La perdita della biodiversità è per sempre

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500px-Animal_diversity_October_2007Secondo un rapporto di Greenpeace del 2006, le ultime foreste primarie del pianeta (cioè quelle che sono rimaste intatte per un lungo periodo di tempo) rappresentano solamente il 9,3% delle terre emerse. Anche se il processo di deforestazione è iniziato con la nascita dell’agricoltura, è da quando l’umanità si è industrializzata che abbiamo assistito alla rapida e massiccia distruzione delle foreste del pianeta. Il progresso economico ha portato all’abbattimento della gran parte delle foreste vergini per far fronte alla crescente domanda di legname dell’industria delle costruzioni, della carta e dell’arredamento e per far spazio a nuovi terreni agricoli per sfamare una popolazione in continua crescita e sempre più avida di prodotti di derivazione animale (l’Amazzonia, la più grande foresta primaria al mondo dove vivono circa la metà delle specie vegetali e animali del mondo, viene disboscata per produrre mais e soia, necessari alla produzione dei mangimi animali).

Ma quello che più di tutto preoccupa è che anche quel che rimane delle ultime foreste primarie (oltre la metà delle foreste vergini del pianeta sono state abbattute negli ultimi ottant’anni), non viene adeguatamente protetto (a causa dell’indifferenza dell’opinione pubblica). Ad esempio, L’Indonesia (l’habitat degli orango, primati ormai sull’orlo dell’estinzione), ha già disboscato l’80% delle proprie foreste vergini per far spazio alle coltivazioni di palma da olio (materia prima alla base della moderna industria alimentare e della cosmesi) e nonostante questo, sempre secondo Greenpeace, solamente il 12% delle foreste primarie della regione sono protette. Ma anche la condotta dei paesi all’apice della “civiltà moderna”, considerati da tutti come un esempio da seguire in molti temi sensibili all’opinione pubblica, non sembrano comunque avere a cuore le ultime foreste primarie del pianeta. Stati Uniti e Canada ogni anno distruggono 10.000 km2 di foreste primarie con l’onestissimo scopo di sostenere la crescita economica e quindi l’occupazione dei loro paesi, a fronte di una legislazione che protegge solamente il 6,7% delle foreste vergini del Nord America. Ma la situazione più preoccupante è forse quella dell’Asia Settentrionale (e in particolar modo della Russia asiatica), dove solamente il 4,4% delle foreste primarie sono salvaguardate e la crescente domanda di legname e terreni agricoli sta portando all’estinzione della tigre siberiana (ne rimarrebbero solamente 400 esemplari secondo un report di Greenpeace).

L’abbattimento delle ultime foreste primarie (quelle in cui si riesce a sviluppare una buona biodiversità), l’avanzata dell’agricoltura industriale (e dei suoi pesticidi, erbicidi, insetticidi e fertilizzanti chimici), dell’urbanizzazione (e di cemento e scarichi fognari), la contaminazione con i pericolosi rifiuti di fabbriche e miniere, i cambiamenti climatici (e l’avanzata del deserto, l’aumento dei fenomeni meteorologici estremi e l’acidificazione dei mari), il buco dell’Ozono (e l’aumento dei tumori alla pelle fra le popolazioni animali), la contaminazione con materiale radioattivo e la pesca intensiva sono fra le cause della rapida diminuzione della biodiversità fin qui registrata.

Secondo il Living Planet Index, l’indice calcolato dal WWF per monitorare lo stato di salute degli ecosistemi del nostro pianeta, dal 1970 al 2008, il 28% della biodiversità del pianeta è stato distrutto. A farne maggiormente le spese sono stati gli ecosistemi tropicali, che nei quasi quarant’anni considerati hanno perso il 61% della biodiversità (con punte pari al 70% per gli ecosistemi delle acque dolci). La causa di tutto questo è rappresentato proprio dalla sorprendente crescita economica dei paesi emergenti (e in particolar modo dell’Asia), se si pensa che sempre nello stesso periodo, nelle regioni del Pacifico e al di sotto dell’Himalaya, i 2/3 della popolazione animale è stata completamente spazzata via. Nel 2008, la Banca Centrale stimava in 12.095 il numero delle specie viventi minacciate, ovvero in via d’estinzione o a rischio di diventarlo. Di queste, 1.141 specie appartenevano ai mammiferi, 1.222 agli uccelli, 8.457 alle piante e 1.257 ai pesci (la Banca Centrale però non ci fornisce dati su rettili, anfibi, insetti e altre specie viventi).

E’ chiaro a tutti che questo modello economico, incentrato sulla crescita materiale e l’abbondanza del superfluo non è compatibile con la vita (sicuramente di piante e animali, ma anche dell’uomo, che è parte dell’ecosistema). Ma l’ecatombe a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni si sviluppo non è nulla se paragonata a quello che potrebbe succedere fra qualche anno. L’acidificazione dei mari (già ora aumentata del 30% secondo la NASA), rischia infatti di portare alla quasi totale scomparsa della vita nei mari (ed in particolar modo delle barriere coralline), mentre l’effetto combinato di abbattimento delle ultime foreste primarie (a livello globale solamente l’8% è protetto!) e riscaldamento del pianeta rischia di portare alla completa estinzione di milioni di specie animali e vegetali.

Dedicato a tutti quelli che ci continuano a ripetere il mantra del “bisogna aumentare i consumi per tornare a crescere”.

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