Oltre il Nimby

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Finora, come ha ben spiegato a suo tempo Jacopo Simonetta, la cosiddetta ‘sindrome Nimby’ basata sul ‘dire no a tutto’ (per usare le parole dei detrattori) ha rappresentato molto spesso l’unico atteggiamento ragionevolmente ecologista riguardo alle proposte provenienti dai piani alti del potere.

Infatti, come reagire diversamente di fronte a progetti per lo più ispirati al peggior greenwashing, dove al danno ambientale si aggiungeva quasi sempre la beffa di processi decisionali dove si fingeva di coinvolgere attivamente le popolazioni interessate, quando al massimo si elargiva qualche spiegazione calata dall’alto impedendo qualsiasi serio contraddittorio?

Oggi ‘transizione ecologica’ è diventata un’espressione fatta propria da un mainstream ancora molto lontano dall’ambientalismo, ma non talmente cieco da non vedere (e soprattutto non sentire sulla sua pelle, vedi le recenti ondate di calore in Canada) un danno che assume proporzioni sempre maggiori e irrimediabili. Ovviamente, alla maniera di chi si mette a curare la gente sapendo poco o nulla di medicina, sono in arrivo nuovi disastri, promossi principalmente da due atteggiamenti:

  • la ricerca sempre e comunque della crescita economica;
  • la riduzione del problema ecologico al solo global warming.

Nel nuovo contesto, l’offensiva pseudo-verde a colpi di idrogeno verde/blu, sequestro della CO2 nel sottosuolo, vecchio e ‘nuovo’ nucleare, pannelli fotovoltaici e pale eoliche installati nel peggior modo possibile, ecc. si può affrontare replicando semplicemente l’atteggiamento improntato al Nimby? Premesso che le vecchie tattiche di lotta non andranno in pensione tanto presto, non lo credo francamente possibile. E’ necessaria un’evoluzione radicale.

Dopo il momento imprescindibile della protesta, è tempo di quello altrettanto essenziale della proposta. Che, si badi bene, non significa banalmente ‘dire sì’ a qualcosa (nulla sarebbe peggio di passare dal Nimby al Pimby), come taluni sembrano lasciar intendere, bensì organizzare progetti alternativi, ispirati soprattutto a un diverso tipo di società. Cercando di giocare d’anticipo rispetto al Potere, per inchiodarlo alle proprie responsabilità di fronte a segmenti di cittadinanza attiva preparata e impegnata. Yes in my backyard, ma alle nostre regole e secondo i nostri scopi.

Ovviamente, in questa fase tutto si fa molto più complicato. Se prima ‘bastavano’ gruppi locali animati da persone sensibili, la pars costruens richiede competenze, lungimiranza, capacità di far rete a livello nazionale e internazionale, spirito di mediazione e, inevitabilmente, accettazione di qualche sacrificio per il bene comune.

Per i ‘comitatini’, come li chiamava sprezzantemente qualche presunto gigante della politica caduto in disgrazia, è l’ora della maturità, di mostrare vera resilienza. Personalmente ritengo che, se da tali realtà riesce ad emergere il meglio dell’umanità che ho avuto l’onore di conoscere in questi anni, ci siano fondate ragioni di ottimismo, malgrado le insidie di una riconversione tutt’altro che facile.

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Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

15 Commenti

  1. Come non essere d’accordo con questo tuo articolo. Troppo giusto nelle premesse e troppo condivisibile nell’auspicio. Allora preferisco dirti cosa c’è che non mi convince e di cosa ci sarebbe veramente bisogno.
    Credo che avrai notato anche tu che oggi sono tutti “ecologisti”, tutti impegnati nella sostenibilità, tutti attenti a salvare il pianeta prima che sia già troppo tardi. Da Letta a Conte, da Draghi a Salvini, da Berlusconi alla Meloni sono tutti per la svolta ecologica ! A parole, all’acqua di rosa, mettendo sempre e comunque al primo posto la crescita, senza pensare sul serio al risanamento del territorio, privilegiando anzi gli investimenti nelle grandi e inutili opere. Quindi la prima cosa di cui ci sarebbe bisogno è una forza antagonista che porti sugli scudi cambiamenti realmente capaci di contribuire al risanamento dell’ambiente. Cambiamenti inevitabilmente scomodi e impopolari e che susciterebbero reazioni avverse forti e difficili da contrastare. Ti faccio due tra i moltissimi esempi. Abolizione totale della plastica usa e getta (bottiglie, bicchieri, vassoi, forchette, coltelli, ecc.) da subito. Abolizione degli allevamenti intensivi in tempi rapidissimi, affrontando quindi contestualmente la ricollocazione dei lavoratori degli stessi ed impegnandosi per promuovere un’alimentazione con consumo di carne ridotto ad un quinto di quello attuale. Potrei andare avanti, ma capisci che questi cambiamenti si fanno solo a colpi di lotte politiche dure, per le quali non bastano gruppi di volenterosi decrescenti che danno il buono esempio.

    • Danilo, a proposito della soluzione alla situazione critica in cui ci troviamo hai detto:
      ”Quindi la prima cosa di cui ci sarebbe bisogno è una forza antagonista che porti sugli scudi cambiamenti realmente capaci di contribuire al risanamento dell’ambiente. Cambiamenti inevitabilmente scomodi e impopolari e che susciterebbero reazioni avverse forti e difficili da contrastare. Ti faccio due tra i moltissimi esempi. Abolizione totale della plastica usa e getta (bottiglie, bicchieri, vassoi, forchette, coltelli, ecc.) da subito. Abolizione degli allevamenti intensivi in tempi rapidissimi, affrontando quindi contestualmente la ricollocazione dei lavoratori degli stessi ed impegnandosi per promuovere un’alimentazione con consumo di carne ridotto ad un quinto di quello attuale.”
      Una prima domanda: dove pensi che si possano ricollocare i lavoratori impegnati negli allevamenti intensivi e in tutta la filiera produttiva collegata?
      Una seconda domanda: bisogna ridurre gli allevamenti intensivi per il consumo di risorse che comportano oppure perché non va bene l’attuale consumo di carne?
      In aggiunta alle tue proposte ne faccio un’altra: abolire il possesso di animali da compagnia!
      Questa mia proposta vuole raggiungere quanto meno due obiettivi:
      – eliminare tutti i consumi connessi al possesso di animali da compagnia (alimentari [molti prodotti per l’alimentazione degli animali da compagnia sono di origine animale e ittica], presidi e cure veterinarie, accessori vari, tutti i consumi connessi all’igiene e sanificazione degli ambienti dove soggiornano gli animali da compagnia, ecc.);
      – miglioramento delle condizioni igieniche nelle città evitando che le deiezioni solide e liquide dei cani vadano sui marciapiedi e alla base dei muri.
      Cordiali saluti

  2. Armando: sull’abolizione della plastica usa e getta sono d’accordo. A quanto ne so gli industriali del settore si sono già resi conto che questo sarà inevitabile e si stanno già attrezzando/riconvertendo. Sulla riduzione del numero dei pet (soprattutto enormi e voracissimi cani costretti a stare in piccoli appartamenti e detenuti soprattutto dai credenti dell’Eco-bio-naturalchefaben) anche. Ho calcolato che il totale dei soli pet italiani consumano all’incirca tanto cibo ed energia quanto tutti gli abitanti del Senegal. Sull’abolizione degli allevamenti intensivi avrei invece qualche dubbio. Innanzitutto cosa si intende per allevamento intensivo? Mio nonno allevava (con l’aiuto di 2-3 famiglie di mezzadri) circa 30 vacche chiuse in stalla (legate alla catena) per gran parte dell’anno. Il mio vicino da solo ne alleva tre volte di più, però libere in grandi paddock aperti. Queste sono molto più sane e per ogni litro di latte prodotto sono molto più efficienti (in quantità di cibo ed energia consumata). E’ allevamento intensivo detenere 30-50-100 alveari, come oramai fanno tutti gli apicoltori? Il numero di api ed apicoltori è aumentato enormemente: 10.000 apicoltori in più solo negli ultimi anni. Senza allevamento “intensivo” (cioè professionale, con continui interventi per controllare varroa ed altri parassiti e batteri) le api scomparirebbero e addio a più della metà di frutta e verdura.
    Senza allevamenti intensivi non sarebbe possibile nemmeno l’agricoltura biologica: da dove prenderebbero tutto il fertilizzante organico di cui hanno bisogno? Inseguendo con paletta e secchiello le pecore al pascolo?
    Per più della metà dell’umanità (di cui il 60% abita in città), la fonte proteica più importante sono le uova. Senza allevamenti intensivi come farebbero? Ecc. ecc.

  3. Gentili Armando e Franco, non ho capito se voi ci fate o ci siete. Io commento l’articolo di Igor sottolinendo un’esigenza politica, quella di una forza trainante che guidi una rivoluzione politico-cultural-economica e faccio due esempi per chiarire alcune cose importanti, difficili da scardinare ma che darebbero un forte segno di ribaltamento della trazione che attualmente guida il mondo e l’economia e voi mi rispondete con obiezioni paradossali per non dire risibili… Armando si attacca ad un suo vecchio chiodo fisso, l’idiosincrasia verso gli animali da compagnia che sarebbero la causa di misfatti, sprechi, sporcizia e inquinamento. Dovrei rispondergli che il rapporto che si instaura con un cane o con un gatto è la miglior palestra per una crescita emotiva ed antispecista, ovvero per migliorare l’empatia umana, ma temo che sia tempo perso.
    Franco parla di 30 o 90 vacche e vorrebbe forse sapere qual’è il limite per considerare un allevamento “intensivo”. Che vada a visitare gli allevamenti bovini e suini della pianura padana, che verifichi numeri dei “detenuti”, metri quadri a disposizione dei singoli, tecniche di nutrizione, ecc ecc. Forse a quel punto gli sarà più chiaro l’abominio degli allevamenti intensivi. In alternativa può andarsi a rivedere qualche filmato sui lager nazisti dove gli “intensivi” erano gli ebrei. Mutatis mutandis sono la stessa cosa.
    Poi, sempre Franco, uscendo completamente dal seminato, mi parla di apicultori e di alveari, che nulla, ma proprio nulla, hanno a che vedere con gli allevamenti intensivi bovini, suini, di galline ed ittici. Le api degli alveari infatti continuano a fare la vita per la quale la natura le ha progettate e l’apicultore le aiuta semmai a proteggersi dagli agenti esterni dannosi.
    Infine la barzelletta sulle uova, accreditate nientemeno che come la principale fonte proteica per il 60% dell’umanità. Ammesso e non concesso che sia così, malissimo. Il consumo esagerato di uova (come del resto quello della carne) è una delle principali cause di molte patologie. Per cui come suggerivo di ridurre ad un quinto di quello attuale il consumo della carne, stessa cosa dico per quello delle uova. Un uovo a testa a settimana è più che sufficiente per un’alimentazione corretta. E per questo bastano un paio di galline in cortile… Ora, poiché immagino che queste mie parole vi sembreranno marziane, vi pregherei cortesemente di non rispondermi nemmeno, sarebbe tempo perso, perché io comunque non vi risponderò più.

  4. Nella mia azienda con certificazione biologica non abbiamo mai usato letame ma sempre compost ottenuto esclusivamente da scarti vegetali. Non abbiamo mai avuto problemi è il suolo correttamente lavorato e nutrito da questo composto vegetale produce abbondantemente frutta e verdura.

  5. Danilo: come veterinario ho lavorato per molti anni in vari paesi di 4 diversi continenti e oltre a conoscere gli allevamenti intensivi, estensivi, amatoriali ecc., molto meglio di te, ti posso assicurare che è solo grazie agli allevamenti intensivi che gran parte dell’umanità è uscita dal problema “fame” e dove questa resiste è dove non allevano o lo fanno solo con pochi capi improduttivi. Che tra l’altro stanno rovinando l’ambiente. Io, che ho un’azienda agricola posso permettermi di allevare galline, ma non credo possano farlo anche quei miliardi di persone che abitano in città. Al massimo lo potranno fare quei pochi fortunati che hanno un giardino. In ogni caso anche queste galline devono mangiare cereali e leguminose proteiche, altrimenti non producono uova. Non entro in merito alla terribile situazione sanitaria che si creerebbe nel caso della diffusione di una miriade di piccoli allevamenti familiari in città perché tanto non capiresti. Ho anche io un cagnetto (un bastardino di 9 kg), ma sul percorso della salute che passa di fianco ai miei campi vedo passare migliaia di cani di almeno 50-60 kg. La crescita emotiva ed antispecista sarebbe proporzionale alla taglia del pet?
    Andrea: da ex-certificatore biologico ho visto tanti casi come il tuo: per qualche anno si può sfruttare la residua fertilità del suolo, ma poi, soprattutto se devi produrre staple foods (cereali, leguminose, ecc) in quantità e non solo pochi verdure facili da produrre, si deve ricorrere ad un abbondante apporto azotato. E questo lo ottieni solo da allevamenti intensivi, sia Bio, che tradizionali. Attualmente il 91% del fertilizzante organico usato nel Bio italiano proviene (in deroga) da allevamenti tradizionali.

    • Franco, ma nemmeno per sogno e mi stupisce che tu dica certe cose dall’esperienza di certificatore biologico. Noi da 10 anni ormai abbiamo riportato in vita un terreno massacrato proprio da uno sfruttamento indiscriminato di agricoltura convenzionale intensiva, dove pensavano che bastava riempire il suolo di letame o altre schifezze prese dagli allevamenti intensivi per rigenerale una fertilità ormai sputtanata. Esistono pratiche molto più corrette ed efficaci per rigenerare ed azotare il suolo. Pensare di sfruttarlo e poi ogni volta pomparlo di liquami presi dagli allevamenti è veramente la pratica più scorretta che ha portato alla situazione di sterilità in cui gran parte dei territori agricoli ormai si trovano. Va cambiata la mentalità e l’impostazione globale della lavorazione del suolo. E poi secondo te in un momento in cui ci troviamo davanti a una crisi ecologica globale e un cambiamento climatico il quale tra le principali cause vede proprio gli allevamenti intensivi, dobbiamo ancora sentirne parlare come di cose indispensabili? Senza entrare poi dentro il discorso etico nei confronti degli animali. Chissà se questo pianeta riuscirà mai a uscire dal tunnel dell’orrore dentro cui si trova, eppure ne avremmo tutti gli strumenti, le tecnologie, le conoscenze scientifiche e filosofiche

    • Scusa ma i dati del 91% del fertilizzante usato nel bio che proviene (in deroga) da allevamenti tradizionali dove li hai presi?

  6. Oramai è diventata una costante: il sig. Franco vai via sbattendo la porta sempre più forte (l’ultima volta o qui o su Apocalottimismo mi ha addirittura accusato di aver leso il suo diritto alla privacy), poi torna bello come il sole come non fosse successo nulla e orienta la discussione nelle nelle direzioni dove vuole parare lui, anche con articoli che affrontano tutt’altro. Ma visto che è intervenuto qualcuno del settore che può rispondergli con cognizione (Andrea) ben venga, magari evitiamo i soliti discorsi kafkiani.
    In realtà, avevo già cercato di informarmi riguardo a questo fatto che il sig. Franco ha ripetuto in continuazione, ossia del letame da agricoltura biologica che proverrebbe dagli allevamenti intensivi. Questo quello che ho saputo dalle fonti che ho consultato:
    – che nel biologico si può solo usare letame certificato da allevamenti sostenibili (mi unisco ad Andrea nel chiedere da dove salterebbe fuori il dato del 91% in deroga)
    – che dagli allevamenti intensivi, visto il modo in cui sono stabulati gli animali, si può al più ricavare liquami, non letame. E tra liquami e letame intercorre una differenza qualitativa enorme per l’uso in agricoltura, anche perché i liquami possono essere ricchi di residui di antibiotici e altri farmaci impiegati per ovviare ai problemi della stabulazione in spazi ristretti.
    Adesso Franco dice anche esisterebbero allevamenti intensivi ‘bio’, malgrado le regole del disciplinare mi pare escludano questa possibilità (https://www.bioagricert.org/images/doc-it/linee_guida_produzioni_animali.pdf)

  7. L’utilizzo di ACV (Ammendante Compostato Verde) è senza dubbio una pratica lodevole. Si scontra però con varie limitazioni: quantitativi ridotti; elevati costi energetici per raccolta, produzione e distribuzione. Nel migliore dei casi lo possono utilizzare l’1-2% delle aziende agricole. Le percentuali migliorano utilizzando ACM e AVF, ma a quanto ne so questi ultimi sono però rifiutati dagli agricoltori che hanno avuto la sventura di usarli. Nelle mie considerazioni considero non le eccezioni, ma le problematiche della maggioranza. Al contrario le deiezioni animali sono più abbondanti e vicine alle colture, pertanto molto più facili da usare. Ultimamente, soprattutto nei grandi allevamenti di vacche da latte e suinicoli e della pianura padana, le deiezioni sono utilizzate per produrre energia attraverso la produzione di biogas. Il digestato è anch’esso un ottimo ammendante. Soprattutto perché è il risultato di un processo di economia circolare in cui oltre all’ammendante si produce dell’ottimo cibo e dell’energia. Si potrebbe migliorare ulteriormente utilizzando un altro abbondante sottoprodotto (acqua calda ora sprecata) di questi impianti a biogas nelle serre o per allevamento di tilapia.
    L’obiezione diffusa che l’allevamento di animali domestici, (sia quello intensivo ed ancora di più quello estensivo) sia causa di AGW è una cazzata. L’AGW è causato da un AUMENTO di vari composti carboniosi ed azotati in atmosfera e questo è determinato solo da consumo di combustibili fossili. Agricoltura ed allevamento si limitano invece a utilizzare/riciclare atomi di carbonio ed azoto già presenti in atmosfera. L’unico apporto all’AGW è dato dalla esigua percentuale (3-4-5-6% a seconda di cosa si prende in considerazione) di combustibili fossili utilizzati direttamente (trattori) o indirettamente (produzione concimi). E’ però risaputo che le produzioni Bio (il totale e non le eccezioni di produzione frutta e verdura) consumano molto più gasolio (anche se Igor non vuole ammetterlo) per unità di prodotto ottenuto.
    Il dato sulle percentuali di fertilizzanti organici usanti in deroga dal Bio, l’ho sentito anni fa ad una conferenza Bio. Il relatore (un agronomo certificatore Bio, lo citava appunto come esempio di incongruenza da evitare. Invece di diminuire è aumentato. A questo dato tu e Igor ci potete comunque arrivare da soli prendendo in considerazione l’esiguo numero di aziende Bio di che si occupano di zootecnia intensiva (e quindi le uniche che producano discrete quantità di fertilizzanti organici) a fronte del preponderante numero di aziende specializzate unicamente nella produzioni vegetali. Il fatto che Igor si stupisca sull’esistenza di aziende Bio che usano un sistema intensivo la dice lunga sulla sua conoscenza del settore. Cosa altro sarebbe un allevamento con 3000 galline ovaiole (il massimo consentito per allevamento, ma molti attribuiscono un’azienda ad ogni componente della famiglia (nonni compresi) e quindi moltiplicano questo numero) che stanno chiuse in un capannone per parecchi mesi senza mai uscire all’aperto perché altrimenti produrrebbero meno; avrebbero seri problemi di pica e di malattie parassitarie? A poche centinaia di metri da casa mia c’è un allevamento Bio di una cinquantina di vitelloni da carne tenuti in un paddock che ha solo pochi metri in più per capo rispetto al tradizionale. A differenza degli allevamenti tradizionali che almeno stanno su grigliato, per cui feci ed urine percolano al di sotto, qui però i vitelloni stanno stanno su cemento chiuso. Quando piove molto, in pratica il paddock si trasforma in un’eorme piscina e i vitelloni stanno immersi in mezzo metro di liquami trattenuti da un muretto. L’ho fatto vedere ai miei amici del WWF, che scandalizzati volevano denunciare l’allevatore. Li ho fermati convincendoli che l’allevatore era perfettamente nella norma. Tra le altre cose leggetevi questo:

    H. Kirchmann and M.H. Ryan, Nutrient Exclusivity in Organic Farming – Does It Offer Advantages?
    «A number of long-term field trials in Europe reveal that crop yields are on average 20% lower in organic systems that combine crops with animals and 33 to 45% lower in organic systems with crops alone, compared to their conventional counterparts».

    E’ tardi e non ho tempo e voglia di cercare altro.

    • Lascio ad Andrea, se vorrà replicare al sig. Franco, di rispondere in merito al biologico, anche se diventa tutto molto difficile quando entra in azione il metodo scientifico-Franco ‘un tizio mi ha detto che/mi ha confidato che’. Adesso bisogna fidarsi di un anonimo relatore. Vabbeh. Per quanto mi riguarda, mi resta da capire come da una stabulazione di animali in 1-2 mq (è la definizione di allevamento intensivo che ho trovato in Accademia Macelleria Italiana, https://www.accademiamacelleriaitaliana.it/2020/06/03/allevamento-intensivo-vs-estensivo/ , quindi non un sito di vegani o di cultori del benessere animale) si possa ricavare letame e non solo liquami.

      Non posso invece passare sopra la disinformazione riguardo al clima perché grida davvero vendetta.

      >L’obiezione diffusa che l’allevamento di animali domestici, (sia quello intensivo ed ancora di più quello estensivo) sia causa di AGW è una cazzata.

      Il problema dell’allevamento di bovini è l’emissione di metano, un gas serra che ha capacità di trattenere il calore 20-30 volte superiore alla CO2. Per molto tempo la sua influenza sul clima è stata sottovalutata perché il periodo di permanenza in atmosfera è molto più breve (qui i dati https://ilbolive.unipd.it/it/news/dati-cambiamento-climatico-aumentata ), ma questo atteggiamento poteva essere vagamente valido quando il global warming poteva apparire ancora un problema a lungo termine, non ora che oramai le temperature medie del pianeta sono aumentate più di un grado rispetto all’era preindustriale e i danni sono sotto gli occhi di tutti. Rimando anche a un articolo che scrissi per capire verità ed esagerazioni di Cowspiracy, con tutti i riferimenti bibliografici ( http://www.decrescita.com/news/cowspiracy-veganesimo-scienza-ideologia/ )

      >L’unico apporto all’AGW è dato dalla esigua percentuale (3-4-5-6% a seconda di cosa si prende in considerazione) di combustibili fossili utilizzati direttamente (trattori) o >indirettamente (produzione concimi)

      Il più grave problema causato dall’agricoltura industriale è l’emissione di protossido di azoto dai terreni a causa dell’uso di fertilizzanti di sintesi: ha capacità di trattenere il calore 200-300 volte maggiore della CO2 e una capacità di rimanere in atmosfera di circa 150 anni. Questo porta le emissioni agricole a un valore ben maggiore di quello indicato da Franco, intorno al 12-13%.

      Si badi bene che queste non sono ‘teorie di Igor Giussani’ bensì le acquisizioni della più avanzata scienza del clima (rimando a quello che universalmente considerato lo studio più completo sul funzionamento del clima ( https://www.ipcc.ch/report/ar5/wg1/ ). So che lei Franco si comporta nei miei spazi Web come se fosse a casa sua, ma la disinformazione sul clima (che ce n’è già tanta anche da parte di sedicenti ecologisti) la va a fare da un’altra parte. Guardi che su questo non transigo, se necessario arrivo a non approvarle commenti.

      >E’ però risaputo che le produzioni Bio (il totale e non le eccezioni di produzione frutta e verdura) consumano molto più gasolio (anche se Igor non vuole ammetterlo) per unità >di prodotto ottenuto.

      Top calunnia. Ecco cosa scriveva Igor in un articolo di questo sito nel 2016 (cioé molto prima di conoscere F.B.: “Con tutta l’enfasi concentrata sulle rese produttive, si è persa di vista la vera criticità ambientale dell’agricoltura biologica (almeno di quella statunitense), ossia il maggior impiego di carburante, poiché il mancato ricorso alla chimica richiede più operazioni da svolgere nei campi”). Qui se c’è uno che non vuole ammettere la realtà è lei quando rifiuta l’esistenza di CONSUMI INDIRETTI in agricoltura, fa tante solfe del letame nei campi bio ma poi considera i fertilizzanti di sintesi come prodotti per magia schioccando le dita, quando invece rappresentano il 30% dei consumi complessivi tra indiretti e indiretti. I consumi indiretti per produrre fertilizzanti e pesticidi sono più o meno i medesimi di quelli diretti di combustibile ( http://www.decrescita.com/news/i-limiti-dellagricoltura/?doing_wp_cron=1625808363.3718690872192382812500 )

      Comunque è molto facile per lei avere sempre ragione: si inventa il suo sistema climatico, mette le cose che le stanno sgradite… grande scienza!

  8. https://grain.org/en/article/6688-the-global-food-system-a-waste-of-energy

    per la maggior parte dei piccoli agricoltori del mondo che producono per il consumo domestico o vendono nei mercati locali, l’agricoltura è ancora in gran parte basata sull’utilizzo del sole, dell’acqua e della terra con il loro duro lavoro. Ma guidato da gigantesche corporazioni alimentari e agrochimiche, il sistema alimentare globale ha subito un’enorme trasformazione. Oggi, il 70% dell’energia utilizzata nel sistema alimentare globale viene impiegata dopo che il cibo ha lasciato l’azienda agricola.

    Sembra che l’agricoltura sia una cosa tutta romanticamente incentrata sul letame. Chi lo produce il prezioso letame? Il piccolo allevatore estensivo o il grande allevamento intensivo?
    Quanto ne serve? Una scamionata al metro quadro o pochi grammi?
    E su questo Franco può andare avanti per l’eternità Ma i problemi sono ben altri.
    Importazione, esportazione, confezionamento, refrigerazione ecc.

    Ci sono gigantesche corporazioni alimentari e agrochimiche. C’è la finanza.
    Ci sono i piccoli agricoltori del mondo
    Ci sono quelli che come Franco, usano il metro dell’agricoltura da reddito padana come se fosse universale.

    • https://www.coltivazionebiologica.it/letame-come-concimare-orto/amp/
      Comunque qui c’è la normativa sul letame nella coltivazione biologica.
      Faccio notare che nei vecchi manuali di orticoltura si prescrivevano cose come 7-8 kg di letame molto maturo a metro quadro per i pomodori.
      Cosa che attualmente non ha senso.
      Io coltivo da anni i pomodori sulla stessa aiuola senza aver mai utilizzato il letame. La produzione è molto abbondante e si protrae fino a fine settembre. Il tutto con pochissime lavorazioni.
      Si dirà, e chi ce lo garantisce che sia vero quello che scrivi? Io lo garantisco. Perché uso lo stesso sistema argomentativo di Franco.
      E adesso mi tolgo definitivamente di torno come orticoltore e chiederei se in futuro si potrà avere un un approfondimento rispetto a queste mini centrali nucleari di quarta generazione, che mi incuriosiscono non poco.
      Saluti.
      Mi si perdoni il tono.

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