Il triste paradosso del ‘non necessario’

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Per la seconda volta di seguito (vedi articolo precedente a questo), mi trovo a solidarizzare con un medico coinvolto nella lotta all’attuale pandemia da Covid-19, riconoscendovi molto somiglianze con alcune istanze della causa ecologista. Questa volta trattasi di Massimo Galli, primario di Malattie infettive al Sacco di Milano, che il 18 ottobre ha dichiarato pubblicamente: “Il non necessario a breve andrà tolto”, nel tentativo di arrestare la drammatica ascesa della curva dei contagi.

In molti, imitando il medesimo atteggiamento di chi contesta la condanna del consumismo per gli sprechi e gli oneri ambientali che comporta, hanno replicato sdegnosamente tacciandolo di moralismo e autoritarismo strisciante (le medesime accuse rivolte ai fautori della decrescita e a chi punta il dito contro lo spreco). Di quale autorità si può ammantare costui per decidere che cosa sia essenziale o meno per l’esistenza altrui?

Non conosco personalmente il dottor Galli, immagino però che non nutra tentazioni savonarolesche-maoiste e che immagini rinunce del tutto ragionevoli e sostanzialmente condivisibili. Quello però che gli sfugge (a lui così come a tanti ecologisti riguardo al consumismo) è che tale ragionevolezza si scontro con la razionalità di fondo del sistema in cui viviamo.

In una società occidentale avanzata, terziarizzata o postindustriale (scegliete voi l’etichetta preferita), la quota più considerevole del PIL deriva da turismo, servizi ricreativi e alla persona, nonché da tante altre attività obiettivamente ‘non necessarie’, ma senza le quali l’economia si paralizza, quindi povertà e disoccupazione diventano dilaganti, ragion per cui il lockdown primaverile si è rivelato tanto devastante e si cerca adesso di evitarlo in tutti i modi.

Come se non bastasse, il ‘non essenziale’ è fondamentale per la coesione di una società dilaniata da forti squilibri e crescenti disuguaglianze. Copio pari pari quanto scritto nel mio ultimo articolo su DFSN, in quanto perfettamente riproponibile (anzi, ora più di prima) nel momento in cui si parla ad esempio di misure come lockdown eccetto che per andare al lavoro, da aggiungersi ai coprifuoco notturni e alle altre restrizioni già in vigore:

 

Forse Marcuse ha un po’ forzato la mano con la visione dell’uomo a una dimensione – vittima di una società falsamente libertaria che appiattisce l’uomo al ruolo di consumatore, euforico e ottuso, la cui libertà consiste solo nel scegliere tra molti prodotti diversi – ma non più di tanto. Sicuramente, siamo in presenza di un sistema che legittima il suo autoritarismo-totalitarismo strisciante attraverso l’elargizione di comfort e la ricompensa edonistica, di cui gli spensierati e ora tanti biasimati frequentatori della movida hanno sempre rappresentato i cittadini ideali.

 

Quella che qualcuno chiama insensatamente ‘dittatura sanitaria’ non è altro che la natura del sistema quando per qualche ragione rimuove la propria maschera disneyana. Per fare il verso a Latouche, forse non c’è nulla di peggio di una società del comfort e dell’edonismo senza comfort ed edonismo, quindi il ‘non essenziale’ diventa imprescindibile, con buona pace degli ecologisti e dei medici.

La situazione sarebbe radicalmente diversa, sia per l’ecologia che per la lotta alle pandemie, se non vivessimo in una società basata sul ‘non necessario’ (dove il ‘non necessario’ ovviamente c’è, semplicemente non costituisce le fondamenta del legame sociale): ma trattasi di un pensiero paradossale, perché una società del genere con ogni probabilità non si sarebbe mai ficcata in certi problemi ecologici e sanitari.

 

 

 

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Igor Giussani
Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

4 Commenti

  1. Caro Igor, questa volta non ti capisco. Solidarizzi con Massimo Galli (persona degnissima e di grande buon senso), ma poi ne rilevi la contraddizione con la razionalità di fondo della società in cui viviamo (la rinuncia al non essenziale in una società basata sul superfluo). A me sembra che non ci debba fregare niente se l’eliminazione del non essenziale comporta il crollo dell’attuale sistema economico. Magari ! Tanto più che il non essenziale e un privilegio di pochi, c’è una fetta molto rilevante della popolazione mondiale che al non essenziale ha dovuto rinunciare da un pezzo e può solo rosicare guardando i pochi che ne fanno ampio uso.

    • Il mio discoros non è di tipo morale, semplicemente cerca di spiegare perché trovano difficoltà i discorsi più o meno validi che siano basati sulla rinuncia al non necessario. Poi ognuno può tifare come meglio crede ma ciò non cambia l’ordine di difficoltà.

  2. Ricordo che quando avevo 13-14 anni ero tifoso della squadra di calcio del mio paese. Ricordo che mi facevo una domanda ben precisa: mi chiedevo come fosse la vita delle persone non tifose!
    La risposta che davo è che era una vita vuota, senza senso. In seguito, da adulto non ho tifato per nessuna squadra e adesso trovo fastidioso che si occupano degli spazi radiofonici o televisivi per trasmettere partite di calcio o le tappe del giro di Francia e d’Italia o altri eventi sportivi.
    Voglio dire che per certe persone il tifo per una squadra di calcio è una ragione di vita: sulle mura dello stadio dell’Atalanta (o del Bologna) c’è scritto “Dal 1909 è una fede!”. Così avviene per quelle persone che praticano l’alpinismo oppure amano andare in barca a vela oppure amano andare a pescare: queste attività, per coloro che le praticano sono una ragione di vita. Ho visto le reazioni che ci sono state quando su questo e su altri blog ho affrontato il problema degli animali da affezione.
    “E’ che i problemi non li vogliamo vedere finché non ti arriva il morto in casa!” dice Luca Mercalli in una intervista (al seguente indirizzo https://www.unionemonregalese.it/2020/10/03/alluvione-piemonte-2020-intervista-a-luca-mercalli/?fbclid=IwAR0b4zLmB8Mg9lLgvvBjOIwWq6ixGVXRd4P4bVGp4T6qmw3kO6GHbbNpzx8 )….e, aggiungo concludendo, che quando avremo il morto in casa, quando avremo l’acqua alla gola, allora ci scanneremo per decidere ciò che è superfluo e ciò che è essenziale, perché avverrà che ciò che è superfluo per uno sarà essenziale per un altro e viceversa.
    Cordiali saluti
    Armando

    • Ciao Armando,
      questa è un’altra constatazione di carattere morale che non c’entra molto con il succo dell’articolo. Il problema è se il potere che vanta sua legittimità quando somministra/promette Disneyland può farlo ancora dopo che indossa la maschera feroce con i morti in casa

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