Ci scusiamo per l’“inconveniente tecnico”: riflessioni estemporanee sul disastro ferroviario di Pioltello

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Molti utenti dei social hanno espresso la loro rabbia in queste ore per il modo in cui Trenord ha comunicato sui social il disastro ferroviario che ha coinvolto un suo treno carico di pendolari diretti a Milano. In questo breve articolo, proponiamo una riflessione sulla terminologia usata dalle ferrovie in questa circostanza e sul suo significato ideologico.

“Inconveniente tecnico”, “inconveniente di servizio”, “inconveniente di esercizio”, “guasto”, “svio”. Vediamo di fare un po’ di chiarezza. A che cosa serve, nell’ottica di una comunicazione aziendale, utilizzare questi termini per definire il deragliamento di un treno che a ha causato tre morti e, al momento in cui scrivo, un numero ancora imprecisato di feriti?

Mi scuso fin d’ora se probabilmente quanto scriverò, così all’impronta, su questi argomenti, suonerà pedante e poco leggibile. Purtroppo non sono abituata a scrivere testi che non siano articoli scientifici o relazioni per l’università. Sono una linguista, conosco certi temi e in teoria saprei anche divulgarli, ma in pratica sono talmente presa nel turbine delle “cose da fare”, che non lo faccio mai. E questa mia personale esperienza di alienazione non è del tutto estranea ai fatti che sono successi oggi sulla linea Cremona-Milano Porta Garibaldi, come vedremo.

Sono pendolare, quindi mi immedesimo perfettamente nello stato d’animo e nella condizione umana delle vittime di questa tragedia ferroviaria (non dello “svio”, non dell’“inconveniente tecnico”: se proprio vogliamo evitare un linguaggio troppo emotivo, allora al massimo “incidente ferroviario”; se ci teniamo tanto a usare un tecnicismo, “deragliamento”). Abbiamo inventato un modello di vita dove corriamo, corriamo, corriamo, proprio come criceti su una ruota, che impegnano le loro giornate con questo comportamento stereotipato perché sono rinchiusi, e non possono, perché il proprietario che in teoria li ama li tiene in una gabbia più o meno dorata, vivere liberi.

Ma torniamo a questo “svio”. Mi piace di più “svio” (Trenitalia) di “inconveniente tecnico” (Trenord), forse perché è un termine che ho imparato oggi, deducendone il significato dal contesto, come noi umani abbiamo la capacità di fare per tutte le lingue che conosciamo abbastanza bene da poter riempire in modo corretto le lacune lessicali in una frase che comprendiamo. Io, per lavoro, mi occupo della lingua inglese, ma qualche considerazione sono in grado di farla anche sull’italiano (mia madrelingua), e qui di seguito brevemente ci proverò.

In senso lato, tutti questi termini, usati prevalentemente su Twitter dalle ferrovie questa mattina, sono eufemismi. Ma i motivi per cui si può voler usare un eufemismo sono vari, e non tutti animati da cattive intenzioni: anzi, spesso usiamo eufemismi per mostrarci più compassionevoli (quando ad es. diciamo “è mancato” di una persona che è morta). Qui è un po’ diverso. L’uso dell’eufemismo qui si compenetra con l’uso del tecnicismo, e in particolare “svio” è una parola che nessuno conosce se non lavora in ambito ferroviario. “Inconveniente tecnico” è forse più crudele, perché oltre a spostare il centro dell’attenzione sull’aspetto meccanico dell’accadimento, declassa il disastro a un semplice guasto, a una sorta di sgradevole “inghippo” che si frappone al flusso consueto degli eventi. A peggiorare le cose, tra gli aggettivi più frequenti che si sposano con il nome “inconveniente” in italiano, figura “piccolo”, nella fraseologia “piccolo inconveniente tecnico” (secondo una delle fonti di documentazione più usate per lo studio dell’italiano, il corpus di italiano scritto CORIS/CODIS, che è anche liberamente accessibile on-line per chi volesse provare a consultarlo). Ecco perché siamo abituati a concepire un “inconveniente” come un ostacolo risolvibile e non particolarmente drammatico, molto diverso dalla tragedia odierna.

Quindi, definire un disastro ferroviario come un “inconveniente tecnico” ci fa così arrabbiare perché lo scopo comunicativo principale dell’eufemismo, in questo caso, consiste nel mascherare, nello sminuire, o meglio ancora nel cancellare la realtà dei fatti. In una certa branca della linguistica applicata, infatti, questa strategia si chiama “discursive erasure” (scusate l’anglicismo: in ambito italiano questo fenomeno non è studiato. Comunque potremmo tradurlo come “cancellazione discorsiva”, semplicemente). Si tratta, e qui ve lo traduco,

dell’idea che un certo fenomeno della vita non sia importante o non meriti considerazione. Quando vi è cancellazione discorsiva, si rappresenta una certa parte della vita come se fosse irrilevante, marginale o comunque non importante, tralasciandola, mettendola in secondo piano o distorcendola nei testi (Arran Stibbe, Ecolinguistics: Language, Ecology and the Stories We Live By, p. 146).

Di conseguenza, non è esagerato affermare che la vita dei pendolari del treno Trenord Cremona-Milano Porta Garibaldi, schiantatosi oggi verso le 6:57 nei pressi di Pioltello, sia stata “cancellata” da questi testi, per i motivi che spiega bene Stibbe nella breve citazione qui sopra.

Loro sono “danni collaterali”, o “effetti collaterali”, come attraverso lo stesso fenomeno vengono abitualmente definite le vittime civili delle guerre da parte sia degli apparati militari, sia dei media che, spesso in modo acritico, se non addirittura letterale, rilanciano le loro affermazioni. Gente che era lì per sbaglio, per caso, e che, senza che noi lo volessimo, ci è andata di mezzo. Peccato. Fatalità. Ma la vita continua, tanto le alternative a questo sistema sarebbero sicuramente peggiori, abbiamo troppo da perdere per provare a cambiare davvero. TINA, come diceva qualcuno, “There Is No Alternative”. Oppure no?

Riassumendo:

  1. definire una tragedia ferroviaria come “inconveniente tecnico” o “svio” non è un errore, non è un gesto di cattivo gusto, compiuto magari per la fretta o perché non si riuscivano a trovare nell’immediato le parole giuste. È un atto discorsivo figlio di una precisa ideologia, che chiaramente non è solo delle ferrovie, ma rientra in uno schema più vasto di cancellazione discorsiva dei valori della vita umana a favore dei meccanismi di funzionamento di aziende e altri processi produttivi (compresi quelli bellici, come abbiamo visto sopra). Quindi, è inutile che adesso si chieda la testa del responsabile social media di Trenord. Non lo conosco, non so assolutamente chi sia, né come Trenord gestisca la sua comunicazione sui social e tramite altri canali. Quello che so è che la mano umana che ha digitato quel tweet stava semplicemente, anche lei, correndo sulla ruota del criceto di cui scrivevo poco fa. Faceva il suo lavoro, e il suo stile comunicativo è funzionale all’ideologia della cancellazione discorsiva che appartiene, nel modello di vita che ci siamo dati, al suo lavoro.
  2. bisogna ribellarsi a questo modello di vita. Ma non individualmente, perché nessuno di noi può farcela da solo, meno che mai l’estensore di quel tweet di Trenord nell’imminenza di una tragedia che segna profondamente la sua azienda e che può avere un impatto anche sul suo futuro lavorativo e personale. Non è vero che non ci sia un’alternativa, e chi lo afferma lo fa semplicemente perché aderisce a quella stessa ideologia, di cui replica i (dis)valori nel suo comportamento linguistico.
  3. questo incidente non è, o non è solo, una fatalità. Al momento in cui scrivo, non mi risulta sui giornali che ho consultato alcuna fonte che l’abbia definita una “fatalità”, ma scommetto quello che volete che, prima che cali la sera, questa parola si farà strada nel linguaggio dei media, se non in quello delle aziende coinvolte. Questo incidente è figlio del nostro correre all’infinito su quella ruota per criceti, sempre quella di cui parlavo all’inizio. Ma noi, diversamente dal criceto, possiamo scendere dalla ruota e aprire questa gabbia. Il problema è che, al momento, ci mancano il coraggio, e soprattutto la solidarietà tra i nostri consimili, per poterlo fare. Ma bisogna per forza cominciare a immaginare un mondo diverso, se non vogliamo che altri “svii”, come questo e peggiore di questo, da un momento all’altro spengano le luci sulla nostra vita.

Crediti per le immagini:
Criceto. Doenertier82 at the German language Wikipedia [GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html) or CC-BY-SA-3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/)], via Wikimedia Commons.
Treno. By Adam E. Moreira (Own work) [GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html) or CC-BY-SA-3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/)], via Wikimedia Commons.

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Sabrina Fusari
Dottore di ricerca in Comunicazione Interculturale, sono docente di Lingua e Linguistica inglese all'Università di Bologna. Mi occupo di retorica interculturale, analisi del discorso e linguaggio dei media.

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