Articoli di Agnese Mariotti postati sul vecchio blog DFSN
Quando potremo gettare la maschera

Riassunto
Prima siamo spaesati. Infilata la mascherina, quasi fosse un’armatura, ci muoviamo un po’ goffamente in improbabili slalom tra una persona e l’altra. Poi ci organizziamo e, a poco a poco, tranquillizzati, acquisiamo un nuovo ritmo. Così, dalla quiete imposta, comincia a trapelare la nostra vera natura.
Cambieremo stile di vita. Staremo insieme e condivideremo momenti ed esperienze in modi diversi dai soliti. Dimenticheremo la confusione, dovremo imparare il rispetto. Impareremo a fare a meno del superfluo e del tutto subito, ci scopriremo appagati dall’equilibrio. Alla smisurata quantità del mediocre ingannevole che dà la sensazione di ricchezza, privilegeremo il valore—la bellezza, l’intensità, l’utilità, la bontà, l’armonia, la semplicità.
Quando, col tempo, il pericolo sparirà, il nuovo stile di vita non sarà più necessario. Torneremo a mischiarci senza paura e finalmente a fare festa insieme.
Quanti di noi allora, gettando la mascherina, ritorneranno con sollievo a indossare il vecchio camuffamento? Quanti si metteranno a vivere finalmente a volto scoperto?
TESTO
Prima siamo spaesati. Usciamo con la mascherina, ci guardiamo attorno prima di incamminarci, finalmente, a strada libera, ci avviamo. Vigiliamo a destra e a sinistra, sempre guardinghi cercando di non darlo a vedere, aggiustiamo la direzione per scostarci il più possibile da chi arriva in senso opposto, facciamo zigzag, attraversiamo la via per evitare qualcuno. Ci prepariamo al sorpasso spostandoci un passo o due lateralmente qualche metro in anticipo, poi accelerando, superiamo. Ci irritiamo in vista di una strettoia, quando un potenziale sorpasso e un’altra persona stanno per allinearsi sui lati opposti della via proprio mentre ci apprestavamo a passare. Dobbiamo allora rallentare, trovare una posizione in diagonale rispetto a entrambi e temporeggiare per non trovarci mai sulla stessa linea, perpendicolare alla strada, in mezzo ai due. Se incontriamo due persone che camminano insieme ma a un metro l’una dall’altra in orizzontale ci innervosiamo davvero: dove dovrei passare io, in mezzo a voi? Non capite che se la strada è stretta, o vi mettete in fila indiana o state vicini? Se non vivete insieme, incontratevi in spazi più ampi, se vivete insieme evitate di uscire insieme! Ma davvero non ci arrivate da soli?
Dopo un po’ di tempo — almeno un mese — di uscite mascherate ad alto livello di guardia, cominciamo a rilassarci un poco. Un po’ per la stanchezza di dover camminare come su un sentiero minato, un po’ perché ci convinciamo che il semplice respiro altrui non è pericoloso, un po’ perché l’abitudine alla fine vince sempre, il passo diventa meno nervoso, più fluido. Acceleriamo e deceleriamo con naturalezza, cediamo il passo automaticamente, cominciamo ad avere meno paura.
Il lavoro riprende in tutte le sue forme. Gli uffici e i negozi sono ora tutti aperti. Ci organizziamo nel frequentarli. Negli ambienti chiusi manteniamo la distanza di sicurezza, se si deve interagire più da vicino usiamo schermi protettivi. Negli uffici indossiamo la mascherina se dobbiamo discutere in privato. Nei negozi entriamo in pochi per volta, a seconda dello spazio a disposizione, e aspettiamo di fuori, in fila.
Calma, calma, pazienza, pazienza.
Aspettare in fila il proprio turno, con pazienza.
Uno degli effetti della pandemia è che ci sono imposti il rallentamento, la pazienza. Dobbiamo per forza essere pazienti. Pazienti, aspettando che l’epidemia si esaurisca o, per lo meno, si riduca a livelli non più preoccupanti; pazienti, contenendo il desiderio di uscire all’aria aperta senza doversi guardare spalle e fianchi; pazienti, seguendo i nuovi ritmi delle giornate con orari dilatati, sognando un’estate normale, liberi di sciogliere, beati, i pensieri al sole e subito dopo imprecare contro il troppo caldo che, in un’estate normale, ci spingerebbe a chiuderci dentro qualche stanza con l’aria condizionata.
Rallentiamo, e questo ci aiuta a essere più pazienti. Niente più minuti da incastrare, secondo con secondo, per riempire le ore di azioni frenetiche, congrue o no che siano.
Qualcuno che di tanto in tanto perde la pazienza e sbotta c’è. Si sfoga in invettive in genere innocue, che tutt’al più creano un po’ di tensione, ma gli astanti, che hanno reimparato la calma, lasciano correre. Talvolta purtroppo le sfuriate degenerano, e questi si scatena fisicamente sulle persone più vicine e aggiunge danno al danno.
Nel complesso, però, pazienza impera. C’è di mezzo la vita, la scelta è obbligata.
Nella quiete delle azioni, troviamo a poco a poco quella dello spirito. Scopriamo il tempo di fare, pensare, essere.
Affiora così, timida dapprima, come se debba chiedere il permesso, un po’ della nostra vera natura finora camuffata e conformata, stordita dal modello impostoci di esaltazione dell’apparenza, dalla droga del dover possedere ciò che non ci serve, dal praticare ossessivamente il solo sport insegnatoci con assiduità dalla nascita, quello di accaparrarsi cose inutili, cercando di riempire il vuoto di idee e di rimediare all’incertezza dei valori con quantità esorbitanti di mediocrità e insulsaggini.
Ma ora la nostra natura emerge loquace, e cominciano così a zampillare idee.
Quelli con spirito pratico si mettono a inventare per soddisfare le esigenze del nostro nuovo stile di vita. Dalle soluzioni più semplici per la quotidianità alle più sofisticate per situazioni complesse e delicate. Le prime, le si vedono presto in giro: cappelli estivi colorati con un’ampia visiera sbilenca e trasparente che scende su naso e bocca proteggendo a doppio senso e liberando i sorrisi dalla mascherina, leggeri schermi, alcuni con disegni fantasiosi, per baristi e camerieri, da fissare al capo e abbassare sotto gli occhi, divisori in varie fogge per separare, arredando, i tavoli al ristorante, e altro ancora per poter tornare ad aggregarci.
Alcuni scoprono di trovarsi bene nella “lentezza”, prima d’ora mai davvero esercitata. La “lentezza”, infatti, si esercita. E lentezza non è mollezza, non è torpore e inerzia a cui ci abbandoniamo lasciando che si esercitino su di noi. Lentezza, in realtà, è ritmo naturale. Ritmo dei pensieri e delle sensazioni inframmezzati da momenti sospesi in cui si amalgamano i nostri moti intimi schiudendo spiragli, facendo intravedere attimi di ignoto. Ci accorgiamo di zone scure nel mezzo di noi stessi. Ma, anziché passare oltre, come al solito, presi dalla fretta di accumulare “azioni” concrete nelle nostre giornate, ci fermiamo sull’orlo a scrutarle, ne tastiamo i bordi, proviamo a capirne la profondità, con cautela ci addentriamo. A volte perdiamo il controllo all’improvviso e ci cadiamo dentro, nell’ignoto, altre volte continuiamo ad avanzare prudenti, sempre meno timorosi e sempre più curiosi. In ogni caso, anche dopo il tonfo, una volta rassettatici, esploriamo. Cominciamo così a vedere, scopriamo dettagli, troviamo qualche pezzo insperato del nostro speciale magnifico mosaico.
Dopo lo spaesamento iniziale, quindi, ci organizziamo. Si tratta di cambiare stile di vita. Staremo insieme e condivideremo momenti ed esperienze in modi diversi dai soliti. Dimenticheremo la confusione, dovremo imparare il rispetto. Impareremo a fare a meno del superfluo e del tutto subito, ci scopriremo appagati dall’equilibrio. Alla smisurata quantità del mediocre ingannevole che dà la sensazione di ricchezza, privilegeremo il valore—la bellezza, l’intensità, l’utilità, la bontà, l’armonia, la semplicità.
Col tempo, la novità un po’ scomoda diventerà abitudine, ci adatteremo, quasi dimenticheremo il “prima”.
Senonché, col tempo, il pericolo sparirà, e questo stile di vita, ancora nuovo rispetto a quello che l’ha preceduto durando per qualche decennio, non sarà più necessario. Torneremo a mischiarci senza paura e finalmente a fare festa insieme.
Ma che fare, a quel punto, di ciò che siamo stati e diventati nel tempo del pericolo? Buttare la mascherina e tutto l’armamentario ad essa associato di gesti e di comportamenti, riattivare immediatamente il motore a pieni giri, lasciarci in fretta alle spalle l’esperienza provante, come se il vissuto recente fosse stato un incubo da cui ci siamo risvegliati, immutati?
Saremo chiamati a una scelta.
Alcuni continueranno imperturbati nel loro ritmo innovativo, più vicino al ritmo della natura umana, della natura, e troveranno il modo di perpetuarlo, anche dopo. Stile di vita prima imposto, poi vagliato e scoperto e ora abbracciato inseparabilmente come intimamente proprio.
Molti altri, invece, si lasceranno rapidamente inglobare di nuovo, senza resistenza alcuna, nella centrifuga dell’abbondanza tanto smisurata quanto vana, e il peggio è che la saluteranno come una liberazione.

La pandemia di Covid-19 ha messo ufficialmente la salute al centro dell’attenzione, elevandola a priorità assoluta verso la quale indirizzare ogni azione. Siamo diventati tutti più accorti nei riguardi della salute nostra e dei nostri cari perché abbiamo preso davvero paura. Questa malattia colpisce forte e sa polverizzare in pochi attimi le nostre particolari, intime realtà, annullando crudelmente le nostre esistenze o immiserendole attraverso la privazione dei legami interpersonali più importanti per la nostra vita. Ci ha fatto rendere conto della nostra grande fragilità. Siamo così fragili da poter essere spazzati via senza preavviso.
Questa consapevolezza è una delle eredità della pandemia e bisognerebbe evitare che si riducesse a un’idea passeggera lampeggiata nelle nostre menti sulla spinta della paura e destinata a sbiadire una volta passato, o almeno attenuatosi, il pericolo. Bisognerebbe sfruttarla, cercando di renderla radicata nelle coscienze in modo che continui a fungere da principio guida.
La crisi economica appena cominciata porterà probabilmente a una riduzione dei consumi. Ma perché questo abbia un effetto sul ridimensionamento del consumismo come modalità di vita, si dovrebbe idealmente accompagnare a un miglioramento della qualità degli acquisti.
Per raggiungere questo obiettivo si può ora puntare più che mai sulla consapevolezza di quanto ci sia cara la salute.
Gran parte dell’industria alimentare e la ristorazione fast food si preoccupano solo dei propri profitti che impinguano vendendo grandi quantità di prodotti a prezzo contenuto e necessariamente di scarsa qualità, confezionati con ingredienti provenienti dall’allevamento e dall’agricoltura intensivi. Si tratta di cibi preparati con ingredienti raffinati, scarsi di fibre alimentari e ricchi di zucchero e grassi, sostanze, queste ultime, che generano una sensazione di piacere in chi le consuma, spingendo a mangiarne di più e creando una sorta di dipendenza. Infatti, perché quasi tutte le industrie alimentari, anche quelle più probe che hanno sviluppato prodotti con meno grassi, si rifiutano di ridurre il contenuto di zucchero nei dolciumi? Quando lo fanno, si preoccupano di aggiungere dolcificanti artificiali per non disabituarci al gusto dello zucchero, cosa che ci porterebbe gradatamente a consumarne di meno e ad apprezzare di meno i loro prodotti.
Siamo dunque portati a cercare questi cibi non solo perché attratti dal basso prezzo (sicuramente un richiamo, soprattutto in momenti di ristrettezze economiche), ma anche perché una volta provati ne desideriamo ancora.
Ma consumarli abitualmente significa minare la nostra preziosissima salute.
Questo è chiaro e provato: un’alimentazione ricca di prodotti industriali di bassa qualità e sbilanciati da un punto di vista nutrizionale è la base di malattie metaboliche, che creano, cioè, squilibri globali nel funzionamento del nostro organismo, alla lunga danneggiandolo e provocando malattie.
Quali le malattie più comuni? Malattie cardiache e della circolazione, diabete, disturbi digestivi e renali: proprio quelle malattie che aumentano il nostro rischio di non riuscire a superare il Covid-19.
Infatti, seppur in larga parte curabili e rese croniche, queste malattie indeboliscono l’organismo e la nostra capacità di reagire alle infezioni: per questo il Covid-19 è particolarmente violento nelle persone già debilitate.
Il distanziamento sociale ci aiuta a non infettarci a vicenda, ma dobbiamo responsabilizzarci ancora di più nei confronti della nostra salute e fare del nostro meglio per preservarla.
Un’azione concreta è proprio quella di nutrirci in modo più sano, scegliendo prodotti naturali e bilanciati ed evitando quelli industriali che ci allettano con i loro prezzi bassi e la promessa di darci piacere. Questa tendenza dovrebbe diventare generalizzata e coinvolgere tutti, fino a trasformarsi in una scelta di vita imprescindibile per preservare la nostra salute. A questo punto si potrebbe raggiungere la massa critica di persone che chiede e riesce a ottenere azioni concrete, in questo caso in primis da parte delle stesse industrie alimentari, per un cambiamento delle abitudini di vita e, dunque, sociale.
Lo stesso principio vale per una presa di coscienza sempre più convinta ed efficace dell’importanza di salvaguardare l’ambiente. I vari movimenti che da anni si battono in questo senso non sono ancora abbastanza forti contro chi sfrutta e degrada l’ambiente per il proprio profitto. Attività industriali incuranti dell’inquinamento che generano, disboscamenti selvaggi distruggono l’ambiente naturale e avvizziscono la vita, compresa la nostra.
È dimostrato un nesso tra degrado ambientale e diffusione di malattie infettive trasmesse dagli animali. Il disboscamento riduce le aree a disposizione degli animali selvatici, i quali allora si concentrano in zone sempre più piccole e vicine a quelle abitate da noi. I contatti tra questi animali (e gli eventuali microrganismi patogeni che portano in sé) e noi o i nostri animali domestici sono sempre più facili e possono favorire il passaggio di infezioni da loro a noi.
Inoltre, anche l’inquinamento dell’aria può agevolare il diffondersi delle infezioni, compresa Covid-19, come già riportato da due studi, dei quali, il primo pubblicato è italiano.
Di fronte a tutto questo — cibi di bassa qualità che, anziché nutrirci, in un certo senso ci intossicano, distruzione del nostro ambiente naturale, inquinamento di aria, acqua e terra, cioè della sostanza materiale della nostra vita — che viene perpetuato per i profitti economici e l’avidità di una minoranza, dovremmo arrivare a provare un profondo disgusto nel momento in cui siamo pienamente coscienti del valore inestimabile della nostra salute e le assegniamo la priorità assoluta che le spetta.
Questo enorme disgusto farebbe nascere allora una ribellione intima che coinvolgerebbe un numero sempre più grande di persone, dando forza a chi già si impegna per un ridimensionamento dello stile di vita consumistico scelto coscientemente da pochi per il proprio ritorno economico e imposto ai più.
Nel clima attuale, campagne e iniziative informative che enfatizzino l’importanza della salute e il fatto che finalmente ce ne siamo resi conto potrebbero far risuonare le nostre coscienze risvegliate e dar loro una voce risoluta e pressante, al punto che le nostre istanze non possano più essere ignorate.
Bisognerebbe sfruttare la sensibilità di questo momento con interventi dalla grande forza comunicativa e di larga diffusione, sostituire “io resto a casa” con “io scelgo la salute”, per rendere noto a tutti che il cambiamento di stile di vita, oltre a essere salutare, è possibile se si cambiano certe regole del mercato.
A questo punto, le richieste dei più non potranno essere ignorate e potrebbero finalmente spingere gli organi legislativi a intervenire in terra oggi “proibita” per un cambiamento globale a sostegno questa volta della salute e della vita.
Link:
https://doi.org/10.3389/fpsyt.2018.00545
https://www.tgcom24.mediaset.it/donne/tra-noi/comfort-food-il-cibo-che-ci-offre-consolazione_3231405-201902a.shtml
https://www.nature.com/articles/nature06536
https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0269749120320601?via%3Dihub
https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.04.16.20067405v3

Il distanziamento sociale e l’inattività forzata imposti dall’epidemia di Covid-19 hanno lasciato finalmente emergere la realtà dello smart working.
Bisognerebbe per prima cosa accordarsi sulla denominazione italiana di questa forma di lavoro che senz’altro non è telelavoro e, per alcuni, non è nemmeno “lavoro agile”. (v. https://www.som.polimi.it/en/smart-working-is-the-future/ non messo online)
Smart working significa letteralmente lavoro intelligente, nel senso di brillante, dinamico, creativo. Rappresenta un nuovo concetto che combina e integra elementi di telelavoro e lavoro agile ed è centrato sulla nobilitazione di chi lavora, con il risultato di favorirne l’efficienza e la produttività.
Il telelavoro è il semplice lavoro a distanza eseguito in orari stabiliti ma in uffici diversi dalla sede di un’azienda, usando strumenti di comunicazione come telefono e computer: cambia il luogo di lavoro ma non il modo in cui viene svolto. Un esempio tipico è quello dell’operatore di un call center: i suoi compiti e orari lavorativi sono gli stessi, indipendentemente da dove si trovi l’ufficio in cui lavora.
Il lavoro agile introduce una nuova dimensione, tenendo conto delle esigenze personali particolari di alcuni lavoratori. Rispetto al telelavoro cambia la motivazione ma non la modalità di lavoro. Ammette allora che una persona lavori per esempio da casa, pur sempre negli orari canonici, per esempio per ragioni familiari o legate a una disabilità fisica (16.DaTelelavoroaSmart, non inserita online).
Lo smart working utilizza il lavoro a distanza come strumento per realizzare un’idea di lavoro innovativa.
Il lavoratore sceglie non solo la sede ma anche gli orari di lavoro, e la sua prestazione viene valutata in base ai risultati che consegue: non contano più la presenza fisica e il numero di ore passate sul luogo di lavoro ma l’efficienza.
Cambia quindi radicalmente il rapporto con il datore il lavoro che non controlla più il dipendente assicurandosi che il suo comportamento sia esteriormente conforme a quanto richiesto per l’esecuzione dei suoi compiti. Diventa fondamentale la fiducia, per cui il nuovo contratto prevede l’assegnazione di un lavoro e il conseguimento di risultati entro un certo termine. Non ha più alcuna importanza dove e in che momenti della giornata venga eseguito il lavoro, ciò che conta sono i risultati. Ne consegue che il lavoratore viene maggiormente responsabilizzato, e il lavoro diventa davvero un mezzo di espressione, un’opportunità per confrontarsi con se stessi, trovare soluzioni, produrre, sviluppare la propria creatività secondo i propri ritmi e nel rispetto delle proprie esigenze di essere umano.
Il lavoro nobilita l’uomo, soprattutto se è smart working. Il lavoratore “smart”, nobilitato, è più efficiente, come dimostra il fatto che le aziende che hanno implementato lo smart working hanno registrato un aumento della produttività.
Lo smart working in Italia è regolato dalla legge n. 81 del 22 maggio 2017 in realtà per molti aspetti migliorabile, che definisce i diritti del lavoratore, le modalità di controllo da parte delle aziende, gli strumenti di lavoro. In particolare, stabilisce termini che impediscano l’ingerenza eccessiva delle aziende, assicurando che i tempi di riposo del lavoratore siano rispettati.
L’osservatorio Smart Working (https://www.osservatori.net/it_it/osservatori/smart-working) del Politecnico di Milano ha stimato che nel 2019, gli smart workers in Italia sono stati 570,000, con una crescita di quasi 100,000 unità rispetto all’anno precedente. Durante l’emergenza degli ultimi tre mesi, circa 8 milioni di persone (https://www.corriere.it/economia/migliori-aziende-italia-dove-lavorare/notizie/smart-working-come-cambiera-l-emergenza-9ba6ee68-83f1-11ea-ba93-4507318dbf14.shtml) hanno potuto lavorare da casa, mettendo in pratica alcuni dei fondamenti dello smart working.
Questi dati indicano prima di tutto che lo smart working permette di continuare a lavorare e a produrre anche durante crisi che limitano il normale svolgersi delle attività lavorative, fornendo un prezioso sostegno all’economia; in secondo luogo, mostrano che in Italia lo smart working ha un amplissimo margine di sviluppo.
Attualmente sono soprattutto le grandi imprese che lo utilizzano in parte, mentre le piccole e medie imprese sono restie ad adottarlo sia perché sono poco digitalizzate e non dispongono ancora degli strumenti necessari, sia per motivi culturali, non riuscendo ancora a compiere quel salto in avanti di mentalità che delega responsabilità con fiducia e si concentra sulla valutazione e valorizzazione dei risultati, piuttosto che sul conteggio dei minuti di presenza fisica sul luogo di lavoro.
La speranza è che, finita l’emergenza, lo smart working venga mantenuto ed esteso da chi già in parte lo pratica e adottato da chi ha cominciato a sperimentarlo in queste circostanze. L’Osservatorio stima infatti che almeno il 22% dei lavoratori — circa 5 milioni di persone — potrebbe lavorare a distanza secondo questo modello (https://blog.osservatori.net/it_it/smart-working-vantaggi 19.Smart Working: tutti i vantaggi). Da notare che per alcuni professionisti il lavoro a distanza che hanno svolto, e in parte continuano a svolgere, durante l’attuale emergenza (stimati, come detto, a 8 milioni) non è la soluzione ideale ma solo un ripiego per limitare i danni. Questo vale, per esempio, per gli insegnanti, perché la formazione data dalla scuola comprende e richiede la socialità.
Ma qual è dunque il vero valore dello smart working?
I benefici che compaiono a breve termine per entrambi i contraenti, aziende e dipendenti, rilevati da diversi sondaggi, si possono riassumere così:
- per il lavoratore, un migliore equilibrio tra vita lavorativa e vita privata (più tempo per la famiglia, lo sport, gli interessi personali, il volontariato), una maggiore soddisfazione sul lavoro, in quanto viene maggiormente responsabilizzato e stimolato a esprimere le proprie idee e capacità realizzative, un aumento di competenze legate alla stessa pratica dello smart working che richiede maggiori conoscenze nell’impiego di tecnologie digitali, un aumento della produttività (stimato dall’Osservatorio dell’ordine del 15% per lavoratore, 20.Guida), una diminuzione dello stress legato agli spostamenti casa–luogo di lavoro. Il 76% degli smart worker si dichiara soddisfatto della propria professione rispetto al 55% degli altri dipendenti, e oltre il 30% si sente pienamente coinvolto nel lavoro che svolge e condivide la visione dell’azienda, rispetto al 21% degli altri lavoratori;
- per l’azienda, i benefici dello smart working sono l’aumento della produttività, la diminuzione dei costi legati all’organizzazione del lavoro e agli spazi fisici (dopo gli investimenti iniziali nella tecnologia per realizzarlo), la riduzione dell’assenteismo, il miglioramento dei rapporti con i dipendenti; insomma la possibilità di incentivare il “Lavoro Utile”, come definito nel “Manifesto per un’Europa decrescente”.
Questi vantaggi diretti dello smart working hanno in realtà una ripercussione molto più ampia, che investe tutta la società.
Un riflesso immediato favorevole per tutti è legato alla riduzione degli spostamenti casa–lavoro che porta a una diminuzione sia del traffico, e quindi a una migliore vivibilità generale, sia dell’inquinamento. L’Osservatorio stima che un giorno a settimana di smart working eviterebbe l’emissione di 135 Kg di CO2 all’anno per persona. Immaginate gli effetti benefici sull’ambiente se tutti i 5 milioni di potenziali smart worker lavorassero in questa modalità 4 o 5 giorni a settimana…
Ma l’effetto ancora più trasformativo dello smart working, e quindi più lento ma dal grande potere, è di tipo culturale.
In apparenza, lo smart working si contrappone alla decrescita economica perché aumenta la produttività delle aziende. In realtà, il suo effetto a lungo termine è opposto.
I benefici personali e generali dello smart working sono tali da farlo preferire al lavoro convenzionale una volta sperimentato. Chi prova lo smart working ne vuole di più, perché abbandonarlo significa peggiorare la propria qualità di vita.
Gli smart worker hanno quindi la possibilità di influire sulle aziende, spingendole ad adottare sempre più estesamente questa modalità di lavoro.
Questo significa che le aziende si troveranno ad affrontare una scelta cruciale che implicherà una rivisitazione della loro idea di competitività e un affinamento dei loro obiettivi, i quali dovranno tenere maggior conto degli aspetti umani.
Il miglioramento generale della qualità della vita (che necessariamente comporta anche il miglioramento delle condizioni ambientali) dovrà diventare il motore e lo scopo del lavoro, non si dovrà più puntare unicamente alla generazione di profitto economico.
In questo senso, lo smart working è una forza equilibrante che mira al benessere umano e pone in evidenza il valore del tempo e il fatto che non convenga aspirare solo a monetizzarlo, consacrandolo e sacrificandolo alla illimitata crescita economica di pochi.
Ogni cambiamento richiede tempo, soprattutto se si basa su una trasformazione di mentalità. Inoltre, nel mondo globalizzato, tante aziende che sono potenze economiche non condividono affatto questa visione e si preoccupano solo di aumentare produttività e consumi, spingendo molte altre imprese a fare lo stesso per sopravvivere.
Ma ogni trasformazione parte dall’iniziativa coraggiosa di pochi.
Prima che qualcosa cambi, qualcuno deve credere che possa cambiare.
In Italia alcune grandi aziende stanno già sperimentando, anche se ancora in modo limitato, lo smart working e potrebbero estenderlo, soprattutto se sollecitate dai lavoratori stessi e dall’intera società. Le piccole e medie imprese, resesi conto della sua convenienza, verrebbero poi attratte ad adottarlo.
Una spinta a questo processo di rinnovamento potrebbe essere data da una coalizione di smart worker e aziende a livello europeo. Uno sforzo sovranazionale, un’unione di intenti per una nuova società europea del lavoro.
In una prospettiva ancora più ampia, lo smart working rappresenta un passo iniziale verso un concetto di lavoro che richiede a livello generale una migliore utilizzazione del tempo, un ridimensionamento dei ritmi di vita a livelli più naturali, una riduzione degli orari di lavoro e una più larga distribuzione dell’occupazione.
Muove verso una concezione della vita che tende alla conciliazione e all’armonizzazione di esigenze diverse e contrastanti e promuove la libertà.
È più “umano” e di conseguenza è parte integrante dell’evoluzione culturale e della associata trasformazione sociale indispensabili per innescare la decrescita, ridurre i monopoli e favorire la rinascita di un’economia locale solida che sia rispettosa di ogni individuo e dell’ambiente naturale in cui si muove, più consapevole della loro interdipendenza e, pertanto, più vantaggiosa per la società intera.