Decrescita e politica

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Serge Latouche nel 2007 scriveva “Concepire un modello coerente e desiderabile di società della decrescita corrisponde non soltanto a una riflessione teorica, ma anche a una tappa decisiva della sua realizzazione politica. Bisogna andare ancora più avanti nella realizzazione di proposte concrete” (BREVE TRATTATO DELLA DECRESCITA – Bollati Boringhieri 2008).
Questo per dire che non è opportuno parlare di decrescita solo per fare dell’accademia o per destreggiarsi fra utopici modelli socio-economici. Non è per questo che ha cominciato a parlare di Decrescita uno dei suoi padri fondatori !
Fin dalle origini la Decrescita è stata pensata come un modello alternativo concreto per le società e per il futuro dell’uomo, un modello fondato su programmi inevitabilmente politici e, perché no, anche elettorali. Un modello che prevede una sua fattibilità, fatta anche di tappe di avvicinamento, di conquista di nuovi sostenitori, di confronti serrati con tutti i detrattori, di destra e di sinistra.
Quando si parla di modello alternativo va chiarito subito che l’alternatività è tutta nei confronti del modello capitalistico fondato sul produttivismo, sullo sviluppo e sul liberismo. “Non è possibile convincere il capitalismo a limitare la crescita esattamente come non è possibile persuadere un essere umano a smettere di respirare”, scriveva Murray Bookchin nel 2006 e Latouche stesso aggiunge “La decrescita va necessariamente contro il capitalismo. E non tanto perché ne denuncia le contraddizioni ed i limiti ecologici e sociali, ma in primo luogo perché ne mette in discussione lo spirito” (BREVE TRATTATO DELLA DECRESCITA).
Insomma sul fatto che la Decrescita sia anticapitalista non ci son dubbi, così come è vero che non basta essere anticapitalisti per sostenere la Decrescita. Questo deve far riflettere sulla trasversalità del movimento della decrescita, che non lo rende collocabile in maniera netta a sinistra o a destra, almeno per come storicamente è stata intesa questa contrapposizione (in questo possiamo scorgere una similitudine col movimento no-global ), anche se va detto che è di gran lunga più facile trovare attenzione e sensibilità alla decrescita negli ambienti di sinistra.
Dunque la Decrescita porta avanti un’istanza che è prima di tutto politica, nel senso buono del termine, quello classico con cui si intende per politica l’attenzione alla polis e alle scelte da fare per garantire il benessere dei cittadini. Quindi, come ogni forza politica, può indicare i punti principali del suo programma. Li riassumo brevemente sempre prendendo spunto dal testo di Latouche:

  •   recuperare un’impronta ecologica uguale o inferiore a un pianeta
  •   integrare nei costi di trasporto i danni provocati da queste attivirà
  •   rilocalizzare le attività
  •   restaurare l’agricoltura contadina
  •   trasformare gli aumenti di produrrività in riduzione del tempo di lavoro e in creazione di posti di lavoro
  •   stimolare la “produzione” di beni relazionali
  •   ridurre lo spreco di energia
  •   penalizzare fortemente le spese pubblicitarie
  •   decretare una moratoria sull’innovazione tecnico-scientifica

Questi punti, che sono solo un esempio e che non sono esaustivi di un eventuale programma del movimento della Decrescita, letti così possono apparire un po’ velleitari o perfino oscurantisti (mi riferisco soprattutto al punto sulla moratoria per l’innovazione scientifica) ma vi assicuro che spiegati e argomentati, come Latouche fa, diventano chiari e concreti e vi invito ad approfondire a riguardo.
Per portare avanti le proprie istanze la decrescita necessita di un suo partito?, si chiedeva sempre Latouche nel 2007 e si rispondeva “…noi pensiamo che sia più importante far sentire un peso nel dibattito, influenzare le posizioni dei diversi attori politici, far prendere in considerazione alcuni argomenti, contribure a far evolvere le mentalità”.
Su questo mi permetto di dissentire o perlomeno di sollevare delle perplessità.
Guardiamo l’attuale scena politica italiana. E’ fuori dubbio che Grillo e il M5S hanno “adottato” molti temi della decrescita, riuscendo a dar loro una visibilità che prima non avevano. Questo è oggettivo e bisogna rendegliene merito. Però la loro azione divulgativa ha risentito di forti limiti conseguenti a scelte non necessariamente condivisibili. Ad esempio il rifiuto di apparire in televisione. Questo ha fatto sì che le pochissime volte che la TV ha dato spazio ai temi della decrescita è stato facile per gli oppositori liquidarli in modo sbrigativo e supponente, vedi ad es. il “metodo Carfagna” citato nel bell’articolo di Simone Zuin.
Vorrei aggiungere che i moderatori (Floris e Santoro ad esempio) mi son sembrati tutt’altro che ben disposti nei confronti della decrescita, tant’è che persino Pallante si è ritrovato solo e accerchiato.
C’è poco da fare. Gli uomini delle nostre televisioni hanno la mente colonizzata dall’immaginario della crescita e dello sviluppo e se non costretti da diversi rapporti di forza, difficilmente verranno dalla nostra parte.
Diverso sarebbe stato se esponenti del 5 Stelle fossero andati a contrastare di persona i partigiani della crescita.
Secondo, ma non meno importante Non so fino a che punto all’interno dei 5S ci sia una condivisione della Decrescita e la volontà di impegnarsi in battaglie politiche per cominciare a realizzare i punti del programma.
Terzo, non sono affatto convinto che all’interno dei 5S ci sia un diffuso sentimento-anticapitalista, che come abbiamo visto prima è alla base dell’azione politica dei decrescentisti.
In ogno caso, anche ammesso e non dato per scontato che i parlamentari 5S vogliano impegnarsi per la decrescita, la loro scelta dell’Aventino ha rinviato a data da destinarsi tutta una serie di leggi e di azioni politiche che erano fattibili da subito. Questa, in tutta sincerità, mi sembra una colpa grave. Aver allontanato nel tempo le scelte e le iniziative di cui il nostro paese ha bisogno, sia riguardo alla decrescita sia in generale, comporterà un prezzo da pagare in termini di rappresentanza politica.
Oggi il terreno e il quadro politico sono fertili e pronti a recepire i temi della decrescita. Esistono interlocutori attenti, perché lo scossone degli equilibri che c’è stato fa sì che difficilmente i leaders politici possano disattendere una domanda crescente di cambiamento.
Ma non è solo il quadro politico che è mutato. Sta cambiando anche la sensibilità della gente ed è iniziata, almeno mi pare, quella rivoluzione dell’immaginario che finirà per trasformare la decrescita da utopia e basta in Utopia Concreta.
Per cui, riprendendo la domanda circa l’opportunità di dar vita o meno ad un partito della decrescita, rispondo che nel breve periodo gli attivisti della decrescita hanno oggi il compito di uscire allo scoperto, di acquisire spazio e visibilità all’interno delle forze politiche, di indirizzarne e determinarne le scelte. In seguito si vedrà.

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Danilo Tomasetta
Avevo 60 anni quando ho cominciato a collaborare a questo blog, ora qualcuno in più. Mi occupo prevalentemente di musica, ma anche di informatica e di grafica web. La mia è una formazione umanistica (liceo classico, Scienze Politiche, Sociologia). Ho collaborato a lungo all'informazione e alla produzione di trasmissioni cultural-musicali di una nota emittente bolognese. Conosco il pensiero e le opere di Serge Latouche ed ho cominciato ad interessarmi con passione e continuità ai temi della decrescita dopo la lettura di "Entropia" di Jeremy Rifkin (10 anni fa). Vorrei contribuire, nel mio piccolo, ad arricchire queste tematiche e a dare una speranza soprattutto alle nuove generazioni.

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