sulla sostenibilità ci sarebbe bisogno di soffermarsi nel dettaglio. Faccio prima a rimandarvi ad un mio precedente articolo pubblicato su DFSN dove tra l’altro è ben indicata la definizione di sostenibile indicata da Herman Daly (Lessico familiare: tre parole da cancellare – Decrescita Felice Social Network). Dal mio punto di vista oggi non esiste alcunché di realmente “sostenibile”, ma solo pratiche virtuose, per altro poco apprezzate, che possono rallentare il degrado e il processo entropico.
    Sull’equità c’è poco da dire. Gli ideatori del GR sono ben consapevoli che non esiste società più iniqua dell’attuale, sanno perfettamente che la forbice reddituale si è allargata a dismisura e lanciano un vuoto appello per una maggiore equità. Una dichiarazione di intenti priva di qualunque “governance”, tanto per usare un altro termine di moda che piace molto agli amministratori della cosa pubblica.
    Il terzo punto tira in ballo la “Quarta Rivoluzione Industriale”.
    Per comprendere cosa sia la Quarta Rivoluzione Industriale usiamo le parole del direttore del World Economic Forum, Klaus Schwab, uno degli ideatori del Grande Reset.
    Nella quarta rivoluzione industriale i confini tra “sfere fisiche, digitali e biologiche” si sono sfumati e questa rivoluzione già in atto oggi, iniziata con la rivoluzione digitale a metà del 1900, è “caratterizzata da una fusione di tecnologie”. Questa fusione di tecnologie include “campi come l’intelligenza artificiale, la robotica, l’Internet of Things, i veicoli autonomi, la stampa 3-D, la biotecnologia, la scienza dei materiali, l’accumulo di energia e il calcolo quantistico.”
    Qui entriamo nel campo così caro al nostro ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani, un campo delicatissimo che riguarda il futuro dell’uomo e il rapporto tra l’uomo e l’intelligenza artificiale, l’uomo e la macchina. Persone come Schwab e Cingolani sono degli entusiasti della ricerca scientifica a prescindere dalle sue finalità, entusiasti della digitalizzazione a prescindere dalla sua pervasività, entusiasti delle biotecnologie e delle nanotecnologie a prescindere dai rischi e dalle possibili nefaste conseguenze. Il discorso si estende inevitabilmente al TRANSUMANESIMO e andrà visto nel dettaglio. Soprattutto, questa è una tematica che non si può affrontare separandola da una riflessione etico-filosofica, ma l’epistemologia, parte importante della filosofia della scienza, risulta solitamente molto indigesta ai tecnocrati ad oltranza.
    BREVE E PROVVISORIA CONCLUSIONE:
    Quello che ho esposto sopra dovrebbe far comprendere come il Grande Reset è un piano elaborato da chi detiene il potere per rendere compatibile il mantenimento dello stesso a dispetto dei dissesti ambientali, economici e sanitari che il sistema capitalista-liberista ha creato nel tempo. Poiché in nessun modo viene presa in considerazione la possibilità di cambiare il modello sociale, ciò su cui si punta è solo un progetto di restyling dove, nella migliore delle ipotesi, si cercherà anche di correggere alcune storture.
    Per dirla alla Tomasi di Lampedusa si vuol fare intendere che tutto cambi perché in realtà nulla cambi davvero.



  
La scienza ‘inesatta’ dell’economia          19 nov 2018   2075
due rane in una pentola sul fuoco immerse nell'acqua

”  Come si fa a bollire una rana ? Non puoi bollire la rana nell’acqua calda, perché se no questa schizza via fuori appena ce la butti. Devi metterla nell’acqua fredda e poi accendere sotto la pentola un fuoco basso basso. La rana percepisce all’inizio un lieve tepore e pensa “però è piacevole questo calduccio…” Poi la temperatura dell’acqua diventa calda, ma a quel punto la rana non ha più la forza di saltar fuori dalla pentola. Ecco come si fa a bollire una rana ”
Questo è un noto aneddoto che a Nando Ioppolo piaceva raccontare quando cercava di spiegare come avviene il condizionamento delle coscienze…
L’economia è una scienza insidiosa per almeno due motivi. Il primo è che da per scontati e certi eventi che sono solo probabilistici. Il secondo è che adotta spesso un metodo discutibile, ovvero decide prima qual’è l’obbiettivo a cui tendere e poi spiega quali sono i mezzi per raggiungerlo e l’obbiettivo è quasi sempre ideologicamente determinato. Il suo apparire come scienza esatta, portatrice di verità assolute, la rende particolarmente idonea ad influenzare e condizionare i comportamenti delle persone.
Però non bisogna essere prevenuti contro gli economisti in genere. Nella storia dell’economia molti di loro hanno sviluppato teorie che hanno dato spinte propulsive a quella parte del genere umano che voleva migliorare la propria sorte. Bastino due esempi, Karl Marx e Serge Latouche. Dal primo abbiamo avuto la più lucida analisi sul modo di funzionare del Capitalismo e su come la ricchezza generata dal plusvalore nasca da un’appropriazione indebita dello stesso e dallo sfruttamento della forza lavoro. Dal secondo abbiamo avuto la sfida economico-sociale della Decrescita, contrapposta al mito dell’ineluttabilità di una crescita perpetua. Il fatto è che entrambi sono da considerarsi filosofi oltre che economisti e quindi nel loro modo di pensare rientra anche una componente etica, che spiega come le rigide regole dell’economia dipendano dalla scelta di campo che si fa a monte, da chi la fa e in nome di quali interessi.
Oggi la stragrande maggioranza degli economisti parte dagli stessi presupposti, che detti terra terra sono:
  • Lo sviluppo dei mercati
  • L’aumento del prodotto interno
  • La “libera” concorrenza
  • La “libera” circolazione delle merci
  • La crescita tendenziale dei consumi
  • Il primato dell’economia finanziaria sull’economia reale
Con questi presupposti si può solo arrivare al pensiero unico economico, che è quello che regola l’economia dei paesi occidentali e che ha prodotto l’allargamento mostruoso della forbice tra detentori della ricchezza (un’esigua minoranza) e nullatenenti (la stragrande maggioranza delle popolazioni, anche occidentali). Se volete una testimonianza su questo disastro sociale esente da qualunque sospetto di parte potete fare riferimento all’attenta analisi del fenomeno della disuguaglianza proposta da Giovanni Vecchi, professore di Economia all’Università Tor Vergata e autore del libro “In ricchezza e in povertà” Se volete qualcosa di più forte potete fare riferimento al rapporto Oxfam 2017 (l’Oxfam è il comitato no profit con sede a Oxford che si prefigge di combattere la fame nel mondo) dove si dice tra l’altro “l’82% dell’incremento della ricchezza globale, che e’ stata registrata nel 2017, e’ stata appannaggio dell’1% piu’ ricco mentre il 50% piu’ povero della popolazione mondiale non ha beneficiato di alcuna porzione di tale incremento”Gli economisti fuori dal coro esistono, basta cercarli, non sono dei pericolosi latitanti, sono studiosi di chiara fama che hanno scritto libri, pubblicato articoli, che insegnano nelle università, che partecipano (purtroppo raramente) a dibattiti. Ma ahimé non hanno visibilità, non vanno a “Porta a porta” da Vespa o a “8 e mezzo” dalla Gruber e nemmeno da Floris o da Formigli. Per ora sono condannati ad agire nell’ombra, non perché siano dei cospiratori, ma perché il cono di luce del pensiero dominante non ci pensa proprio ad illuminarli. Pensate a loro come ai carbonari nell’Italia risorgimentale…
Tra questi vorrei spezzare una lancia a favore di Nando Ioppolo, giurista ed economista morto prematuramente nel 2013, uno dei più lucidi studiosi e critici del pensiero economico neo-liberista e osteggiatore del pensiero unico economico. Dall’establishment viene sprezzantemente e spesso scorrettamente messa in dubbio l’esattezza delle sue affermazioni, per cui quello che possiamo fare è ascoltare con attenzione quello che ha detto nelle numerose interviste rilasciate e nei pochi pubblici dibattiti a cui ha partecipato. Non è difficile, non sto a incollare link, basta andare su youtube e digitare Nando Ioppolo. Poi facciamoci una nostra idea, verifichiamo con i mezzi e le conoscenze in nostro possesso l’attendibilità di quello che dice, dopodiché, se ne usciamo convinti, diffondiamo il suo pensiero. Oggi non servono atti di fede, non serve schierarsi a priori con un partito o con l’altro. Serve recuperare una propria autonomia di giudizio che ci aiuti a non dover bere il brodo di gallina che circola incontrastato. L’unica possibilità che c’è rimasta è quella della diffusione e condivisione del nostro pensiero ed almeno a questa non dobbiamo rinunciare


  
Dissonanza cognitiva        2 aprile 2018
paperino e i nipotini si apprestano a mangiare il tacchino

La dissonanza cognitiva è definita come la tensione o il disagio che proviamo quando abbiamo due idee opposte e incompatibili o quando le nostre credenze non corrispondono a quello che facciamo.
Per capire cosa sia la DISSONANZA COGNITIVA, concetto che viene dalla psicologia sociale ed elaborato verso la metà degli anni ’50, conviene rifarsi al suo contrario, la CONSONANZA COGNITIVA. Un individuo è emotivamente soddisfatto se attiva idee e comportamenti tra loro coerenti, al contrario si troverà in disagio se contemporaneamente vive situazioni contrastanti o anche soltanto se la rappresentazione della realtà che gli deriva dalla visione di qualcosa cozza con una visione differente o con un comportamento incoerente.
Più che la definizione lessicale l’immagine soprastante spiega meglio di qualsiasi parola cosa sia la dissonanza cognitiva: paperino e nipoti (ovvero animali umanizzati) siedono felici a tavola e si apprestano a mangiare il tacchino (ovvero un altro animale). E’ come se un umano coi suoi figli si apprestasse a mangiare a tavola un altro uomo cucinato al forno o sulla brace !
Questo tipo di dissonanza noi la induciamo sovente nei nostri figli, ai quali regaliamo animaletti di peluche da coccolare e portare a letto (orsetti, conigli, pulcini, ecc) e poi con disarmante disinvoltura presentiamo loro nel piatto gli stessi animali (purtroppo non di peluche) per farglieli mangiare.
Non lo facciamo per sadismo, ma perché la dissonanza cognitiva ci ha completamente sopraffatto e in una fetta di vitello o in una salsiccia non vediamo più l’animale da cui proviene quel pezzo di carne, ma solo una merce comprata al supermarket, al pari dei detersivi, dei legumi in scatola e dei biscotti per la colazione.
REIFICAZIONE DELL’ANIMALE  MORTO
La completa reificazione dei tagli commestibili di carne è stata compiuta dall’industria alimentare e la grancassa dei media  attraverso i messaggi pubblicitari allontana qualunque senso di colpa legato a possibili immagini cruente. Per un consumo ampio e a cuor leggero è necessario che il piatto di carne che mettiamo in tavola sia del tutto dissociato da eventi come l’uccisione di un vitello, lo scuoiamento, lo smembramento, il sangue che scorre.
Da questo punto di vista erano cento volte meglio le macellerie di una volta (nelle grandi città ne sono rimaste poche), dove era facile vedere quarti di bue appesi ai ganci, polli interi con l’occhio vitreo stesi su un banco e talvolta persino agnelli o capretti scuoiati. Almeno c’era meno mistificazione e in qualche modo dovevamo assumerci le nostre responsabilità…sto comprando pezzi di un animale ucciso per essere mangiato da me, questo il messaggio abbastanza esplicito che ci trasmetteva la vecchia macelleria.
Oggi moltissime famiglie mangiano carne e affettati tutti i giorni, e l’industria della macellazione, che va a braccetto con quella degli allevamenti intensivi, fa in modo che tutte le carni siano sempre presenti in abbondanza negli scaffali dei supermarket, confezionate nei loro vassoi di polistirolo e completamente dissociate dall’immagine dell’animale da cui provengono. Consideriamo però che non è stato sempre così.
DALLA FATTORIA AI LAGER DEL TERZO MILLENNIO
Agli albori della sua storia l’uomo consumava molto raramente carne, perché la cattura degli animali selvatici era difficile e rischiosa. Senza armi adeguate da usare a distanza, circondare e sopraffare la preda era impresa ardua. L’uomo era fondamentalmente un essere onnivoro, più raccoglitore che cacciatore. Frutta, bacche, semi e funghi facevano parte della sua alimentazione e avevano il vantaggio di poter essere consumati  senza la necessità di accendere e mantenere acceso un fuoco, mentre nel caso di una preda animale consumarla cruda senza cottura era davvero poco soddisfacente. *
Con la nascita dell’agricoltura e dell’allevamento (circa 10.000 anni A.C.) il consumo di carne non è molto aumentato. I così detti animali domestici erano molto più utili da vivi che da morti. Buoi per tirare l’aratro, mucche e capre per il latte, pecore per la lana, galline per le uova. Quindi l’uccisione di un animale domestico a scopi nutritivi avveniva con scarsa frequenza. Era un mondo caratterizzato dalla scarsità e dalla lotta per la sopravvivenza, per cui non ci si poteva permettere di sprecare.
Nel mondo ellenico e romano assistiamo ad un aumento del consumo di carne, ma riservato ai benestanti delle classi dominanti. Per ogni patrizio romano che poteva banchettare con dovizia di carni e pesci c’erano migliaia di servi e di plebei che la carne la vedevano raramente !Le cose sono andate più o meno così fino a tempi molto recenti.
LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE  E  L’INDUSTRIA ALIMENTARE
Un moderato aumento del consumo della carne si è avuto con la rivoluzione borghese (il quarto stato continuava a vederla di rado) ma la rivoluzione industriale ha cambiato velocemente e radicalmente la faccenda. Così come c’è stato il passaggio dalle manifatture alle grandi fabbriche, sul fronte alimentare c’è stato il passaggio dalle fattorie agli allevamenti su scala industriale.
Allevare, macellare, confezionare e vendere ad un’utenza allargata è diventato un affare di colossali dimensioni e ad alto rendimento. Il prezzo della carne macellata si è progressivamente abbassato (insieme alla qualità…) e il meccanismo della domanda e dell’offerta ha fatto sì che le tecniche di allevamento potessero modernizzarsi e fornire al mercato quantità enormi di carni da consumare.
Il must dell’imprenditore di carni è diventato:  intensificare la produzione > accelerare i tempi di crescita dei destinati alla macellazione > automatizzare nei limiti del possibile uccisione e smembramento > confezionare in modo pratico e consono all’esposizione della merce e al consumo
Per gli animali da allevamento sono cominciati gli anni del lager. Il modo con cui nella maggior parte dei casi gli animali vengono allevati e macellati è paragonabile allo sterminio di massa messo in atto da nazismo e stalinismo tra il 1940 e il 1953. L’unica differenza è che mentre il mondo è inorridito di fronte alle atrocità naziste e staliniste le odierne atrocità regolarmente praticate nei confronti di esseri viventi, esseri sensibili che soffrono, piangono e si disperano al pari degli umani, avvengono nell’indifferenza della stragrande maggioranza degli uomini, che in parte non sanno o fingono di non sapere, in parte giustificano questo attraverso il paravento ideologico dello specismo, o, nella migliore delle ipotesi, confinano l’evidenza di queste atrocità  in un angolo remoto della coscienza, talmente remoto da non provocare sensi di colpa. Tuttalpiù può affiorare qualche episodio di dissonanza cognitiva, come appunto dicevamo all’inizio, quando insegniamo ai nostri bambini ad amare gli animali e a rispettarli, ma poi glieli serviamo in tavola !
IL “CONFORTO” DELLA RELIGIONE
Non voglio aprire qui una lunga digressione se l’uccisione di animali sia consona all’indole umana. Credo che già prefigurare un’indole umana come entità assoluta sia una sciocchezza. Certamente all’alba della sua storia l’uomo è stato cacciatore per necessità e altrettanto certamente si è macchiato di delitti ingiustificati e non derivanti da uno stato di necessità, sia nei confronti delle specie animali, sia nei confronti della sua stessa specie. Pensiamo per esempio alla strage dei bisonti nell’America del Nord all’epoca della colonizzazione. Il bel film “Balla coi lupi” mette bene in evidenza la stupidità e la crudeltà di questo sterminio di massa.
Certo è che fin dagli albori della civiltà l’uomo ha sentito il bisogno di giustificare ideologicamente l’uccisione degli animali e a questo ha provveduto la religione. In tutte le religioni politeiste il sacrificium animale è presente come atto che si compiva per  ingraziarsi gli dei, per ottenere la loro benevolenza. Sacrificium viene da sacrum facere, ovvero fare qualcosa di sacro, qualcosa legato alla liturgia.
Si sacrificava ad esempio un agnello donandone il sangue a Zeus o ad Ares, ma poi le carni dell’animale sacrificato venivano tranquillamente cotte e mangiate. Gli dei greci e romani (ma anche quelli sunniti, persiani, egizi, ecc.) erano dei capricciosi e vendicativi, infatti non a caso erano dei antropomorfi, pensati ad immagine e somiglianza degli uomini, che li veneravano anche per giustificare gli aspetti meno nobili di se stessi. L’ipocrisia nell’antichità era già di casa…
Ma sacrificare e sacrificarsi vuol dire anche rinunciare, perché a volte a Dio si donava la vita di un animale che ci era caro o che ci era più utile da vivo. Per avere un fulgido esempio di questo si pensi all’episodio biblico (antico testamento) di Abramo e Isacco. Dio per mettere alla prova l’ubbidienza di Abramo (si noti la sadica crudeltà del dio ebraico…) gli chiede di sacrificargli l’amato figlio Isacco ed Abramo è pronto a farlo e sta per compiere il sacrificio sgozzando il figlio, ma viene fermato all’ultimo istante dall’intervento dell’angelo che gli concede di sostituire Isacco con un agnello.
Quest’ultimo passaggio ci porta direttamente all’”agnus dei” l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo (agnus dei qui tollis peccata mundi misrerere pro nobis – agnello di dio che cancelli i peccati del mondo abbi pietà di noi). Siamo alla messa cristiana, siamo al Vangelo e l’agnello sacrificale si è umanizzato nel Cristo che si sacrifica sulla croce per salvare l’umanità. In realtà andrebbe raccontata diversamente, ovvero che gli uomini del suo stesso popolo decretano con grande disinvoltura la morte e la crocifissione di  Gesù, alla stregua di come farebbero con un agnello.
Non è cinismo, è solo la dimostrazione che la crudeltà umana può esercitarsi alla stessa stregua contro gli animali e contro altri uomini. L’unica differenza è che mentre i delitti contro l’umanità sono per lo più  perseguiti dalla legge e stigmatizzati dalla religione, i delitti contro gli animali vengono socialmente accettati e colpevolmente giustificati dalla religione.
La chiesa cattolica è sicuramente in prima fila nel giustificazionismo delle crudeltà e dei delitti verso gli animali. Infatti  il “Catechismo della chiesa cattolica “ recita testualmente al punto 2417 “ Dio ha consegnato gli animali a colui che egli ha creato a sua immagine. [294]  È dunque legittimo servirsi degli animali per provvedere al nutrimento o per confezionare indumenti. Possono essere addomesticati, perché aiutino l’uomo nei suoi lavori e anche a ricrearsi negli svaghi. Le sperimentazioni mediche e scientifiche sugli animali sono pratiche moralmente accettabili, se rimangono entro limiti ragionevoli e contribuiscono a curare o salvare vite umane.”
Sono parole molto chiare che testimoniano senza possibilità di errore che la dottrina cristiano-cattolica è alla base dello Specismo. Per la chiesa  gli uomini in quanto dotati dell’anima e fatti a immagine e somiglianza di Dio possono decidere le sorti delle altre specie viventi !
L’unico elemento in contrasto con questa dottrina dominante è la figura di San Francesco, la cui iconografia ce lo presenta sovente circondato da animali in atteggiamenti affettuosi. Ma da qui a concedere agli animali lo stesso diritto alla vita il passo è lungo… Insomma, a meno di difficili cambiamenti nella dottrina da parte del Papa che a Francesco si richiama (“è contrario alla dignità umana far soffrire inutilmente gli animali e disporre indiscriminatamente della loro vita”, sono parole di Papa Francesco), , per tutti gli animali di questa terra… il paradiso può attendere !
P.S.1  L’idea di scrivere  questo articolo mi è venuta dalla lettura di “Il genocidio animale colluso con la cristianità” di Roberto Contestabile, che potete leggere sempre su questo blog https://www.decrescita.com/news/genocidio-animale-colluso-la-cristianita/
P.S.2  Ho postato questo mio contributo qui perché ho la presunzione di credere che i fautori della Decrescita siano  sensibili a questi  temi più di altri.
* Per un un’infarinatura sull’alimentazione nella preistoria può essere utile la lettura di un articolo divulgativo a cura del Ministero per i Beni e le Attività culturali rintracciabile a questo link http://www.beniculturali.it/mibac/multimedia/MiBAC/minisiti/alimentazione/sezioni/origini/articoli/preistoria.html


  
Hybris e fabbisogno energetico  5 giugno 2013   3160
quadro che raffigura uomini con le ali mentre precipitano

L’Hybris nel pensiero classico ellenico è la tracotanza, la dismisura, il superamento del limite indotto dalla superbia o dall’eccesso di egoismo. Come intuibile, l’individuazione dell’hybris come caratteristica dell’animo umano è un concetto etico-folosofico, che affonda le sue radici nella mitologia classica. Vedremo tra breve come e perché l’hybris fu stigmatizzata da filosofi e pensatori ellenici. Ma questo mio intervento sull’hybris ha altre motivazioni, che trascendono l’analisi storico-filosofica. Se la dismisura (chiamiamola così l’hybris d’ora in avanti) è per così dire connnaturata all’animo umano (ma faremo meglio a dire connaturata a the dark side of the human nature) è fuor di dubbio che la dismisura è stata sdoganata come elemento negativo e reintegrata come uno dei possibili comportamenti dell’uomo in epoca recente, ovvero in epoca capitalistica e liberista, dove intraprendenza, senso spregiudicato degli affari, soddisfazione illimitata di voglie e bisogni, sono stati visti come valori positivi, utili all’affermazione personale e al successo.
In questa visione faziosa tutta la saggezza del pensiero classico è stata bellamente bypassata e forse, più o meno consapevolmente, perfino derisa.
C’è un argomento, anzi diciamo pure un’urgenza, che mi induce a parlare di dismisura e a riattualizzare la tematica dell’Hybris. Quest’argomento è l’emergenza ambientale, correlata come vedremo al fabbisogno energetico. La quota sempre crescente, “smisurata”, di consumo energetico pro-capite è opportuno considerarla alla luce del secondo principio della ternodinamica, ossia quello che ci porta a ragionare, volenti o nolenti, di entropia e delle conseguenze pratiche, per il futuro dell’umanità, di un’accelerazione entropica. Cercheremo di spiegare, ma prima l’Hybris.
Nella mitologia greca, a cui attinge Esiodo e la poesia tragica, l’hybris è vista come l’origine della tragedia umana. La tracotanza e la superbia, invise agli dei, portano l’umanità alla rovina e ad un destino di sofferenza e di dolore. La massima delfica “nulla di eccessivo”, viene contraddetta dall’hybris che condanna l’uomo ad un destino di solitudine ed isolamento, perché perseguendo l’eccesso si è esposto alla vendetta divina.  A differenza del biblico peccato originale, anch’esso una forma di superamento del limite imposto da Dio all’uomo, la hybris greca non macchia indistintamente e indelebilmente tutti gli uomini dalla loro nascita, obbligandoli a confidare per il proprio riscatto  in un intervento divino, ma rappresenta piuttosto un pericolo sempre in agguato nella natura umana che ogni singolo uomo deve contrastare con le sue sole forze.
La grandezza dell’eroe greco sta così nella sua vittoria sulla hybris, nella sua rinuncia consapevole a voler essere troppo grande, nel suo sapersi arrestare una volta giunto al fragile e talvolta indistinto confine delle possibiità dell’agire umano.
Campioni di dismisura, nella mitologia classica, sono ad esempio i centauri che nel banchetto di nozze di Piritoo, guerriero del popolo dei Lapiti, ebri di vino tentano di stuprare la sposa Ippodamia e le altre donne, scatenando la Centauromachia, la battaglia fra uomini e centauri, celebrata nei fregi del tempio di Apollo ad Atene (ed anche in numerose pitture e decorazioni di vasi).La sconfitta dei centauri da parte dei Lapiti simboleggia il trionfo della consapevolezza e della misura sulla barbarie più sfrenata e selvaggia. (fonti molteplici, tra cui il sito parodos.it)
La hybris nel pensiero classico è percepita come debolezza universale dell’umanità, segno evidente della vulnerabilità e predisposizione all’errore dell’animo umano. La hybris caratterizza nell’Odissea il comportamento dei Proci; neí Persiani di Eschilo porta alla rovina Serse; nell’Aiace di Sofocle è la causa della rovina del protagonista, Bellerofonte, che cerca di salire fino al cielo per carpire a Zeus i segreti dell’universo.  Non a caso al termine hýbris viene spesso associato, come diretta conseguenza, quello di “némesis”, ossia “vendetta”, “ira”, che indica la punizione giustamente inflitta dagli dei a chi si macchia di tracotanza.
All’hybris si contrappone la Frugalità (qui l’etimo è latino: frugalitas, da frux = frutto della terra) che indica il sapersi accontentare e godere di cose semplici, nel cibo come nella vita in genere, perseguendo il necessario e disinteressandoci del superfluo. Orazio, il celebre autore delle satire, ci ha lasciato un esempio di frugalità descrivendo la propria casa di campagna parva sed apta mihi (piccola ma sufficiente per me). La frase piacque molto all’Ariosto che la fece scolpire all’ingresso della sua casa di Ferrara
Da questa digressione sui miti ellenici dovrebbe essere emerso con chiarezza che:
– l’hybris è connaturata all’animo umano, ma non per questo va giustificata
– esistono dei limiti che è opportuno osservare, non per sottomissione, ma per saggezza, per vivere meglio in sintonia con la natura, con la condizione umana e col mondo assegnato agli uomini
Certamente la dismisura è affiorata in ogni epoca e sempre sono stati registrati casi di eccesso, nel comportamento, nell’accumulo di ricchezza, nei costumi.
E’ però con l’avvento dell’era industriale, della meccanizzazione, del “benessere” diffuso e del consumismo che la dismisura diventa per così dire un comportamento pubblico, uno stile di vita condiviso e auspicato. Nel desiderare le merci simbolo del benessere, nella ricerca ossessiva della crescita dei propri beni materiali (oggetti, automobili, case, conto in banca) manifestiamo la dismisura senza più alcuna reticenza.
La crtica a questo modello potrebbe facilmente essere tacciata di moralismo e già sento le voci di coloro che invocano la piena libertà nelle scelte di vita individuali, se non fosse che la dismisura si applica pienamente anche al consumo di energia ed a questo punto il discorso diventa pubblico, per via delle inevitabili conseguenze a carico del futuro dell’umanità tutta. La dismisura in questo ambito diventa un problema sociale, che andrebbe affrontato non solo dai singoli, ma anche e soprattutto dai governi e dalle istituzioni. Vediamo perché.
Tutta la produzione di energia avviene mediante generazione di calore. Che sia la combustione di petrolio, gas o carbone a produrla, che siano le centrali nucleari il risultato è sempre lo stesso. Una parte del calore prodotto va dissipato, ovvero disperso nell’atmosfera in modo irrecuperabile. Lo afferma con certezza il secondo principio della termodinamica, il cui corollario spiega che non possono esistere macchine termiche con un rendimento pari al 100%.
La quantità di calore disperso, ovvero la quantità di energia non più disponibile si chiama entropia e purtroppo ogni sistema chiuso, e il nostro pianeta lo è, tende a raggiungere la massima entropia. Allo stato di massima entropia un sistema raggiunge la “morte termica”
Nel caso della terra il cammino verso la massima entropia è lentissimo, o meglio faremmo bene a dire “era lentissimo”, perché da quando si è ricorso in modo massiccio alla combustione per ottenere energia, la quantità di energia dissipata in forma di calore ceduto all’ambiente è cresciuta vertiginosamente. Come forma di energia pulita esistono il solare, l’idroelettrico e l’eolico, che, come tutti sanno, ad oggi coprono una parte irrilevante del fabbisogno energetico.
Inoltre non facciamoci trarre in inganno. Anche la costruzione di pannelli fotovoltaici, di pale eoliche e di centrali idroelettriche comportano impiego di lavoro e di energia, che da qualche parte bisognerà pure andare a prendere.
Nella produzione di energia mediante combustione c’è un’ulteriore controindicazione: la messa in circolo nell’atmosfera di quantità rilevanti di CO2 (anidride carbonica), il gas principale responsabile dell’effetto serra, ovvero del surriscaldamento del pianeta. E’ opportuno chiarire che l’effetto serra di per sé è un fatto naturale e positivo che ha permesso la nascita della vita sulla terra temperandone il clima. Il male sta in un eccesso di effetto serra indotto recentemente dall’attività umana, con relativo surriscaldamento del pianeta.
Ma di quanto è cresciuto il fabbisogno energetico negli ultimi anni ?
All’inizio del Novecento i consumi energetici mondiali erano di circa 1 Gtep (gigatep, unità di misura del consumo energetico in macroeconomia. Il tep è l’equivalente dell’energia che si otterrebbe dalla combustione di una tonnellata di petrolio. Un gigatep è un miliardo di tep), oggi sono di quasi 13 Gtep.  Tra il 1900 e il 1973, anno del primo shock petrolifero che ha segnato una svolta nel settore energetico, il consumo è aumentato di 6,4 volte,  mentre tra il 1973 e il 2008 il consumo è poco più che raddoppiato.
Poiché nel medesimo periodo la popolazione è cresciuta di circa quattro volte, passando da 1,65 miliardi a quasi 7 miliardi, il consumo energetico pro capite è circa triplicato, passando da 0,6 a 1,9 tep/pc, a testimonianza dell’aumento del benessere individuale. Rimangono tuttavia grandi disparità. Nei paesi ricchi vivono circa 1,2 miliardi di persone, che rappresentano meno del 18% della popolazione mondiale, ma consumano il 44% dell’energia totale, cioè gli abitanti di questi paesi hanno un consumo pari a 2,5 volte la media mondiale (fonte Treccani.it).
In sintesi da 50 anni a questa parte stiamo facendo di tutto per accelerare il raggiungimento del limite entropico, ovvero l’esatto contrario di ciò che sarebbe saggio fare, cioè rallentare al massimo il cammino dell’entropia. Obbiettivo questo ottenibile con una sinergia di comportamenti virtuosi, che vanno dalla ricerca in macchinari termici a bassissima dispersione (e questo in parte viene fatto), allo sviluppo di fonti energetiche alternative alla combustione fossile (e questo invece viene fatto pochissimo).
Ma soprattutto occorrerebbe ridimensionare il fabbisogno energetico, in primis dei paesi sviluppati. E questo non viene fatto per niente, perché un ridimensionamento del consumo pro-capite di energia può passare solo attraverso una presa di coscienza della dismisura in campo di fabbisogno energetico.
E’ difficile di questi tempi spiegare alla gente che era più salutare il modello esistenziale dei primi anni ’60, con case più fredde d’inverno e meno “raffreddate” d’estate, con meno automobili circolanti, senza climatizzatori, con frigoriferi più piccoli riempiti solo con l’indispensabile (meno surgelati, meno packeging, più prodotti freschi). Scegliere di vivere con meno energia comporta una vera e propria rivoluzione culturale e sarebbe ingiusto ed illusorio affidarla ad una presa di coscienza individuale.
Esistono al contrario preoccupanti segnali di una crescente indifferenza (vogliamo chiamarla sottovalutazione?) rispetto ai problemi ambientali creati dal consumo di energia.
L’ultimo vertice europeo di Bruxell (22 maggio 2013) si è svolto nella quasi totale indifferenza ai problemi del clima e del riscaldamento del pianeta. L’attenzione è stata tutta riposta alla necessità di far ripartire la crescita, ricorrendo anche in Europa allo sfruttamento del gas di scisto, così come stanno già massicciamente facendo gli Stati Uniti. (per inciso i danni collaterali della combustione del gas di scisto non sono inferiori a quelli della combustione del petrolio o del carbone).
Sull’indifferenza ai problemi climatici ha scritto bene recentemente anche il giornalista economico Martin Wolf (Financial Times), che in due articoli apparsi rispettivamente il 15 e il 22 maggio spiega perché il mondo si sta avviando verso il caos climatico e perché “gli scettici del clima hanno già vinto”.
“L’umanità ha deciso di guardare da un’altra parte e lasciare che i pericoli concreti e presenti dei cambiamenti climatici crescano.” Questa l’amara apertura del suo secondo articolo, che Wolf cerca poi di mitigare individuando possibili correttivi, ispirati da un salutare “riformismo energetico” al quale però non sembra credere lui per primo.
La realtà è che se già era difficile far valere la sensibilità ambientale prima della crisi economica, ora l’imperativo della crescita fa passare tutto in secondo piano
E vorrei concludere con un tocco di scaramantico catastrofismo:
– 20 maggio 2013: tornado (tromba d’aria) ad Oklaoma City
In questo caso la tromba d’aria è stata sia di dimensioni che di potenza eccezionale. E’ stato calcolato infatti che la tromba d’aria, larga circa due chilometri (normalmente le trombe d’aria sono molto più piccole), potrebbe aver raggiunto forza 4 nella scala Fujita (che va’ da 1 a 5). Ciò significa che i venti circolari che formano la tromba d’aria possono aver raggiunto la velocità di 200 miglia orarie (circa 320 km/ora). A questa velocità i venti sollevano agevolmente qualunque cosa che incontrano nel loro percorso, scagliandola poi con inaudita potenza contro tutto quello che si para davanti.
Già, ma queste cose qui da noi non succedono. O no?
– 28 novembre 2012: Tromba d’aria a Taranto
Una tromba d’aria mai vista, ha puntato il porto industriale di Taranto ed ha alzato ingenti materiali dal terreno…Ha poi proseguito la sua corsa devastando ciò che trovava lungo il suo percorso.
L’economista rumeno Nicolas Georgescu-Roegen, fondatore della bioeconomia e della decrescita, conclude la sua postfazione al libro “Entropia” di Jeremy Rifkin indicandoci il seguente “…comandamento impostoci dal presente momento di svolta nella vita dell’umanità sul pianeta: Ama la specie tua come te stesso!”


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