L’impossibilità: un’illusione da superare

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(articolo estratto da Ritorno all’Origine di Luca Madiai)

«La cultura occidentale è divenuta depressa, nel senso che sperimenta un senso di impossibilità di indirizzare le cose verso un miglioramento. Eppure l’ambiente economico e sociale è un prodotto umano e come tale può essere orientato verso il benessere. È la limitazione del senso della possibilità che produce questa mancata consapevolezza. È per questo che ci ritroviamo a vivere, ognuno da solo, l’ineluttabilità di cose che sentiamo più grandi di noi e che minacciano la qualità della nostra vita, il futuro dei nostri figli»

Stefano Bartolini

L’impossibilità potrebbe apparire in contrasto con il concetto dell’illimitatezza presente nella cultura occidentale, con il “sogno americano” e con la mania di successo e progresso che pervadono oggi più di sempre. Eppure la società moderna ha negli anni messo a punto dei sistemi di autodifesa, dei veri e propri deterrenti culturali per poter sopravvivere al cambiamento radicale che segnerebbe la sua fine. Il più efficace e potente di questi strumenti di auto mantenimento è il senso dell’impossibilità. Oggi, nell’epoca in cui tutto è possibile, in cui non esistono limiti fisici davanti all’ingegnosità umana, in cui possiamo colonizzare lo spazio cosmico e modificarlo a nostro piacere, in cui possiamo modificare geneticamente le cellule per renderle adatte ai nostri fini, il senso diffuso dell’impossibilità non è mai stato così forte.
Nella nostra cultura è letteralmente impossibile immaginare una cultura diversa o comunque allo stesso livello di quella occidentale, essa è la miglior cultura e perciò non è possibile fare altrimenti. Creare un mondo diverso, su diverse basi culturali, o persino solo immaginarlo, è diventato impossibile, una cosa da frivoli sognatori, un tabu, un vizietto maniacale che solo certi intellettuali e nullafacenti possono permettersi di avere.
L’impossibilità è stata sviluppata e rafforzata in anni di programmi televisivi e di educazione scolastica ben progettati a tale scopo, a reprimere la capacità umana di pensare fuori dagli schemi imposti dal tempo, dall’andare oltre il consolidato e di sognare, immaginare cose che non esistono e che non sono mai esistite col desiderio di renderle vive e concrete. Questa capacità progettuale e creativa umana è stata forzata a restare negli argini della crescita e del progresso, nei margini della cultura del profitto economico e del successo finanziario. Pensiamo ad esempio a tutte le volte che abbiamo tentato di fare discorsi che alludevano a qualcosa di vagamente differente dalle credenze culturali odierne ci siamo sentiti dire che erano solo utopie, cose impossibili da realizzare, solo chiacchiere. E come, allo stesso modo, davanti ad esperienze concrete ci siamo sentiti dire che erano solo eccezioni, solo oasi in un deserto, solo delle follie che sarebbero miseramente fallite, solo capricci di qualche illuso.
Il senso di impotenza tende a livellare tutte le differenze, a uniformare il pensiero unico della fede cieca nel progresso eterno, a mantenere salda la direzione del nostro futuro. La cultura occidentale ci rassicura in continuazione che stiamo creando il migliore dei mondi possibile, che non può esistere migliore direzione che quella che abbiamo intrapreso, che continuando in questo modo miglioreremo sempre più le nostre vite e che non esiste altra via per raggiungere questo nobile scopo, che tutto deve cambiare in modo che nulla cambi. La società moderna recepisce il cambiamento come un processo indispensabile per il suo sviluppo e progresso, cambiare è il nuovo motto, e sempre più velocemente, senza neanche dare il tempo al cambiamento di avere effettivamente luogo in senso compiuto. Modernità è sinonimo di rapidità e mutamento senza fine. In sostanza però tale cambiamento inneggiato dalla cultura occidentale resta in ogni caso a livello superficiale della tecnica, quasi mai della cultura, ancor meno dello spirito.
I tentativi repressivi, che tendono a limitare e indirizzare il potenziale umano a mero beneficio della cultura del tempo per il mantenimento di una società finalizzata al profitto, hanno avuto crescente successo negli ultimi decenni, con l’aumento del consumismo, con l’aumento dell’idolatria dei divi, con l’aumento dell’invidia, della competizione, degli eccessi e delle violenze mediatiche. Il tutto favorito da una disgregazione delle relazioni umane e da un malessere pisco-fisico crescente; anche
se negli ultimi anni le cose stanno cambiando perché alcuni effetti devastanti cominciano a far emergere disagi e pericoli difficilmente ignorabili.
La concezione culturale dell’impossibilità si ritrova tutte le volte che pensiamo che sia impossibile cambiare lo stato delle cose: è vero, esistono limiti nel mondo attuale, ma non è possibile non superarli, non è possibile fare altrimenti; è vero, le città sono inquinate ma non è possibile pensare una città senza automobili; è vero, la politica è corruzione e malavita ma non è possibile una politica diversa perché sono tutti uguali; è vero, il consumismo può essere degradante per l’uomo ma è impossibile immaginare un’economia senza; è vero che le guerre sarebbe meglio non farle ma quando sono necessarie è lecito farle. Queste sono solo alcune delle innumerevoli congetture che appartengono stabilmente alla cultura odierna e ostacolano grandemente il cambiamento a livello di come pensiamo e percepiamo la nostra esistenza, molto più di quanto potremmo mai immaginare. L’impossibilità significa non credere nella potenzialità creatrice della vita, significa, di fatto, limitare le proprie possibilità, la propria capacità di progettare alternative, di vedere oltre alla situazione presente, e la cultura occidentale, sia che ne siamo consapevoli o no, sta facendo un uso criminoso di questa concezione per sopravvivere oltre il suo tempo.

(articolo estratto da Ritorno all’Origine di Luca Madiai)

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Luca Madiai
Mi interesso da qualche anno delle tematiche della decrescita e della sostenibilità ambientale, economica e sociale. Sono arrivato alla decrescita dopo il mio percorso di studi di ingegneria nel settore della produzione di energia. Durante gli anni universitari sono stato membro attivo dell’associazione studentesca europea AEGEE ed ex presidente della sede locale di Firenze (AEGEE-Firenze). Ho lavorato a un progetto sull’energia geotermica a Budapest, dove sono vissuto per alcuni mesi nel 2009 e nel 2010 e ho scritto la tesi di laurea specialistica. Ho studiato anche la lingua ungherese. Nell’autunno del 2010 ho scritto il saggio Decrescita Felice e Rivoluzione Umana e aperto l’omonimo blog dove cerco di diffondere le mie idee attorno alla decrescita felice e alla filosofia buddista. Nel 2012 ho contribuito alla rinascita del Circolo Territoriale del Movimento della Decrescita Felice di Firenze (MDF-Firenze), di cui sono parte attiva. Ho lavorato nel settore delle energie rinnovabili, in particolare fotovoltaico ed eolico. Mi diletto nello scrivere poesie “decrescenti” e nello spostarmi quasi sempre in bicicletta. Credo nella sobrietà, nella semplicità e nelle relazioni umane disinteressate come mezzo per migliorare la qualità della vita e cerco ogni giorno di attuarle. Ho scritto due libri sulla decrescita liberamente scaricabili da questo sito: "Decrescita Felice e Rivoluzione Umana" e "Ritorno all'Origine"

2 Commenti

  1. Qualunque cambiamento comporta dei rischi e qualunque essere vivente ha una resistenza fisiologica verso i rischi che viene superata se il beneficio e` superiore ad una certa soglia che varia per ognuno di noi.
    Cio` vale anche per tutti gli esseri umani (e subumani): ad esempio la massaia che compra i pomodori ad una nuova bancarella perche` costano meno e sembrano essere piu` succosi, il decrescista che ha la pianta di pomodori in giardino (e chi gioca in borsa comprando futures sulle raccolte di pomodori).
    Poi pero` la verifica del beneficio arriva sempre dopo il sacrificio.
    Alcuni di noi sono piu` propensi di altri ad intraprendere l’apparente sacrificio del cambiamento perche` hanno una visione piu` chiara o piu` ottimista sul futuro ovvero una visione piu` pessimista del presente.
    Vorrei poter convincere almeno chi mi sta attorno che non ha bisogno di andare a lavorare in auto, di messaggiare o titillare continuamente lo smartofono, di incollarsi alla televisione alla sera, di mangiare le fragole canadesi e di indossare marche famose per sentirsi bene.
    Ma quali alternative possiamo offrire a chi non vede oltre il proprio naso e nella testa ha il vuoto spinto ?
    Per ora il mio esempio personale non sembra essere sufficiente, l’evidenza dei malanni del pianeta nemmeno.
    Mi sto convincendo che si cambia solo quando si prova personalmente l’esigenza di farlo e quindi mi sembra di capire che chi vuol cambiare deve farlo da solo trovando la maniera di essere autosufficiente ed indipendente dalle masse che si stanno autodistruggendo e ci danneggiano, sbaglio ?

  2. Ciao Giulio,
    le questioni che sollevi sono assolutamente centrali.
    Io penso che ognuno debba fare il suo percorso. Noi possiamo solo dare degli spunti di riflessione e dare l’esempio con la nostra vita.
    Al di là di questo, sta a noi scegliere, finché saremo liberi di farlo.
    Quando saremo invece costretti dalle circostanze, e in parte lo siamo già, a cambiare il nostro modo di pensare e la nostra vita, allora a quel punto chi ha già fatto un percorso si troverà la strada già battuta, mentre altri incontreranno maggiori difficoltà e sofferenze.

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