Un grande torto

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Un solo grande torto facesti a noi, quando chiudesti per sempre gli occhi tuoi. Questa frase, letta su una lapide tombale, esprime con efficacia l’amabilità della persona defunta, ma contiene un grande paradosso. La morte diventa una colpa e si pretenderebbe l’immortalità. Questa distorsione è tipica del pensiero occidentale. Per converso l’approccio orientale è ben rappresentato da questo breve racconto: “Un saggio, richiesto di formulare un augurio ad un potente signore e alla sua famiglia, disse: muore il padre, muore il figlio, muore il nipote. Il signore adirato chiese: ma se questa è la tua benevolenza cosa mi avresti augurato con malevolenza? Il saggio rispose: muore il nipote, muore il figlio, muore il padre.”

OLYMPUS DIGITAL CAMERALa divergenza tra le due visioni in estrema sintesi può essere riportata alla differente attitudine nel confronto con la realtà: nel primo caso conflittuale, nel secondo di accettazione. La realtà però è ineludibile. Purtroppo anche in oriente oggi i potenti seguono la filosofia occidentale del conflitto con la realtà e puntano ad un benessere effimero ed iniquo.

Di tutti i limiti fisici che oggi l’uomo pretende di ignorare e superare, con conseguenze disastrose, sicuramente quello della morte è, per varie ragioni, tra i più stridenti. Eppure che cosa fare poi dell’immortalità, se ci arrivassimo e ammesso che il nostro universo sia eterno, è una questione ancora ampiamente insoluta. Tra i tentativi letterari di trovare una risposta mi piace particolarmente quello di Bob Shaw. Nel suo romanzo del 1970 “Un milione di domani” l’uomo ha conquistato l’immortalità, ma si ritrova di fatto a perderla semplicemente perché il suo cervello non è in grado di memorizzare una vita eterna e dopo qualche secolo perde tutti i ricordi anteriori e dimenticare il passato è come non averlo vissuto. Un modo elegante per affermare quell’ordine superiore che è impossibile eludere. E così il vero grande torto, quello che stiamo facendo al pianeta e in particolare al Sud del mondo, è in realtà un torto che facciamo a noi stessi e ai nostri figli.

 

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Laurea in scienze agrarie, dottorato di ricerca in economia del sistema agroalimentare, sta avviando un'attività agricola autonoma. Scrittore dilettante pubblica racconti e poesie nel suo blog (http://debolisegnali.blogspot.it/). Fortemente orientato a decrescere felicemente.

3 Commenti

  1. Gerhard,
    penso che bisogna fare una netta distinzione fra immortalità dell’individuo e immortalità della specie.
    Penso che bisogna aumentare le prospettive di vita degli individui (senza forzare però la natura e senza avere persone che vivono cento anni ma che trascorrono gli ultimi decenni di vita in pessime condizioni di salute).
    Con la prospettiva della decrescita cosa facciamo se non aumentare le prospettive di vita dell’umanità e migliorare le condizioni di vita degli individui?
    Ciao
    Armando

    • Concordo, tranne che su un punto. Anche le speci nascono e muoiono e si trasmettono l’una con l’altra la vita. Ma anche su questo non sarei categorico, non parlerei cioè di immortalità della vita, ma si può sempre andare oltre, tipo oltre la pura realtà fisica.
      Grazie Armando e ciao
      Gerhard

      • Gerhard,
        penso che ciò che caratterizza la specie sapiens sapiens (differenziandola dalle altre specie viventi) sia la coscienza del desiderio del soddisfacimento pieno e per un tempo infinito dei propri bisogni. Ho sempre criticato i rappresentanti di un certo naturismo/primitivismo perchè rappresentano idee che non spiegano quanto storicamente già avvenuto. Non si può dire per esempio che ciò che è avvenuto con la rivoluzione neolitica non sarebbe dovuto avvenire. Una idea è vera quando spiega quanto già avvenuto e crea delle prospettive valide per il futuro.
        Penso che l’idea della decrescita sia valida in prima approssimazione: penso però che sia ancora una idea molto grezza e quindi da sviluppare e articolare ulteriormente.
        Ciao e grazie dello scambio di idee.
        Armando

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