La memoria dell’oblio

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Da insegnante di storia nella scuola superiore, i ‘giorni della memoria’ mi creano non pochi problemi di natura deontologica.  E’ bene essere molto chiari al riguardo: gli eventi legati a queste celebrazioni sono fatti incontestabili e che devono essere studiati (cosa un po’ diversa da ‘ricordati’) a prescindere dalle strumentalizzazioni di questa o quella parte politica che reclama il ‘suo’ massacro subito – ogni riferimento alle foibe è assolutamente voluto.
Nel caso specifico dell’Olocausto, ci troviamo di fronte a un evento che, a prescindere dall’entità numerica del genocidio, è assolutamente senza pari nella storia umana per la sistematicità industriale con cui è stato compiuto; un crimine messo in pratica per altro non da mostri ma, come sottolineò giustamente Hannah Arendt, da freddi e grigi burocrati non dissimili da quelli della società attuale. Alla luce di tutto ciò, come spiegare la mia allergia per il giorno della Memoria?
Ricordo un’iniziativa politica dove Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione delle vittime della strage di Bologna, lamentava che i riflettori dei media si destassero solo ogni 2 agosto, per poi far tornare tutto nell’oblio, mettendo in guardia da quella che chiamava ‘memoria senza conoscenza’. Se bisogna essere totalmente cinici e insensibili – o dei fanatici fascisti – per non provare commozione per la morte violenta di vite innocenti, ben altra cosa è ricordare le complicità nella strage e avere una chiara cognizione dei fatti, cosa evidentemente sfuggita dal momento che molti uomini politici implicati nel massacro del 2 agosto 1980 – come quasi tutti gli appartenenti alla loggia massonica P2 – hanno continuato indisturbati la propria carriera politica.
Qualcosa di molto simile avviene annualmente con l’Olocausto. Trasformato in evento da calendario, che permette ai giornali di preparare bozze preconfezionate e alle televisioni di dedicare la prima serata a Schindler’s list o La vita è bella (approfittatene, vista la qualità dei consueti palinsesti), la celebrazione dell’Olocausto diventa un semplice ammonimento a ‘non ripetere mai più’ questo crimine, fossilizzandolo nel tempo e nello spazio. Nel momento infatti in cui lo ‘celebriamo’, automaticamente ce lo mettiamo alle spalle. E se la retorica dei sentimenti non lascia spazio all’analisi razionale, allora il rischio di trasformare tutto in una gigantesca pantomima è elevatissimo.
La mistificazione diventa palese quando la giornata della Memoria si concentra sulla fine di tutto, ossia la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte dell’esercito sovietico, ignorando invece l’inizio di tutto, cosa che indurrebbe a maggiori riflessioni. L’inizio della Shoah, di fatto, si ebbe con l’emanazione nel 1935 delle Leggi di Norimberga, le quali non produssero particolari reazioni in Francia, Gran Bretagna, USA e nelle altre nazioni liberali (come neppure in URSS), che infatti trattarono la Germania nazista da loro pari almeno fino al 1938. Le leggi di Norimberga, per quanto dettate dall’odio, non prevedevano ancora la persecuzione bensì la discriminazione, pratica ampiamente diffusa anche presso gli stati liberali, verso i popoli colonizzati o, nel caso degli USA, verso la popolazione nera. Mi sorge il dubbio che, in certi ambienti, l’orrore per l’Olocausto sia dovuto in ultima analisi al suo profondo irrazionalismo, più che all’abominevole disumanità. Il nazismo era ‘genuinamente’ razzista, non si limitava a un uso strumentale dell’odio per garantirsi mano d’opera a basso costo; infatti, nel momento cruciale della guerra, la Germania sprecò letteralmente risorse umane, economiche e militari per mantenere la macchina autoreferenziale dello sterminio.
Il processo di produzione-distruzione che contraddistingue la società occidentale dal 1500 a oggi – e che ha avuto tra le principali manifestazioni il capitalismo, l’industrialialismo, lo scientismo e lo sviluppo tecnologico acritico – è stato protagonista di asservimenti, accaparramenti di terre e risorse, genocidi in varie parti del globo, ammessi a fatica dai sostenitori del progresso oppure difesi come effetti collaterali imprevisti di un fenomeno più grande di cui, alla fine, avrebbe beneficiato la maggioranza dell’umanità. In quest’ottica, non c’è il rischio che Auschwitz rappresenti ‘solo’ un monito nel senso di una colonna d’Ercole da non superare, la degenerazione di una logica di fondo che, in qualche maniera, viene ritenuta accettabile fin quando si mantiene in termini ‘razionali’?
Se ragioniamo nella prospettiva della conoscenza e non della semplice memoria, l’Olocausto da evento fossilizzato nel tempo diventa straordinariamente attuale e non certo per i deliri di qualche neonazista ancora in circolazione. Dopo la seconda guerra mondiale, se il campo di sterminio con le relative camere a gas è sparito dalla faccia della storia o è stato trasformato in museo, il campo di concentramento, inteso come luogo di internamento indiscriminato, è diventato un fatto abituale in gran parte del mondo, anche nella nazioni più sviluppate – ad esempio in Italia sotto forma di CIE (centro di identificazione ed espulsione). In generale, la logica del lager, o del nazismo di Norimberga se si preferisce – quello ‘razionale’ e che non dispiacque più di tanto ai governi che sarebbero poi stati nemici della Germania –  permea gran parte della realtà in cui viviamo.
Angela Merkel nel 2013 parlò di ‘colpa perenne del popolo tedesco’. La cancelliera sa bene che il suo popolo durante il nazismo, per quanto sicuramente ignaro dell’esistenza dei campi di sterminio, aveva in qualche modo intuito il destino riservato agli ebrei. Questa è la colpa storica di tedeschi, italiani e di tutti coloro che hanno acconsenito alla deportazione e alle leggi razziali: non lo sterminio in sé, responsabilità di comandanti ed esecutori, ma aver acconsentito a creare le condizioni perché ciò potesse verificarsi. Ma siamo sicuri che ogni responsabilità sia sepolta nelle pagine dei libri di storia e nei discorsi delle commemorazioni?
Ad esempio, tutti noi persone civili e democratiche, ogni volta che acquistiamo merci rallegrandocene del prezzo straordinariamente basso, sospettiamo che all’origine ci siano processi produttivi di cui non andare esattamente fieri. Possiamo non conoscere perfettamente l’abbietta realtà delle fabbriche del suicidio come quelle della cinese Foxconn, possiamo ignorare completamente cosa c’entrino il coltan e il Congo con i nostri telefoni cellulari, possiamo abbozzare solo vagamente l’entità della distruzione ambientale dovuta alle logiche del business as usual. Ma il tarlo del dubbio, a chi più a chi meno, rosica le nostre menti; come il cittadino tedesco durante la guerra, abbiamo la chiara consapevolezza che ‘qualcosa non va’,
Destò scandalo la dichiarazione di Lumumba Stanislaus Diaping, un delegato sudanese alla Conferenza sul clima 2009 di Copenaghen, riguardo l’accordo finale raggiunto (non fare nulla, sostanzialmente): “È una soluzione basata sugli stessi valori che, secondo la nostra opinione, hanno portato sei milioni di persone in Europa nelle camere a gas”; in realtà, aveva assolutamente ragione. Se l’Olocausto come fenomeno storico è stato sconfitto e, in quelle forme e in quelle proporzioni, è destinato probabilmente a non ripetersi mai più, l’ideologia profonda della Shoah ha trionfato ed è dominante: una oppressione ‘razionale’ e non sconfinante nell’autoreferenzialità delle camere a gas è socialmente giustificata, se il tributo umano che prevede è destinato a un fine ‘superiore’.
“Ciò che i nazisti hanno cercato di fare con la loro soluzione finale è stato quello di purificare i popoli (nel senso dei migranti zingari, degli ebrei e dei neri) per ottenere la perfezione di un solo Popolo tedesco (legato alla terra ed al sangue). Questo progetto è continuato dalle democrazie capitalistiche come utilizzo delle popolazioni del terzo mondo e dei migrati come nude vite, ovvero come tenute in vita per poter essere sfruttate come vite biologiche fuori dalla sfera della cittadinanza”. (Giorgio Agamben, Homo sacer)
Mi rendo conto di essermi instradato per un sentiero irto di ostacoli, ben al di sopra delle mie possibilità intellettuali e a fortissimo rischio di strumentalizzazione. E’ bene allora chiudere lasciando la parola a qualcuno che – purtroppo per lui – era molto consapevole dell’intera problematica, condividendone ogni singola parola per parola:
Fonte immagine in evidenza: Wikipedia
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Igor Giussani
Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

4 Commenti

  1. L’ istituzione, il 10 febbraio di ogni anno, di una “ giornata della memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.” con la legge 30 marzo 2004 n.92, non deve proporre, in sostanza, una “memoria condivisa” che cancelli ogni distinzione storica e politica fra fascismo e antifascismo.

    La storia non si può eliminare, né si può riscrivere strumentalmente a colpi di leggi; si può anche rinnegare, ma non si può cambiare.

    I fatti storici, che spiegano anche foibe ed esodo, momenti drammatici della questione del confine orientale, sono le responsabilità dell’Italia liberale prima e del regime fascista poi, dell’oppressione del fascismo, dell’aggressione nazi-fascista, dell’occupazione tedesca e del collaborazionismo italiano che significarono molte tragedie.

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