Articoli di Igor Giussani postati sul vecchio blog DFSN
Crescita e lavoro, divorzio totale 26 agosto 2012
Le organizzazione sindacali sono tra le più attive propagandiste del mantra della crescita, di fatto principale condivisione ideologica con il mondo imprenditoriale. Il maggior sindacato italiano, la CGIL, ha addirittura dedicato uno sciopero generale alla necessità di crescere, indetto il 6 maggio 2011.
I sindacati e la sinistra in generale sostengono la necessità di incrementare il PIL perché l’aumento di reddito consentirebbe di allargare la base imponibile (con cui sovvenzionare i servizi al cittadino) ma soprattutto permetterebbe di fronteggiare la disoccupazione, secondo il ragionamento: più produttività = più posti di lavoro. Tale equazione – talvolta chiamata ‘effetto cascata’ – considerata una verità auto-dimostrata da tutti, dai liberisti più sfrenati ai comunisti più irriducibili, effettivamente ha avuto senso nel periodo dei ‘trenta gloriosi’ (1945-1975) quando la ripresa economica europea post-bellica era guidata dal modello di produzione fordista e da logiche economiche keynesiane basate su grandi investimenti pubblici a sostegno dei mercati interni, accompagnate a un progressivo accordo con le forze sindacali per migliorare le condizioni della classe lavoratrice, creando le premesse per un aumento dei consumi che originasse una congiuntura economica favorevole. Con tassi di crescita stabili intorno al 5-6% in un continente da ricostruire e modernizzare, la disoccupazione non fu mai un problema evidente.
Questo quadro però è drammaticamente cambiato a partire dagli anni Settanta, con la saturazione dei mercati europei, la fine della convertibilità del dollaro in oro e soprattutto con l’introduzione sempre più massiccia dell’automazione e delle tecnologie informatiche nella produzione industriale. Le tecnologie labor saving hanno permesso di risparmiare risorse umane e lo sviluppo delle reti informatiche ha emancipato il capitale dai vincoli della nazione di origine, spianando la strada alla produzione delocalizzata nelle aree del pianeta a minor costo del lavoro (il tramonto del fordismo e l’avvento del toyotismo su scala internazionale). Nel suo bestseller La fine del lavoro, Jeremy Rifkin ha affrontato per la prima volta questa scomoda verità:
I sindacati e la sinistra in generale sostengono la necessità di incrementare il PIL perché l’aumento di reddito consentirebbe di allargare la base imponibile (con cui sovvenzionare i servizi al cittadino) ma soprattutto permetterebbe di fronteggiare la disoccupazione, secondo il ragionamento: più produttività = più posti di lavoro. Tale equazione – talvolta chiamata ‘effetto cascata’ – considerata una verità auto-dimostrata da tutti, dai liberisti più sfrenati ai comunisti più irriducibili, effettivamente ha avuto senso nel periodo dei ‘trenta gloriosi’ (1945-1975) quando la ripresa economica europea post-bellica era guidata dal modello di produzione fordista e da logiche economiche keynesiane basate su grandi investimenti pubblici a sostegno dei mercati interni, accompagnate a un progressivo accordo con le forze sindacali per migliorare le condizioni della classe lavoratrice, creando le premesse per un aumento dei consumi che originasse una congiuntura economica favorevole. Con tassi di crescita stabili intorno al 5-6% in un continente da ricostruire e modernizzare, la disoccupazione non fu mai un problema evidente.
Questo quadro però è drammaticamente cambiato a partire dagli anni Settanta, con la saturazione dei mercati europei, la fine della convertibilità del dollaro in oro e soprattutto con l’introduzione sempre più massiccia dell’automazione e delle tecnologie informatiche nella produzione industriale. Le tecnologie labor saving hanno permesso di risparmiare risorse umane e lo sviluppo delle reti informatiche ha emancipato il capitale dai vincoli della nazione di origine, spianando la strada alla produzione delocalizzata nelle aree del pianeta a minor costo del lavoro (il tramonto del fordismo e l’avvento del toyotismo su scala internazionale). Nel suo bestseller La fine del lavoro, Jeremy Rifkin ha affrontato per la prima volta questa scomoda verità:
“In un mondo nel quale il progresso tecnologico promette un incremento drammatico della produttività e della produzione aggregata, marginalizzando o eliminando dal mercato milioni di lavoratori, l’«effetto a cascata» sembra un’ingenuità, se non una vera stupidaggine. Continuare ad affidarsi a un obsoleto paradigma della teoria economica in un’era post-industriale e post-terziario rischia di essere disastroso per l’economia nel suo complesso e per la stessa civiltà del XXI secolo…
Oggi molte persone trovano difficile comprendere come il computer e le altre tecnologie introdotte dalla rivoluzione informatica – che avevano sperato fossero in grado di liberarli – possano invece essersi trasformati in un mostro meccanico che deprime i salari, distrugge l’occupazione e minaccia la stessa sopravvivenza di molti lavoratori. Ai lavoratori americani era stato fatto credere che, diventando sempre più produttivi, sarebbero riusciti a liberarsi dalla schiavitù del lavoro; ora, per la prima volta, si sta dicendo loro che spesso gli aumenti di produttività non provocano aumenti del tempo libero, ma code all’ufficio di collocamento”.
Oggi molte persone trovano difficile comprendere come il computer e le altre tecnologie introdotte dalla rivoluzione informatica – che avevano sperato fossero in grado di liberarli – possano invece essersi trasformati in un mostro meccanico che deprime i salari, distrugge l’occupazione e minaccia la stessa sopravvivenza di molti lavoratori. Ai lavoratori americani era stato fatto credere che, diventando sempre più produttivi, sarebbero riusciti a liberarsi dalla schiavitù del lavoro; ora, per la prima volta, si sta dicendo loro che spesso gli aumenti di produttività non provocano aumenti del tempo libero, ma code all’ufficio di collocamento”.
Solo per riportare alcuni dati concreti, nel febbraio-marzo 2010 la Commissione europea ha calcolato per la UE un aumento del PIL pari allo 1% – superiore a quella stimato, lo 0,7% – mentre contemporaneamente l’Eurostat registrava una disoccupazione stabile intorno al 10%. Nello stesso anno la Germania, locomotiva della crescita europea, a fine giugno segnava un +3,7% rispetto all’anno precedente e contemporaneamente 134.800 lavoratori tedeschi del comparto industriale perdevano il posto. Gli USA addirittura hanno chiuso l’ultimo trimestre del 2009 con una crescita netta del 5,7%, ma il Dipartimento del lavoro nel gennaio 2010 ha constato solo un lieve rallentamento del trend negativo, non una ripresa dell’occupazione.
Ma l’Europa e gli USA rappresentano il ‘vecchio’ mondo incapace di affrontare le sfide dell’economia attuale, per cui forse è più corretto concentrare l’attenzione sull’inarrestabile ascesa dei paesi del cosiddetto BRIC, ossia Brasile, Russia, India e Cina. Ecco le percentuali relative alla disoccupazione nel 2009, confrontate con la crescita economica media annua del quinquennio 2004-2009 (dati tratti da Il mondo in cifre 2012, edito da The Economist):
Ma l’Europa e gli USA rappresentano il ‘vecchio’ mondo incapace di affrontare le sfide dell’economia attuale, per cui forse è più corretto concentrare l’attenzione sull’inarrestabile ascesa dei paesi del cosiddetto BRIC, ossia Brasile, Russia, India e Cina. Ecco le percentuali relative alla disoccupazione nel 2009, confrontate con la crescita economica media annua del quinquennio 2004-2009 (dati tratti da Il mondo in cifre 2012, edito da The Economist):
Brasile: crescita 3,5% disoccupazione 8,3%
Russia: crescita 3,9% disoccupazione 8,2%
India: crescita 8,3% disoccupazione 4,4%
Cina: crescita 11,4% disoccupazione 4,3%
Russia: crescita 3,9% disoccupazione 8,2%
India: crescita 8,3% disoccupazione 4,4%
Cina: crescita 11,4% disoccupazione 4,3%
Se Brasile e Russia preoccupano, perché i dati sulla disoccupazione non sono molto dissimili da quelli della zona Euro (9,4%) – che però, si badi bene, è cresciuta solo dello 0,8% – i due giganti asiatici sembrano invece confermare gli assunti tradizionali. In realtà, basta non fermarsi alla superficie per scoprire una verità sconcertante: India e Cina possono vantare una disoccupazione relativamente bassa perché, per molti aspetti, sono ancora paesi non completamente sviluppati. Di fatto, malgrado la grande esplosione industriale, sono ancora nazioni prevalentemente agricole, perché in Cina l’agricoltura occupa il 38% della popolazione, in India addirittura il 52% (a titolo di paragone, nell’Unione Europea gli addetti all’agricoltura sono poco più del 5%). Questi dati indicano la persistenza di un’agricoltura tradizionale a bassa tecnologia, che richiede un alto tasso di manodopera. In Brasile e in Russia, dove è già iniziata da tempo la modernizzazione del settore, gli addetti all’agricoltura sono rispettivamente il 20% e il 10%. Una volta promossa una massiccia modernizzazione agricola, ampiamente sostenuta da istituzioni internazionali come la Banca Mondiale, anche Cina e India si troveranno a fare i conti con lo stesso problema.
Se la crescita non è la soluzione ma un problema per la creazione di posti di lavoro, come intervenire a favore dell’occupazione? Le risposte sono fondamentalmente tre:
Se la crescita non è la soluzione ma un problema per la creazione di posti di lavoro, come intervenire a favore dell’occupazione? Le risposte sono fondamentalmente tre:
1) operare una drastica riduzione degli orari di lavoro e pensare a interventi come il reddito di cittadinanza per liberare il tempo umano dal lavoro;
2) riconvertire la società e l’economia a una logica di sostenibilità. Solo nel settore del risparmio energetico si potrebbero ottenere risultati impressionanti: il Rapporto sull’efficienza energetica redatto da ENEA e CESI RICERCA e poi ripreso dalla Commissione Energia di Confindustria, sostiene la necessità di un “piano straordinario di efficienza energetica”, che secondo le stime sarebbe in grado in 10 anni di creare 1,6 milioni di occupati in più, permettendo un aumento della produzione industriale di 238 miliardi, il taglio di 207 milioni di tonnellate di CO2 e 14 miliardi di risparmio in bolletta.
3) intraprendere una seria riflessione sullo sviluppo tecnologico, che dovrebbe riconsiderare la possibilità di una tecnologia a basso consumo energetico e ad alta intensità di lavoro, meno alienante e più a misura d’uomo (una tecnologia ‘conviviale’ o ‘intermedia’, per utilizzare le definizioni di Ivan Illich ed Ernst Friedrich Schumacher)
2) riconvertire la società e l’economia a una logica di sostenibilità. Solo nel settore del risparmio energetico si potrebbero ottenere risultati impressionanti: il Rapporto sull’efficienza energetica redatto da ENEA e CESI RICERCA e poi ripreso dalla Commissione Energia di Confindustria, sostiene la necessità di un “piano straordinario di efficienza energetica”, che secondo le stime sarebbe in grado in 10 anni di creare 1,6 milioni di occupati in più, permettendo un aumento della produzione industriale di 238 miliardi, il taglio di 207 milioni di tonnellate di CO2 e 14 miliardi di risparmio in bolletta.
3) intraprendere una seria riflessione sullo sviluppo tecnologico, che dovrebbe riconsiderare la possibilità di una tecnologia a basso consumo energetico e ad alta intensità di lavoro, meno alienante e più a misura d’uomo (una tecnologia ‘conviviale’ o ‘intermedia’, per utilizzare le definizioni di Ivan Illich ed Ernst Friedrich Schumacher)
Infine, a livello individuale e comunitario (è difficile immaginare un sostegno statale), si possono promuovere le pratiche di ‘scollocamento’ rese celebri da Simone Perotti nelle sue opere.
Se non si intraprenderà una svolta in questa direzione, possiamo solo sprofondare ulteriormente nel baratro della grande crisi economica, ecologica e sociale insieme alle illusioni di crescere.
Se non si intraprenderà una svolta in questa direzione, possiamo solo sprofondare ulteriormente nel baratro della grande crisi economica, ecologica e sociale insieme alle illusioni di crescere.
La ferrea (il)logica dello sviluppo (in)sostenibile 30 agosto 2012
‘Sviluppo sostenibile’ è un’espressione quanto mai di moda, un’etichetta che viene appiccicata indifferentemente a soggetti molto diversi tra loro. Persino Renato Brunetta e Franco Frattini, non particolarmente noti per l’amore verso la natura, hanno collaborato alla stesura del Manifesto per lo Sviluppo Sostenibile della FREE/Foundation for Research on European Economy e di Amici della Terra; ma anche il centro-sinistra può vantare i suoi assi. Le indagini della magistratura hanno scoperto che Luigi Lusi, il tesoriere della Margherita balzato agli onori delle cronache per l’accusa di appropriazione indebita delle casse del partito, effettuava versamenti sospetti a favore del Centro per il futuro sostenibile, fondazione presieduta da Francesco Rutelli con lo scopo (dichiarato) di promuovere lo sviluppo sostenibile.
Le origini del concetto di sviluppo sostenibile risalgono al 1972, anno in cui venne redatto il rapporto I limiti dello sviluppo, commissionato dal Club di Roma a un gruppo di scienziati del Mit. Gli autori mettevano in guardia contro il pericolo dell’esaurimento delle risorse naturali e auspicavano un’economia stazionaria che rinunciasse alle pretese di crescita infinita; tuttavia, bisognerà aspettare vent’anni prima che queste problematiche trovassero la meritata attenzione sul piano politico, con la Conferenza sul clima di Rio de Janeiro del 1992.
Cinque anni prima, la Commissione mondiale sull’ambiente aveva provato ad affrontare la spinosa questione della conciliazione tra crescita e preservazione dell’ambiente in una relazione intitolata Our common future (noto in Italia come Rapporto Brundtland, dal nome della coordinatrice della commissione, la norvegese Gro Harlem Brundtland), in cui per la prima volta si parlò di ‘sviluppo sostenibile’, presentato come
Le origini del concetto di sviluppo sostenibile risalgono al 1972, anno in cui venne redatto il rapporto I limiti dello sviluppo, commissionato dal Club di Roma a un gruppo di scienziati del Mit. Gli autori mettevano in guardia contro il pericolo dell’esaurimento delle risorse naturali e auspicavano un’economia stazionaria che rinunciasse alle pretese di crescita infinita; tuttavia, bisognerà aspettare vent’anni prima che queste problematiche trovassero la meritata attenzione sul piano politico, con la Conferenza sul clima di Rio de Janeiro del 1992.
Cinque anni prima, la Commissione mondiale sull’ambiente aveva provato ad affrontare la spinosa questione della conciliazione tra crescita e preservazione dell’ambiente in una relazione intitolata Our common future (noto in Italia come Rapporto Brundtland, dal nome della coordinatrice della commissione, la norvegese Gro Harlem Brundtland), in cui per la prima volta si parlò di ‘sviluppo sostenibile’, presentato come
“forma di sviluppo che permette di soddisfare i bisogni attuali senza compromettere la capacità delle generazione future di soddisfare i loro”.
Fin qui si tratta di un auspicio di alto valore morale assolutamente condivisibile. I problemi sorgono quando le vecchie generazioni cominciano a fare supposizioni sui bisogni di quelle future: quanto dovranno i posteri limitare le loro pretese rispetto ai progenitori baby boomers? Al riguardo, il Rapporto Brundtland stringe l’occhio alla tecnologia come mezzo di emancipazione dai limiti naturali:
“Il concetto di sviluppo sostenibile comporta limiti, ma non assoluti, bensì imposti dall’attuale stato della tecnologia e dell’organizzazione sociale alle risorse economiche e dalla capacità della biosfera di assorbire gli effetti delle attività umane. La tecnica e la organizzazione sociale possono però essere gestite e migliorate allo scopo di inaugurare una nuova era di crescita economica”.
Niente paura, insomma: ci sarà un nuovo boom economico, paragonabile a quello del secondo dopoguerra (altrimenti che ‘era di crescita’ sarebbe?), quindi le future generazioni possono tirare un sospiro di sollievo, insieme ovviamente al mondo imprenditoriale terrorizzato all’idea di ridurre i suoi volumi di affari. Ci penserà la tecnologia a risolvere tutti i problemi.
Il Nobel per l’economia Robert Solow deve essersi ispirato a idee del genere, quando nel suo saggio Intergenerational equity and exhaustible resources ha scritto che
Il Nobel per l’economia Robert Solow deve essersi ispirato a idee del genere, quando nel suo saggio Intergenerational equity and exhaustible resources ha scritto che
“non c’è in linea di principio alcun problema; il mondo può in effetti andare avanti senza risorse naturali”.
Alcuni burloni hanno preso alla lettera l’economista americano ipotizzando che allora in futuro si potranno cucinare pizze sempre più grandi senza ricorrere alla farina, grazie a forni sempre più sofisticati (forse siamo troppo malevoli con Solow: mosso dalla necessità, l’ingegno umano può trovare soluzioni miracolose. Ad esempio nel 2007, quando in Messico il prezzo del mais schizzò alle stelle a causa del suo impiego come biocarburante, la popolazione più povera ricorse all’argilla per preparare la tradizionale tortilla. Chissà se un fatto del genere rientra nel modello di Solow).
Se lo sviluppo sostenibile non è solo uno slogan, allora i buoni propositi devono sfociare in qualcosa di concreto, in un programma che numeri alla mano chiarisca come si possa conciliare crescita economica e salvaguardia del pianeta e delle generazioni future. Su quest’aspetto i sostenitori dello sviluppo sostenibile sono molto carenti perché tale operazione è stata tentata seriamente in un solo caso e, come vedremo, con esiti decisamente insoddisfacenti.
Se lo sviluppo sostenibile non è solo uno slogan, allora i buoni propositi devono sfociare in qualcosa di concreto, in un programma che numeri alla mano chiarisca come si possa conciliare crescita economica e salvaguardia del pianeta e delle generazioni future. Su quest’aspetto i sostenitori dello sviluppo sostenibile sono molto carenti perché tale operazione è stata tentata seriamente in un solo caso e, come vedremo, con esiti decisamente insoddisfacenti.
La IEA e lo Scenario 450
Le conferenze mondiali sul clima che hanno aperte l’era post-Kyoto – Copenaghen 2009, Cancùn 2010 e Durban 2011 – hanno impostato il dibattito sui cambiamenti climatici accettando la tesi più volte ribadita dalla IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, la commissione climatica dell’ONU) secondo cui l’obiettivo fondamentale è impedire che la temperatura media del pianeta oltrepassi i 2°C. Per fare ciò occorre che la concentrazione di CO2 nell’atmosfera non superi i 450 ppm (parti per milione), quindi le nazioni del mondo godrebbero di un ‘bonus’ (oggi la concentrazione rasenta i 400 ppm) per aumentare le emissioni, per poi ridurle gradualmente: in caso di infrazione di tale limite, i climatologi hanno paventato il rischio di conseguenze irreversibili per il pianeta. Seguendo le prescrizione dell’IPCC, la IEA (Agenzia Internazionale per l’Energia) si sforza da alcuni anni di elaborare un modello energetico che coniughi lotta ai cambiamenti climatici e crescita economica, chiamato Scenario 450, che viene allegato al World Energy Outlook (WEO) pubblicato annualmente dall’agenzia. Nella versione divulgata nel 2011, lo Scenario 450 prevede un trend di crescita dei consumi energetici dell’1,4% annuo fino al 2020, che dovrebbe ridursi allo 0,3% annuo tra il 2020 e il 2035; a pag. 212 del WEO 2011 appare questa tabella di previsione dei consumi di energia primaria (cliccare sull’immagine sopra il titolo del post)
Chi è un po’ pratico della materia resterà molto perplesso riguardo al dato 2009 sull’energia nucleare, perché 730 MTEP annui vorrebbero dire più di 8100 TWh di produzione elettrica mentre la stessa IEA in altri dispacci ci informa che le centrali atomiche contribuiscono per circa 2700 TWh; come spiegare la contraddizione? Di fatto la IEA ragionando in MTEP (ossia milioni di tonnellate di petrolio equivalenti) adotta un criterio, abbastanza discutibile, per cui un kWh di energia elettrica generata da un reattore nucleare evita il consumo di un’energia primaria equivalente moltiplicata per tre (circa) di combustibili fossili. In pratica, quello che compare nella tabella è il rendimento ideale del reattore, che in realtà non riesce a convertire più del 30-35% del calore prodotto dalla fissione in energia elettrica, limite insuperato anche per i nuovi reattori di terza generazione (ringrazio pubblicamente il professor Ugo Bardi per avermi chiarito questo aspetto in uno scambio privato per email).
Ne consegue pertanto che, anche nella previsione ottimistica del 2035, il nucleare contribuirebbe per meno del 4% ai consumi di energia primaria, e quindi le fonti fossili sarebbero ancora più del 63% del totale. Ma aumentare del 140% la produzione di energia atomica richiederebbe la costruzione ex novo di più di 200 centrali e la sostituzione di circa novanta unità di prima e seconda generazione che verso il 2015 arriveranno al termine del ciclo operativo, con paesi come Germania, Svezia, Svizzera e Giappone che hanno annunciato la graduale uscita dall’atomo dopo il grave incidente di Fukushima. Come se non bastasse, se anche si concretizzassero gli sforzi titanici per sostenere un simile programma di espansione, si andrebbe incontro a una beffa terribile, perché secondo la guida Uranium from mine to mill compilata nel 2010 dalla World Nuclear Association le riserve di uranio ‘commerciale’ (estraibile a un prezzo inferiore a $80/kg) permetterebbero non più di una ventina d’anni di autonomia, dopodiché bisognerebbe incrociare le dita e sperare che l’industria del settore sia riuscita a mettere in commercio i fantomatici reattori auto-fertilizzanti di IV generazione (tutti gli esperimenti di reattori autofertilizzanti tentati finora – Beloyarsk-3 in Russia, Monju in Giappone e Superphénix in Francia – sono miseramente falliti, a causa dell’elevata pericolosità nel trattamento del plutonio).
Quello relativo al nucleare non è l’unico elemento controverso dello Scenario 450 ma solo la punta di un iceberg. Ad esempio:
Ne consegue pertanto che, anche nella previsione ottimistica del 2035, il nucleare contribuirebbe per meno del 4% ai consumi di energia primaria, e quindi le fonti fossili sarebbero ancora più del 63% del totale. Ma aumentare del 140% la produzione di energia atomica richiederebbe la costruzione ex novo di più di 200 centrali e la sostituzione di circa novanta unità di prima e seconda generazione che verso il 2015 arriveranno al termine del ciclo operativo, con paesi come Germania, Svezia, Svizzera e Giappone che hanno annunciato la graduale uscita dall’atomo dopo il grave incidente di Fukushima. Come se non bastasse, se anche si concretizzassero gli sforzi titanici per sostenere un simile programma di espansione, si andrebbe incontro a una beffa terribile, perché secondo la guida Uranium from mine to mill compilata nel 2010 dalla World Nuclear Association le riserve di uranio ‘commerciale’ (estraibile a un prezzo inferiore a $80/kg) permetterebbero non più di una ventina d’anni di autonomia, dopodiché bisognerebbe incrociare le dita e sperare che l’industria del settore sia riuscita a mettere in commercio i fantomatici reattori auto-fertilizzanti di IV generazione (tutti gli esperimenti di reattori autofertilizzanti tentati finora – Beloyarsk-3 in Russia, Monju in Giappone e Superphénix in Francia – sono miseramente falliti, a causa dell’elevata pericolosità nel trattamento del plutonio).
Quello relativo al nucleare non è l’unico elemento controverso dello Scenario 450 ma solo la punta di un iceberg. Ad esempio:
– 240 MTEP in più di energia idroelettrica corrispondono alla costruzione di una trentina di maxi-dighe sul tipo di quella cinese delle Tre Gole sul fiume Yangzte, che ha costretto a sfollare due milioni di persone e sommerso innumerevoli villaggi;
– viene definita ‘opzione chiave’ l’utilizzo delle centrali a carbone con sequestro di carbonio (CSS), una tecnologia basata più sul desiderio di mantenere il carbone che su motivazioni ecologiche. Lo stoccaggio della CO2 in depositi sotterranei è infatti difficilmente fattibile e molto pericoloso;
– contrariamente alle indicazioni di molti scienziati (ad esempio del gruppo ASPO), la IEA pospone il picco della produzione del petrolio al 2020, e quello del gas a data da destinarsi;
– la IEA punta pericolosamente sulle biomasse al fine di realizzare biocarburanti per sopperire al picco del petrolio. Nel rapporto si precisa che, dei 2329 MTEP di energia da biomassa da produrre nel 2035, il 29% – ossia 675 MTEP – dovrebbe essere destinata alla produzione di biocarburanti, ma già oggi che se ne consumano ‘solo’ una sessantina di MTEP (stima del BP Energy Outlook 2030) esistono gravi problemi di concorrenza con l’agricoltura destinata all’alimentazione umana;
– la IEA stima che la realizzazione complessiva del programma richiederebbe un investimento di 36,5 trilioni di dollari tra il 2011 e il 2035, ossia 1,5 trilioni di dollari all’anno – un ammontare che, per intenderci, equivarrebbe al 3,7% del PIL mondiale 2008, un grande onere in tempi di crisi economica.
– viene definita ‘opzione chiave’ l’utilizzo delle centrali a carbone con sequestro di carbonio (CSS), una tecnologia basata più sul desiderio di mantenere il carbone che su motivazioni ecologiche. Lo stoccaggio della CO2 in depositi sotterranei è infatti difficilmente fattibile e molto pericoloso;
– contrariamente alle indicazioni di molti scienziati (ad esempio del gruppo ASPO), la IEA pospone il picco della produzione del petrolio al 2020, e quello del gas a data da destinarsi;
– la IEA punta pericolosamente sulle biomasse al fine di realizzare biocarburanti per sopperire al picco del petrolio. Nel rapporto si precisa che, dei 2329 MTEP di energia da biomassa da produrre nel 2035, il 29% – ossia 675 MTEP – dovrebbe essere destinata alla produzione di biocarburanti, ma già oggi che se ne consumano ‘solo’ una sessantina di MTEP (stima del BP Energy Outlook 2030) esistono gravi problemi di concorrenza con l’agricoltura destinata all’alimentazione umana;
– la IEA stima che la realizzazione complessiva del programma richiederebbe un investimento di 36,5 trilioni di dollari tra il 2011 e il 2035, ossia 1,5 trilioni di dollari all’anno – un ammontare che, per intenderci, equivarrebbe al 3,7% del PIL mondiale 2008, un grande onere in tempi di crisi economica.
Tirando le somme, lo Scenario 450 oscilla tra previsioni fantascientifiche e scenari da film dell’orrore. Ma riuscirebbe poi a venire incontro ai desideri espansionistici del business imprenditoriale? Quanto sarebbe il tasso annuo di crescita del PIL con un aumento energetico dell’1,4%? Non è facile dare una risposta precisa, tuttavia si possono ipotizzare alcune stime elaborando i dati del IEA Statistics – CO2 emissions from fuel combustion 2010.
Tra il 2000 e il 2008, il PIL mondiale è aumentato del 3,2% annuo mentre il consumo energetico del 2,7% annuo: se quest’ultimo venisse ridotto all’1,4% come previsto nello Scenario 450, mantenendo anche per il 2011-2020 la medesima intensità energetica si avrebbe una crescita dell’1,6% di per sé non particolarmente esaltante (Confindustria definiva nel 2010 l’Italia ‘malata di poca crescita’ perché stentava ad arrivare al 2%) Tuttavia su questo misero risultato grava come un macigno la necessità di contenere le emissioni di CO2, che per lo Scenario 450 dovrebbero attestarsi a 31,9 Gt (giga-tonnellate, miliardi di tonnellate); cioè ‘solo’ 3,1 Gt più del 2009, mentre nel 2000-2008 l’aumento è stato di 8,4 Gt. L’efficienza tecnologica (il rapporto CO2/PIL) dovrebbe fare un balzo in avanti del 20% in pochi anni, e ciò sembra difficilmente fattibile considerando la preponderanza ancora assegnata alle fonti fossili.
Per questi livelli modesti di crescita, l’umanità dovrebbe spingersi fino ai limiti teorici di inquinamento, nella speranza che le teorie dei climatologi reggano alla dimostrazione pratica, e imbarcarsi in programmi energetici tanto ambiziosi quanto sconclusionati sul piano politico e sociale. L’assurdità è tale che neppure la IEA sembra credere più di tanto alle sue stesse proposte (pag. 239 del WEO 2011):
Tra il 2000 e il 2008, il PIL mondiale è aumentato del 3,2% annuo mentre il consumo energetico del 2,7% annuo: se quest’ultimo venisse ridotto all’1,4% come previsto nello Scenario 450, mantenendo anche per il 2011-2020 la medesima intensità energetica si avrebbe una crescita dell’1,6% di per sé non particolarmente esaltante (Confindustria definiva nel 2010 l’Italia ‘malata di poca crescita’ perché stentava ad arrivare al 2%) Tuttavia su questo misero risultato grava come un macigno la necessità di contenere le emissioni di CO2, che per lo Scenario 450 dovrebbero attestarsi a 31,9 Gt (giga-tonnellate, miliardi di tonnellate); cioè ‘solo’ 3,1 Gt più del 2009, mentre nel 2000-2008 l’aumento è stato di 8,4 Gt. L’efficienza tecnologica (il rapporto CO2/PIL) dovrebbe fare un balzo in avanti del 20% in pochi anni, e ciò sembra difficilmente fattibile considerando la preponderanza ancora assegnata alle fonti fossili.
Per questi livelli modesti di crescita, l’umanità dovrebbe spingersi fino ai limiti teorici di inquinamento, nella speranza che le teorie dei climatologi reggano alla dimostrazione pratica, e imbarcarsi in programmi energetici tanto ambiziosi quanto sconclusionati sul piano politico e sociale. L’assurdità è tale che neppure la IEA sembra credere più di tanto alle sue stesse proposte (pag. 239 del WEO 2011):
“Ogni anno bisognerebbe costruire circa 27 GW di reattori nucleari, che necessitano un’accettazione diffusa di questa tecnologia. Altre tecnologie che sono state prese in esame, come le gradi dighe e i biocarburanti, incontrano resistenze da parte dell’opinione pubblica a causa delle potenziali conseguenze ambientali e delle problematiche legate alla sostenibilità… Dal momento che implementare lo Scenario 450 sarebbe già estremamente impegnativo, è assai difficile pensare di sviluppare la tecnologia ancora più rapidamente, modificando sia i comportamenti individuali che la pianificazione urbana”.
Alla fine anche la IEA sembra in qualche modo arrivare alla conclusione corretta: cambiare i nostri comportamenti è più importante che fantasticare di mirabolanti assetti energetici.
Antonio Gramsci definiva ‘rivoluzioni conservatrici’ quei cambiamenti che attingono da idee radicali e innovative allo scopo di annacquarne la portata rivoluzionaria, secondo il motto gattopardesco di ‘cambiare tutto per non cambiare niente’: Gramsci aveva in mente idee come il socialismo e ‘rivoluzioni conservatrici’ come il dirigismo fascista o il new deal rooseveltiano, oggi possiamo vedere nel capitalismo della green economy una diluizione del pensiero ecologista; e domani possiamo essere sicuri che anche la decrescita subirà lo stesso trattamento.
Al di là del fracasso mediatico, esistono documenti redatti dall’establishment mondiale (FMI, IEA, banche) che testimoniano la preoccupazione della fine dell’economia della crescita così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi sessant’anni. Ma mi ha colpito soprattutto un libro, scritto dal sociologo Giampaolo Fabris e intitolato La società post-crescita. Consumi e stili di vita, edito nel 2010 da Egea Editore. Sento un forte disagio perché nello stesso anno, purtroppo, Fabris è morto e siccome la mia analisi è piuttosto critica può sembrare vigliacco indulgere nella valutazione negativa; tuttavia, siccome Fabris in vita non temeva di esprimere giudizi radicali – cosa che torna sicuramente a suo onore – immagino che non avrebbe avuto nulla da ridire sul fatto che si replicasse con la sua stessa verve polemica.
Per altro il libro di Fabris, nella sezione introduttiva, rappresenta forse la miglior analisi critica della società della crescita, con una precisione documentaria che fa letteralmente impallidire Latouche o Pallante; la sua accurata analisi del fenomeno del consumo – fortemente influenzata da Baudrillard e Bauman – presenta aspetti inediti e interessanti. Tuttavia, pur criticando il concetto di crescita infinita condividendo la diagnosi dei decrescenti, Fabris non vuole essere assolutamente accomunato a loro, essendo la decrescita una visione “all’insegna del fermate il mondo voglio scendere”, “prospettiva utopica e conservatrice”, una romanticheria intrisa di “inattuale economicismo”, un “fondamentalismo accecato dell’utopia” in cui le varie correnti sono ossessionate da “l’abbattimento dell’odiato capitalismo”, capaci solo di ipotizzare “uno scenario claustrale, un po’ ‘polpottista’”, “nuovi Savonarola” il cui comune denominatore è “la vocazione masochistica all’ascetismo”, “il massimalismo scostante, talebano che mette in discussione ogni ambito della vita quotidiana per riportarlo a una sorta di stato di natura, di cultura preindustriale additata a modello di buon vivere”, “l’ostracismo nei confronti delle imprese multinazionali ma, più in generale, delle imprese tout court” e il “rigore di stampo superegoico” (i virgolettati sono tutti affettuosi apprezzamenti pazientemente copiati dal libro).
Insomma, non si capisce bene se Fabris abbia scambiato i sostenitori della decrescita con i monaci stiliti o gli anarco-primitivisti alla John Zerzan: siccome in bibliografia compaiono libri di Latouche e Pallante, viene da pensare che non li abbia letti bene o ne abbia dato un’interpretazione molto personale e interessata (onestamente, propendo di più per la seconda possibilità).
Nonostante queste premesse, ritengo la pubblicazione di quest’opera un fatto positivo e ne consiglio addirittura la lettura, soprattutto in considerazione della natura ben poco rivoluzionaria o eterodossa del suo autore, un sociologo che esprime una velata simpatia per Romano Prodi e che definisce se stesso una persona “con comportamenti di voto orientati prevalentemente a sinistra” e attento a un “rigoroso rispetto dei principi democratico liberali in politica e sostanzialmente liberisti in economia” e allergico alle due chiese secondo lui dominanti nel nostro paese, quella cattolica e quella marxista. Se un’istituzione come lo IULM – dove Fabris insegnava sociologia dei consumi – stipendiava l’opera di un ricercatore che, numeri alla mano, denuncia le storture legate al PIL e alla crescita, segnala il lato oscuro dello sviluppo, condanna i guasti dell’iperconsumo e di uno sviluppo tecnologico incontrollato (in modo molto più documentato e scientifico di tanti fautori della decrescita), allora c’è di che rallegrarsi: significa che certe preoccupazioni sono giunte anche all’interno dell’establishment e che si stanno cercando delle soluzioni, anche se lo scopo è di mantenere il più possibile inalterato lo status quo. La post-crescita di Fabris si differenzia profondamente dai soliti sproloqui sulla ‘economia sociale di mercato’ perché non si limita a tratteggiare un caritatevole paternalismo dell’élite economica ma dichiara la necessità di una trasformazione dove anche i potenti dovrebbero fare importanti concessioni. Benché lo scopo di fondo sia di salvare il capitalismo tentando di emendare le sue più evidenti criticità, e per quanto le proposte di Fabris difficilmente sarebbero sufficienti per la sostenibililità ambientale e sociale, l’implementazione di molte idee rivolterebbe come un calzino la società attuale, permettendo forse un ‘traghettamento’ nella decrescita vera e propria: facendo buon viso a cattivo gioco, ci si potrebbe appellare alla versione ‘light’ degli ideali decrescenti rivisitati da Fabris (elogio della lentezza, decolonizzazione dell’immaginario, riscoperta del saper fare, rilocalizzazione della attività produttive ecc.) per dare maggior forza alla loro lettura più radicale.
In realtà, a parte i fraintendimenti più o meno intenzionali, la vera distanza tra i decrescenti e Fabris sta nel fatto che questi non riesce a elaborare una visione ispirata al bene comune, rimanendo sostanzialmente ancorato al liberal-liberismo, cosa che forse lo ha reso compatibile con ambienti di lavoro come lo IULM e l’università Vita-Salute San Raffaele. Nel primo capitolo, ad esempio, Fabris rabbrividisce alla proposta di Latouche di una scelta comunitaria di mettere un limite al possesso di paia di scarpe, bollandola come ‘polpopista’ (parola a lui molto congeniale, visto che è ripetuta più volte nel testo). Fabris crede nella positività dell’intervento statale “che comunque non stravolge le regole del mercato e, per quanto riguarda i consumatori, non trasformi la libera scelta in obbligo (il corsivo è nel testo, n.d.a): i nuovi comportamenti devono essere la risultante di una raggiunta consapevolezza, non di norme o limiti che vengono imposti dall’esterno” (pag. 71). Una presa di posizione in perfetto stile liberale a cui apparentemente si potrebbe obiettare solo con un atteggiamento autoritario.
Voglio replicare a questa posizione raccontando un aneddoto tratto dalla mia carriera di docente di scuola superiore. Un giorno all’uscita di scuola vedo un mio alunno con un ciclomotore che con l’acceleratore ‘sgasava’ imitando gli assi del motociclismo. A quel punto chiesi scherzando a Luca – questo il nome dello studente – se per caso la benzina gli venisse regalata, visto che la stava sprecando per niente. Luca, in una inconsapevole professione di credo liberale, in modo educato ma fermo mi rispose: “Prof, la benzina l’ho pagata io” e conseguentemente ne faccio quello che mi pare, anche sciuparla. Luca era un bravo ragazzo dell’istituto alberghiero ma dubito che conoscesse il concetto di picco del petrolio o immaginasse il vorticoso giro compiuto dalla benzina prima di finire nel serbatoio della sua moto, il petrolio estratto in zone di guerra o in territori requisiti alle popolazioni indigene, la corruzione da parte delle multinazionali petrolifere, la violazione dei diritti umani e le improbe condizioni di lavoro nei pozzi, gli inquinanti processi di trasporto e raffinazione, ecc.. È invece presumibile che tutte queste cose fossero ben note a Fabris. Se, coerentemente con una visione liberale, la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri, allora è inevitabile chiedersi se un eccesso di prosperità materiale di alcuni o certi comportamenti non sostenibili impediscano ad altri un benessere sufficiente e dignitoso.
Per uscire dalla polemica sul libro e sul suo autore, non posso fare a meno di pensare all’espressione che sintetizza al meglio l’idea della decrescita, cioé “meno e meglio” di Maurizio Pallante, che deve rimanere un’importante orizzonte sociale e politico da non perdere mai di vista. Penso che i sostenitori della decrescita debbano distinguersi non tanto per l’enfasi sul ‘meno’ – che riesce abbastanza facile, come abbiamo visto, anche a persone con sensibilità molto diversa – ma sul ‘meglio’ inteso come necessità di cambiare una società che sarebbe ingiusta e insostenibile a prescindere dai limiti naturali. Le teorie della ‘post-crescita, di fatto, vogliono perpetuare l’attuale sistema, mentre i decrescenti (a mio parere) dovrebbero distinguersi per la presa d’atto della fine di un modello di civiltà. Nel libro Punto di svolta, il fisico Fritjouf Capra ritiene che stiamo vivendo la fine di una civiltà le cui tre problematiche fondamentali sono:
– la ridefinizione dei rapporti sociali uomo-donna con la graduale fine della soggezione patriarcale;
– la scarsità delle fonti energetiche fossili;
– il passaggio da una visione determinista-meccanicista a una olistica, nella scienza e nella sfera politica, economica e sociale.
La post-crescita prende in considerazione solo il secondo fattore perché si rende conto che è ineluttabile, e prova ugualmente a perpetuare il modello attuale; invece la decrescita deve invece considerarli tutti e tre insieme. Se non lo faremo, finiremo vittime di una delle tante rivoluzioni conservatrici capitate nel corso della storia.
Al di là del fracasso mediatico, esistono documenti redatti dall’establishment mondiale (FMI, IEA, banche) che testimoniano la preoccupazione della fine dell’economia della crescita così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi sessant’anni. Ma mi ha colpito soprattutto un libro, scritto dal sociologo Giampaolo Fabris e intitolato La società post-crescita. Consumi e stili di vita, edito nel 2010 da Egea Editore. Sento un forte disagio perché nello stesso anno, purtroppo, Fabris è morto e siccome la mia analisi è piuttosto critica può sembrare vigliacco indulgere nella valutazione negativa; tuttavia, siccome Fabris in vita non temeva di esprimere giudizi radicali – cosa che torna sicuramente a suo onore – immagino che non avrebbe avuto nulla da ridire sul fatto che si replicasse con la sua stessa verve polemica.
Per altro il libro di Fabris, nella sezione introduttiva, rappresenta forse la miglior analisi critica della società della crescita, con una precisione documentaria che fa letteralmente impallidire Latouche o Pallante; la sua accurata analisi del fenomeno del consumo – fortemente influenzata da Baudrillard e Bauman – presenta aspetti inediti e interessanti. Tuttavia, pur criticando il concetto di crescita infinita condividendo la diagnosi dei decrescenti, Fabris non vuole essere assolutamente accomunato a loro, essendo la decrescita una visione “all’insegna del fermate il mondo voglio scendere”, “prospettiva utopica e conservatrice”, una romanticheria intrisa di “inattuale economicismo”, un “fondamentalismo accecato dell’utopia” in cui le varie correnti sono ossessionate da “l’abbattimento dell’odiato capitalismo”, capaci solo di ipotizzare “uno scenario claustrale, un po’ ‘polpottista’”, “nuovi Savonarola” il cui comune denominatore è “la vocazione masochistica all’ascetismo”, “il massimalismo scostante, talebano che mette in discussione ogni ambito della vita quotidiana per riportarlo a una sorta di stato di natura, di cultura preindustriale additata a modello di buon vivere”, “l’ostracismo nei confronti delle imprese multinazionali ma, più in generale, delle imprese tout court” e il “rigore di stampo superegoico” (i virgolettati sono tutti affettuosi apprezzamenti pazientemente copiati dal libro).
Insomma, non si capisce bene se Fabris abbia scambiato i sostenitori della decrescita con i monaci stiliti o gli anarco-primitivisti alla John Zerzan: siccome in bibliografia compaiono libri di Latouche e Pallante, viene da pensare che non li abbia letti bene o ne abbia dato un’interpretazione molto personale e interessata (onestamente, propendo di più per la seconda possibilità).
Nonostante queste premesse, ritengo la pubblicazione di quest’opera un fatto positivo e ne consiglio addirittura la lettura, soprattutto in considerazione della natura ben poco rivoluzionaria o eterodossa del suo autore, un sociologo che esprime una velata simpatia per Romano Prodi e che definisce se stesso una persona “con comportamenti di voto orientati prevalentemente a sinistra” e attento a un “rigoroso rispetto dei principi democratico liberali in politica e sostanzialmente liberisti in economia” e allergico alle due chiese secondo lui dominanti nel nostro paese, quella cattolica e quella marxista. Se un’istituzione come lo IULM – dove Fabris insegnava sociologia dei consumi – stipendiava l’opera di un ricercatore che, numeri alla mano, denuncia le storture legate al PIL e alla crescita, segnala il lato oscuro dello sviluppo, condanna i guasti dell’iperconsumo e di uno sviluppo tecnologico incontrollato (in modo molto più documentato e scientifico di tanti fautori della decrescita), allora c’è di che rallegrarsi: significa che certe preoccupazioni sono giunte anche all’interno dell’establishment e che si stanno cercando delle soluzioni, anche se lo scopo è di mantenere il più possibile inalterato lo status quo. La post-crescita di Fabris si differenzia profondamente dai soliti sproloqui sulla ‘economia sociale di mercato’ perché non si limita a tratteggiare un caritatevole paternalismo dell’élite economica ma dichiara la necessità di una trasformazione dove anche i potenti dovrebbero fare importanti concessioni. Benché lo scopo di fondo sia di salvare il capitalismo tentando di emendare le sue più evidenti criticità, e per quanto le proposte di Fabris difficilmente sarebbero sufficienti per la sostenibililità ambientale e sociale, l’implementazione di molte idee rivolterebbe come un calzino la società attuale, permettendo forse un ‘traghettamento’ nella decrescita vera e propria: facendo buon viso a cattivo gioco, ci si potrebbe appellare alla versione ‘light’ degli ideali decrescenti rivisitati da Fabris (elogio della lentezza, decolonizzazione dell’immaginario, riscoperta del saper fare, rilocalizzazione della attività produttive ecc.) per dare maggior forza alla loro lettura più radicale.
In realtà, a parte i fraintendimenti più o meno intenzionali, la vera distanza tra i decrescenti e Fabris sta nel fatto che questi non riesce a elaborare una visione ispirata al bene comune, rimanendo sostanzialmente ancorato al liberal-liberismo, cosa che forse lo ha reso compatibile con ambienti di lavoro come lo IULM e l’università Vita-Salute San Raffaele. Nel primo capitolo, ad esempio, Fabris rabbrividisce alla proposta di Latouche di una scelta comunitaria di mettere un limite al possesso di paia di scarpe, bollandola come ‘polpopista’ (parola a lui molto congeniale, visto che è ripetuta più volte nel testo). Fabris crede nella positività dell’intervento statale “che comunque non stravolge le regole del mercato e, per quanto riguarda i consumatori, non trasformi la libera scelta in obbligo (il corsivo è nel testo, n.d.a): i nuovi comportamenti devono essere la risultante di una raggiunta consapevolezza, non di norme o limiti che vengono imposti dall’esterno” (pag. 71). Una presa di posizione in perfetto stile liberale a cui apparentemente si potrebbe obiettare solo con un atteggiamento autoritario.
Voglio replicare a questa posizione raccontando un aneddoto tratto dalla mia carriera di docente di scuola superiore. Un giorno all’uscita di scuola vedo un mio alunno con un ciclomotore che con l’acceleratore ‘sgasava’ imitando gli assi del motociclismo. A quel punto chiesi scherzando a Luca – questo il nome dello studente – se per caso la benzina gli venisse regalata, visto che la stava sprecando per niente. Luca, in una inconsapevole professione di credo liberale, in modo educato ma fermo mi rispose: “Prof, la benzina l’ho pagata io” e conseguentemente ne faccio quello che mi pare, anche sciuparla. Luca era un bravo ragazzo dell’istituto alberghiero ma dubito che conoscesse il concetto di picco del petrolio o immaginasse il vorticoso giro compiuto dalla benzina prima di finire nel serbatoio della sua moto, il petrolio estratto in zone di guerra o in territori requisiti alle popolazioni indigene, la corruzione da parte delle multinazionali petrolifere, la violazione dei diritti umani e le improbe condizioni di lavoro nei pozzi, gli inquinanti processi di trasporto e raffinazione, ecc.. È invece presumibile che tutte queste cose fossero ben note a Fabris. Se, coerentemente con una visione liberale, la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri, allora è inevitabile chiedersi se un eccesso di prosperità materiale di alcuni o certi comportamenti non sostenibili impediscano ad altri un benessere sufficiente e dignitoso.
Per uscire dalla polemica sul libro e sul suo autore, non posso fare a meno di pensare all’espressione che sintetizza al meglio l’idea della decrescita, cioé “meno e meglio” di Maurizio Pallante, che deve rimanere un’importante orizzonte sociale e politico da non perdere mai di vista. Penso che i sostenitori della decrescita debbano distinguersi non tanto per l’enfasi sul ‘meno’ – che riesce abbastanza facile, come abbiamo visto, anche a persone con sensibilità molto diversa – ma sul ‘meglio’ inteso come necessità di cambiare una società che sarebbe ingiusta e insostenibile a prescindere dai limiti naturali. Le teorie della ‘post-crescita, di fatto, vogliono perpetuare l’attuale sistema, mentre i decrescenti (a mio parere) dovrebbero distinguersi per la presa d’atto della fine di un modello di civiltà. Nel libro Punto di svolta, il fisico Fritjouf Capra ritiene che stiamo vivendo la fine di una civiltà le cui tre problematiche fondamentali sono:
– la ridefinizione dei rapporti sociali uomo-donna con la graduale fine della soggezione patriarcale;
– la scarsità delle fonti energetiche fossili;
– il passaggio da una visione determinista-meccanicista a una olistica, nella scienza e nella sfera politica, economica e sociale.
La post-crescita prende in considerazione solo il secondo fattore perché si rende conto che è ineluttabile, e prova ugualmente a perpetuare il modello attuale; invece la decrescita deve invece considerarli tutti e tre insieme. Se non lo faremo, finiremo vittime di una delle tante rivoluzioni conservatrici capitate nel corso della storia.
Gentile Prof. Bardi,
da sostenitore della decrescita felice e da persona che ha sempre apprezzato la brillantezza dei suoi studi unitamente alla rara capacità di uscire dalle anguste torri d’avorio dell’Accademia, sono ovviamente rimasto molto deluso dal suo articolo Il Ritorno di Madonna Povertà: con la storia della “decrescita felice” ci hanno pesantemente imbrogliato.
Per carità, la decrescita felice è tutt’altro che esente da critiche, anzi. Giusto per fare un esempio, con tutta la l’enfasi concentrata sul risparmio di energia (la famosa metafora del secchio bucato di Pallante) e con alcune posizioni troppo rigide e prevenute sulla preservazione dei terreni agricoli e dei paesaggi, sicuramente alcuni decrescenti non hanno contribuito sufficientemente alla causa delle rinnovabili, a cui lei giustamente attribuisce un’importanza fondamentale.
Tuttavia, proprio chi avrebbe potuto esprimere obiezioni acute, sensate e pertinenti, ha preferito lanciarsi in un’invettiva sulla decrescita non dissimile dalle invettive con cui se ne sono usciti tanti politicanti o le madamin pro TAV. Scrive infatti: “A parte i dettagli, mi sa che ci stiamo muovendo esattamente verso questo tipo di cose: povertà abbietta. In sostanza, con la storia della “decrescita felice” ci hanno imbrogliato in modo molto pesante”. Davvero sconcertante, pensando che proviene da qualcuno che ha fatto parte del comitato scientifico di Associazione per la Decrescita, ragion per cui mi risparmio di spiegare per la milionesima volta la differenza tra recessione e decrescita ecc. per non offenderne l’intelligenza.
Come se non bastasse, replicando ad alcuni commenti al post, ha addirittura reincarato la dose: “L’idea che la decrescita a livello individuale sia una buona idea poteva venire in mente solo a persone che non han capito nulla di come funziona il sistema economico (Jevons l’aveva capito benissimo: il suo non era per niente un “paradosso”… Per essere più chiaro, Jevons dice che se io decido di non usare una risorsa (decrescita personale) qualcun altro la userà. Il risultato della mia personale virtù ecologica sarà che io mi impoverisco e che qualcun altro diventa più ricco. Ma l’idea della “decrescita felice” è sempre stata esattamente questa: impoverire i poveri e arricchire i ricchi. E il bello è che qualcuno ha creduto che fosse una cosa buona.”
Innanzitutto, l’ideologia basata sull’impoverire i poveri per arricchire i ricchi esiste da ben prima che Latouche e Pallante venissero al mondo e si chiama capitalismo. Se lo scopo della decrescita felice fosse veramente quello, allora sarebbe osannata da tutti i politici e i membri delle élite, invece di essere costantemente oggetto di vituperio e contumelie.
In secondo luogo, perché professore ha sempre ostentato con orgoglio la sua Citroen Ax riconvertita a motorizzazione elettrica? Per lei non si applica il Paradosso di Jevons? Qualcun altro non avrà forse consumato al posto suo la benzina risparmiata o sfruttato i materiali non impiegati riutilizzando carrozzeria, telaio e parti meccaniche da un veicolo già esistente?
Battute a parte, mi permetto una piccola osservazione sul Paradosso, consapevole dei rischi perché sto sconfinando nel campo dove lei è l’autorità mentre io solo un principiante con qualche cognizione in materia. Se non ricordo male, l’economista inglese sosteneva qualcosa di un pochino diverso da “se io decido di non usare una risorsa qualcun altro la userà”.
Notando come i miglioramenti di efficienza della macchina a vapore avessero aumentato e non diminuito il consumo complessivo di carbon fossile, ne dedusse che il perfezionamento tecnologico, se non vincolato a precisi limiti produttivi, incentiva anziché rallentare lo sfruttamento della materie prime.
I movimenti della decrescita cercano appunto di creare i presupposti culturali per superare l’idea secondo cui la felicità umana sia correlata all’aumento dei consumi tout court, evidenziando anche come pratiche diversa da quelle del business as usual possano garantire livelli di comfort simili agendo però in direzione della sostenibilità. Il medesimo messaggio che, immagino, ha voluto trasmettere elettrificando la sua vecchia Citroen e rendendo il fatto di dominio pubblico.
Inoltre, mi pare che la critica sull’eccessiva attenzione posta dalla decrescita sulle scelte individuali giunga con qualche anno di ritardo, specialmente per quanto riguarda l’ambito italiano. Penso ad esempio alle sinergie che si sono create tra Movimento per la Decrescita Felice con l’Economia del Bene Comune, Ugo Mattei e altre realtà maggiormente concentrate sugli aspetti politici e sociali, che hanno permesso un salto di qualità anche all’interno di MDF. Basta una rapida occhiata al gruppo tematico sull’economia, ad esempio, per apprezzarlo.
Mi permetta infine un’osservazione “da collega”, ossia da blogger, sebbene con numeri decisamente inferiori ai suoi. Proprio in virtù della visibilità di cui (giustamente) gode grazie anche a casse di risonanza ‘generaliste’ come Il Fatto Quotidiano on line, sarebbe opportuno che, specialmente quando scrive in quei contesti, tenesse sempre a mente l’ingenuità di molti lettori riguardo a certe tematiche.
Viviamo in un’epoca dove degrado della biosfera e sovrasfruttamento delle risorse, aggravate da scelte politiche scellerate votate alla distruzione, impediscono di buttare la polvere sotto il tappeto come si è tentato disperatamente di fare fino ad ora. Il monito di Draghi “Volete la pace o i condizionatori accesi?” (ricalcato pari pari sul mussoliniano “volete burro o cannoni?”) preconizza il tentativo delle élite di imporre misure di austerità alle masse per favorire ristrette minoranze privilegiate, edulcorandole di idealismo.
Preso atto di ciò, basta un attimo per scambiare lucciole per lanterne, specialmente quando non si conoscono a sufficienza tematiche complesse come quelle legate alle sostenibilità. Le propongo uno stralcio di un intervento di Carlo Freccero:
“Il rapporto suoi limiti dello sviluppo”, commissionato al MIT del Club di Roma viene pubblicato nel 1972. Nel pieno dell’industrializzazione il libro ci ammonisce sul pericolo che la crescita della popolazione, dell’industrializzazione, dell’inquinamento, della produzione di cibo e di sfruttamento delle risorse, porti il nostro pianeta al collasso. Troviamo già qui tutti i temi dell’agenda 2030 e del Great Reset. Non è casuale.
Aurelio Peccei, fondatore del Club di Roma è un mito per Schwab, ed è intervenuto direttamente, alle origini del WEF, portando il suo contributo teorico. A parte il bellissimo libro di Cesarano Collu, “Apocalisse e Rivoluzione” che identifica “I limiti dello sviluppo” come “utopia capitalista” la sinistra non sembra registrare l’evento. Al contrario sembra introiettare progressivamente questa utopia”.
Chi leggesse ingenuo e ignaro il suo post e le relative tirate contro la decrescita felice, penserebbe che lei stia portando acqua al mulino di questo tipo di posizione, fatto davvero paradossale dal momento che è da poco uscito un suo libro dove si sottolinea l’accuratezza di quello studio del Club di Roma, alla faccia dei cospirazionismi da quattro soldi.
Insomma, la decrescita felice e i suoi sostenitori hanno tante mancanze per cui occorre senza dubbia una costante opera di critica costruttiva. Tuttavia, “truffe”, “balle” e “imbrogli” provengono da altre parti, questo è poco ma sicuro.
Cordialmente (o per lo meno senza alcun rancore, davvero)
Igor Giussani