La decrescita come contro-potere sociale

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Qualche settimana fa, Manuel Castelletti ha scritto un articolo per DFSN dal titolo emblematico L’unica vera forma di decrescita possibile è quella individuale. Manuel, senza troppi fronzoli, ha presentato una delle due posizioni fondamentali sull’implementazione della decrescita, quella per cui “gli unici che possono fare qualcosa per invertire tutto questo ed evitare il peggio per sé, i propri figli e il proprio pianeta sono i singoli individui, i liberi pensatori, in poche parole gli uomini e le donne che hanno conservato ancora qualcosa di ‘umano’. L’unica vera forma di decrescita che ritengo possibile è quella a livello individuale o di piccoli gruppi di ‘illuminati’, perché la decrescita presuppone un certo livello di consapevolezza, che l’umanità sembra aver smarrito in questa folle corsa verso la propria distruzione”. Tale visione è sostanzialmente condivisa dal Movimento per la Decrescita Felice, da Maurizio Pallante e  Paolo Ermani.
Il laboratorio politico Alternativa, presieduto da Giulietto Chiesa, ritiene invece che la decrescita debba consistere in uno sforzo concordato tra società e Stato; e in un’intervista concessa a Lettera43, Latouche, dopo aver espresso alcune considerazioni abbastanza benevole nei confronti dell’estrema destra, sostiene che per attuare la decrescita può andar bene anche “una politica che corrisponde al bene comune, alla volontà popolare, anche se si tratta di una dittatura o di un dispotismo illuminato”.
Il terreno comincia a farsi minato: da una rivendicazione quasi in spirito anarchico, si passa bruscamente a ipotesi più ‘burocratiche’ se non apertamente autoritarie. E il banner pubblicitario di Forza Nuova sul mio profilo Facebook che mi invita a votare un programma basato “sulla sovranità monetaria, la lotta alle delocalizzazioni e il rilancio dell’agricoltura” mi fa capire che urge quanto mai distinguere la paglia dal fieno (e nel caso mi leggesse qualche dipendente di Facebook, magari è il caso di dare anche una ricontrollata ai software per il marketing individualizzato, e non solo per quanto concerne le mie presunte simpatie per il neofascismo).
Senza scadere nell’ideologismo, bisognerebbe banalmente chiedersi se il moderno Stato centralizzato, cioé quel soggetto politico nato in Europa tra il XIV e il XV secolo, sia compatibile o meno con la decrescita. Non si tratta assolutamente di un discorso ozioso, dal momento che le sue origini sono strettamente legate alla nascita della società della crescita successiva alle grandi conquiste geografiche; senza lo Stato centralizzato non sarebbero stati possibili il mercantilismo, il fenomeno delle enclosures, il liberismo, il keynesismo, il neoliberismo e neppure il socialismo reale e i vari ‘miracoli economici’ asiatici; senza avallo dello Stato ben difficilmente sarà attuabile la green economy o le varie declinazioni dello sviluppo ‘durevole’ o ‘sostenibile’. Un ridimensionamento dell’economia, come prospettato dalla decrescita, andrebbe di pari passo con quello del potere politico, tutto questo nell’epoca in cui oramai si teorizza la ‘post-democrazia’ come fine della sovranità popolare in favore dell’oligarchia di potentati politici ed economici, dove il lobbysmo ha raggiunto livelli tali che i ristretti consigli di amministrazione di aziende transnazionali costituiscono i veri gangli del potere. Se poi aggiungiamo anche le degenerazioni in senso elitario della politica – credo sia superfluo ricordare gli scandalosi privilegi della famigerata ‘casta’ – ogni diffidenza nei confronti delle istituzioni è assolutamente giustificabile.
D’altro canto, le soluzioni basate esclusivamente su azioni a livello individuale o comunitario suonano se non proprio velleitarie quantomeno insufficienti. Come sviluppare l’utopia concreta della decrescita qui ed ora sotto il giogo della crisi economica, dei delicati equilibri internazionali, delle guerra, delle istituzioni nazionali e transnazionali? Contro tutto questo basterebbe trasformarsi in una nazione di downshifter (ammesso che venga concessa questa possibilità)? Probabilmente no.
Il problema è altamente complesso  e non esistono quindi soluzioni semplicistiche. Possiamo però provare ad abbozzare delle ipotesi, e in questo ci può tornare di aiuto Latouche, che in una intervista successiva a quella a Lettera43 non solo è ‘rinsavito’ da certe prese di posizione ambigue ma ha addirittura evoluto la sua concezione della decrescita, che  ha ridefinito da progetto politico a contropotere sociale; personalmente trovo questa nuova elaborazione molto convincente.
I nove punti del programma politico della decrescita restano validi (qui per chi non li conoscesse) in particolare se integrati con la lotta alla privatizzazione dei beni comuni; ma queste azioni non rappresentano più ‘la decrescita’ in sé – e infatti potrebbero essere condivise anche da persone di sensibilità molto differenti –  bensì un humus fecondo su cui porre i semi per la sua diffusione (1).
La decrescita vera e propria assurge invece a  contro-potere democratico inteso come processo comunitario di riconciliazione con la natura, che favorisca la libertà e l’autonomia dei cittadini riducendo le differenze politiche, economiche e sociali; del tutto a ragione  Pallante la ritiene un distacco sia dal mercato sia dallo Stato, e potrebbe anche configurarsi come un rimedio contro l’invadenza della biopolitica (2) focaultiana. Riutilizzando una frase di Gustav Landauer riguardo l’anarchismo, la decrescita è “la realizzazione e la ricostituzione di qualcosa che c’è sempre stato e che esiste parallelamente allo Stato, benché sepolto e straziato” e che quindi non può svilupparsi per opera dello Stato.
La mera speculazione teorica diventa questione strettamente pratica. Se la via della decrescita non passa per lo Stato, le politiche per la decrescita inevitabilmente incontrano sul loro cammino le istituzioni politiche ed economiche esistenti. Siccome l’obiettivo finale non è un’illusoria presa del potere di bolscevica memoria, restano sostanzialmente due opzioni tra loro complementari: un atto di consapevolezza di tipo zapatista-gandhiano, oppure un’azione ‘lillupuziana’ per imbrigliare il Leviatano del potere e costringerlo a sempre maggiori concessioni.
Cerchiamo quindi di non concentrare la nostra attenzione solo laddove può arrivare la salvezza, cioé noi e le comunità più o meno grandi attorno a noi, ma anche – e forse soprattutto, almeno in questa fase storica – laddove, molto più lontano, può sopraggiungere il disastro definitivo.

(1) Curiosamente il Movimento 5 Stelle, ossia l’unica formazione politica che presenti nel suo programma – alla cui stesura ha collaborato anche Maurizio Pallante – delle proposte ispirate alla decrescita, evita accuratamente di nominarla. Ciò sembra rafforzare l’idea che la decrescita non sia una categoria politica (a differenza ad esempio della ‘sostenibilità’) e ne spiegherebbe il suo carattere di parola tabù nel dibattito politico anche più radicale ed eterodosso.

(2) Per Foucault la biopolitica è il terreno in cui agiscono le pratiche con le quali la rete di poteri gestisce le discipline del corpo e le regolazioni delle popolazioni. È un’area d’incontro tra potere e sfera della vita, che si realizza pienamente nell’epoca capitalista.

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Igor Giussani
Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

9 Commenti

  1. Il mio scetticismo a riguardo di una decrescita imposta dall’alto proviene proprio dal fatto che così la gente appena può si ribella e rovescia il dittatore – per quanto illuminato possa essere. Molto meglio una rivoluzione in stile gandhiano, ma sorge un problema: può un paese che non sia ai margini dello scenario mondiale (non dico Bhutan, Islanda o Isole Tuvalu) tirarsi fuori da questo tipo di economia, dalla globalizzazione e dal progresso che richiede sempre più efficienza alle aziende, ai lavoratori, agli agricoltori? Chi ha provato a costruire un modello alternativo – giusto o sbagliato che sia -ad esempio la Cina di Mao, la Birmania dei 50 anni di isolamento, il Viet Nam del Nord che ha vinto la guerra ha miseramente fallito, il Burkina Faso degli anni Settanta o Ottanta ora non ricordo, ha dovuto aprirsi in fretta e furia al mercato, agli investimenti esteri, all’urbanizzazione selvaggia. Io penso alla decrescita individuale (o legata a piccole comunità) come risposta concreta ad sistema impazzito, peraltro destinato a crollare.

  2. A mio avviso la decrescita è un fatto trasversale, non politico, e mostra il suo limite proprio nella necessità del suo yang ( postulando essa Yin..) per poter essere e propagarsi. Infatti dal Pallante che ‘vende’ il suo cd con librino in poi ( eppure basterebbe diffonderlo con una copia e incolla e un bel video o audio su you tube,,,ora, o un bel po’ di masterizzazioni autorizzate e volontarie, allora….).
    Decrescere ed applicare il downshifting ESIGE che il mondo intorno non cambi troppo, In un mondo a forte decrescita la sopravvivenza sarebbe difficile, e gli strumento dei quali orgogliosamente ci stiamo appropriando per diffonderla semplicemente non ci sarebbero. Per cui io mi accontenterei della decrescita personale più o meno spinta, a formare una comunità trasversale dalla quale avere più o meno input per migliorarla.
    Sono un cinico, lo so, nel senso di colui che descrive le cose come sono, e non come dovrebbero ( o vorrebbero) essere.
    Ma spesso non vedo nulla aldilà del pane fatto in casa, saponi e yogurt autoprodotti e sacche fatte con i vecchi jeans. Oltre all’orto, che il mio vecchio padre faceva già tanti anni fa…il fatto di esserne ‘ignari’ non vuol dire che non ne esistessero. Scoperte dell’acqua calda, di bambini ricchi di società ricche.
    Circa i movimenti con dentro Giulietto Chiesa, beh…W l’ecologia!
    Nel senso che costui è fisso su tre o quattro idee, e le ricicla da anni in vari campi.
    Non è un disonesto, è un innamorato che vede tutto attraverso il filtro dei suoi occhiali di san valentino, o di san stalin, che è poi la stessa cosa.
    Credo che se aprisse un sito porno, il medesimo affermerebbe la priorità dello stato nella vita sessuale degli iscritti.
    E’ un bravo ragazzo, ma solo un ragazzo, degli anni ’60.
    Lasciamolo a giocare nel suo vecchio cortile, amiamolo, ma non portiamolo ad esempio… basta così….

  3. Per quanto riguarda Giulietto Chiesa, sul quale girano molte idee distorte, consiglio il suo nuovo libro Invece della catastrofe, dove credo che venga fuori un quadro più veritiero della persona e delle sue idee… Non so se sono cinico o meno (ricordavo una definizione diversa del termine da quella data da te), quello che so è che l’acqua calda è preziosa per il benessere, e che tutti i modi di fare acqua calda senza eccessivo impatto ambientale siano senza dubbio auspicabili, sia che a farlo siano ‘bambini ricchi’ di società o bambini poveri.
    Tuo padre, per quanto sicuramente non parlasse di decrescita, adottava delle misure di autoproduzione, e allora? Ti sembra una brutta cosa? Non andrebbe valorizzato il sapere di tuo padre? Preferisci invece aspettare mirabolanti invenzioni come, non so, la fusione fredda? E se invece cercassimo di ripescare i saperi di tuo padre grazie anche a tecnologie (che non sono la ‘crescita, yang che intendi tu) che potrebbero renderli più efficaci?
    Comunque dovresti un po’ rivalutare la tua povera vista, visto che dici: “non vedo nulla aldilà del pane fatto in casa, saponi e yogurt autoprodotti e sacche fatte con i vecchi jeans. Oltre all’orto”… e ti sembra poco?!

  4. Gireranno idee distorte, su Chiesa, non le conosco. Conosco lui, e mi pare di non averlo maltrattato. Innamorato non è un insulto, nè una criitica, ma se vuoi uso un altro aggettivo: dogmatico.
    I dogmatici in generale non mi entusiasmano, perchè vedono il mondo con i paraocchi del dogma
    A volte male non fanno, apparentemente, ma escludono a priori la vosta di cose che, se ben combinate da altre menti (magari più fresche) potrebbero dare risultati brillanti, e per tutti.
    Questo in generale, mentre tornando al Giulietto ribadisco che non è un disonesto, e non lo è intelelttualmente dal suo punto di vista.
    Ma forse è l’esperienza di averlo visto con le stesse idee ed altri vestiti che me ne fa prendere le distanze.
    Preferisco rischiare con le novità che soccomber ad un destino certo fatto dei soliti volenterosi nomi.
    Questo per dire che la decrescita che pratico naturalmente da anni in modo ragionato non ha e non dovrebbe avere ‘colore’. E il Giulietto ne ha ancora sotto le unghie, e quando parla macchia qua e là.
    Io vorrei decrescere, e non decrescere politically correct.
    Circa le definizioni di cinico ce ne sono molte, da quelle più classiche a quelle più ardite e moderne di Onfray.
    Proprio per quello ho inserito la chiave di lettura, per facilitare la comprensione e non per alimentare uno squisito dibattito su cosa è il cinismo.
    Circa l’acqua calda ecologica il punto non sono i bambini poveri o ricchi, ma se la un singolo o uno stato. Lo stato, anche se eco-logico-sostenibile-compatibile è per sua natura prevaricatore, ed omogeinizzatore dei singoli. Usa la burocrazia come regolatore ma anche come leva di potere trasformando i cittadini in sudditi. Accade ed è accaduto ovunque, anche nella amata URSS di Giulietto. Per tornare a noi basta guardare la bellezza e la sostenibilità delle città e dei borghi, finite e peggiorate tanto più lo stato se ne è interessato.. I bei borghi romantici, i casolari affascinanti, i centri cittadini che tanto piacciono a noi e ai turisti invidiosi, son venuti su senza stato o quasi.
    La ‘voglia di burocrazia’ che si appalesa dietro la voglia di stato è ai miei occhi orribile.
    La decrescita e le pratiche che la affiancano o ne possono scaturire ( come il downshifting) hanno insito l’affrancamento da una stato invadente, che non ti permette neppure di poter utilizzare l’energia che tu stesso produci, burocratizzandola.
    Quindi acqua calda sì, ecologica si, ma autoprodotta.
    Circa l’autoproduzione paterna o non capisci o non vuoi capire: è inutile vantare come mirabolanti scoperte cose che sono già nella pratica di tutti i giorni di migliaia di persone. Trovo infantile il fatto che chi le scopre per la prima volta ci costruisca sopra un mondo, solo perchè LUI non le conosceva. Magari, una volta conosciute, è il caso di informarsi meglio. E di cercare di andare oltre la ridondanza delle stesse tre o quattro cose che si portano perennemente ad esempio,
    Ci sarà ben un ‘oltre’ o restiamo fermi qui, in attesa di una fusione fredda da trolley, appunto ?
    In quanto alla mia ‘povera vista’ si cura con due lenti, mentre un povero comprendonio non ha cure. Forse l’esperienza, anche se il tempo non dona la saggezza in parti uguali. Ma non dispererei.
    Peccato, sono arirvato da queste parti pensando appunto ad una decrescita trasversale, che interessasse in quanto tale e al primo post trovo una reazione stizzita a quelle che potevano essere argomentazioni da discutere.
    Continuo la mia decrescita, perchè ho da decrescere., anche se ‘povero’ di vista.
    Tu vedi di crescere, invece, Perchè senza crescita il ‘de-‘ non trova poi nulla da mettersi appresso.
    Buona vita.

    • Allora Pierfrancesco, se il problema sono io allora ti consiglio di rimanere dalle parti di DFSN e di dare lettura a tutti gli altri autori e magari di scrivere anche tu. Sinceramente da una persona che si presentava come “un cinico, lo so, nel senso di colui che descrive le cose come sono, e non come dovrebbero ( o vorrebbero) essere” che parlava a “bambini ricchi di società ricche”, e che adesso si dice non amante del politically correct… beh sinceramente non mi aspettavo che potesse interpretare la mia risposta come una reazione ‘stizzita’, semmai ‘ruvido contro ruvido’. Ammetto che non mi piacciono granché le reazioni ‘ciniche’ di fronte a gente che, con tutti i suoi limiti, con tutte le sue ingenuità e le sue mancanze, prova a fare qualcosa di concreto (riferimento a chi si sbatte tentando di ridare vita all’autoproduzione, non al sottoscritto).
      Quanto al discorso Stato-decrescita, di fatto mi sembra di capire che la pensiamo allo stesso modo. E quella sua tuo padre non era ironia di nessun genere: semplicemente quello che faceva all’ora che era probabilmente ‘ordinario’ nel suo orizzonte culturale, ora diventa quanto mai ‘straordinario’. Prima di fare qualsiasi cosa ‘innovativa’, sì, dobbiamo rivalutare la normalità di gente come lui. Vuoi rivendicare la paternità di tali idee contro chi ti sembra voglia appropriarsene? Fai pure ma non sminuire chi sbatte per queste cose.

      PS: mi hai invitato a crescere e tutta una serie di cose poco piacevoli… e per farlo ti sei sentito in dovere di uscire dal nick e mettere il tuo nome: chapeau. Nell’era dell’insulto digitalizzato è un atto d’onore fuori dal comune.

      • Mi sembrava il minimo.
        Nella tua ruvidità il tuo ce lo hai messo di default, perchè io no, nei tuoi confronti ? 🙂
        L’abitudine al Nick e all’avatar ce l’ho da ben prima di internet, data l’evidenza che il doppio cognome e il doppio nome mi hanno sempre regalato, nel bene e nel male.
        Anche perchè spesso le storpiature o le interpretazioni imprecise ( non è importante, veramente Ma sono Pierfranco e non Pierfrancesco.. 😉 ) mi hanno donato nuovi ed a volte improbabili nick.
        Nella vita reale a volte ho problemi nel rpesentarmi, non ricordando come sono conosciuto in un determinato contesto. Per non parlare di quando i contesti si sovrappongono.
        Circa i bambini viziati, lo sono anche io. Lo è tutta la generazione del dopoguerra, in un crescendo continuo datoci dal benessere e dalle nuove tecnologie.
        Io sono del ’56, e ricordo un mondo senza velcro, e senza pannolini. E senza tante altre cose. Ero già viziato, ma mio fratellino lo f ancor di più, e così via. *
        Non che sia un peccato mortale, dato che poi viiati o meno un cervello lo abbiamo tutti, ed a qualcuno funziona. Non vi è relazione diretta tra età ed intelligenza, e i bei tempi antichi hanno generato mostri mica da ridere, Dico solo che con l’entusiasmo e lo stupore della scoperta riscoperta ogni giorno non si va avanti. E fare l’orto non risolve il problema, semmai lo aggrava, a livello personale. Non lo dico io ma Seymour, nella sua Guida all’Autosufficienza, ristampata qualche anno fa.
        Per questo credo che più che farsi lo yogurt in casa ( bell’esempio di Pallante. L’ho fatto perr un po’ di tempo, per provare. Ma, dato che non lo mangiavo prima, asolutamente inutile.) o farsi un orto dove una insalata ‘buonissima’ costa il triplo di quella acquistata, più la fatica, occorra invece trovare nuove strade, magari mettendosi in rete (trasversale) e facendo delle cose, invece che delle conferenze, e pure un bel po’ politicizzate, italico vizio.
        Ci sono competenze per realizzare in casa un mini eolico che ‘sostenga’ il consumo di energia, o il riscaldamento, integrandosi con ciò che già esiste?
        Questa è decrescita possibile, reale, pratica.
        Poi chi ama le conferenze ci vada pure, chi ama essere vicepresidente della cellula locale anche, chi fa golfotti scaldotti yogurtotti e il pane con la pasta madre ( pure a giallozafferano c’è..) e con questo crede di decrescere lo faccia. Ognuno faccia quel che crede.
        Ma che me lo venga a dire lo stato, proprio no.
        Lo stato è il nemico.

  5. “Ci sono competenze per realizzare in casa un mini eolico che ‘sostenga’ il consumo di energia, o il riscaldamento, integrandosi con ciò che già esiste?”

    Direi che il nostro nuovo amico ha aperto una questione importante da affrontare…

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