Destra e sinistra addio/Recensione

Igor Giussani recensisce 'Destra e sinistra addio' di Maurizio Pallante.

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Prima di commentare nel dettaglio il libro di Maurizio Pallante Destra e sinistra addio (2016, Edizioni Lindau) occorrono tre premese. La prima mi riguarda personalmente ed è legata al fatto che, per quanto abbia sempre rispettato e apprezzato Pallante (di cui credo di aver letto quasi tutta la bibliografia legata alla decrescita), la sua figura mi ha influenzato meno di altre come Latouche o Gorz. Ero curioso di leggere il libro ma onestamente nutrivo qualche scetticismo.
La seconda invece riguarda lo spirito con cui si intende leggere l’opera, se volto alla comprensione o alla stroncatura. Nel primo caso, si assegna la priorità a capire il messaggio generale dell’autore, nell’altro si impugna la famigerata matita rossa-blu alla ricerca di tutte le imprecisioni – inevitabili quando si affronta da più prospettive una tematica vasta e multiforme – e cavillando su ogni questione, allo scopo di screditare l’autore evitando un confronto sulle riflessioni principali. Non sarebbe il primo attacco di questo genere verso Pallante (e la decrescita in generale) quindi, dal momento che sembra impossibile discutere di decrescita senza vedere tutto bianco o nero, prepariamoci a nuove contestazioni legate alla distinzione bene/merce, alla definizione corretta del concetto di plusvalore o alla grafia esatta dell’acronimo del chilowattora.

La terza è più importante premessa si basa su di una semplice constatazione: se il maggior pensatore italiano della decrescita scrive un libro per molti versi ‘teorico’ e ‘astratto’, accennando appena all’autoproduzione e altri capisaldi ‘pratici’, precisando per di più che la decrescita rappresenta un mezzo e non un fine… allora qualcosa sta evolvendo davvero dentro la nostra comunità, un’evoluzione ricca di prospettive interessanti anche se non priva, forse, di qualche conseguenza traumatica per l’intero movimento (sospetto che più di qualche decrescente abbia storto il naso leggendo alcune pagine).

Dopo questo preambolo, non posso che esprimere un giudizio positivo su Destra e sinistra addio, anche perché condivido da tempo gran parte della sua analisi. In sostanza, secondo Pallante la sinistra è risultata storicamente sconfitta nello scontro con la destra perché questa, nel lungo periodo, si è dimostrata più capace di produrre crescita economica, anche perché non gravata dalla ‘zavorra’ di doverla conciliare con l’equità. Le conseguenze politiche sono ben note a tutti, dal 1989 a oggi: una sinistra ‘riformista’ sempre più imbastardita con la destra (di cui il PD di Renzi, ammiratore sfegato di manager come Marchionne, in grado di guadagnare anche 150.000 euro al giorno, rappresenta sicuramente l’apice) e una sinistra orgogliosamente sinistrorsa e dichiaratamente ‘radicale’ se non addirittura ‘comunista’, che di fatto è ripiegata nella difesa della socialdemocrazia e delle visioni economiche keynesiane.

Di fronte a una crescita economica che potrebbe proseguire singhiozzante solo amplificando la già massiccia distruzione ambientale e soggiogando ulteriormente i popoli alla periferia del sistema-mondo, l’unica soluzione per valorizzare il concetto di uguaglianza – tanto caro alla sinistra delle origini – consiste nel slegarlo dall’abbraccio mortale con la crescita. Ciò richiede non solo di superare la dicotomia destra-sinistra (per altro molto recente nella storia umana, essendo stata elaborata ai tempi della rivoluzione francese) ma di operare una vera e propria svolta culturale. Si può condividere o meno la polemica di Pallante riguardo l’arte contemporanea o la sua rivalutazione del pensiero religioso (argomenti già trattati in libri precedenti), ma non si può negare la necessità di combattere le ideologie inneggianti alla novità come valore intrinsecamente positivo e il bisogno di riscoprire una dimensione spirituale in grado di superare gli angusti orizzonti del consumismo materialista, senza che ciò si traduca nel fondamentalismo o in altri esiti sinistri e lugubri. Ovviamente l’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, dove per la prima volta si parla espressamente di decrescita, occupa un posto importante in questa riflessione, contrapposta alla Populorum progressio di Paolo VI che contrassegnò a suo tempo l’adesione della Chiesa cattolica al progressismo sviluppista.

Il capitolo finale, intitolato ‘Il paradigma culturale della decrescita’, rappresenta una sorta di manifesto del movimento che andrebbe letto accuratamente da tutti i suoi detrattori (nonché da diversi ammiratori con le idee confuse), perché risponde una volta per tutte e senza possibili ambiguità alle accuse più ricorrenti. Pallante ritiene che l’uguglianza possa essere ricercata, rinunciando alla distopia della crescita, solo attraverso un percorso che consenta di:

  • procurarsi i beni materiali fondamentali senza doverli necessariamente comprare, ma autoproducendoli;
  • usufruire dei beni comuni che tradizionalmente erano ritenuti inalienabili aggiugendone altri resi disponibili dall’evoluzione tecnica (come la rete Internet);
  • garantire un redditto per l’acquisto dei beni ritenuti socialmente indispensabili che non si possono autoprodurre;
  • poter dedicare alle esigenze spirituali, relazionali e affettive una porzione di tempo superiore a quella dell’attuale ‘tempo libero’;
  • sviluppare innovazioni tecnologiche di processo e di prodotto slegate dall’esigenza di massimizzare la produzione, vanificando tutto attraverso il fenomeno noto come ‘paradosso di Jevons’.

Consapevole delle critiche più o meno pretestuose di questi ultimi anni, Pallante si è profuso altresì in alcuni importanti chiarimenti:

  • sussiste una grande differenza tra una merce ‘voluttuaria’ e una ‘inutile’: il primo caso può riferirsi a un oggetto di scarsa utilità pratica ma per il quale si prova un particolare affetto, mentre nessuna persona sana di mente proverà attaccamento, ad esempio, per il metano sprecato dalla caldaia a causa della scarsa coibentazione della propria abitazione. Rinunciare alle merci ‘inutili’ è quindi un obiettivo di buon senso che tutti quanti dovremmo essere concordi nel perseguire – tranne forse chi trae profitto dal consumo di risorse;
  • una futura ‘società della decrescita’, impegnata a testa bassa a decrescere per decrescere come l’attuale si preoccupa di crescere per crescere, sarebbe altrettanto insensata. La decrescita non è un fine ma un mezzo per rientrare nei limiti ecologici del pianeta;
  • la a-crescita o economia dello stato stazionario (diversi economisti stanno mostrando grande interesse al riguardo, specialmente alcuni di orientamento keynesiano) non è la soluzione perché già oggi l’impatto dell’economia umana supera la capacità di sopportazione della Terra;
  • la decrescita non coincide con la sobrietà: questo termine indica un sentimento nobile ma legato a un’idea di rinuncia, invece allontanarsi dalle sirene del consumismo può rappresentare una vera e propria conquista esistenziale: “la decrescita è il meno quando è meglio”;
  • le nicchie rappresentate dai piccoli gruppi ispirati al cosiddetto lavoro vernacolare (espressione di Ivan Illich per indicare quelle attività non motivate da considerazioni di scambio) sono importanti ma non rappresentano alcuna ‘salvezza’, dal momento che le conseguenze del degrado ecologico colpiranno tutti indiscriminatamente a prescindere dalle scelte individuali;
  • non bisogna sminuire la decrescita riducendola a uno slogan (stoccata verso la Latouche?): facendolo si mortifica lo sforzo di coloro che, a vario titolo e in diversi ambiti (politico, sociale, agricolo, artistico, ecc.) magari senza mai ricorrere alla parola ‘decrescita’, stanno faticosamente combattendo la loro battaglia contro le logiche mainstream, gettando i semi di un nuovo paradigma.

In conclusione, Destra e sinistra addio non è tanto un libro sulla decrescita ma piuttosto per la decrescita, che non parte da preconcetti astratti bensì ragiona su come coniugare un’aspirazione condivisa – quella dell’uguaglianza – con la constatazione fredda e lucida della realtà. Consigliatissimo a tutte le persone ‘di sinistra’ profondamente disilluse dalla loro fazione politica ma che non hanno rinnegato gli ideali più nobili di quel pensiero; a noi decrescenti il compito di leggere attentamente e valorizzare degnamente quest’opera, senza evadere ma anzi affrontando per primi le riflessioni, anche scomode, a cui essa ci costringe.

 Fonte immagine in evidenza: www.albegacorsara.it

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Igor Giussani
Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

2 Commenti

  1. Caro Giussani, ho apprezzato molto la lettura che hai fatto del mio libro. Ho affrontato un argomento che dà adito a polemiche e incomprensioni, ma sentivo il bisogno di farlo, innanzitutto per me, per cercare di chiarirmi le idee, pensando però che potesse essere utile per quelli che nel nostro mondo agiscono con lo stesso spirito di ricerca. La tua recensione mi conferma che la mia sensazione non era infondata. Un caro saluto. Maurizio Pallante

    • Non posso ovviamente che apprezzare le parole di Maurizio Pallante e ringraziarlo. Avevo notato da tempo, già da quando fece il famoso ‘passo laterale’ lasciando la presidenza di MDF, che uno degli scopi era dedicare maggior tempo alla ricerca di valide sinergie al di fuori dell’etichetta ‘decrescita’, cercando contatti con realtà come l’economia del bene comune e i teorici del pensiero legato ai beni comuni. Dopo aver dedicato tanto tempo della sua vita al ‘mezzo’ sono felice di seguire queste sue nuove riflessioni più improntate al ‘fine’. Quindi… al prossimo libro!

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