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Articoli di Federico Tabellini postati sul vecchio blog DFSN

  
Riporto di seguito la trascrizione della mia intervista a Gianfranco Zavalloni, pedagista e dirigente scolastico, nonché autore di numerosi libri sui temi dell’ambiente e della scuola.
Il suo ultimo lavoro, edito da Emi, si intitola “La Pedagogia della Lumaca: per una scuola lenta e non violenta”.
L’intervista ha avuto luogo il 20 maggio 2012.
Gianfranco, ci puoi descrivere un po’ qual è stata la tua esperienza lavorativa?
Nel 1982 mi sono laureato in economia e commercio con una ricerca sulle tecnologie appropriate, che poi è stato l’impegno di volontariato di tutta la mia vita. Per capirci, il mio professore di riferimento è stato Carlo Doglio. Ora ho 54 anni, e forse sono stato uno degli ultimi suoi studenti. Carlo Doglio è stato quello che ha fatto conoscere in Italia Schumacher e “piccolo è bello”. Quindi i temi su cui mi sono laureato già allora erano temi discussi. All’epoca si parlava di tecnologie appropriate, cioè a misura d’uomo, ora si parla di decrescita. Fra le altre cose sono anche stato fra i fondatori dell’eco-istituto di Cesena, che allora si chiamava “Gruppo di Ricerca sulle Tecnologie Appropriate”. In seguito, nel mio lavoro, ho sempre cercato di essere coerente con quei principi. Non so se hai avuto occasione di leggere il mio ultimo libro [La Pedagogia della Lumaca], ma io lo ritengo il manuale pedagogico della Decrescita Felice, poi magari qualcuno che non l’ha ancora letto non se ne è accorto… Nel mio lavoro ho sempre cercato di portare la mia esperienza di vita e una volta diventato dirigente scolastico, dopo aver lavorato per sedici anni—dal 1980—nella scuola materna, ho avuto a che fare con elementari e medie e mi sono accorto dell’impazzimento che c’è nella scuola, dovuto a tutta una serie di elementi che hanno portato a una scuola dove tutti dobbiamo correre perché dobbiamo fare i programmi, e gli insegnanti sono stressati da questo e stressano i bambini, e così i bambini apprendono di meno.
Dunque quali sarebbero, nella tua prospettiva, gli elementi da cambiare?
Intanto l’approccio generale. Non è portando nozioni e quantità di informazioni che i bambini imparano. I bambini apprendono già da tanti altri elementi. Una buona trasmissione di Piero Angela su un argomento ad hoc può essere molto più efficace di un anno di insegnamento di un professore di storia o di scienze. Il compito della scuola è fornire ai bambini gli strumenti per interpretare e valutare criticamente tutte le informazioni che il mondo offre loro. E l’altro aspetto è quello di farlo insieme, sapendo che le cose si apprendono soprattutto se si introiettano, se si fanno proprie. Questo è ciò che sostengo nel mio ultimo libro, ma anche in quello precedente, “la scuola ecologica”, dove mi rifacevo a un proverbio che dice: “se ascolto dimentico, se leggo ricordo, se faccio imparo”. Allora tu impari se fai certe cose. Una delle mie battaglie riguarda ad esempio la lotta contro le fotocopie a scuola, perché i bambini spesso stanno tutto il giorno a compilare delle schede. Se ti facessi vedere un quaderno che mia moglie, insegnante, mi ha portato di un collega di scienze—di cui non faccio il nome—è dalla prima all’ultima pagina, davanti e dietro, una fotocopia incollata e fatta colorare ai bambini. L’insegnante è convinto di aver fatto il programma, il bambino invece ha semplicemente colorato degli spazi con dei segni di diversi colori. Allora è molto più efficace per il bambino disegnare da solo il corpo umano, una volta nella vita, cercando di capire dove sono collocati i vari organi, piuttosto che mettersi lì a riempire di colore una fotocopia fatta da altri. L’aspetto interessante è che il bambino in questo modo si appassiona di più e vive in maniera più diretta la scuola. Un bambino che fa un orto a scuola, ad esempio, apprende veramente tutta una serie di cose pratiche che non sono soltanto quelle scritte su un quaderno o lette su un libro. Il bambino che impara la calligrafia, cioè ad usare la cannetta col pennino, non è che perde del tempo, ma impara a organizzare diversamente i suoi spazi. Noi abbiamo visto che l’effetto immediato dei bambini che imparano la calligrafia, ad esempio, è quello di essere più ordinati. L’idea di fondo del mio ragionamento è che è meglio fare a scuola meno cose e farle meglio, piuttosto che fare tante cose e farle male.
Nei tuoi libri sostieni l’importanza del rapporto dei bambini con la natura e il sapere pratico, che le nuove generazioni stanno in parte perdendo. Sei stato anche uno dei fondatori di un movimento, quello degli “Orti di Pace”, che si inserisce proprio in questa prospettiva. Ce ne vuoi parlare?
Prima di tutto devo dire che l’esperienza dell’orto è stata per me un’esperienza di origine familiare: sono figlio di agricoltori, mio padre è stato uno dei primi agricoltori biologici qui della Romagna e io stesso ho sempre creduto nell’agricoltura biologica e nella sua proposta. Durante i miei anni come maestro di scuola materna ho fatto l’esperienza dell’orto a scuola. Per me è stata una cosa estremamente naturale, e mi sembrava normale che nelle scuole si facessero questo tipo di esperienze. Più tardi, divenuto direttore didattico, quando sono capitato nel 2000 nelle Marche—a Pennabilli per la precisione—sostenni l’introduzione di un orto biologico nelle mie scuole. Da lì, riconobbi l’importanza dell’orto da tutti i punti di vista, non soltanto come semplice esperienza di coltivazione, ma proprio come esperienza globale. Ciò che sostengo è che l’orto metta in moto tutta una serie di aspetti quali la manualità e l’intelligenza pratica, oltre al fatto di educare i bambini all’attesa: non puoi seminare e poi “tirare” le piante in un orto per farle crescere, devi aspettare, devi avere i tuoi ritmi eccetera. A prescindere dall’aspetto naturalistico ed ecologico, l’orto è dunque educativo di per sé. Queste esperienze hanno poi portato, nel corso degli anni, alla formazione di un movimento di scuole che si è successivamente esteso ad altre realtà quali ASL, carceri e aree urbane. Insomma, tutto quello che è la coltivazione spontanea di piccoli pezzettini di terra l’abbiamo definito “orti di pace”, in contrapposizione all’idea degli “orti di guerra” di mussoliniana memoria. Quindi l’orto come strumento di pace. Anche perché dal punto di vista politico l’orto è il luogo meno condizionabile dall’alto, è veramente un posto dove puoi farti un’esperienza senza aver bisogno di nessuno che ti dia ordini e ti dica come devi farlo, è un po’ la tecnologia conviviale che proponeva Illich, una tecnologia non condizionabile da scelte politiche superiori. Quindi, dopo una fase iniziale in cui si trattava di una semplice aggregazione di scuole che si davano appuntamento, si è arrivati alla nascita di un movimento vero e proprio, costituito da realtà disparate che si ritrovano intorno ad alcuni punti fondamentali: il primo è un documento che si intitola “manifesto per una rete di orti di pace”; il secondo è un appuntamento annuale o biennale, tipo convegno nazionale, di scambio di esperienze; il terzo è un sito internet, ortidipace.org, e adesso stiamo andando avanti con l’idea di realizzare un censimento di tutte queste realtà, ma senza nessuna voglia di coordinare o di imporre niente a nessuno. È un movimento spontaneo, che è nato dal basso.
Nell’ultimo libro di Codello e Stella, “Liberi di Imparare”, che tratta il tema delle scuole democratiche e libertarie, è citato anche il tuo libro “La Pedagogia della Lumaca”. Ci puoi dire se vi sono punti di contatto fra la prospettiva democratico-libertaria e la tua visione della scuola?
Guarda, considera che io mi sono sempre ritenuto un ecologista non violento, quindi la prospettiva delle scuole libertarie è sempre stata anche la mia. Fra i miei riferimenti ci sono Ivan Illich, maestro di Latouche. Mi sono laureato su questi personaggi, il mio professore era anarchico e io sento molto questo spirito chiamiamolo libertario-anarchico. Uno dei numeri della rivista Volontà  [rivista anarchica fondata nel 1961] negli anni settanta titolava “lento è bello” – te la dice lunga sulle motivazioni culturali di quello che stiamo discutendo. Io e Francesco Codello ci siamo conosciuti, ci siamo sentiti e ci consideriamo della stessa area culturale. Io vengo più dal mondo cattolico, del volontariato, vengo più dall’esperienza di Barbiana e non conosco personalmente Summerhill e l’esperienza delle scuole democratiche personalmente, però le considero un mio riferimento culturale importantissimo.
Per concludere, cosa ne pensi del movimento per la decrescita e della prospettiva della decrescita felice?
La prospettiva della decrescita felice è esattamente la mia prospettiva. Lo ritengo un movimento importantissimo, spero che prenda sempre più piede e che anche molte realtà politiche si avvicinino a questo tipo di approccio. Personalmente sono stato anche impegnato nel primo movimento dei Verdi, essendo stato consigliere comunale dei Verdi negli anni ’80, quindi quando i Verdi non erano ancora un partito. Queste tematiche erano già trattate allora, poi indubbiamente la cosa interessante che hanno fatto Pallante e in un certo modo lo stesso Latouche è stata aver dato una definizione molto provocatoria a tutto ciò. Io le cose di cui parliamo oggi le chiamavo tecnologie appropriate perché così le chiamava Gandhi, così le chiamava Ivan Illich e così le chiamava Schumacher, ma sostanzialmente l’approccio è quello. Perciò mi auguro che non soltanto il movimento di Grillo, non soltanto realtà autogestite come quelle con cui lavoriamo noi siano attente a questi temi, ma cominci ad essere qualcosa di un po’ più diffuso. Spero che il movimento non degeneri come ad esempio è successo con quello dei Verdi, che purtroppo ha iniziato a degenerare nel momento in cui si è fatto partito. Ma credo che queste tematiche siano davvero trasversali. Come diceva allora Alex Langer con una famosa battuta, era difficile dire se il movimento dei Verdi fosse di destra o di sinistra, perché era avanti. Ecco, io credo che il movimento della decrescita sia un movimento che è avanti, probabilmente un movimento di tipo profetico che vede ancora la maggior parte della gente insensibile.

 
Oggi vi vorrei proporre una breve riflessione su una questione spesso trascurata all’interno dell’oramai vasto corpus teorico sulla decrescita: la questione dell’identità individuale nelle società tardo-moderne. Il registro è volutamente provocatorio, tuttavia l’intenzione non è – come ad alcuni potrebbe apparire –  demolire il discorso decrescentista, ma al contrario contribuire indirettamente a rafforzarlo.
Parlare di identità potrebbe a prima vista apparire come superfluo alla luce di problemi centrali e tuttora irrisolti quali l’assetto economico da dare a un’ipotetica società decrescente o il pericolo ecologico a cui la modernità, con le sue patologie di struttura (sistema produttivo ipertrofizzato) e di cultura (consumismo) ci ha esposti tutti. Ciò detto, non si può non riconoscere che un’altra questione importante, quella legata allo spesso ambiguo concetto di “rivoluzione culturale”, debba per forza di cose scontrarsi (non importa quanto i teorici della decrescita si ingegnino per evitarlo) con la questione identitaria. In effetti proprio l’ambiguità di tale concetto è una conseguenza dell’aver sorvolato sui desideri, le opinioni, gli atteggiamenti e i comportamenti dei singoli attori (e l’identità personale e sociale che a questi corrisponde) ed essersi limitati ad una lettura macro-sociologica della cultura, reificandola e dicotomizzandola in senso manicheo (la cultura dei “buoni samaritani” che lottano contro il sistema capital-consumistico da una parte e quella della grande massa di consumatori più o meno compulsivi dall’altra).
Al fine di integrare nel discorso teorico sulla decrescita una più completa definizione e teoria dell’identità, può essere dunque utile iniziare col delineare quelle che attualmente – per lo meno agli occhi di chi scrive – paiono essere le concezioni più diffuse.
Naturalmente sarebbe immodesto da parte mia pensare di poter sviscerare un tema tanto complesso in poche righe; qui vorrei più semplicemente fornire uno stimolo ad una maggiore problematizzazione di certi elementi che si tende a dare per scontati, ma che scontati non sono. Non si pretende di fornire risposte, ma al contrario di generare quelle domande che, attraverso una riflessione comune, possano condurre a soluzioni teoriche al tempo condivise ed empiricamente credibili. Vediamo quindi di addentrarci maggiormente nella questione.
Se proviamo ad estrapolare il concetto di identità individuale sotteso al discorso intellettuale sulla decrescita, vediamo emergere una concezione di fondo, il più delle volte implicita, che vede la società suddivisibile in due categorie di individui, sulla base delle differenti dinamiche di autoriconoscimento identitario, ovvero del modo in cui gli individui svilupperebbero una concezione di sé stessi.
Una prima categoria composta da individui per i quali l’auto-percezione di sé in termini identitari deriva da due dinamiche interconnesse. Da una parte, un processo di socializzazione orchestrato dal “sistema”, in primis attraverso il bombardamento mediatico e pubblicitario, il quale condurrebbe alla formazione di un nucleo identitario individuale sulla base di un “devo essere” funzione diretta di ideali consumistici interiorizzati passivamente. Dall’altra, l’insieme di azioni e pratiche messe in atto, più o meno coscientemente, dagli individui sulla base di meccanismi di emulazione reciproca mediati dall’ideologia consumistica. La moda è in questo senso l’esempio più lampante e il più istituzionalizzato.
Si potrebbe parlare in questo caso di una identità subita, centrata sui consumi, caratterizzata dal paradosso di essere al tempo stesso legittimata da una libertà di scelta illusoria (ma il più delle volte non percepita come tale) e ideologicamente autoritaria, vista l’incapacità degli individui di sottrarvisi con le proprie sole forze, in particolare per via del fatto che essi non sarebbero del tutto, o non sarebbero affatto, coscienti della necessità di farlo.
Una seconda categoria composta da individui per i quali l’identità personale sarebbe frutto di scelte coscienti, di valori accuratamente selezionati nonché di azioni intraprese sulla base di un’autodefinizione di sé, o anche di un vero e proprio progetto di “auto-costruzione” identitaria.
Traspare, sottesa o opportunamente celata, la convinzione che una tale identità si configuri, pur in una pluralità di modi possibili, in opposizione allo stile di vita consumista.
Il consumo “cosciente” diviene sinonimo di consumo “prudente”, attento ad evitare gli eccessi e a non superare i limiti (quelli ecologici, soprattutto). I consumatori imprudenti (quelli, per inciso, che non si pongono il problema) sarebbero succubi di un’identità etero-definita, e la loro libertà di scelta sarebbe illusoria. Sarebbe quella stessa libertà di scelta che passa fra una marca e l’altra in un supermercato, per parafrasare Beck; il riferimento è ovviamente ai membri della prima categoria.
Una piccola porzione di questi individui “illuminati”, i più attivi fra loro, si vorrebbero far poi portatori di una riscoperta di quell’identità genuina e primigenia che la società consumistica-capitalistica avrebbe tentato di cancellare, ma che non è del tutto perduta e che essi piano piano starebbero riscoprendo. Da qui la necessità di un’evangelizzazione di massa, e la conseguente enfasi su una rivoluzione culturale, che di fatto appare talvolta come la stessa cosa. Questa avrebbe il ruolo di risvegliare tutti quanti dall’ipnosi, aprendo alla maggioranza (i membri della prima categoria) gli occhi sulle devastazioni ecologiche, sociali e culturali apportate dalla modernità, restituendo così ad ognuno la propria vera natura.
A questa concezione dicotomica dell’identità si intreccia talvolta la questione della contrapposizione tra libertà di scelta individuale e bene comune. Gli individui, lasciati liberi di agire, metterebbero in atto quelle azioni che essi considerano migliori per loro da un punto di vista materiale, emotivo, cognitivo o valoriale. Tali azioni potrebbero avere finalità perfino altruistiche, nel caso gli individui che le mettono in atto le considerassero quali l’agire ottimale “alla luce del proprio mondo interiore”.
Facendo ciò, essi tenderebbero tuttavia, e sempre con le dovute eccezioni, a non tenere nella dovuta considerazione gli effetti delle proprie azioni sulla collettività. Il motivo è semplice: l’esternalizzazione dei costi aumenta la desiderabilità dei benefici potenziali dell’azione, almeno fintanto che gli effetti di tale esternalizzazione non siano visibili, facendo incorrere in tal caso il soggetto in sanzioni legali o sociali per la propria condotta egoistica. Allo stesso modo, ogni persona tenderà a evitare di intraprendere azioni i cui costi a proprio carico superino i propri benefici potenziali (come detto, non necessariamente personali), anche nel caso in cui tali benefici siano accessibili alla collettività e siano in termini assoluti ben superiori al loro costo (in termini economici si tratta del ben noto fenomeno del free-riding).
Si tenderebbe a sostenere, all’interno del discorso decrescentista, che i benefici individuali aggregati apportati dallo stile di vita consumista (e la connessa concezione post-moderna di identità “consumata” e “consumabile”) non sarebbero sufficienti a compensarne le esternalità negative sulla collettività, e dunque sui consumatori stessi. Il problema sottolineato dai decrescentisti è che gli individui raramente se ne rendono pienamente conto, e ancora più difficilmente agiscono di conseguenza, direttamente o anche indirettamente, ad esempio attraverso il voto. Di qui la necessità di una rivoluzione culturale.
Ma di nuovo, il problema è che nessuno sa esattamente cosa sia veramente questa rivoluzione, come renderla praticabile e prima ancora comprensibile. Se per quanto riguarda la prima questione solo il tempo probabilmente ci darà risposta, per risolvere la seconda è essenziale superare i dualismi e guardare a una realtà pluridimensionale e dalle innumerevoli sfaccettature, che certo non possono esaurirsi in un attacco indiscriminato alla fantomatica “cultura capitalistico-consumistica”. Se non altro perché essa è tutto fuorché unitaria e monolitica, e si configura più realisticamente come una rete di individui e istituzioni che agiscono e interagiscono senza uno scopo comune e coordinato. Dunque anziché prenderla di petto e rimanere impigliati nella rete, occorrerebbe munirsi di forbici e tagliarne un filo alla volta, discriminando e analizzando.
Fuor di metafora, la necessità, che si diceva è impellente, è di procedere a una rielaborazione del concetto di cultura, che rispecchi maggiormente il carattere eterogeneo e dinamico dell’identità; che poi, in altre parole, riguarda le due domande più centrali di tutte, e particolarmente importanti per un movimento che voglia, come vuole il movimento della decrescita, proporsi come universale:
Chi siamo noi? Chi sono gli altri?”


LA TORRE LEGO   (28 agosto 2013)
  
Il grosso mattoncino Lego che costituisce le fondamenta della futura torre presenta un dato numero e una data disposizione dei fori (non li abbiamo scelti noi, erano già così nella confezione, e al momento nel negozio di giocattoli non vi sono altre confezioni disponibili). Di conseguenza, i mattoncini più piccoli che si andranno ad incastrare sopra, e che costituiranno l’edificio vero e proprio, combaceranno con la base nella misura in cui possano avere un numero e una disposizione di sporgenze compatibili con i fori di quest’ultima. La stabilità dell’edificio, si dice, è funzione del grado di compatibilità dei mattoncini fra loro. Il mattoncino più importante è ovviamente quello posto più in basso.
Qualora si forzasse l’inserimento di un mattoncino che non vi si adatti totalmente, tale forzatura potrebbe danneggiare, col tempo, i fori della base, fino al punto in cui anche i mattoncini che un tempo vi avrebbero combaciato alla perfezione darebbero risultati sub-ottimali in termini di stabilità della torre.
Dentro la scatola un piccolo manualetto (di quelli che nessuno legge mai) riporta alcune definizioni utili al processo di costruzione e manutenzione della torre.
Economia neoclassica: l’idea che i mattoncini nella scatola siano scarsi ma le possibilità infinite.
Green economy: l’idea che fra le possibilità infinite dell’economia neoclassica vi sia quella di rendere infinitamente utilizzabili i mattoncini scarsi.
Consumismo: l’idea che i mattoncini siano infiniti e possano quindi essere trascurati e sprecati. Alla sua base vi è paradossalmente la convinzione che i mattoncini nella scatola siano scarsi ma le possibilità infinite.
Modernità: l’epoca storica in cui la torre raggiunse la sua altezza massima e si diffuse l’idea che in futuro potesse essere ancora più alta, e che l’altezza della torre fosse un bene a prescindere da qualsiasi altra considerazione.
Postmodernità: l’epoca storica in cui si iniziò a dedicare gran parte del tempo e dell’energia alla decorazione della torre, poiché la sua stabilità venne data erroneamente per scontata. Molti iniziarono a costruirsi una piccola torre personale, altri presero a rimpiangere un’epoca senza torri. Le certezze si sgretolarono e tutti i mattoncini sembrarono divenire indistinguibili. Perciò iniziò la personalizzazione dei mattoncini e ognuno volle avere il suo pezzo unico.
Decrescita: l’idea che la torre non sia stabile perché troppo alta. La proposta di una nuova equazione: stabilità come funzione della compatibilità fra i pezzi e del contenimento dell’altezza della torre.
Buen vivir: l’idea che una torre più bassa non sia necessariamente una torre peggiore.
Resilienza: la capacità dei fori della base di ritornare alla condizione originale a seguito dell’inserimento forzato di un mattoncino poco compatibile. Sembrerebbe che questa capacità non sia inesauribile.
Politica: l’idea che la torre debba crescere in altezza perché tutti possano godere di un bel panorama contrapposta all’idea che la torre debba crescere in altezza perché alcuni possano godere di un panorama meraviglioso.
Terzo mondo: il luogo dove sono stati prodotti molti dei mattoncini della torre.
Primo mondo: il luogo dove la torre ha raggiunto la sua altezza massima.
Società, definizione 1: la torre.
Società, definizione 2: l’insieme delle idee e delle pratiche, individuali e collettive, attraverso le quali vengono svolte (tra le altre) le seguenti funzioni: costruire la torre; conservare la torre; vivere nella torre; coordinare i vari piani della torre.
Ecosistema: la base della torre.
Nell’ultima pagina del manuale una nota di avvertimento:
Attenzione a non danneggiare eccessivamente la base: la sua riparazione richiede numerose tonnellate di polvere stellare, qualche miliardo di anni e una discreta dose di fortuna.”

  
  
Limitando lo sguardo ai media generalisti si può avere l’impressione che la decrescita, come progetto politico, rientri pienamente nell’area ideologica della sinistra estrema collettivista. A seconda dell’articolo di giornale o del servizio televisivo esaminato può capitare di vedere le tesi dei decrescentisti assimilate di volta in volta al corpus teorico dell’anarco-comunitarismo, del socialismo, del comunismo o altro ancora. E invero leggendo le opere di alcuni esponenti di spicco del movimento è evidente come l’analogia, seppur limitativa, in taluni casi non sia del tutto fuori luogo.
Ciò tuttavia rischia di precludere la presa in considerazione di tutta una serie di scenari futuri alternativi che attengono a un differente spettro politico, quello liberale. Qui voglio spezzare una lancia in favore di questa seconda via maestra, spesso trascurata all’interno del movimento per la decrescita, che condivide con la prima gran parte dell’analisi sui problemi del presente, nonché la necessità di uscire dalla crescita e dalla logica del consumo ipertrofico, ma che propone rispetto a quest’ultima obiettivi e modalità per realizzarli differenti, sebbene non del tutto incompatibili.
L’idea centrale è che tanto i fini della decrescita quanto i mezzi per realizzarli debbano preservare l’integrità delle istituzioni liberali. Questa è una premessa necessaria affinché entrambi (mezzi e fini) siano alternativi al consumismo per cultura e al collettivismo per struttura e istituzioni. Si tratta di un punto essenziale: difficilmente una cultura della libertà individuale (e una cultura dei diritti, di cui la libertà rappresenta una componente centrale) potrà svilupparsi in un contesto istituzionale orientato all’egualitarismo coatto; al contrario, una cultura dell’altruismo (che sanzioni socialmente comportamenti egoistici) all’interno di un contesto istituzionale liberale è possibile e, nella prospettiva della decrescita, auspicabile.
La libertà individuale garantita dallo stato di diritto, la  divisione e l’equilibrio dei poteri e una legislazione di orientamento tendenzialmente liberale costituiscono le basi politiche della maggior parte delle democrazie occidentali, le quali indirettamente hanno agevolato lo sviluppo del capitalismo e degli stili di vita centrati sui consumi. Il fatto che l’edificio stia crollando, tuttavia, non dipende da tali basi, bensì dalla scarsa qualità della costruzione che vi si erge sopra, e dai rifiuti che gettiamo dai suoi piani più alti e che si accumulano a terra, insidiando, quelli sì, le fondamenta stesse.
E così si viene a porre il problema della libertà in un contesto mondiale caratterizzato da risorse sempre più scarse ed ecosistemi sempre più compromessi, nonché la questione strettamente correlata dei danni che l’inquinamento provoca alla salute delle persone (indipendentemente da quanto queste lo stiano causando a livello individuale o, se vogliamo, indipendentemente dal piano dell’edificio in cui ognuno di noi alloggia). Ma quello del capitalismo basato sul consumo ipertrofico non è l’unico edificio costruibile a partire da quelle fondamenta. E quelle fondamenta costituiscono nondimeno una premessa e una promessa per un edificio migliore, una conquista a cui non si dovrebbe rinunciare alla leggera e senza riflessioni.
L’equità per cultura, la libertà per struttura, è possibile unicamente in un ambiente istituzionale liberale, giacché una struttura liberale può consentire a una cultura e a delle pratiche sociali improntate all’equità di svilupparsi, non già come equità imposta, che incatena le menti nell’omologazione, bensì come esito creativo di un sentimento comune, dettato dall’esigenza di impedire la catastrofe ecologica da un lato, e di farlo tutti insieme dall’altro.
Un altro punto importante riguarda la responsabilità. Forse si tratta del punto più importante in assoluto. Se il consumismo ha le sue radici nel consumo individuale (sebbene numerosi studi di matrice non economica abbiano svelato l’importanza delle sue componenti sociali e relazionali), il problema è in primo luogo culturale, non politico. Occorre evitare che lo stato diventi il capro espiatorio dei nostri stili di vita insostenibili, ma al tempo stesso occorre fare sì che esso non divenga il padrone delle nostre vite. Il primo concetto ha natura sostanziale (lo stato come matrice di tutti i mali); il secondo ha natura prescrittiva (uno stato paternalista come soluzione a tutti i mali). Entrambi condividono la stessa idea di fondo: la responsabilità è di qualcun altro.
Uno stato che non obbliga tuttavia non è uno stato necessariamente inattivo. Un liberalismo dei diritti basato sul principio libertario di non aggressione potrebbe anche essere il migliore dei sistemi politici possibili, ma solo in un mondo utopico caratterizzato da risorse infinite e assenza di inquinamento. Purtroppo non è il nostro mondo. Tuttavia se lo stato (o altre istituzioni, sovra o sub-nazionali) è legittimato a porre vincoli di sostenibilità alle libertà individuali (ed è legittimato a farlo solo se noi – in quanto cittadini e abitanti di questo piccolo, precario mondo – attribuiamo valore alle vite degli individui delle generazioni future), ciò nondimeno tali vincoli dovrebbero essere tanto meno lesivi delle libertà individuali quanto possibile, e soprattutto dovrebbero essere adottati come ultima soluzione, qualora provvedimenti meno lesivi si rivelino impraticabili o inefficaci.
L’idea che per rinunciare al consumismo e alla crescita ipertrofica si debba rinunciare alla libertà degli individui è diffusa capillarmente, ma una tale visione separa drasticamente libertà e responsabilità, diritti e doveri. Il fine della decrescita non dovrebbe essere quello di sacrificare i primi per i secondi, buttando via il bambino con l’acqua sporca, ma di cercare una nuova conciliazione fra questi falsi opposti.

IL SOGNO DI GAIA   (19 maggio 2015)
  
Gaia si sveglia all’improvviso, e all’improvviso non sa nulla. Un sottile rivolo rosso le cola dalla nuca: “Chi sono?”, “Dove sono?”. Gaia ha dimenticato tutto sbattendo la testa contro un comodino di plastica.
Nel ventunesimo secolo, nelle città affollate di attività e di corpi, non c’è spazio per il ricordo. Il futuro è illustrato a grandi caratteri sulle insegne che avviluppano le strade coi colori seducenti della pubblicità.
Gaia esce di casa e riscopre il mondo e la sua meraviglia. Legge sulle pareti degli edifici promesse di sogni a portata di mano. Tutto è possibile, ma occorre agire ora: alcuni di quei sogni saranno disponibili solo “fino a esaurimento scorte”.
La vegetazione appare disposta secondo un ordine sistematico e surreale, allineato alle funzioni degli elementi urbani: segue le strade senza mai intralciarle, prona all’efficienza delle reti viarie; si concentra in giardini e parchi integrando salute e leisure; addobba balconi e uffici prestandosi come utile elemento d’arredo.
Gaia prova a mangiare un’arancia trovata a terra, suscitando lo sguardo perplesso di un passante, il quale, fedele al suo ruolo, continua a camminare. L’arancia ha un brutto aspetto, ma un buon sapore.
Alle sette in punto le città prendono vita: centinaia di migliaia di esserini operosi si riversano sulle strade inseguendo obiettivi apparentemente ineludibili, ignorandosi completamente l’un l’altro. Di tanto in tanto un ostacolo, dovuto al sovraffollamento, rompe l’efficienza urbana e scatena ondate di interazioni ostili: clacson urlano il proprio scontento, accompagnati da voci cariche di astio. L’inefficienza è intollerabile. Lo stress ne è conseguenza diretta, patologica. Dopo alcuni minuti di caos, tutto torna anormale.
Gaia osserva il traffico, incuriosita dalla sua lentezza. Procede per due chilometri a fianco di una lunga fila di auto che incede a passo d’uomo, emettendo odori sgradevoli e fumo. Una donna vestita di uno sfavillante blu sportivo trotta sul marciapiedi controllando compulsivamente lo schermo di un cellulare, il cui bip-bip segna il ritmo dei suoi passi. Supera Gaia senza accorgersene, approfittando di un semaforo verde per non spezzare il movimento.
Gli esperti del mondo in divenire sono già al lavoro, coi loro cappi colorati al collo e gli orologi ai polsi. Sanno di essere i migliori, di fare la cosa giusta. Lo hanno sempre saputo, dai tempi della scuola. Efficienza. Professionalità. Le migliori marche. Alcol nei fine settimana.
Gaia osserva i grandi pilastri di cemento e vetro allungarsi verso il cielo grigio, e progressivamente illuminarsi con il giorno. Di notte spenti, di giorno accesi, sfidando le leggi della luce.
Il rivolo rosso si è ora fermato, eppure lei si sente debole. Si sdraia su una panchina e si addormenta. Dopo alcune ore viene svegliata da un agente, che la erudisce sulle norme cittadine: dormire all’aperto è vietato. Ma non c’è bisogno, perché ora ricorda. Dev’essere stata quella botta contro il comodino, la notte prima. Un’amnesia temporanea. “Che imbarazzo, dormire su una panchina, e per di più in pigiama!”. “Non si preoccupi”, dice l’agente, “sono cose che capitano”. Gaia ritorna a casa, e ormai è notte. La mattina seguente si veste, si trucca e va in ufficio. Mille cappi colorati l’accolgono scodinzolando. Le luci accese dentro la torre di vetro e cemento. Una panchina vuota. Ogni certezza di nuovo al suo posto.

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