Jet privati, feticci e non

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Come sempre accade con le campagne promosse prioritariamente tramite social media, anche quella #StopJetPrivati rischia di diventare pericolosamente autoreferenziale inficiando quindi ogni ragionamento sensato su di una problematica estremamente complessa quale il global warming.

Un po’ come succede con la produzione di carne con la differenza che, mentre l’allevamento industriale è sicuramente una delle peggiori cause di impatto ambientale (anche se non necessariamente la prima, come vorrebbero le denunce in stile Cowspiracy), persino le fonti più severe verso i jet privati considerano un apporto sulle emissioni globali intorno al 4% dell’intero traffico aereo (a sua volta responsabile del 2-3% delle emissioni di CO2 su scala globale).

Un dato comunque elevato per un capriccio per supericchi, fanno notare taluni, mentre altri ritengono che puntare il dito su questo privilegio crei unicamente un clima di caccia alle streghe fornendo alibi alla stragrande maggioranza della popolazione per rifiutare qualsiasi modifica al proprio stile di vita.

Marco Carrai, presidente di Toscana Aeroporti e politicamente molto vicino al leader di Italia Viva Matteo Renzi, è stato categorico: “L’abolizione dei jet privati è impossibile. Il mondo è grande, bello, libero e non bisogna avere paura di chi ha successo e utilizza mezzi per non perdere tempo: il tempo l’unica cosa non recuperabile, lo diceva anche Adam Smith… Non bisogna avere paura della ricchezza perché la ricchezza non deve essere il fine ma un mezzo, anche per fare del bene, ma io trovo stupido che qualcuno pensi che la ricchezza possa essere abolita o si possano abolire dei mezzi di trasporto”. A suo giudizio, il problema delle emissioni di CO2, “si risolve investendo in tecnologia e innovazione, puntando su fonti rinnovabili e rimboschimento, non sull’eliminazione del trasporto aereo”.

Si è tante volte discusso sullo sviluppo tecnologico come feticcio per mantenere il più possibile inalterato il business as usual e i relativi benefici per i vertici della piramide sociale, per cui non occorre approfondire ulteriormente la tematica. Vale la pena di farlo invece riguardo alla “paura della ricchezza”, specialmente in un periodo in cui il presidente francese Emanuel Macron (non esattamente un sostenitore della decrescita) parla apertamente di “fine dell’era dell’abbondanza”.

Ne L’enigma della crescita, il sociologo Luca Ricolfi è stato molto esplicito riguardo a una delle ragioni fondamentali per cui la crescita economica debba rappresentare un obiettivo politico imprescindibile: “senza crescita, le tensioni sociali rischiano di diventare drammatiche. Se la torta del reddito nazionale non aumenta, la vita di un sistema sociale diventa un gioco a somma zero: non si può migliorare la propria condizione senza peggiorare quella di qualcun altro. Il che, in sostanza, significa che il nucleo dell’azione politica diventa la redistribuzione del reddito: più arbitrio dei governanti nell’allocazione delle risorse, meno libertà per individui e imprese. Di qui tensioni sociali, invidia di classe, aumento dei conflitti interni. Nessuna società moderna, finora, ha ancora imparato a convivere con un ammontare di risorse che resta costante nel tempo, o addirittura si restringe ogni anno.”

In periodi di forte crescita economica, l”effetto cascata’ (‘trickle down effect’) che ne deriva solleva dal fondale sia lo sfarzoso yacht che la modesta barca a remi, per cui per il povero diventa più facile accettare la sperequazione, specialmente in previsione di miglioramenti significativi del tenore di vita per lui e i membri della sua famiglia. Ma senza crescita il quadro cambia profondamente.

Pertanto, se dal punto di vista scientifico-ecologico la questione dei jet privati può essere marginale, a livello politico è invece assai rilevante. Senza provvedimenti che riducano le disuguaglianze ‘impoverendo’ i più ricchi e negando loro determinati status symbol additati quasi a diritto acquisito, il resto della popolazione si comporterà alla maniera dei gilet gialli francesi che contestavano la carbon tax sul prezzo del gasolio perché colpiva gli strati medio-bassi senza intaccare i più benestanti.

E’ bene riflettere sull’intera questione con calma e ponderazione perché le forme di coesione sociale alternative alla redistribuzione della ricchezza, quelle cioé ‘orizzontali’ volte a creare un clima di unità oscurando le differenze di classe, solitamente fanno appello alla nazione se non addirittura all’etnia e alla razza, con tutto ciò che questo può comportare.

Non è affatto sicuro che bandire i jet privati ci risparmi da strane riproposizioni in salsa postmoderna dei mostri del XX secolo, ma, mettendo la testa sotto la sabbia per non affrontare la “paura della ricchezza”, sicuramente questi ci piomberanno addosso più veloci di un aereo supersonico.

Immagine in evidenza: Cessna 560XL Citation XLS, uno dei jet privati più diffusi al mondo (fonte: Wikipedia)

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Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

9 Commenti

  1. Ci sono stati vari studi che hanno analizzato e criticato la “trickle-down economics”, non metto link perché non so se il commento passerebbe. Comunque partirei da lì, prima ancora che dai jet.

    • ” non metto link perché non so se il commento passerebbe”. E’ molto raro che io blocchi i commenti, basti vedere tutti gli insulti che ho ricevuto e pubblicato. Comunque la “trickle-down economics” si basava sull’idea che arricchire i ricchi era utile perché ‘a cascata’ si sarebbero teoricamente arricchiti anche i poveri, io invece facevo un discorso sulla crescita economica, se ci sono alti livelli di crescita (vedi boom economico) allora il sistema capitalista si apre in parte alle istanze delle classi inferiori.

  2. Certo, riflettiamo sull’intera questione con calma, ma non troppa….
    Sui jets privati e non – Ragionando in maniera decrescente bisogna auspicare una riduzione del traffico aereo.
    Moltissimi jets volano semivuoti, ma inquinano come se volassero a capienza piena. Per non parlare di quelli privati che volano con tre persone a bordo pilota e copilota compresi. E comunque a prescindere dal trasporto aereo è ora di finirla con l’idea che sia innocuo spostarsi sul globo terrestre a proprio piacimento, del tipo faccio le vacanze estive alle Maldive e l’inverno vado a sciare in Canada.
    Sulla ricchezza – qui il discorso si fa più serio ed io comincerei col contestare radicalmente le sciocchezze scritte dal sociologo Luca Ricolfi. Sostenere l’imprescindibilità della crescita economica è una bestemmia, sono anzi un pò stupito che tu gliela abbia fatta passare liscia limitandoti a riportare il virgolettato. È un pò come accreditare la sua tesi che di sociologico non ha niente ed è invece solo giustificativa del modello sociale in cui evidentemente Ricolfi sguazza.

    • Io penso invece che Ricolfi sia stato brutalmente onesto. Non perché sia bella o giusta o sostenibile la società in cui viviamo, bensì perché conferma quello che aveva già detto molto prima di lui Baudrillard: la crescita economica continua ESISTE IN FUNZIONE DELLA DISUGUAGLIANZA. E’ fondamentale per cercare di rendere più accettabile la sperequazione sociale.

  3. Non la vedo come te. Quella che tu giudichi un’onestà brutale a me sembra solo una giustificazione a posteriori di un modello socio-economico impostato sulla crescita perenne. Ora noi sappiamo due cose: a) che da un punto di vista teorico una crescita perenne, cioè infinita, in un mondo finito è impossibile. b) che la crescita ha prodotto una divaricazione della forbice reddituale, aumentando il divario tra i pochi che hanno tantissimo e i molti che hanno pochissimo e questo senza nemmeno riuscire ad eliminare la povertà, anzi… Quindi perché mai la crescita dovrebbe fare da freno alle tensioni sociali ? A me non pare che nelle società crescentiste questo sia avvenuto. Quanto all’interpretazione del pensiero di Baudrillard, a me pare evidente il senso paradossale e provocatorio con cui Baudrillard parla della crescita economica costante. ESISTE IN FUNZIONE DELLA DISUGUAGLIANZA nel senso che l’amplifica. Se poi a te sembra che Baudrillard abbia sostenuto che è fondamentale per rendere più accettabile la sperequazione sociale, se le hai sottomano riportami il virgolettato delle sue precise parole. Mi faresti un favore.

    • “Tutto ciò impone un’altra visione della crescita. Noi non diremo più come chi ne è entusiasta: “La crescita produce abbondanza, dunque uguaglianza”, non assumeremo
      neppure il punto di vista estremo ed opposto: “La crescita è produttrice di disuguaglianza”. Rovesciando il falso problema: la crescita è fonte di uguaglianza o di disuguaglianza? Noi diremo che è la crescita stessa ad essere funzione della disuguaglianza. È la necessità per l’ordine sociale ‘inegualitario’, per la struttura sociale del privilegio, di conservarsi, che produce e riproduce la crescita come elemento strategico” (Baudrillard, La società dei consumi).

      Anche il discorso di Latouche per cui non c’è nulla di peggio di una società della crescita senza crescita si ricollega al medesimo concetto. Io comunque non ho mai parlato di eliminazione della povertà o cose simili – che sono impossibili nel capitalismo – ma di garantire almeno la parvenza del famoso ‘ascensore sociale’, che nella società del boom economico è stato concreto perché i tassi di crescita erano stellari.

  4. Grazie. Come saprai Baudrillard è stato un pensatore amante del paradosso, dell’ironia, dello spiazzamento e la sua filosofia si è concentrata molto più sul linguaggio e sul metafisico che non sui fenomeni reali. Per di più tutto ciò condito con una buona dose di nichilismo. Ricambio il favore consigliandoti un saggio di Enrico Schirò sul rapporto tra Latouche e Baudrillard. Sono 10 pagine molto dense e molto per addette ai lavori (in questo caso i filosofi), ma offrono interessanti spunti di riflessione. Questo il link http://www.losguardo.net/wp-content/uploads/2017/05/2017-23-Discussione-Latouche-Schiro.pdf

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