Smart working, cultura e decrescita

0
948

Il distanziamento sociale e l’inattività forzata imposti dall’epidemia di Covid-19 hanno lasciato finalmente emergere la realtà dello smart working.

Bisognerebbe per prima cosa accordarsi sulla denominazione italiana di questa forma di lavoro che senz’altro non è telelavoro e, per alcuni, non è nemmeno “lavoro agile”.

Smart working significa letteralmente lavoro intelligente, nel senso di brillante, dinamico, creativo. Rappresenta un nuovo concetto che combina e integra elementi di telelavoro e lavoro agile ed è centrato sulla nobilitazione di chi lavora, con il risultato di favorirne l’efficienza e la produttività.

Il telelavoro è il semplice lavoro a distanza eseguito in orari stabiliti ma in uffici diversi dalla sede di un’azienda, usando strumenti di comunicazione come telefono e computer: cambia il luogo di lavoro ma non il modo in cui viene svolto. Un esempio tipico è quello dell’operatore di un call center: i suoi compiti e orari lavorativi sono gli stessi, indipendentemente da dove si trovi l’ufficio in cui lavora.

Il lavoro agile introduce una nuova dimensione, tenendo conto delle esigenze personali particolari di alcuni lavoratori. Rispetto al telelavoro cambia la motivazione ma non la modalità di lavoro. Ammette allora che una persona lavori per esempio da casa, pur sempre negli orari canonici, per esempio per ragioni familiari o legate a una disabilità fisica.

Lo smart working utilizza il lavoro a distanza come strumento per realizzare un’idea di lavoro innovativa.

Il lavoratore sceglie non solo la sede ma anche gli orari di lavoro, e la sua prestazione viene valutata in base ai risultati che consegue: non contano più la presenza fisica e il numero di ore passate sul luogo di lavoro ma l’efficienza.

Cambia quindi radicalmente il rapporto con il datore il lavoro che non controlla più il dipendente assicurandosi che il suo comportamento sia esteriormente conforme a quanto richiesto per l’esecuzione dei suoi compiti. Diventa fondamentale la fiducia, per cui il nuovo contratto prevede l’assegnazione di un lavoro e il conseguimento di risultati entro un certo termine. Non ha più alcuna importanza dove e in che momenti della giornata venga eseguito il lavoro, ciò che conta sono i risultati.

Ne consegue che il lavoratore viene maggiormente responsabilizzato, e il lavoro diventa davvero un mezzo di espressione, un’opportunità per confrontarsi con se stessi, trovare soluzioni, produrre, sviluppare la propria creatività secondo i propri ritmi e nel rispetto delle proprie esigenze di essere umano.

Il lavoro nobilita l’uomo, soprattutto se è smart working. Il lavoratore “smart”, nobilitato, è più efficiente, come dimostra il fatto che le aziende che hanno implementato lo smart working hanno registrato un aumento della produttività.

Lo smart working in Italia è regolato dalla legge n. 81 del 22 maggio 2017 (in realtà per molti aspetti migliorabile) che definisce i diritti del lavoratore, le modalità di controllo da parte delle aziende, gli strumenti di lavoro. In particolare, stabilisce termini che impediscano l’ingerenza eccessiva delle aziende, assicurando che i tempi di riposo del lavoratore siano rispettati.

L’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano ha stimato che nel 2019, gli smart workers in Italia sono stati 570,000, con una crescita di quasi 100,000 unità rispetto all’anno precedente. Durante l’emergenza degli ultimi tre mesi, circa 8 milioni di persone hanno potuto lavorare da casa, mettendo in pratica alcuni dei fondamenti dello smart working.

Questi dati indicano prima di tutto che lo smart working permette di continuare a lavorare e a produrre anche durante crisi che limitano il normale svolgersi delle attività lavorative, fornendo un prezioso sostegno all’economia; in secondo luogo, mostrano che in Italia lo smart working ha un amplissimo margine di sviluppo.

Attualmente sono soprattutto le grandi imprese che lo utilizzano in parte, mentre le piccole e medie imprese sono restie ad adottarlo sia perché sono poco digitalizzate e non dispongono ancora degli strumenti necessari, sia per motivi culturali, non riuscendo ancora a compiere quel salto in avanti di mentalità che delega responsabilità con fiducia e si concentra sulla valutazione e valorizzazione dei risultati, piuttosto che sul conteggio dei minuti di presenza fisica sul luogo di lavoro.

La speranza è che, finita l’emergenza, lo smart working venga mantenuto ed esteso da chi già in parte lo pratica e adottato da chi ha cominciato a sperimentarlo in queste circostanze.

L’Osservatorio stima infatti che almeno il 22% dei lavoratori — circa 5 milioni di persone — potrebbe lavorare a distanza secondo questo modello. Da notare che per alcuni professionisti il lavoro a distanza che hanno svolto, e in parte continuano a svolgere, durante l’attuale emergenza (stimati, come detto, a 8 milioni) non è la soluzione ideale ma solo un ripiego per limitare i danni. Questo vale, per esempio, per gli insegnanti, perché la formazione data dalla scuola comprende e richiede la socialità.

Ma qual è dunque il vero valore dello smart working?

I benefici che compaiono a breve termine per entrambi i contraenti, aziende e dipendenti, rilevati da diversi sondaggi, si possono riassumere così:

– per il lavoratore, un migliore equilibrio tra vita lavorativa e vita privata (più tempo per la famiglia, lo sport, gli interessi personali, il volontariato), una maggiore soddisfazione sul lavoro, in quanto viene maggiormente responsabilizzato e stimolato a esprimere le proprie idee e capacità realizzative, un aumento di competenze legate alla stessa pratica dello smart working che richiede maggiori conoscenze nell’impiego di tecnologie digitali, un aumento della produttività (stimato dall’Osservatorio dell’ordine del 15% per lavoratore), una diminuzione dello stress legato agli spostamenti casa–luogo di lavoro. Il 76% degli smart worker si dichiara soddisfatto della propria professione rispetto al 55% degli altri dipendenti, e oltre il 30% si sente pienamente coinvolto nel lavoro che svolge e condivide la visione dell’azienda, rispetto al 21% degli altri lavoratori;

– per l’azienda, i benefici dello smart working sono l’aumento della produttività, la diminuzione dei costi legati all’organizzazione del lavoro e agli spazi fisici (dopo gli investimenti iniziali nella tecnologia per realizzarlo), la riduzione dell’assenteismo, il miglioramento dei rapporti con i dipendenti; insomma la possibilità di incentivare il “Lavoro Utile”, come definito nel “Manifesto per un’Europa decrescente”.

Questi vantaggi diretti dello smart working hanno in realtà una ripercussione molto più ampia, che investe tutta la società.

Un riflesso immediato favorevole per tutti è legato alla riduzione degli spostamenti casa–lavoro che porta a una diminuzione sia del traffico, e quindi a una migliore vivibilità generale, sia dell’inquinamento. L’Osservatorio stima che un giorno a settimana di smart working eviterebbe l’emissione di 135 Kg di CO2 all’anno per persona. Immaginate gli effetti benefici sull’ambiente se tutti i 5 milioni di potenziali smart worker lavorassero in questa modalità 4 o 5 giorni a settimana…

Ma l’effetto ancora più trasformativo dello smart working, e quindi più lento ma dal grande potere, è di tipo culturale.

In apparenza, lo smart working si contrappone alla decrescita economica perché aumenta la produttività delle aziende. In realtà, il suo effetto a lungo termine è opposto.

I benefici personali e generali dello smart working sono tali da farlo preferire al lavoro convenzionale, una volta sperimentato. Chi prova lo smart working ne vuole di più, perché abbandonarlo significa peggiorare la propria qualità di vita.

Gli smart worker avranno quindi la possibilità di influire sulle aziende, spingendole ad adottare sempre più estesamente questa modalità di lavoro.

Questo significa che le aziende si troveranno ad affrontare una scelta cruciale che implicherà una rivisitazione della loro idea di competitività e un affinamento dei loro obiettivi, i quali dovranno tenere maggior conto degli aspetti umani. Il miglioramento generale della qualità della vita (che necessariamente comporta anche il miglioramento delle condizioni ambientali) dovrà diventare il motore e lo scopo del lavoro, non si dovrà più puntare unicamente alla generazione di profitto economico.

In questo senso, lo smart working è una forza equilibrante che mira al benessere umano e pone in evidenza il valore del tempo e il fatto che non convenga aspirare solo a monetizzarlo, consacrandolo e sacrificandolo alla illimitata crescita economica di pochi.

Ogni cambiamento richiede tempo, soprattutto se si basa su una trasformazione di mentalità. Inoltre, nel mondo globalizzato, tante aziende che sono potenze economiche non condividono affatto questa visione e si preoccupano solo di aumentare produttività e consumi, spingendo molte altre imprese a fare lo stesso per sopravvivere.

Ma ogni trasformazione parte dall’iniziativa coraggiosa di pochi.                                 Prima che qualcosa cambi, qualcuno deve credere che possa cambiare.

In Italia alcune grandi aziende stanno già utilizzando, anche se ancora in modo limitato, lo smart working e potrebbero estenderlo, soprattutto se sollecitate dai lavoratori stessi e dall’intera società. Le piccole e medie imprese, resesi conto della sua convenienza, verrebbero poi attratte ad adottarlo.

Una spinta a questo processo di rinnovamento potrebbe essere data da una coalizione di smart worker e aziende a livello europeo. Uno sforzo sovranazionale, un’unione di intenti per una nuova società europea del lavoro.

In una prospettiva ancora più ampia, lo smart working rappresenta un passo iniziale verso un concetto di lavoro che richiede a livello generale una migliore utilizzazione del tempo, un ridimensionamento dei ritmi di vita a livelli più naturali, una riduzione degli orari di lavoro e una più larga distribuzione dell’occupazione.

Muove verso una concezione della vita che tende alla conciliazione e all’armonizzazione di esigenze diverse e contrastanti e promuove la libertà.

È più “umano” e di conseguenza è parte integrante dell’evoluzione culturale e della associata trasformazione sociale indispensabili per innescare la decrescita, ridurre i monopoli e favorire la rinascita di un’economia locale solida che sia rispettosa di ogni individuo e dell’ambiente naturale in cui si muove, più consapevole della loro interdipendenza e, pertanto, più vantaggiosa per la società intera.

Fonte immagine in evidenza: Sven Brandsma on Unsplash

CONDIVIDI
Articolo precedenteDegrowth Open Letter
Articolo successivo6 giugno, Global Degrowth Day
Agnese Mariotti
Docente universitaria, divulgatrice scientifica e autrice (https://www.goodreads.com/author/show/10794700.Agnese_Mariotti). Tendo spontaneamente a ricercare un equilibrio dinamico in ogni aspetto della vita, con un alternarsi di crescita e decrescita che si alimentano a vicenda, portando all’evoluzione della mente e dello spirito umani.

Lascia un commento

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.