Berlinguer precursore, nonostante tutto

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Così commenta l’amico Marino Badiale la recensione di Luca Madiai sul libro della collana ‘I precursori della decrescita’ dedicato a Enrico Berlinguer:

Mi permetto di dissentire. Berlinguer è stato un dirigente politico, non un filosofo o un economista. I politici vanno giudicati dalle azioni e dai loro risultati. La politica di austerità di quegli anni ha avuto lo stesso significato delle politiche di austerità attuali. A questa verità pratica Berlinguer ha aggiunto solo delle parole che non hanno avuto nessun effetto, se non quello di occultare il senso di ciò che erano le scelte politiche ed economiche del PCI di quegli anni.
A mio avviso l’inclusione di Berlinguer fra i precursori della decrescita è un doppio errore, intellettuale e politico. Sul piano intellettuale, per le ragioni appena esposte. Sul piano politico, si dà in questo modo ragione a chi dice che la decrescita è solo uno strumento raffinato per attaccare i ceti popolari: perché questo, e non altro, è stata concretamente l’austerità di Berlinguer.

Vorrei invece esporre le ragioni per cui, a mio parere, l’inserimento di Berlinguer, per quanto sicuramente forzato (specialmente se i termini di paragone sono intellettuali come Pasolini, Ellul o Castoriadis) poggi su alcune giustificazioni solide.
Premetto però – e qui concordo con Marino – che qualsiasi considerazione sulla figura di Berlinguer non può prescindere da un severo giudizio sull’operato politico, su cui spesso si è stati indulgenti per rendere onore alla sua condotta morale integerrima, singolare nel contesto politico italiota.
La posizione della fermezza durante il rapimento di Moro, la gestione del ‘compromesso storico’ (culminata nel governo Andreotti di ‘non astensione’), l’aver spianato la strada a dirigenti machiavellici e dalla sensibilità ben diversa dalla sua (da Giorgio Napolitano fino a Massimo D’Alema), sono tutti errori politici che sicuramente hanno influito pesantemente sulla triste fine del Partito Comunista Italiano. Aggiungo inoltre che Berlinguer non ha saputo tradurre le intuizioni sull’austerità in pratiche concrete, riproponendo anzi modalità di lotta politica tradizionale durante l’occupazione della FIAT del 1980, culminata con la nota ‘marcia dei quarantamila quadri’ e la capitolazione del sindacato – un evento che ha sicuramente condizionato tutte le relazioni successive tra padronato e lavoratori. Anche il fatto che altre forze politiche, con ben altri scopi, si siano appropriati del termine ‘austerità’, indica una debolezza di fondo nella condotta berlingueriana.
Tuttavia, sarebbe ingeneroso astrarre quelle intuizioni (per quanto oggi possano suonare ingenue e frammentarie) dal contesto in cui sono state formulate, quelle cioé di un clima dominato a livello sociale dalla recente sbornia del boom economico e, a livello intellettuale, ingessato dal marxismo imperante. Per dirla in termini poetici montaliani, Berlinguer ha vissuto brevemente l’esperienza del ‘varco’, che gli ha permesso, anche se per pochi istanti, di vedere al di là del velo dell’ideologia, ed è stato tra i pochissimi, specialmente in Italia.
Negli anni Settanta, la sinistra bollava il Rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma come propaganda capitalista volta a mantenere il Terzo Mondo soggiogato, mentre l’ecologismo era un’americanata buona per i sentimentalismi piccolo borghesi; non si era estinto l’eco del positivismo e lo sviluppo dei mezzi di produzione era un feticcio intoccabile (si veda ad esempio il pieno sostegno alla sviluppo dell’energia atomica); gruppi come Lotta Continua accusarono Berlinguer di voler condannare l’operaio alla pastasciutta, mentre la loro missione era di diffondere il caviale tra gli operai. Quella sull’austerità era una riflessione condivisibile, sviluppata per di più nel momento opportuno, che purtroppo era rivolta al pubblico meno capace di poterla apprezzare. Ci sono stati dei cambiamenti in quell’area politico-culturale, a parte essersi contratta fin quasi a sparire?
Chi scrive ha sprecato parte non trascurabile della sua esistenza nel cercare di definire improbabili alleanze rosso-verdi, constatando personalmente che, di fatto, i problemi appena esposti permangono tuttora in quella parte di sinistra che ha deciso di non gettarsi (almeno per ora) tra le braccia del pensiero unico neoliberale; per questo non va trascurato l’apporto dell’ex segretario del PCI.

Dell’intervista concessa da Berlinguer a Repubblica del 28 luglio 1981 è passata alla storia la parte dove il leader comunista manifesta la propria preoccupazione sulla ‘questione morale’ e sull’occupazione massiccia di vasti settori dello Stato per opera dei partiti; meno nota invece è la riflessione sui mutamenti in atto nella società capitalistica:

Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche – e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC – non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione… La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

Sarebbe bene riflettere su queste parole, risalenti a ben trentaquattro anni fa. Sono profondamente convinto che il vero merito della destra neoliberale sia stato quello di comprendere l’irripetibilità del boom economico e del compromesso keynesiano-socialdemocratico, e di aver riorganizzato tutto il paradigma capitalista (creando il cosiddetto post-fordismo o accumulazione flessibile) e le conseguenti forme di dominazione sociale basate sulla somministrazione opportuna di bastone e carota.
La sinistra non ha voluto fare i conti con la realtà, decidendo quindi o di abiurare i suoi ideali e seguire il nuovo vento, oppure di rimanere ancorata al vecchio progetto socialdemocratico basato sulla redistribuzione della crescita economica. Ed ecco quindi Landini che, l’altra sera in tv, dibatteva aspramente con una deputata del PD sui modi migliori per rilanciare la crescita.
Il neoliberalismo si basa sull’assunto che la torta crescerà a fatica o non crescerà proprio, e che chi fa parte dell’élite privilegiata abbia il diritto di mantenere invariata la propria fetta, anche a costo di lasciar morire di fame alcuni commensali: ecco quindi i piano di aggiustamento strutturale per strangolare l’Africa negli anni Settanta-Ottanta ed ecco oggi le politiche del rigore ai danni dell’Europa mediterranea. Si tratta di un disegno sostanzialmente criminale, ma non mi stupisce che possa risultare più attraente di proposte basate su premesse oramai irrealistiche. ‘There is non alternative’ diventa una profezia che si autoavvera, se non proponi alternative credibili.
Per finire, in quello stralcio di intervista, Berlinguer commise quella che, agli occhi di certa ideologia sinistroide, è una vera e propria bestemmia: ebbe l’impudenza di accennare agli esseri umani in termini non economici.
Se la tua esistenza va oltre un buon contratto, un giusto salario, un’equa pensione, dei servizi di welfare efficienti, pare che la sinistra non abbia molto altro da offrirti. Se vuoi essere di aiuto  alla tua comunità o se nutri forti passioni esistenziali, la destra (specialmente quella estrema) ha molto più da offrire (con il piccolo effetto collaterale di trasformare le buone intenzioni in veicoli di odio, si intende), se non altro non ti accusa di ‘falsa coscienza’, ‘ripiegamento nel privato’ o di ‘sentimentalismo pietista’.
Ecco quindi che, pur condividendo molte delle ragioni addotte da Marino, ritengo positiva la presenza di Berlinguer tra i precursori della decrescita, anche per non lasciare in esclusiva la narrazione della sua figura a Walter Veltroni e ad altri benpensanti che hanno costruito le loro fortune politiche sul PCI per poi celebrare, a tempo debito, Bettino Craxi, ossia la versione marcescente degli ideali di progresso sociale del secondo dopoguerra.

Immagine in evidenza: Enrico Berlinguer (fonte: Wikipedia)

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Igor Giussani
Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

2 Commenti

  1. Grazie Igor di questo post, io ho poca cultura politica, gli anni di Berlinguer li ho conosciuti come spettatrice.
    Solo dopo nell’età matura ho capito e apprezzato la storia ,e il significato, l’importanza di quegl’anni, che tu come Luca avete descritto con chiarezza e anche, se permetti, sentimento.
    Per il poco che io conosco mi associo a voi e ribadisco il titolo di questo tuo post: Berlinguer, precursore, nonostante tutto.
    Purtroppo uomini come lui oggi ce ne sono pochi.

  2. E’ difficile, se non impossibile, comprendere appieno la figura di Berlinguer e la sua straodinaria modernità se non si colloca la sua segreteria nel periodo storico in cui è avvenuta.

    Quelli furono anni travagliati per il PCI, in cerca di una via ( la “terza via”) tra socialismo fino a quel tempo realizzato e capitalismo.
    Furono gli anni in cui venne assassinato, per motivi ancora non del tutto chiari , Olof Palme: un altro uomo della sinistra in cerca di vie inedite per la sinistra.

    Contestualmente furono gli anni in cui la rottura, già da tempo in atto col PCUS e il sistema sovietico divenne netta e irreversibile. E’ passato alla storia l’intervento del segretario del PCI al XXVI congresso del PCUS e quella sua frase sulla “spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre che si è esaurita”.
    Si avvertiva già nell’aria quello che sarebbe successo , di li a qualche anno con l’avvento di Gorbacev, la perestrojka, la liquidazione della nomenklatura della DDR e il successivo crollo del muro di Berlino.
    fatti ancora addivenire ai tempi di Berlinguer ma già nell’aria.

    Un altro passo significativo, da cui non si può prescindere per capire il pensiero di Berlinguer è la famosa intervista ad Oriana Fallaci, con la quale il leader comunista affermò di “sentirsi piu’ sicuro sotto l’ombrello della NATO” in quanto ciò permetteva, tramite l’adesione al regime democartico, di studiare forme inedite di socialismo possibile anche in coccidente.

    Infine non è di poco significato la lettera scritta a Mons. Bettazzi, con la quale Berlinguer precisa che, secondo i comunisti, lo Stato laico non deve essere: “nè teista, nè antitesita”.
    Così come è una tappa miliare il suo discorso sulla “provvida follia di Francesco”, tenutosi ad Assisi, davanti alla Basilica dei francescani.

    Berlinguer era intimamente convinto dell’importanza dell’austerità” come occasione del cambiamento” e precisa che questa idea è assai lontana da quella delle classi dominanti che si concretizza solo in sacrifici per i meno abbienti.
    Questo pronunciamento secco, deciso, “francescano” dell’austerità, della scoperta dell’essenzialità, della sobrietà, portò a Berlinguer piu’ nemici che amici: a cominciare dai socialisti di Craxi per finere a non poche frange dell’ultrasinistra.
    Berlinguer aveva molto ben chiara l’esigenza di un profondo cambio di paradigma; anche se, sotto il profilo politico, non vi fu uguale e coerente elaborazione e tutto rimase nell’ambigiutà rappresentata dal non chiaro “nuovo modello di sviluppo”.
    Però sarebbe ingeneroso non ricordare le forti resistenze , anche interne, al PCI ( c’erano anche persone come Borghini e Cervetti favorevoli al nucleare) che misero fortemente in discussione la stessa sua segreteria del partito. Resistenze della corrente “migliorista” che faceva capo a Napolitiano e, sul fronte avverso, di Cossutta, Garavini, Cappelloni che poi provocarono la scissione di Rifondazione.

    Per finire vi fu la tragica vicenda del rapimento Moro che rappresentò lo stop definitivo alla incerta progettualità del PCI per un nuovo corso della politica italiana.
    Tutto, poi cessò quella sera del giugno 1984 a Padova, quando Berlinguer venne colto da ictus.
    Il giorno dopo io, assieme ad alcuni esponenti politici e sindacali, partivo per l’Uruguay, dominato dai golpisti di Gregorio Alvarez, a chiedere la liberazione dei sindacalisti e oppositori imprigionati dal regine.
    Seppi a Montevideo che Berlinguer era morto. Per noi fu un grande momento di sconforto e indicibile tristezza.

    Cosa sopravvive del suo pensiero? Direi tutto: sia le luci che le ombre. Sono assolutamente d’accordo con chi lo inserisce nei precursori della decrescita; anche se la sua azione politica non è stata, per via dei condizionamenti oggettivi storico-politici, di tipo lineare.

    Di lui ricordo il sorriso, l’estrema affabilità. Mi capitò in due occasioni di parlargli di persona ( alla VII Conferenza Operaia di Genova e al Congresso della Federazione Milanese del PCI). La sua mitezza disarmante, accompagnata al suo estremo rigore morale ne fanno un gigante piu’ unico che raro nel desolante panorama politico italiano

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