Le esportazioni invisibili

0
260

“Perché una cultura sia veramente se stessa e produca
qualcosa, essa e i suoi membri devono essere convinti
della propria originalità e persino,
in certa misura, della propria superiorità rispetto agli altri.”
Claude Levi-Strauss, Mito e significato (1)

Presentazione del lavoro
Questo lavoro è articolato in due parti.
La prima parte è volta a scoprire i modelli culturali di fondo in cui affondano le radici sia la storia antica che quella moderna.
La seconda parte invece è volta a indagare lo svolgimento, l’applicazione di questi modelli in questi ultimi secoli, in modo da poter spiegare la realtà attuale.
Questa seconda parte spiegherà più direttamente la realtà esposta dagli articoli di Igor Giussani “Dossier migrazioni 1/ Il ruolo dell’Italia in Africa” e “Dossier migrazioni 2/ Africa Dominata” pubblicati sul blog Decrescita felice social network rispettivamente il 14 e il 28 settembre 2018. (ai link http://www.decrescita.com/news/dossier-migrazioni-1-il-ruolo-dellitalia-in-africa/ e http://www.decrescita.com/news/dossier-migrazioni-2-africa-dominata/ )

Vengono riportate le più salienti considerazioni del primo articolo di Igor Giussani:
“…è bene ricordare che l’Italia, al pari di altre nazioni occidentali, è legata a doppio filo all’importazione di materie prime fondamentali per mantenere una società industriale avanzata.
….
Non vantando trascorsi coloniali paragonabili a quelli di altre nazioni europee, nell’immaginario di molti connazionali l’Italia non occupa un ruolo di primo piano nelle vicende africane. Nulla di più falso: nel 2016 il nostro paese è stato il terzo maggior investitore nel continente con 11,6 miliardi di dollari (di cui ben 8,1 da parte di ENI), dietro solo a Cina ed Emirati Arabi, mentre nel 2017 sono stati importati beni per 18,5 miliardi di euro, due in più rispetto a quelli dall’America Settentrionale.
Ecco la panoramica complessiva degli scambi Italia-Africa:”

Poi Igor Giussani espone, con una esplicativa tabella, l’interscambio commerciale esistente fra Italia e Africa facendo la seguente considerazione:
“Trattasi della perfetta raffigurazione di un rapporto di tipo neocoloniale: il paese periferico esporta principalmente materie prime grezze, quello centrale le lavora e le esporta a sua volta sotto forma di prodotti raffinati e macchinari; alla vecchia dominazione diretta si sostituisce la dipendenza tecnologica ed economica (e quindi per forza di cose politica).”
Nel secondo dei due articoli viene tra l’altro detto:
“Le agricolture statunitensi ed europee, lautamente sovvenzionate da Farm Bill e PAC, producono in maniera ipertrofica (per scopi molto spesso estranei all’alimentazione umana) instaurando un regime di prezzi artificioso, impedendo ai contadini dei paesi incappati nel Washington Consensus di competere alla pari, in particolare nell’ambito dei cereali. Per garantirsi un adeguato approvvigionamento, non resta che barattare grandi quantitativi di materie prime strategiche in cambio di cibo (alla maniera delle nazioni dell’area nordafricana-mediorientale con gas e petrolio) oppure riconvertire l’agricoltura locale assegnando un peso significativo a prodotti di esportazione quali cacao, caffè, té, cotone o beni voluttuari non alimentari (famoso il caso dei fiori kenioti).”
Ovviamente si rimanda alla lettura degli articoli menzionati per vedere le altre considerazioni fatte dall’autore e le conclusioni che vengono tratte.

Come dicevo nelle prime righe, questo lavoro è volto sia a scoprire i modelli culturali di fondo in cui affondano le radici sia la storia antica che quella moderna che a indagare lo svolgimento, l’applicazione di questi modelli in questi ultimi secoli in modo da poter spiegare la realtà attuale.
Questo lavoro è volto quindi a scoprire le radici di quei particolari rapporti, di quei particolari interscambi commerciali, ecc., esistenti attualmente fra le varie nazioni e fra le varie aree geopolitiche di cui parla Igor Giussani nei suoi articoli.
E’ da parecchi anni che ho iniziato a pensare alle cause che hanno portato al processo storico-culturale in cui attualmente l’umanità è immersa.
Decisi così di studiare la storia antica per ricercare sia il periodo che il luogo e, soprattutto, i modelli culturali in cui sia la storia antica che quella moderna affondano le radici. Dalle ricerche fatte è venuto fuori un lungo saggio, in via di completamento, che prima o poi sarà pubblicato su questo blog.
Da questo saggio estrapolerò solamente ciò che serve a spiegare i rapporti fra le varie popolazioni-culture e i territori su cui insistono (nazioni e/o aree geopolitiche più vaste) e spiegare così la nascita di quella realtà che Igor Giussani ha esposto nei suoi articoli. In questo modo sarà anche saggiata la validità dei concetti elaborati nel lavoro a cui ho fatto riferimento.
Le note saranno riportate in fondo a ogni capitolo.
1) Claude Levi-Strauss, Mito e significato, NET Nuove Edizioni Tascabili il Saggiatore, 2002, pag. 34

Sommario
Prima parte
1) La seconda parte del VI millennio before present;
2) L’originalità e l’esclusione;
3) Sta scritto nella Bibbia!;
4) Le esportazioni invisibili;
5) La guerra per l’acqua

Documento: la Stele degli Avvoltoi

Seconda parte

1) Africa: “The hopeless continent”;
2) La colonizzazione dell’Africa e di altre parti del mondo;
3) La colonizzazione francese dell’Algeria: un caso particolare!
4) Le nuove esportazioni invisibili
5) Una breve considerazione finale

1) La seconda parte del VI millennio before present (1)

Il periodo, l’area e il “brodo storico-culturale” in cui il mondo moderno affonda le radici non sorgono improvvisamente e come per incanto: c’è stato un lungo periodo di incubazione storico-culturale e particolari condizioni climatico-ambientali che hanno reso possibile quanto detto.
Dice Paolo Matthiae, eminente storico e archeologo del vicino Antico Oriente, al riguardo:
“Le culture mesolitiche (10.000-8.000 a.C., ndr) del Vicino Oriente…costituiscono delle esperienze che preludono allo sviluppo dell’agricoltura. E’ stato, infatti, osservato che in queste culture si verificano, nell’evoluzione delle tecniche, atteggiamenti e consuetudini la cui acquisizione appare un presupposto per l’impianto della coltivazione, in un quadro di sempre intensificata dilatazione dei generi di sostentamento. Così l’impiego, pur assai raro, di pietre da macina quasi sicuramente per la polverizzazione dell’ocra, l’utilizzazione di pozzi sotterranei per immagazzinare provviste commestibili, la ricerca di cibi animali e vegetali assai vari in sostituzione di specie animali estinte devono essersi rivelate delle linee di tendenza della vita comunitaria – sono state definite “preadattamenti” – che, in presenza di determinate situazioni ambientali, hanno condotto naturalmente all’instaurazione delle tecnologie propriamente agricole.” (2)
Dice ancora lo studioso: “Il complesso articolarsi dei fenomeni sociali, economici e culturali nell’area del Vicino Oriente antico è strettamente legato alle condizioni ambientali in cui tali fenomeni ebbero a collocarsi:…nell’insieme, si può dire che esse furono le prime a consentire, nella millenaria vicenda dell’umanità, un coagularsi e un estrinsecarsi di energie tali da produrre la genesi dell’età storica.” (3)
Penso di avere individuato il periodo e il luogo in cui arriva a maturazione il processo storico-culturale in cui l’attuale umanità è immersa: è la seconda parte del VI millennio before present (BP), cioè la seconda parte del IV millennio a.C. (3500-3000 a.C.) e il luogo è la Bassa Mesopotamia (e in generale l’antico Vicino Oriente).
Ma è possibile utilizzare quanto successo in Bassa Mesopotamia nella seconda parte del IV millennio a.C. per interpretare il processo storico-culturale in cui tutta l’umanità attualmente è immersa? È Possibile vedere quanto successo in questa area geografica nel periodo indicato come laboratorio in cui si elaborarono per la prima volta le linee fondamentali del processo storico-culturale in cui tutta l’umanità è attualmente immersa?
Mario Liverani, autore del saggio “Antico Oriente – Storia società economia” (essenziale per la mia formazione storica), dice al riguardo in relazione all’area geografica e al periodo in questione: “Sotto vari aspetti dunque la storia del Vicino Oriente antico si sta sempre più configurando come un laboratorio privilegiato per lo studio di taluni fenomeni di rilevante interesse per la ricostruzione storica delle società umane. Il concetto di “laboratorio” va qui inteso come quello di un luogo ove sia possibile scomporre fenomeni complessi nei loro fattori costitutivi, da analizzare “nel vuoto” per ricavarne norme e per ricomporre modelli. L’antico Oriente può essere considerato un laboratorio privilegiato (non certo esclusivo) perché, situato com’è alle soglie della storia, ha a che fare con fenomeni che stavano proprio allora acquistando complessità, ma che restano abbastanza lontani da noi da evitare che un coinvolgimento emozionale o culturale ci impedisca di renderci lucidamente conto del reale funzionamento dei vari fattori. Al di là dunque del risultato immediato della comprensione del fatto storico in esame, si apre la prospettiva di una applicabilità più ampia dei risultati ottenuti per la ricostruzione dei più generali meccanismi storici e antropologici.” (4)

Nella seconda parte del IV millennio a.C. arrivò a maturazione nella Bassa Mesopotamia una realtà storica fatta di forte incremento demografico, di sviluppo tecnologico, di specializzazione lavorativa, di aumento della produttività agricola, di concentrazione urbana, di gerarchizzazione della popolazione e del territorio, di sviluppo organizzativo, di surplus alimentare necessario per mantenere una parte della popolazione non addetta direttamente alla produzione agropastorale ma ad altre molteplici e importanti funzioni (tutto il “settore pubblico”, cioè le organizzazioni templari e palatine, fatte di sacerdoti, regnanti, scribi e altri funzionari, artigiani e commercianti, guardie, ecc.).
Affinché questa realtà storica potesse nascere e arrivare a maturazione fu necessario che fossero risolti i problemi che il sorgere e lo sviluppo di questa stessa realtà contemporaneamente comportava: sorsero infatti dei grossi problemi (in condizioni di scarsità, volta per volta storicamente determinate, delle risorse naturali e tecnologiche) nel trasferimento della conoscenza-know how (5) (informazione-apprendistato) fra gli individui, fra le varie formazioni sociali e fra le varie popolazioni-culture.
Ogni fatto storico richiede un modello culturale in base a cui svolgersi, così come ogni scambio commerciale, ogni transazione (come si dice in linguaggio giuridico) richiede un modello di rapporti fra i diversi contraenti in base a cui svolgersi.
Fu necessario elaborare nuovi modelli culturali, cioè modelli culturali diversi da quelli esistenti precedentemente nelle sparute e piccole comunità di villaggio, che erano basati sui rapporti faccia a faccia e su base parentale, senza gerarchia e senza suddivisione del lavoro se non in base all’età e al sesso e dove le cose si decidevano parlando la sera intorno al fuoco: furono elaborati nuovi rapporti fra gli individui, fra le varie formazioni sociali (caste, corporazioni) e fra le varie popolazioni-culture, che, in continui e contemporanei processi dialettici di feed back, resero possibile e contemporaneamente rispondevano alle esigenze di quella realtà: furono elaborati i valori di originalità ed esclusione (e i valori più operativi, in cui si articolarono, di “individuo”, di “derive sociali” di “gerarchia” e di “derive culturali”).

1) Before present (BP): con questa espressione in inglese “s’intende una scala del tempo usata in archeologia, geologia, e altre discipline scientifiche per specificare quando accaddero gli eventi nel passato. Invece di usare la datazione “a.C.-d.C.”, si misura la distanza di un evento direttamente da oggi.
Poiché il “tempo presente” muta continuamente, si è adottata la convenzione di fissare l’anno 1950 come punto di partenza della scala (di un’era, o periodo o epoca). Per esempio, 1500 “BP” significa 1500 anni prima del 1950, vale a dire, nell’anno 450. (https://it.wikipedia.org/wiki/Before_Present )
2) Paolo Matthiae, Il Vicino Oriente antico in AA.VV. La Storia, 1 Dalla preistoria all’antico Egitto, Mondatori 2006, pag. 126
3) Idem pag. 115
4) Mario Liverani, Antico oriente – Storia società economia, Laterza, Roma-Bari, 2006, pagg. 12-13
5) Per know how in questo lavoro si intenderà “conoscenza operativa e procedurale, abilità pratiche, esperienza professionale specifica, capacità di gestione dei problemi che si incontrano nella prassi lavorativa” (alla voce Know-how in Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Know-how )

2) L’originalità e l’esclusione

Il valore di “originalità”, di “singolarità”, ha molti altri significati, ma in questo lavoro, facendo riferimento al processo storico-culturale, sebbene in modo molto approssimativo, con valore culturale di originalità, di singolarità, si intenderà il carattere di novità, di diversità, di qualsiasi “cosa” rispetto a quanto già esistente e che sia nello stesso tempo migliorativa di ciò che già esiste, in modo da portare a conti fatti a uno sviluppo delle forze produttive e a un miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità. Per qualsiasi “cosa” si intende per esempio una nuova tecnica per accendere il fuoco, una nuova tecnica per forgiare i metalli, per cuocere i mattoni, per costruire le case, per tessere la lana e le altre fibre tessili; si intendono nuove modalità di comunicazione, nuove modalità di scrivere, nuove modalità di arare il terreno, ecc.; per qualsiasi “cosa” si intendono per esempio nuovi modi di organizzare la vita da parte di individui, famiglie e gruppi umani più o meno vasti, nuove idee sul modo di interpretare se stessi (come individui e come gruppi umani più o meno vasti), di interpretare se stessi in rapporto agli altri (ed è quello che più interessa in questo lavoro!) e di interpretare il mondo che ci circonda, ecc.
Ma l’originalità si incarna nelle persone (individui) e nelle “strutture” dei vari aggregati in cui si svolge la vita umana (dalle famiglie ai piccoli gruppi, dai ceti professionali alle storiche classi sociali, dalle nazioni alle formazioni geo-politiche più vaste, ecc.). In questo senso essere originali, diversi, differenti da altri significa anche, nella misura in cui c’è scarsità, di volta in volta storicamente determinata, di risorse naturali e tecnologiche, considerarsi superiori e in contrapposizione ad altri, che ovviamente andranno verso l’esclusione: questo è il secondo valore culturale di cui si farà l’analisi e come già si è visto, è dialetticamente connesso a quello di originalità! Il pacchetto di valori che viene fuori potrebbe denominarsi “originalità- superiorità- contrapposizione-esclusione”.
Questo pacchetto di valori, arrivato a maturazione nella Bassa Mesopotamia nella seconda parte del VI millennio B.P. contraddistingue l’epoca storica umana e impregna tutta l’umanità nei suoi diversi livelli, dalle singole persone (individui) alle “strutture” dei vari aggregati in cui si svolge la vita umana (dalle famiglie ai piccoli gruppi, dai ceti professionali alle storiche classi sociali, dalle nazioni alle formazioni geo-politico-culturali più vaste, ecc.).
Questo pacchetto di valori, che fin qua sono solamente rapporti astratti, a un livello più concreto si articolano nella creazione dell’”individuo” (inteso come centro di interessi prima solo operativamente diversi ma poi anche in contrapposizione a quella degli altri individui, visto la scarsità, storicamente determinata, di risorse naturali e tecnologiche), nelle “derive sociali” (con la formazione di corporazioni in conseguenza dei rapporti particolari che si formavano fra gruppi sociali e le attività lavorative che svolgevano; tali corporazioni erano diverse viste le diverse attività che svolgevano ma anche in contrapposizione fra di esse visto la penuria di risorse materiali e tecnologiche), nella creazione della “gerarchia” (intesa come l’orizzonte, il contesto, in cui si situano gli individui, i vari gruppi sociali e, in un contesto più vasto, le varie popolazioni, indicandone le diverse posizioni e funzioni e i connessi diversi oneri e diritti nella distribuzione di beni e servizi) e, infine, nelle “derive culturali” (1) (per cui ogni popolazione umana, a contatto con un ambiente ecologico particolare e con particolari vicende storiche pregresse, acquisisce un pacchetto culturale particolare [da non vedersi come acquisito una volta per tutte ma soggetto a modifiche in conseguenza sia di dinamiche interne che in rapporto al resto della realtà] e, in presenza di condizioni di penuria di risorse materiali e tecnologiche, in contrapposizione a quello delle altre popolazioni).

1) Per deriva in questo lavoro si intenderà un fenomeno per cui una realtà già esistente (individui, caste, corporazioni, classi, organizzazioni, aziende, popolazioni, ecc.), che ha acquisito per prima superiori tecnologie rispetto ad altre realtà con cui è in rapporto, impedisce in vari modi che queste altre realtà le acquisiscano.
Si ottiene un fenomeno che adesso sarebbe chiamato “abuso di posizione dominante” in riferimento al comportamento di alcune grandi aziende come Google o Facebook.
Questo comportamento che adesso, con molte difficoltà, si cerca di sanzionare in riferimento alle aziende anzidette, è stato ed è la norma nel comportamento degli individui, delle varie formazioni sociali e delle diverse popolazioni-culture in cui si suddivide l’umanità (dalle nazioni alle aree geopolitiche più vaste).


Foto 1 Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso Terrestre

3) Sta scritto nella Bibbia!
“Solo in condizioni di ipo-comunicazione una cultura produce qualcosa.”
(Claude Levi-Strauss, Mito e significato) (1)

Potrebbe sembrare strano che i problemi fondamentali da risolvere affinché fosse possibile il processo storico a cui si è accennato fossero relativi al trasferimento della conoscenza-know how (in condizioni di scarsità, volta per volta storicamente determinate, delle risorse naturali e tecnologiche) e che a ciò provvedesse il pacchetto culturale “originalità- superiorità- contrapposizione-esclusione” (con i valori più concreti in cui si articolava di “individuo, “derive sociali”, “gerarchia” e “derive culturali”)…ma in ciò sono confortato dalle Sacre Scritture.

La redazione dell’Antico Testamento inizia verso il XIII secolo a. C., quindi fra la fine del tardo bronzo e la prima età del ferro (il riferimento è ovviamente al Medio Oriente antico), ma il suo contenuto, oltre a essere connesso alle vicende del popolo di Israele, risponde a problematiche generali, preesistenti e diffuse in tutto il Medio Oriente antico.
Infatti dice Mario Liverani nel suo saggio: “Ma i racconti biblici sono di norma elaborazioni storiografiche posteriori (e spesso molto posteriori) degli avvenimenti narrati, non solo basate su dati indiretti e incerti, ma soprattutto motivate da scopi precisi del loro tempo. Occorre perciò riassegnare i testi biblici all’epoca, agli ambienti politico-culturali, ai problemi che hanno portato alla loro redazione”. (2)
“…tutto l’Antico Testamento contiene (stratificati e reimpiegati) materiali antichi che è possibile entro certi limiti ricostruire e ‘datare’ (riassegnandoli ad ambienti ed epoche più antichi)”. (3)

Ma cosa dice l’Antico Testamento riguardo alla conoscenza e al suo trasferimento?
Nella “Genesi” sta scritto:
Dio dopo avere creato il cielo e la terra, la luce, il firmamento, le acque, le piante, i pesci e gli animali, ecc. alla fine del sesto giorno disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Genesi capitolo 1-26). Poi Dio disse: ”Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo.” (Genesi 1-29)

Ma Dio pose delle condizioni!

Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino (Genesi 2-16), ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti» (Genesi 2-17-17).

Ma le cose non andarono come Dio disse di fare!

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». (Genesi 3-1) Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, (Genesi 3-2) ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». (Genesi 3-3) Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! (Genesi 3-4) Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». (Genesi 3-5) Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. (Genesi 3-6) Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. (Genesi 3-7)

E le conseguenze per avere mangiato i frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male furono le seguenti, rispettivamente per il serpente, per la donna e per l’uomo!

Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». (Genesi 3-13)
Allora il Signore Dio disse al serpente: sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. (Genesi 3-14)
Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno». (Genesi 3-15)
Alla donna disse: i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà». (Genesi 3-16)
All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. (Genesi 3-17)
Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre. (Genesi 3-18)
Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!». (Genesi 3-19)
…….
Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto (Genesi 3-23).
(4)

Per la Bibbia quindi Adamo ed Eva erano esclusi dalla conoscenza di ciò che era bene e ciò che era male: solo il Signore Dio poteva conoscere il bene e il male! Il Dio Signore era originale e superiore ad Adamo ed Eva: questi si contrapposero a Lui e per questo furono esclusi dal paradiso terrestre (“originalità-superiorità-contrapposizione-esclusione”: questo racconto biblico è paradigmatico del dispiegamento del pacchetto culturale di cui si è parlato!).
Ma, come già detto, il contenuto della Bibbia, oltre a essere connesso alle vicende del popolo di Israele, risponde a problematiche generali, preesistenti e diffuse in tutto il Medio Oriente antico: e le problematiche erano relative al trasferimento della conoscenza-know how in condizioni di scarsità, volta per volta storicamente determinate, delle risorse naturali e tecnologiche. Solamente la risoluzione di queste problematiche avrebbe reso possibile il processo storico a cui si è fatto riferimento. La risoluzione consistette, come è stato già detto, nell’elaborazione dei valori di originalità ed esclusione e dei valori in cui essi si articolano (l’individuo, le derive sociali, la gerarchia e le derive culturali).

1) Claude Levi-Strauss, Mito e significato, NET Nuove Edizioni Tascabili il Saggiatore, 2002, pag. 34
2) Mario Liverani Antico oriente – Storia società economia, 1988-2006, Editori Laterza, pag. 662;
3) Idem pag. 690;
4) Per la precisione questo passo della Bibbia parla anche della gerarchia e della sua “sacralità” (rapporto fra Creatore e creature), del passaggio dall’economia basata sulla caccia e raccolta all’economia basata sulla coltivazione e pastorizia, del rapporto fra uomo e donna…e di tante altre cose!

4) Le esportazioni invisibili

Scrive Igor Giussani nell’articolo ricordato: “…è bene ricordare che l’Italia, al pari di altre nazioni occidentali, è legata a doppio filo all’importazione di materie prime fondamentali per mantenere una società industriale avanzata.”

La Bassa Mesopotamia nella seconda metà del IV millennio a.C. si trovava nelle stesse condizioni: la grossa nicchia ecologica rappresentata dalla Bassa Mesopotamia (con la città di Uruk come centro più importante) aveva bisogno, per sviluppare le sue potenzialità, di materiali non disponibili sul posto, come stagno e rame (dalla cui lega si ottiene il bronzo), pietre dure, legname, pietre preziose, ecc., per cui era costretta ad importarla da altre zone come l’Anatolia, l’area siro-palestinese, l’Afganistan, la penisola arabica e gli altopiani indo-iranici.

Siamo arrivati al punto: quei modelli culturali furono elaborati per rendere possibili i rapporti (oltre che fra diversi individui e diverse formazioni sociali) fra le varie popolazioni che insistevano su quei territori e le popolazioni che insistevano sui territori dove esistevano le materie prime non disponibili in Bassa Mesopotamia.
Bisogna dire che nella seconda parte del IV millennio a.C. si misero solamente le basi per la vera e propria “confrontation” fra le varie popolazioni, che avverrà invece nel millennio successivo e che sarà caratterizzata da guerre, distruzioni delle città nemiche e delle infrastrutture, dalla spoliazione delle loro ricchezze, dalle deportazioni delle popolazioni sconfitte per farne manodopera servile, da stermini, ecc.
Nella seconda parte del VI millennio before present in Bassa Mesopotamia (in relazione ai rapporti fra questa area e le altre aree) fu elaborata solamente la prima parte del pacchetto culturale “originalità-superiorità-contrapposizione-esclusione”: furono elaborati solamente i valori di originalità e superiorità! (si ritiene molto esplicativa la citazione di Claude Levi-Strauss, riportata sotto il titolo di questo lavoro!).

Leggendo attentamente ciò che Mario Liverani dice a proposito delle “esportazioni invisibili” si notano tutti i modelli culturali che sono alla base della storia dei millenni successivi fino ai nostri giorni: si spiegano quindi anche gli attuali particolari rapporti, gli attuali particolari interscambi commerciali, di tipo neocoloniale, esistenti fra le diverse nazioni e le diverse aree geopolitiche.

“Si è già detto che le merci economicamente trasportabili su lunga distanza devono esser abbastanza preziose per unità di ingombro, e che esportazioni di cereali sono da escludere, ogni distretto dovendo vivere sostanzialmente sulle proprie risorse alimentari. Qualche equivoco a tale riguardo è derivato dall’incrocio fra certi silenzi della documentazione archeologica e certe affermazioni di testi letterari posteriori (ma riferentesi al commercio proto-storico). Da un lato le importazioni (metalli e pietre dure) sono assai meglio rappresentate nella deposizione archeologica che non le esportazioni (sia in quanto stoffe deperibili, sia in quanto disperse su un territorio più vasto). Il problema delle “esportazioni invisibili” è stato spesso risolto nel senso che si esportavano prodotti alimentari, col conforto dei testi (specialmente sul commercio Uruk-Aratta) (1) che presentano lunghe carovane di asini che partono carichi di granaglie. In realtà le esportazioni sono “invisibili” sia perché di natura deperibile, sia perché proporzionalmente modeste, sia perché spesso “censurate” dalla ideologia dei testi. La modestia degli esborsi configura una tipica situazione di “scambio ineguale”, in cui il partner economicamente e tecnologicamente ed organizzativamente più avanzato ricava ingenti quantitativi di materie prime contro la cessione di modesti quantitativi di prodotti artigianali e di paccottiglia, contando sulla diversa scala di valori in uso alle due estremità dello scambio.
Quanto alle fonti scritte, esse di norma sorvolano sulle esportazioni perché le considerano ideologicamente irrilevanti. Secondo l’ideologia proto-statale le materie prime sono procacciate non per la cessione di un controvalore, ma per il prestigio e la potenza del dio cittadino e del re che ne è il rappresentante terreno e il gestore economico. Le regioni periferiche, poco abitate ma ricche di materiali, hanno la funzione di fornire i loro specifici apporti al funzionamento del paese centrale (e del suo centro simbolico, il tempio del dio cittadino). Riconoscere contraccambi di valore economico più o meno equivalente implicherebbe riconoscere l’esistenza di altri centri politici analoghi a quello centrale, significherebbe sovvertire l’intera struttura centralizzata dell’universo, la preminenza del dio cittadino, la contrapposizione fra mondo civile e mondo barbaro. In questo contesto, l’unica esportazione ideologicamente compatibile e anzi propagandabile è il cibo, perché questo serve a “far vivere” coloro che lo ricevono e dunque li immette nel grande sistema redistributivo e assistenziale centrato sul tempio cittadino.”
(2)
Leggendo questa citazione contenuta nel secondo dei due articoli di Igor Giussani “Le agricolture statunitensi ed europee, lautamente sovvenzionate da Farm Bill e PAC, producono in maniera ipertrofica (per scopi molto spesso estranei all’alimentazione umana) instaurando un regime di prezzi artificioso, impedendo ai contadini dei paesi incappati nel Washington Consensus di competere alla pari, in particolare nell’ambito dei cereali. Per garantirsi un adeguato approvvigionamento, non resta che barattare grandi quantitativi di materie prime strategiche in cambio di cibo (alla maniera delle nazioni dell’area nordafricana-mediorientale con gas e petrolio)…” sembra che l’Occidente, attuale centro del mondo (ma non si sa fino a quando!), abbia realizzato ciò che nella seconda parte del IV millennio a.C. per la Bassa Mesopotamia (l’allora centro del mondo) era solamente un desiderio in relazione ai rapporti esistenti con le regioni da cui si approvvigionava di materie prime!

Come si diceva, nella seconda parte del IV millennio a.C. furono elaborati i valori culturali di originalità e superiorità per rendere possibile i rapporti fra varie popolazioni, risolvendo il problema del trasferimento della conoscenza-know how (informazione-apprendistato) in condizioni di scarsità, volta per volta storicamente determinate, delle risorse naturali e tecnologiche. Era il primo modo di rapportarsi fra diverse popolazioni, di prendere le prime misure, su cui poi basare ulteriori rapporti.
Le diverse aree si scambiavano prodotti contenenti diverse quantità e qualità di conoscenza e know how. I rapporti culturali esistenti fra le diverse popolazioni, le considerazioni che avevano di sé e le considerazioni che avevano le une delle altre, dipendevano dal diverso contenuto di conoscenza e know how esistente nei prodotti scambiati. Solamente nel millennio successivo sarà interamente elaborato il pacchetto culturale “originalità- superiorità-contrapposizione-esclusione” e si avrà una vera e propria “confrontation” fra le varie popolazioni: essa sarà caratterizzata da guerre, da distruzioni delle città nemiche e delle infrastrutture, dalla spoliazione delle loro ricchezze, dalle deportazioni delle popolazioni sconfitte per farne manodopera servile, da stermini, ecc.

1) Uruk è disposta nella parte meridionale della pianura alluvionale mesopotamica (attuale parte meridionale dell’Iraq) mentre Aratta è disposta nella parte sud-orientale dell’attuale Iran;
2) Mario Liverani, Antico oriente – Storia società economia, Laterza, Roma-Bari, 2006, pagg. 144-145)


Foto 2 L’antico Vicino Oriente nel terzo millennio a.C

5) La guerra per l’acqua

Il fenomeno delle derive culturali (1), cioè del fenomeno per cui all’originalità e alla superiorità di una popolazione-cultura verso le altre si aggiungono anche la contrapposizione e l’esclusione delle altre popolazioni-culture, sorge solamente quando, in seguito ai forti incrementi demografici avutisi con il neolitico (che si concretizza nella scarsità, volte per volta storicamente determinata, delle risorse naturali e tecnologiche), aumenteranno le occasioni, per le varie popolazioni-culture, di addivenire a una “confrontation” fra di esse. In precedenza, quando gli spazi erano immensi era difficile che dei gruppi umani arrivassero in contatto.
A un certo punto però gli spazi diventano ristretti nel senso che, si ripete ancora, volta per volta e storicamente determinate, si creeranno condizioni di scarsità di risorse naturali e tecnologiche.
Il momento in cui nascerà completamente il valore di “deriva culturale” (e si potrà parlare di originalità-superiorità-contrapposizione-esclusione anche per le diverse popolazioni) sarà circa la metà del terzo millennio a.C., quando le città-stato della civiltà sumera entreranno in conflitto fra di esse.

Nella prima metà del terzo millennio a.C. (3.000-2.500 a.C.) la pianura alluvionale della bassa Mesopotamia ospitava una popolazione di una consistenza enormemente superiore ai periodi precedenti. Gli abitanti, chiamati Sumeri, erano organizzati sul territorio in numerose città-Stato di grandezza quasi equivalente, come Uruk, Lagash, Umma, Ur, Kish e altre ancora. Il territorio delle singole città aveva approssimativamente una estensione di una trentina di Km di diametro, erano distanti alcune decine di km l’una dall’altra e la popolazione di ogni città-stato era di alcune decine di migliaia di abitanti, distribuiti in parte nella città e in parte nel territorio circostante.
Ciò che caratterizzava il territorio su cui insistevano le varie città-Stato era la rete dei canali. L’agricoltura nella bassa Mesopotamia era irrigua e si basava sulle colture orticole, i cereali (soprattutto grano e orzo), i legumi e la palma da dattero. Nelle intercapedini fra i vari territori irrigati veniva praticata la pastorizia. Il territorio irriguo era formato da tanti campi a forma rettangolare molto allungata con il lato corto che si affacciava sul canale.
Fu l’agricoltura irrigua che, accoppiata all’uso dell’aratro seminatore a trazione animale, rese possibile, nella coltivazione dei cereali, rendimenti con un rapporto anche di 25-30:1 fra prodotto e semente. Fu questa l’energia che rese possibile il forte incremento demografico e l’imponente urbanizzazione nella bassa Mesopotamia nel terzo millennio a.C.
La consistente presenza demografica (che si esprimeva ovviamente nella scarsità, volta per volta e storicamente determinate, delle risorse naturali e tecnologiche) fu sicuramente la base per le frizioni che ben presto si creeranno fra le varie città-Stato. Ma la motivazione più immediata, molte volte, fu l’accesso all’acqua a fini irrigui con la creazione dei canali. La creazione di canali probabilmente favoriva i territori a monte del corso del fiume e danneggiava quelli a valle.
Probabilmente fu un problema di costruzione di canali, di accesso all’acqua e di sistemazione organica di tutto il territorio della bassa Mesopotamia (il paese di Sumer) che, verso la metà del terzo millennio a.C., portò il re Eannatum di Lagash a fare guerra ad Umma e ad una coalizione di altre città-Stato della regione. Lagash uscì vittoriosa da questo scontro e rese Umma sua tributaria (nel senso che quest’ultima dovette pagare periodicamente dei tributi a favore della stessa Lagash) e sistemò in modo organico tutto il territorio della bassa Mesopotamia.
Lagash e Umma erano situate fra il Tigri e L’Eufrate nel loro basso corso. La distanza fra le due città era di qualche decina di Km. Il territorio di Umma, in relazione al corso dei due fiumi, era situato a monte rispetto a quello di Lagash, per cui è da presupporre che furono le iniziative di Umma di costruzione di nuovi canali a provocare la reazione di Lagash, che si vedeva appunto danneggiata dalla costruzione di quei canali. A quei tempi le dispute territoriali venivano ideologizzate come dispute tra divinità e nell’interpretazione della loro volontà da parte delle diverse città-stato. Ovviamente, a posteriori, la volontà vera delle divinità era quella del vincitore e quindi giustificava i suoi interessi territoriali. Bisogna anche dire che furono sperimentate delle tecniche laiche come, in questo caso, un precedente arbitrato del re Mesilim di Kish per dirimere le dispute territoriali fra le due città-stato in questione.

Eannatum, a ricordo della vittoria, fece erigere un monumento a cui è stato dato il nome di Stele degli avvoltoi (i diversi frammenti sono conservati al museo del Louvre a Parigi). Le scene raffigurate nei bassorilievi esprimono momenti della guerra vittoriosa mentre nelle scritte cuneiformi (oltre a celebrare la vittoria di Eannatum, il “giusto”, il” potente”, il “saggio”) viene, tra l’altro, detto che :” Eannatum gettò la grande rete di battaglia di Enlil sull’uomo di Umma e su di essa lo fece giurare. L’uomo di Umma a Eannatum fece giuramento: ‘Per la vita di Enlil, signore del cielo e della terra! Io posso sfruttare il campo di Ningirsu come prestito. Io non…il canale di irrigazione! Mai io violerò il territorio di Nirgirsu. Io non cambierò il corso dei suoi fossati e canali di irrigazione. Io non sposterò la sua stele! Se mai io trasgredissi (questo giuramento) possa la grande rete di battaglia di Enlil, re del cielo e della terra, sulla quale io ho giurato, scendere su Umma’.” (1) (2)

2) per la comprensione del testo è necessario sapere che: Enlil è uno degli dèi supremi di tutti i Sumeri, ha caratteri di dio creatore, è dio del destino, stabilisce le sorti del mondo e, nella sua volontà, le varie città-stato e i suoi regnanti cercano la legittimazione delle loro posizioni di potere, comunque acquisite; Ningirsu invece è una divinità di Lagash; i puntini a metà della citazione indicano la mancanza di uno o più segni, dovuta allo stato di conservazione del monumento.
3) Mario Liverani, Antico oriente – Storia società economia, Laterza, Roma-Bari, 2006, pag. 195

Documento
1) La stele degli avvoltoi https://it.wikipedia.org/wiki/Stele_degli_avvoltoi

Descrizione
Il monumento completo, come è stato ricostruito ed esposto al Louvre, è alto 1.80 m, largo 1.30 m, spesso 11 cm, con la cima arrotondata. Era costituito da un unico blocco di calcare con rilievi scolpiti da entrambi i lati[3]. La stele può essere considerata propria dell’usanza tra la metà e la fine del terzo millennio a.C. in Mesopotamia di celebrare le vittorie militari con monumenti in pietra. Un monumento simile è la stele della vittoria di Naram-Sin, realizzata durante il periodo Accadico, successivo al periodo protodinastico III[4].

SONY DSC

Foto 3 ricostruzione della Stele degli avvoltoi presso il museo del Louvre lato mitologico a sin. e storico a dx

I due lati della stele mostrano distintamente scene differenti e sono stati interpretati come il lato mitologico e il lato storico[2].

Lato Mitologico
Il lato mitologico è diviso in solo due registri. Il registro superiore, che occupa i due terzi dell’altezza, mostra una grande figura maschile, identificabile come il dio Ningirsu[5], che porta nella mano destra uno scettro e nella sinistra l’Anzû, un essere mitologico simile ad un grifone con zampe leonine, simbolo del potere del dio, il quale sostiene, con i suoi artigli, una larga rete che intrappola i corpi nudi di molti uomini. Questi sono i nemici di Lagash, catturati durante la battaglia e offerti a Ningirsu. Quest’ultimo, con la mano destra, colpisce, sulla testa con una mazza, di uno di loro che cerca di uscire dalla rete, probabilmente lo sconfitto re di Umma[6]. Dietro Ningirsu si erge una piccola figura femminile che indossa una fascia per capelli con delle corna e delle stecche protrudenti dalle spalle. Il suo aspetto consente di identificarla come la dea Ninhursag[6], madre del dio Ningirsu e che gli consegna l’Anzû. Il registro inferiore, più piccolo, sebbene in pessime condizioni, in base a confronti con rappresentazioni contemporanee, potrebbe figurare il dio Ningirsu su una biga probabilmente trainata da animali mitologici, non visibili nel frammento rimasto[3]

Lato Storico
Il lato storico è diviso in quattro registri orizzontali.
Del registro superiore fa parte il frammento che mostra degli avvoltoi, dai quali deriva il nome della stele, che aleggiano su resti umani asportandone gli occhi e le teste. Lo spettatore è portato a pensare che questi resti appartengano ai soldati della città nemica di Umma, sconfitta dal re Eannatum di Lagash, che fece erigere la stele. Un secondo frammento è più completo e mostra le truppe di Lagash che avanzano, armate di lance e scudi, calpestando i corpi dei loro nemici, con il loro re (ensi) Eannatum alla testa. Nel terzo frammento di questo registro sono rappresentati i nemici già sconfitti. Questi, cioè i soldati della città di Umma, sono rappresentati nudi, legati, ammucchiati l’uno sull’altro. C’è dunque una profonda dicotomia, nella stele, fra il modo in cui sono rappresentate le potenti truppe di Eannatum, ben organizzate ed ordinate, in cui tutti i soldati sono esattamente uguali, schierati in modo preciso, e quello dei soldati di Umma che appaiono più piccoli, sconfitti e disomogenei fra loro. Eannatum è riconoscibile per il suo articolare copricapo, caratteristico dei sovrani di questo periodo[6]. Nel museo di Baghdad è conservata una copia di questo tipo di copricapo, appartenuta al re Meskiagnunna di Ur, dello stesso periodo; si tratta di un elmo d’oro, che riproduce i capelli e le orecchie del re[6].


Foto 4 1° frammento della Stele degli Avvoltoi

Foto 5 2° frammento della Stele degli Avvoltoi

Come già detto in precedenza, il contenuto dell’Antico Testamento, oltre a essere connesso alle vicende del popolo di Israele, risponde a problematiche generali, preesistenti e diffuse in tutto il Medio Oriente antico.
Nella seguente citazione dall’Antico Testamento si respira la stessa aria, si esprimono gli stessi valori contenuti nella Stele degli Avvoltoi:
“1 Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni: gli Hittiti, i Gergesei, gli Amorrei, i Perizziti, gli Evei, i Cananei e i Gebusei, sette nazioni più grandi e potenti di te, 2 quando il Signore tuo Dio le avrà messe in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza né farai loro grazia. 3 Non ti imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, 4 perché allontanerebbero i tuoi figli dal seguire me, per farli servire a dèi stranieri, e l’ira del Signore si accenderebbe contro di voi e ben presto vi distruggerebbe.
(Bibbia, Vecchio Testamento, Deuteronomio 7, 1-4, Versione C.E.I./Gerusalemme)

Questi valori non sono esclusiva di alcune popolazioni-culture ma sono i valori di tutte le popolazioni-culture: “Perché una cultura sia veramente se stessa e produca qualcosa, essa e i suoi membri devono essere convinti della propria originalità e persino, in certa misura, della propria superiorità rispetto agli altri.” come diceva Claude Levi-Strauss. Ovviamente alla originalità e superiorità (di una popolazione-cultura rispetto alle altre) segue, visto le condizioni di scarsità, volte per volta storicamente determinate, delle risorse naturali e tecnologiche, la contrapposizione e l’esclusione delle altre popolazioni-culture.

Seconda parte
Come è stato già indicato nella iniziale presentazione di questo lavoro, la seconda parte è volta a indagare lo svolgimento, l’applicazione dei modelli culturali individuati nella prima parte a questi ultimi secoli, in modo da poter spiegare sia l’attuale realtà africana che di altre parti del mondo.
Questa seconda parte spiegherà più direttamente la realtà esposta dagli articoli di Igor Giussani

1) Africa: “The hopeless continent”

Così The Economist definiva l’Africa, sulla prima di copertina, nell’edizione del 13 maggio 2000.
Nell’Africa è avvenuto ciò che avviene in natura, così come dice Charles Darwin in una lettera del 1871: ” Si è spesso affermato che sono ora presenti tutte le condizioni per la generazione spontanea di un organismo vivente, quali possono essere state presenti nel passato. Ma anche se (e che grosso se!) noi potessimo concepire che in qualche piccolo stagno, in presenza di ogni sorta di sali di ammonio e di fosforo, di luce, calore, elettricità, ecc., si sia venuto a formare un composto proteico, pronto a subire ulteriori più complesse trasformazioni, al giorno d’oggi tale materiale verrebbe immediatamente divorato o assorbito, il che non sarebbe potuto accadere prima che esseri viventi facessero la loro comparsa.”
(It is often said that all the condition for the first production of a living organism are now present, which could ever have been present. But if (and oh! what a big if!) we could conceive in some warm little pond, with all sorts of ammonia and phosphoric salts, light, heat, electricity, &c., present, that a proteine compound was chemically formed ready to undergo stillmore complex changes, at the present day such matter would be instantly devoured or absorbed, which would not have been the case before living creatures were formed.)
(1)

Il significato di questa lettera di Charles Darwin è in accordo con l’analisi culturale fatta in precedenza: c’è stato quel fenomeno definito “deriva culturale”!
Ma è possibile estendere la dinamica, la logica seguita in natura a ciò che avviene nel processo storico-culturale?
Sembra di sì visto ciò che diceva un grande antropologo come Claude Levi-Strauss (“…ci renderemo conto che fra vita e pensiero non c’è quel radicale divario che il dualismo filosofico del XVII secolo accettava come un dato di fatto. E se ci convinceremo che quanto avviene nella nostra mente non è sostanzialmente né fondamentalmente diverso dai fenomeni basilari della vita stessa, se comprenderemo che non c’è alcuna insuperabile distanza fra l’uomo e tutti gli altri esseri viventi – non solo gli animali, ma anche le piante – diventeremo forse saggi come non credevamo di poter essere.” ) (2) e ciò che diceva un filosofo, economista e rivoluzionario come Friedrich Engels (”…nella natura sono operanti, nell’intrico degli innumerevoli cambiamenti, quelle stesse leggi dialettiche del movimento che anche nella storia dominano l’apparente accidentalità degli avvenimenti…”) (3)

La lettera di Charles Darwin vuole dire che le aree geo-economico-politico-culturali che per prima acquisiscono superiori tecnologie impediscono alle altre aree di acquisirle. Prima dell’intervento europeo il continente africano “…era pronto a subire ulteriori più complesse trasformazioni…” (per dirla con le parole di Darwin) ma la sua evoluzione è stata distorta dall’intervento delle nazioni europee, che hanno “devoured or absorbed” (sempre per dirla con le parole di Darwin) le sue potenzialità e le sue prospettive.

1) The life and letters of Charles Darwin – London: John Murray, Albemarle Street. 1887. terzo volume, pagina 18 (nota in fondo alla pagina);
2) Claude Levi-Strauss, Mito e significato, il Saggiatore, Prima edizione Net, marzo 2002, pagg. 37-38;
3) Friedrich Engels Anti-Dühring – Prefazione alla seconda edizione – 1885 (Documento facilmente rintracciabile sul WEB come per esempio al seguente link
http://www.resistenze.org/sito/ma/di/ce/mdce9g28a2.htm )


Foto 6 Bidonville a Kinshasa (Congo)

2) La colonizzazione dell’Africa e di altre parti del mondo

E’ necessario quindi vedere cosa è successo negli ultimi secoli per comprendere la situazione attuale dell’Africa e di molte parti del mondo. Nell’analisi che seguirà si farà rifermento in particolare alle società musulmane (che costituiscono però buona parte delle nazioni africane).
Vediamo cosa dice al riguardo Ira M. Lapidus (1) nella sua opera “Storia delle società islamiche”. Bisogna ricordare che l’analisi che fa questo studioso si interessa degli aspetti sociali, politici e culturali della storia delle società musulmane e non degli aspetti tecnologici ed economici; questo taglio dato all’analisi, coscientemente scelto dall’autore, non impedisce però di cogliere nell’analisi stessa molti aspetti interessanti per gli obiettivi che questo lavoro si è dato.

“Nel XVIII secolo il sistema delle società musulmane era ormai esteso a livello mondiale. Ciascuna di esse era stata costruita sull’interazione delle istituzioni islamiche mediorientali – statali, religiose e comunitarie – con le istituzioni e le culture locali; in ciascun caso le interazioni avevano generato un differente tipo di società islamica. Benché uniche, esse avevano forme simili, erano unite da rapporti politici e religiosi, accomunati dagli stessi valori culturali; e pertanto costituivano un sistema di società islamiche mondiali.
Nei secoli XVIII e XIX l’evoluzione di queste società fu distorta dall’intervento europeo.
……….
A cavallo dei secoli XIX e XX gli stati europei, spinti dal fabbisogno di materie prime e di mercati per le loro economie industriali e dalla concorrenza economica e politica, avevano creato imperi territoriali in tutto il mondo. Gli olandesi avevano completato la conquista dell’Indonesia; i russi (e i cinesi) avevano assorbito l’Asia interna; gli inglesi avevano consolidato i loro imperi in India e Malesia e imposto il loro dominio su varie parti del Medio Oriente, dell’Africa orientale, della Nigeria e dell’Africa occidentale. La Francia si era impadronita dell’Africa settentrionale e di gran parte di quella occidentale, di vaste zone del Medio Oriente e di altri territori. In Africa furono create anche piccole colonie tedesche e italiane. Già agli inizi del XX secolo le potenze europee (e la Cina) avevano dunque completato la conquista di quasi tutto il mondo musulmano.
L’intervento europeo alterò profondamente le strutture intrinseche di quelle società e produsse effetti diversificati che, combinandosi con le peculiarità culturali e istituzionali delle singole società musulmane, generarono i vari tipi di società islamiche contemporanee. Le società islamiche, sorte a suo tempo dall’interazione delle varie realtà regionali con gli influssi mediorientali, vennero poi acquisendo la loro forma moderna interagendo con la penetrazione delle potenze europee.
………
Queste trasformazioni moderne non sono propriamente paragonabili ai normali influssi che nel corso della storia delle civiltà esercitano le une sulle altre, poiché quella europea non era semplicemente un’altra civiltà, ma differiva da quella musulmana anche sotto il profilo qualitativo;….. nel tardo Medioevo e nelle epoche del Rinascimento e della Riforma i popoli europei, in possesso di una forma unica di pluralismo sociale e istituzionale e di una mentalità che enfatizzava l’innovazione, l’agire individuale, l’aggressiva ricerca del dominio e la sperimentazione tecnica, abbiano compiuto i progressi che diedero loro la supremazia militare e commerciale in tutto il mondo.
……….
I secoli XIX e XX videro progressi ancora più sorprendenti nell’organizzazione dell’Europa e il prodursi di un’eccezionale disparità nella distribuzione della ricchezza e del potere fra l’Europa e il resto del mondo. Le potenzialità economiche europee furono trasformate dalla rivoluzione industriale, nel XVIII secolo in Inghilterra e, nel XIX, in Francia, in Germania e in altri paesi. Con lo sviluppo delle forme burocratiche di organizzazione economica, di nuove tecnologie per la produzione del vapore e dell’elettricità, con l’espansione della conoscenza scientifica, la dominazione economica dei paesi europei andò estendendosi.
……..
La rivoluzione americana e quella francese produssero cambiamenti altrettanto profondi nelle sfere della politica e dello stato.
………
Inoltre le forme di illuminismo europeo e americano completarono lo storico processo della laicizzazione. Le istituzioni politiche ed economiche furono completamente staccate dalle norme religiose; la mentalità scientifica e umanistica relegò la religione nella sfera ristretta del culto e delle attività comunitarie.
……..
In tutto il mondo musulmano la dominazione europea ha significato l’imposizione di queste caratteristiche istituzionali e culturali a popoli non europei. L’intervento europeo, che assunse frequentemente la forma del controllo politico, portò alla costruzione di stati burocratici accentrati. La penetrazione economica e capitalistica degli europei portò di regola alla crescita del commercio, finalizzato spesso allo sfruttamento, stimolò la produzione di materie prime e provocò la decadenza delle industrie locali.” (2)
“ ….i mercanti europei (che operavano nel mondo musulmano, ndr) ne esportavano materie prime e, in concorrenza con i mercanti e artigiani indigeni, vi importavano manufatti prodotti nei loro paesi. Gli europei stimolarono la conversione dell’agricoltura a redditizie produzioni agricole destinate al mercato, come cereali, frutta secca e cotone in Anatolia, seta in Libano, cotone in Egitto e olio di oliva in Tunisia, e, in generale, determinarono la decadenza dell’artigianato e delle industrie manifatturiere locali.” (3)

Come si vede le conseguenze dell’intervento europeo in Africa e in altre parti del mondo ha portato in ultimo alla decadenza dell’artigianato e delle industrie manifatturiere locali. Ci fu quindi una decadenza (in quantità e in qualità) della conoscenza e del know how contenute nelle produzioni delle nazioni colonizzate. Nel mondo attuale i rapporti esistenti fra le varie nazioni e aree geopolitiche dipendono appunto dal contenuto di conoscenza e know how esistente nelle rispettive produzioni scambiate.

1) Ira M. Lapidus è Professore Emerito di History, Islamic Social History nella Università di California a Berkeley.[1] È autore tra l’altro dell’ampia e apprezzata monografia A History of Islamic Societies – pubblicata in Italia da Einaudi sotto il titolo Storia delle società islamiche, 3 voll., 1993 – e Contemporary Islamic Movements in Historical Perspective.. (da https://it.wikipedia.org/wiki/Ira_Lapidus )
2) Ira M. Lapidus, Storia delle società islamiche, III vol. 1995 e 2000 Giulio Einaudi editore s.p.a. Torino, pagg.3-4-5-6
3) Idem pag. 10

3) La colonizzazione francese dell’Algeria: un caso particolare!

La trattazione della colonizzazione francese dell’Algeria renderà chiaro, nella sua crudezza, il fenomeno che si sta analizzando!
La colonizzazione francese dell’Algeria inizia nel 1830 ma solamente dopo trenta-quaranta anni terminarono le rivolte e le guerriglie e l’Algeria fu “pacificata”. Ma questa pacificazione avvenne con un enorme spargimento di sangue ( “Tra il 1852 ed il 1871 le vittime ammontarono a circa 1.000.000 di persone, un terzo della popolazione.” https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_dell%27Algeria ) e con gravissime conseguenze dal punto di vista sociale, economico e culturale
Adesso saranno indicati alcuni punti salienti della colonizzazione dell’Algeria
“La strategia adottata dal generale Bugeaud consisteva nell’effettuare massicce scorrerie, nel corso delle quali tagliava gli alberi dei frutteti, bruciava i raccolti e sterminava popolazioni e villaggi: con questi metodi i francesi assoggettarono la popolazione algerina.” (1)
“Nel 1870-71 i focolai di una resistenza locale dispersa si saldarono finalmente in una massiccia insurrezione algerina………… le rivolte esplosero in tutta l’Algeria. Queste rivolte erano guidate e coordinate da un capo tribale algerino di nome al-Muqrani,……Al-Muqrani fu sconfitto: i francesi si appropriarono, a titolo di indennizzo, di una somma enorme, pari a dieci volte la massa dei normali tributi, e confiscarono, definitivamente o col fine di ricavarne un riscatto, centinaia di migliaia di ettari di terra.
……..
Così fu spezzata la spina dorsale economica e politica della società algerina e si aprì la strada a ottant’anni di totale dominazione francese ed al tentativo di dare all’Algeria un’identità europea. Molti morirono a causa della guerra e della fame, le tribù algerine furono confinate in determinati distretti o trasferite nel sud per fare spazio ai coloni francesi. Per l’assoggettamento della società algerina rivestì un’importanza cruciale la subordinazione delle sue élite. Fra il 1843 e il 1870 i francesi scalzarono i capi tribali e religiosi a favore di una nuova generazione di funzionari, meno autorevoli e più ligi al loro volere. A partire dal 1874 la popolazione musulmana fu sottoposta al code de l’indigénat, che ne stabiliva la punibilità per una lunga serie di atti sediziosi o illegali e prevedeva l’invio al confino e la confisca dei beni.
Sconvolta nella sua organizzazione, la società algerina divenne vulnerabile allo sfruttamento economico. Vaste distese di terra furono confiscate; pochi proprietari terrieri musulmani riuscirono a passare dalla sussistenza alla produzione per il mercato, ma i più furono ridotti al possesso di appezzamenti troppo piccoli per una coltivazione economica, costretti a lavorare come mezzadri o braccianti o condannati all’indigenza. Mentre i francesi hanno spesso sostenuto che la povertà dei musulmani dipendeva dai loro limiti sociali e culturali, o dall’insufficienza degli stimoli a superare una mentalità refrattaria alla logica del mercato, o dal fatto che in Algeria il capitalismo non si era sviluppato abbastanza da assorbire la popolazione musulmana, cause principali della miseria furono le devastazioni causate dall’invasione francese e la confisca delle terre algerine.
Anche la cultura musulmana ebbe a soffrire della situazione. Prima della conquista francese vi erano numerose scuole e vaste proprietà le cui rendite erano assegnate all’educazione religiosa. Costantina e Tlemcen, ad esempio, contavano numerose scuole elementari, madrasa e zawiya, intorno alle quali ruotavano centinaia di studiosi; i collegi impartivano un’istruzione superiore che dava ampio spazio alla grammatica, al diritto, all’interpretazione del Corano, all’aritmetica e all’astronomia. L’occupazione francese portò alla confisca delle rendite e alla distruzione di molte scuole, che, in teoria, dovevano essere rimpiazzate da scuole francesi destinate a favorire l’assimilazione dei fanciulli algerini alla cultura europea: ma il nuovo sistema scolastico, introdotto fra il 1883 e il 1898, non toccò che una piccola minoranza e in sostanza fu concepito per formare funzionari algerini destinati a collaborare con i francesi nel controllo della popolazione musulmana.
……. Quel sistema, per quanto minimo, fu avversato, oltre che dai coloni, anche dai musulmani, in quanto non li aiutava in alcun modo a uscire dalla loro condizione politica ed economica di inferiorità.” (2)

Ognuno, con poco sforzo, potrebbe fare delle valide considerazioni su quanto avvenuto in Algeria e sulle conseguenze che ha comportato.

1) Ira M. Lapidus, Storia delle società islamiche, III vol. 1995 e 2000 Giulio Einaudi editore s.p.a. Torino, pag. 143;
2) Idem pagg. 144-145

4) Le nuove esportazioni invisibili

E’ bene ritornare all’articolo di Igor Giussani per poi concludere.
Nelle tabelle che corredano l’articolo di Igor Giussani sono indicate le esportazioni e le importazioni fra l’Italia e i paesi africani: vi si importano gas naturale, petrolio greggio, metalli di vario genere, prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio, prodotti della pesca, abbigliamento, ecc. e vi si esportano prodotti della raffinazione del petrolio, macchine per impiego generale e per impieghi speciali, motori, generatori e trasformatori elettrici, apparecchiature per l’elettricità, prodotti chimici di base, materie plastiche e gomma sintetica, ecc.
Poi ci sono altre esportazioni di tipo molto particolare come le armi e un fenomeno molto particolare che è il land grabbing, ossia l’accaparramento di terre agricole nei paesi del sud del mondo.
Una considerazione importante: tutte le produzioni effettuate in Africa (salvo prodotti dell’artigianato locale), dall’estrazione di gas e petrolio e alla loro raffinazione e trasporto, dalla produzione di abbigliamento a tutti gli altri articoli, sono ottenute utilizzando beni strumentali (impianti e macchinari) importate dall’Occidente o da altre parti.
Sono cambiate le cose rispetto a quanto avvenne nella seconda metà del IV millennio a.C.?
No, le cose sono simili a quelle che avvennero allora perché i modelli culturali su cui si basano sono sempre gli stessi!
Lo scambio avviene fra materie prime e prodotti finiti. Anche in questo caso ci sono delle di esportazioni invisibili. Sono strettamente collegate, come motivazioni culturali, alle esportazioni invisibili del IV millennio a.C. fra Bassa Mesopotamia e le altre aree dell’antico Vicino Oriente. Sono le conoscenze e il know how (tecnologie) incorporate nei prodotti esportati. Queste esportazioni sono invisibili perché gli importatori non le vedono e, soprattutto, non devono conoscerle perché sono escluse dal loro possesso e dalla loro utilizzazione. Avviene quello che secondo le Sacre Scritture successe ad Adamo ed Eva: vennero esclusi dalla conoscenza del bene e del male altrimenti sarebbero diventati come il Dio Signore. Solamente il Dio Signore ha l’esclusiva (nel senso che altri sono esclusi) della conoscenza del bene e del male.
Adesso è l’Occidente (e altre parti del mondo che a suo tempo non si sono arresi all’Occidente come il Giappone, la Cina, l’Unione Sovietica [Russia] e altri) che detengono l’esclusiva della conoscenza e del know how.

A molti sarà sicuramente sembrato strano quello che veniva detto agli inizi di questo articolo e cioè che il problema fondamentale da risolvere affinché fosse possibile il processo storico a cui si è accennato fosse il trasferimento della conoscenza-know how, in condizioni di scarsità, volta per volta storicamente determinate, delle risorse naturali e tecnologiche.
Se in Africa non sono prodotte autovetture, computer, medicinali, macchine automatiche, ecc. è perché all’Africa manca la conoscenza e il know how necessarie per produrle. Come è stato detto nella parte dedicata alla colonizzazione dell’Africa “…La penetrazione economica e capitalistica degli europei portò di regola alla crescita del commercio, finalizzato spesso allo sfruttamento, stimolò la produzione di materie prime e provocò la decadenza delle industrie locali.” e ancora “…determinarono la decadenza dell’artigianato e delle industrie manifatturiere locali.”
Le conoscenze e il know how non si acquisiscono con facilità: è necessario un lungo periodo per la sua acquisizione e un lungo processo di rivoluzione tecnico-scientifica e culturale.
Un’area geopolitica che non ha partecipato agli attuali sviluppi scientifici e industriali e che sia stata, con violenza o meno, integrata nella globalizzazione è irreversibilmente tagliata fuori, non può prendere il treno in corsa.
Si dice che James Watt abbia inventato la macchina a vapore nel 1769, “ ..ma in realtà Watt ebbe l’idea decisiva mentre stava riparando un modello del motore inventato da Thomas Newcomen 57 anni prima, di cui erano stati costruiti più di cento esemplari in Inghilterra. La macchina di Newcomen, a sua volta, era basata su quella brevettata da Thomas Savery nel 1698, a sua volta modellata su quella che il francese Denis Papin aveva disegnato ma non costruito nel 1680, a sua volta ispirata dalle idee di Christiaan Huygens (scienziato olandese del ‘600 ndr)) e di altri scienziati.” (1)

Un’area geopolitica (oppure uno specifico Paese) integrata nella globalizzazione che volesse incamminarsi sulla strada dello sviluppo, dovrebbe acquistare le macchine esistenti già belle e pronte. E’ quello che è successo all’Egitto nella seconda metà dell’800 quando acquistò dall’Inghilterra macchinari e attrezzature e importò tecnici per costruire fabbriche, ferrovie, la rete telegrafica e il canale di Suez. Ma questa situazione di partenza è il punto debole di ogni Paese che voglia intraprendere la strada dello sviluppo.
Per l’Egitto avvenne che: ”Gli ingenti prestiti contratti dall’Egitto per acquistare beni di lusso, equipaggiamento militare, macchinario pesante e attrezzature per la costruzione delle ferrovie e del canale di Suez avevano indebitato il paese con le banche e gli stati europei. La dipendenza economica dell’Egitto sfociò da ultimo nella bancarotta e nella creazione di una amministrazione estera del debito pubblico, sotto controllo anglo – francese (1875).
L’amministrazione del debito fu l’inizio della dominazione coloniale, e sfociò in un conflitto aperto fra gli interessi stranieri e le nuove élite egiziane. Ulama (2), possidenti terrieri, giornalisti e ufficiali egiziani provocarono delle dimostrazioni nel 1879; nel 1881, guidati da un ufficiale dell’esercito di nome Arabi Pascià, assunsero il controllo del ministero della guerra e formarono un governo parlamentare. L’Inghilterra si rifiutò di trattare con i nazionalisti, bombardò Alessandria, sbarcò delle truppe, sconfisse Arabi Pascià e, nel 1882, ridusse il paese completamente in suo potere in nome dei possessori di titoli del debito pubblico…..”
(3)

I Paesi detentori di superiori conoscenze-know how non le trasferiranno mai ad altri Paesi come si vede dalla storia coloniale del Portogallo, della Spagna e dell’Inghilterra “… gli europei hanno sempre cercato di impedire la trasformazione delle materie nei luoghi da dove esse venivano. Lo zucchero prodotto nel nord-est del Brasile veniva raffinato per lo più in Francia, ed è solo uno dei mille esempi che si potrebbero fare.” (4) “Alcuni settori, tra cui il tessile e la produzione di beni strumentali, avrebbero anche potuto fornire sostituti delle importazioni se avessero potuto acquisirne le condizioni tecniche. Ma ciò è proprio quello che gli spagnoli (come i portoghesi e gli inglesi nelle rispettive colonie) cercavano in tutto i modi di impedire. L’importazione di prodotti europei venne di fatto imposta anche laddove avrebbe potuto essere sostituita, perché lo stato spagnolo (al pari di quello portoghese, di quello inglese,…) usò il proprio potere per impedire lo sviluppo di manifatture in America e favorire le proprie esportazioni. Su questo terreno, alla fine del Settecento, inglesi e americani giungeranno allo scontro.” (5)
Si ripropongono alcuni passi della Genesi riportati in precedenza vista la loro capacità esplicativa:
Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino (Genesi 2-16), ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti» (Genesi 2-17-17).Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». (Genesi 3-1) Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, (Genesi 3-2) ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». (Genesi 3-3) Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! (Genesi 3-4) Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male».
… e si riportano alcuni passi della citazione del saggio di Mario Liverani in merito alle esportazioni invisibili, in modo da rendere più chiaro il senso dei rapporti fra le varie realtà:
“Le regioni periferiche, poco abitate ma ricche di materiali, hanno la funzione di fornire i loro specifici apporti al funzionamento del paese centrale (e del suo centro simbolico, il tempio del dio cittadino). Riconoscere contraccambi di valore economico più o meno equivalente implicherebbe riconoscere l’esistenza di altri centri politici analoghi a quello centrale, significherebbe sovvertire l’intera struttura centralizzata dell’universo, la preminenza del dio cittadino, la contrapposizione fra mondo civile e mondo barbaro.”
In seguito le cose sono peggiorate perché “Dapprima con la coercizione politica, nell’epoca del dominio imperiale diretto, poi con la crescente complessità e onerosità delle nuove applicazioni tecniche alla produzione, la tecnica ha finito per costituire un fattore di accrescimento del divario fra ‘centro’ e ‘periferia’ del mondo, tra paesi industrializzati e paesi sottosviluppati. La globalizzazione dei progressi tecnici ha quindi i suoi limiti, che sono politici ed economici e non certo ‘naturali’, e che giocheranno un ruolo ancora più netto nel XX secolo” (6)
Dice a tale riguardo Mauro Bonaiuti, esponente di primo piano del movimento della decrescita in Italia:
“Per quanto il quadro sia indubbiamente complesso e condizionato dalla diversità delle condizioni storiche e politiche di ciascun paese, credo sia possibile rinvenire dietro le apparenti diversità l’operare di una dinamica sistemica di fondo: il processo di crescita e di accumulazione, come abbiamo visto, ha natura autoaccrescitiva. I maggiori investimenti che i paesi occidentali hanno realizzato a partire dagli albori del processo di industrializzazione hanno generato un accelerato progresso tecnologico che ha dato luogo sia ad incrementi di produttività che a continue innovazioni, (creazione di nuovi prodotti e servizi). I forti profitti così realizzati sono stati reinvestiti alimentando ulteriori incrementi di produttività e continue innovazioni di prodotto. Data la natura competitiva dei mercati internazionali è evidente che chi non è riuscito a restare al passo con l’innovazione ed il progresso tecnologico si è trovato di fronte, oltre alla distruzione delle economie tradizionali – ad un gap tecnologico sempre più difficile da colmare. E’ ormai chiaro che, nei paesi più avanzati, la produttività ha raggiunto livelli tali che una minoranza è in grado di produrre tutto ciò di cui abbisognano le economie mondiali. Gli altri, i “naufraghi” dello sviluppo (intesi sia come individui che come interi stati nazione), sono incapaci di prendere parte a questo gioco e destinati a restare a guardare, accontentandosi delle briciole che cadono dalla grande tavola del consumismo globale.
Certo non si vuole negare che, a fianco di questa dinamica autoaccrescitiva, siano presenti anche processi di natura riequilibrativa, di “sgocciolamento” della ricchezza (tricle dawn effect). Questi processi sono in grado di spiegare come ricchezza e benessere materiale, partendo dai paesi più ricchi, si diffondano verso una serie di aree e paesi che dispongono di un livello tecnologico intermedio e che si trovano generalmente in prossimità delle aree più sviluppate. Queste aree verranno così a beneficiare degli investimenti e dei maggiori tassi di crescita del “centro”. La presenza del tricle dawn effect, tuttavia, non mette a nostro avviso in discussione la natura autoaccrescitiva del processo di crescita e accumulazione in quanto tale, che costituisce, per storia e dimensioni, il processo primario. Se questa è la dinamica di fondo che ha segnato sino ad oggi la parabola dello sviluppo, non stupisce il trovarsi di fronte ad una economia-mondo polarizzata, in cui i contrasti tra il centro e la periferia risultano sempre più marcati (S. Amin, 2002, I. Wellerstein, 1997; S. Latouche, 1993), dove la crescita, anziché risolvere, alimenta il dramma della povertà e dell’esclusione.”
(7)

Quando una nazione o un’area geopolitica ha perso il treno dello sviluppo è difficile che possa prenderlo in corsa: potrebbe prenderlo solamente se si contrapponesse, con esiti positivi, al mondo già sviluppato.
Il caso della richiesta fatto nel 1853 dagli Stati Uniti al Giappone tramite l’ammiraglio Perry, che al comando di quattro navi da guerra della marina americana gettava le ancore nella baia di Uraga, affinché aprisse i porti giapponesi e stipulasse trattati commerciali, è emblematico al riguardo. L’anno dopo l’ammiraglio Perry al comando di una flotta di otto vascelli da guerra tornò in Giappone per ritirare la risposta alle richieste fatte l’anno precedente. La storia del Giappone però, per una serie di motivi, non si può paragonare a quella di altre realtà che in questo lavoro sono state trattate, anche se l’analisi dei motivi che hanno portato questo Paese all’impetuoso sviluppo che tutti conosciamo può servire molto per individuare quale politica bisognerà fare per creare sviluppo in altre parti del mondo. Se il Giappone infatti non ha avuto la stessa sorte di altre aree del mondo globalizzato è perché (insieme ovviamente ad altre motivazioni) ha fatto di tutto per importare solamente tecnologie e nel difendere le produzioni industriali nazionali e si è aperto al mercato internazionale solamente quando queste sono state abbastanza forti da reggere la concorrenza. Si pensi che fino alla metà del XIX secolo il Giappone ha consentito solamente ai mercanti olandesi di attraccare con le proprie navi in un’isola giapponese davanti a Nagasaki e solamente per sbarcare pubblicazioni e materiale scientifico.
Un discorso molto simile si potrebbe fare per la Cina: si ricordi il forte contrasto fra Mondo Occidentale e Cina fino a qualche decennio fa. La Cina si è aperta al commercio mondiale solamente quando è diventata forte in certe produzioni fino ad arrivare a competere ad armi pari con l’Occidente (ma forse le cose si stanno addirittura invertendo!)

1) Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie – Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, 1998 e 2000 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino, pag. 192
2) Ulama: (plurale di ‘alim, mallam, mullah, molla, ecc.) termine che indica la collettività degli studiosi o dei dotti dell’Islam
3) Ira M. Lapidus, Storia delle società islamiche, III vol. 1995 e 2000 Giulio Einaudi editore s.p.a. Torino, pag. 77
4) Alberto Sciortino, Prima della globalizzazione – La genesi del mercato globale e le origini del sottosviluppo 1400-1914 Edizioni Associate, Roma, pag. 548
5) idem, pagg. 139-140
6) idem, pag. 548;
7) Mauro Bonaiuti, Decrescita o collasso? Appunti per un’analisi sistemica della crisi (documento facilmente reperibile sul WEB come per esempio al seguente indirizzo:
http://www.decrescita.it/decrescita-o-collasso-appunti-per-unanalisi-sistemica-della-crisi/ )

Favela de Paraisópolis (swimming pools). This favela (shanti town) on the left is ironically called Paraisópolis (Paradise city). Photo: Tuca Vieira

Foto 7 Il contrasto fra centro e periferia non riguarda solamente le varie aree del mondo ma anche i vari territori di una stessa nazione e i vari quartieri di una stessa città (San Paolo del Brasile: una favela vicina -ma ben separata- a un quartiere residenziale di lusso)

5) Una breve considerazione finale

Con questo lavoro si è cercato di spiegare l’origine del processo storico in cui tutta l’umanità è immersa.
Questo processo storico è arrivato a maturazione nella seconda parte del IV millennio a.C. nella Bassa Mesopotamia.
Si è cercato di individuare i modelli culturali, i rapporti fra gli uomini, fra le varie formazioni sociali e fra le varie popolazioni, che hanno reso possibile quel processo storico risolvendo il grosso problema, che lo stesso processo storico nel suo svolgimento contemporaneamente ha creato, della gestione del trasferimento della conoscenza-know how in condizioni di scarsità, volta per volta storicamente determinato, delle risorse naturali e tecnologiche.
Il processo storico-culturale delineato ha avuto origine e si è incrementato in un contesto di sviluppo. Alle volte questo processo è andato incontro ad arretramenti ma ciò è stato determinato da motivazioni locali e temporanee.
Non so se ha significato dare un giudizio morale su quando è avvenuto e sta avvenendo ma le cose sono avvenute così perché, in una situazione di scarsità, volta per volta storicamente determinata, di risorse naturali e tecnologiche “Solo in condizioni di ipo-comunicazione una cultura produce qualcosa.” (1)

Le cose cambieranno solamente se cambiassero le condizioni di fondo su cui si è basata la storia iniziata molti millenni fa in Bassa Mesopotamia. Quella storia si è basata sullo sviluppo. Le cose adesso potrebbero cambiare solamente se lo sviluppo finora avvenuto non sarà più possibile (oltre che non necessario): visto quello che è iniziato nella seconda parte del secolo scorso bisogna dire che la storia futura sarà diversa da quella passata.
Nel 1972 venne pubblicato il Rapporto sui limiti dello sviluppo (dal libro The limits to growth, I limiti dello sviluppo, di Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jørgen Randers e Williams Behrens III) (si veda al link https://it.wikipedia.org/wiki/Rapporto_sui_limiti_dello_sviluppo )
Il rapporto, che fu commissionato dal Club di Roma, predisse le conseguenze della continua crescita della popolazione, della produzione agricola e industriale e del connesso inquinamento sull’ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana: entro i successivi cento anni si avrà un crollo improvviso della popolazione umana, della produzione industriale e agricola e un degrado delle condizioni di vita dell’umanità.
Il periodo critico in cui viviamo, iniziato, come si diceva, nella seconda metà del secolo scorso, potrebbe considerarsi una nuova età assiale della storia umana: è necessario che la cultura si basi su nuovi valori, diversi da quelli che sono arrivati a maturazione nella Bassa Mesopotamia nella seconda metà del sesto millennio B. P. e che hanno “agito” l’umanità finora. Mentre i valori che finora ci hanno “agito” sono sorti all’interno di una cornice basata sulla crescita, i nuovi valori si svolgeranno in una nuova cornice: si baseranno sulla decrescita! Se la cultura umana non si baserà su nuovi valori basati sulla decrescita allora l’umanità andrà di sicuro incontro alla catastrofe.

Davanti all’umanità, e comunque avvenga, c’è quindi solamente la prospettiva di un “progetto” di decrescita, ma, come diceva uno storico:
”Quando…costruiamo progetti per il futuro, siamo naturalmente portati a tirare bilanci. E perciò siamo spinti a guardare indietro, a riflettere sui nostri passi, a valutarli criticamente. Chi non sappia farlo, finisce per non sapere chi sia. Mentre guardiamo all’indietro, lo facciamo inevitabilmente sotto lo stimolo degli interrogativi che la vita ci pone in concreto nel presente: in maniera selettiva, con l’interesse più per taluni aspetti che per altri. Poi nuovi bisogni inducono a ripensare ancora, con l’attenzione verso momenti prima trascurati.” (2)

Col presente lavoro ho seguito il consiglio dello storico appena sopra menzionato: ho guardato indietro cercando di individuare i modelli culturali di fondo in cui la storia antica e moderna affonda le radici, per valutarli criticamente, per sapere chi siamo, e metterli in relazione dialettica all’inevitabile “progetto di decrescita” che ci aspetta in futuro.

1) Claude Levi-Strauss, Mito e significato, NET Nuove Edizioni Tascabili il Saggiatore, 2002, pag. 34
2) Massimo L. Salvadori nella prefazione a La storia 1 Dalla preistoria all’antico Egitto, Mondadori, (nella sesta pagina non numerata)

Fonte foto:
Foto in evidenza e n. 6 è tratta da congovox.blogspot.com (e ripresa da https://comune-info.net/2016/07/kinshasa-la-bella/ )
Foto n. 1 da http://lombardiabeniculturali.it/
Foto 2 da https://it.wikipedia.org/wiki/Vicino_Oriente_antico
Foto 3, 4 e 5 https://it.wikipedia.org/wiki/Stele_degli_avvoltoi
Foto 7 da http://web.giornalismi.info/gubi/articoli/iz_758_i831.html

CONDIVIDI
Articolo precedenteI° Forum su Terre dei Fuochi ed Ecologia Politica (Frattamaggiore, 15 ottobre 2018)
Articolo successivoDecrescenti e unrealpolitik
Armando Boccone
Sono nato in Lucania nel lontano 1951 e abito a Bologna da circa trent’anni. Ho sempre avuto interesse, da più punti di vista, verso i “destini” (sempre più dialetticamente interconnessi) dell’umanità: da quello dei valori culturali che riempiano l’esistenza a quello delle condizioni materiali di vita (dall’esaurimento delle risorse naturali ai cambiamenti climatici, ecc.). Ho visto nel valore della “decrescita” un punto di partenza per dare un contributo alla soluzione dei gravi problemi che l’umanità ha di fronte.

Lascia un commento

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.