D come… “disinteresse” politico

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lumacaNel mese di aprile, un amico iscritto al Partito Democratico mi ha proposto di scrivere un articolo per il sito Stile Democratico www.stiledemocratico.it, una testata on line gestita da giovani del PD.
Pur prendendo le distanze dalla mia posizione decrescentista, la redazione del sito proponeva, nella premessa al mio articolo, l’apertura di un dibattito, se non sulla decrescita, almeno in merito alla sostenibilità dello sviluppo.
L’invito, è un peccato doverlo constatare, è pressoché caduto nel vuoto. Questo fa tanto piu’ riflettere se si pensa che l’articolo poteva essere lo spunto per trattare argomenti urgenti e fondamentali fra persone che, in potenza, potrebbero esprimere la classe politica e dirigente futura del Paese.
Di seguito trovate cio’ che scrissi ed il link di pubblicazione.

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” Qualche giorno fa, un amico di vecchia data mi ha chiesto di scrivere per questo sito a proposito di decrescita. Non potevo rifiutarmi, soprattutto in virtu’ di ricordi condivisi a proposito di macchine stracolme di panettoni da rivendere per far del bene.

Anche la decrescita ha a che fare col bene, col bene proprio e col bene comune.

Negli ultimi anni la crisi ha investito tutti e tutti i settori della vita. È in crisi il modello stesso di crescita e sviluppo sin qui perseguito (capitalismo, consumismo, misuratori economici) ed anzi da questo modello la crisi nasce e travolge come un’onda di piena tutto il resto.

Noi sostenitori della decrescita crediamo che si tratti di una crisi irreversibile e crediamo inoltre che sia necessario smettere di negare le evidenze continuando a teorizzare sovraproduzioni di beni in un contesto di logica perversa che identifica nel sistema lavoro-consumo-lavoro la via di salvezza.

Eppure non siamo affatto dei disfattisti: crescita economica e benessere non sono intrinsecamente collegati; ed é facilmente dimostrabile quanto, al contrario, smettere di correre per produrre di piu’ “senza se e senza ma” possa farci recuperare una migliore qualità della vita.

Badate bene, io non sono una teorica della decrescita (1); tuttalpiu’ potrei definirmi un’apprendista praticante, per cui tralascio volentieri i dibattiti semantici in proposito. Non voglio addentrarmi in massimi
sistemi, bensi’ far capire quello che cerco quotidianamente di mettere in pratica: la “decrescita felice“, cioé quella decrescita consapevolmente scelta che prevede la selezione di cio’ cui siamo disposti a rinunciare senza peggiorare la nostra qualità di vita (anzi).

Sono una donna e una madre, so per certo che chiunque vuole il proprio bene e quello delle persone cui vuole bene. Eppure spesso si sbaglia e si ritengono importanti cose che non lo sono, perché non esiste bene possibile e sostenibile per l’essere umano che non contempli l’armonia dello stesso con l’ambiente che lo circonda.

Lavoriamo dieci ore ed affidiamo i nostri vecchi e i nostri bambini ad estranei. Compriamo playstation di ultima generazione che intrattengono i figli per evitare di doverli gestire, e rispondiamo loro con grugniti nervosi le poche
ore che siamo a casa. Ci é stato insegnato che non sono possibili altri modi di vivere: bisogna lavorare, e molto, perché se lavoro produco qualcosa che si vende, facendo crescere il PIL; lo stesso stipendio che percepisco fa crescere il PIL; la retta dell’asilo nido, o la paga della baby sitter o della badante fanno crescere il PIL; l’acquisto della playstation fa crescere il PIL…

E nel frattempo mangiamo e respiriamo schifezze, finanziamo le lobby della droga e delle armi, contribuiamo a far lievitare il prezzo del petrolio rendendoci complici di sanguinosi conflitti, sfruttiamo i Paesi piu’ poveri del mondo.

Pensate per un attimo ad uno stile di vita completamente differente: una donna che si gode la crescita del suo cucciolo; che mette a disposizione del vicinato la sua abilità di sarta o di cuoca e ne riceve in cambio frutta e verdura di propria produzione, o altro genere di bene. Praticamente nessun impatto sul PIL, eppure sarebbe una vita qualitativamente migliore rispetto a quella di molti di noi. Ed é possibile, oh se é possibile: conosco gente che vive cosi’, oggi, in Italia, nel 2013. Gente che nemmeno un po’ contribuisce alle drammatiche conseguenze di cui sopra, e limita il proprio impatto sul nostro Pianeta (sapevate che stiamo consumando come se avessimo due pianeti Terra? Nel 2050 consumeremo come se ne avessimo 3 e ne abbiamo uno solo!).

Tra esempi opposti vi sono, come sempre, mille alternative non integraliste; cosi’ come esistono lavori retribuiti in perfetta linea con la cultura della decrescita. Insomma, un po’ di decrescita é praticabile alla realtà di ognuno di noi.

Esistono poi degli aspetti sociologici drammatici derivati da questa ricerca spasmodica di crescita
economica: oggi le persone si identificano col proprio lavoro a tal punto che, nel momento in cui esso viene negato, arrivano a togliersi la vita. Noi non siamo il nostro lavoro (almeno non solo). A questo proposito trovate alcune mie considerazioni sul Decrescita Felice Social Network fondato da Simone Zuin, di cui sono redattrice (2).

Ecco cos’é la decrescita: un termine magari discutibile, ma che nasconde un significato considerevole. E’ uno stile di vita, uno stile di vita che puo’ e deve diventare un progetto politico, la strada per uscire dalla crisi.

Rosanna Napoli

(1) cfr. Wikipedia: Serge Latouche, Maurizio Pallante.

(2) Potete trovare qualche mio contributo (ricerca per autore) e quelli di molti altri piu’ preparati sostenitori della decrescita, sul Decrescita Felice Social Network www.decrescita.com.”
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Fonte: http://www.stiledemocratico.it/decrescita-come-stile/?replytocom=64

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