L’insostenibilità della crescita

Probabilmente non è lontano il momento in cui la pianta parassita avrà soffocato del tutto l’albero di cui ha succhiato la linfa, condannando l’enorme e arrogante fogliame al deperimento e alla morte.  – Serge Latouche [1]

Il vocabolo crescita, con tutti i suoi numerosi aggettivi, è sulla bocca di tutti in questi tempi di crisi. La crisi economica, del resto, prima che una crisi del lavoro o del tessuto sociale, è naturalmente una crisi della crescita. Ma questo cosa significa esattamente? Per quanto gli economisti ortodossi non lo vogliano o non lo sappiano ammettere apertamente, tutto il costrutto teorico che ruota attorno al concetto di crescita si riduce a una mera tautologia. Si sostiene che senza crescita non possano esserci opportunità,  senza opportunità non possa esserci lavoro, e senza lavoro consumi. E i consumi alimentano la crescita, e così via. Il benessere umano in tutto questo non è  che l’ineluttabile esternalità secondaria di un processo che si autoaccresce illimitatamente e il cui fine, se mai esiste, non è noto. Così senza crescita nulla è possibile, e la crescita diviene come la mano di Re Mida, che trasforma in oro tutto ciò che tocca. Sappiamo tutti come finisce  la sua storia.

L’insostenibilità di una crescita illimitata

Mettiamo però da parte per un momento la limitatezza delle prospettive esistenziali che veicolano la credenza in un rapporto causale diretto fra consumo e benessere umano, per considerare qualcosa che è sotto gli occhi di tutti: la crescita infinita, in natura, non esiste, o quasi. Dico quasi perché fra tutti gli organismi terrestri, in effetti, ve n’è uno che cresce di dimensioni indefinitamente: il parassita. Continua a farlo finché l’organismo ospite non muore, o finché il parassita stesso non viene asportato. La società della crescita sta uccidendo il suo organismo ospite, e lo sta facendo ad una velocità sempre maggiore.

Con un tasso di crescita del Pil globale del 3,5% annuo (inferiore all’attuale media mondiale che è del 4% circa [2]) avremmo in un secolo un fattore di moltiplicazione di 13. 780. Anche ipotizzando un tasso di crescita più ridotto, diciamo del 2% annuo, in duemila anni ci ritroveremmo con un Pil moltiplicato per 160 milioni di miliardi! E tutto questo senza mettere in conto un probabile aumento della popolazione mondiale. Ciò significa un consumo di risorse moltiplicato di 160 milioni di miliardi,  e dunque un fattore di moltiplicazione degli sprechi di 160 milioni di miliardi [3], o poco meno, mettendo in conto la sottrazione al Pil dei servizi a basso dispendio energetico. [4] 

Ma il problema non è un tasso di crescita più o meno sostenibile, quanto l’insostenibilità di qualsiasi crescita sul lungo periodo, quale che sia il tasso. Due ne sono le ragioni principali:

  1. La finitezza delle risorse e  dell’energia disponibile.
  2. Le esternalità negative del ciclo di produzione-consumo della megamacchina capitalistico-consumistica, ovvero l’inquinamento con tutte le sue conseguenze correlate, riscaldamento globale in primis.

La legge dell’entropia e la fine delle risorse

Il supporto teorico alla prima ragione lo ritroviamo nelle leggi della termodinamica elaborate da Carnot ed applicate per la prima volta all’economia dal grande economista rumeno Nicolas Georgescu-Roegen, fondatore della scienza bioeconomica e primo studioso a parlare di decrescita.

La seconda legge della termodinamica afferma infatti che l’entropia (cioè l’ammontare di energia legata, non utilizzabile dall’uomo) in un sistema chiuso aumenta ininterrottamente. Possiamo considerare la Terra, fatte le dovute eccezioni, come un sistema chiuso. L’energia libera, utilizzabile dall’uomo, si trasforma costantemente in energia legata [5] e questo processo, sebbene ineluttabile, è accelerato dalle attività umane e  in particolare dall’industrialismo e dal consumismo ipertrofico degli ultimi decenni.

Su questo punto vi è però un grande malinteso. Gli apologeti della crescita sostenibile concordano di solito che la limitatezza delle risorse costituisca un problema, ma ritengono che tale problema possa essere aggirato facilmente attraverso l’utilizzo di energie rinnovabili e pratiche di riciclo su vasta scala.  Ciò è vero solo in parte. Tralasciando i costi in termini di risorse/energia degli impianti necessari all’utilizzo di tali energie [6], essi mettono in secondo piano l’enormità dei beni che vengono prodotti e consumati ogni giorno a livello globale. Naturamente questi ultimi, che siano bandierine per i cocktail o barche di lusso, vengono prodotti utilizzando una parte del limitato stock di risorse del pianeta. Tali risorse non sono riciclabili al 100% e, se anche lo fossero, il processo di riciclaggio richiederebbe ulteriore energia, anch’essa non rinnovabile al 100%. Dunque riciclo ed energie rinnovabili, seppure importanti, non sortiranno effetti significativi fintanto che non verrà colpito il cuore pulsante dello spreco: la megamacchina capitalistico-consumistica alla base della società della crescita. Affinché un tale colpo sortisca un effetto è però necessario recidere le tre arterie principali che lo alimentano: la pubblicità (che crea artificialmente nuovi bisogni), l’obsolescenza programmata (che fa sì che tali bisogni debbano essere soddisfatti da prodotti sempre nuovi) e il sistema creditizio (che permette a tali bisogni di essere soddisfatti) [7]. Solo così sarà possibile assestare il colpo mortale al cuore del parassita. Parallelamente è essenziale che avvenga una presa di coscienza dei problemi innescati dall’attuale sistema, da parte di tutti. Diventare obiettori di crescita e decolonizzare il proprio immaginario dall’ideologia della crescita è un passo imprescindibile verso una diversa società e un diverso vivere.

Le esternalità negative della crescita

La seconda ragione non credo richieda spiegazioni: i danni enormi che stiamo apportando alle nostre foreste, alle nostre acque, alla flora, alla fauna e in generale agli ecosistemi sono sotto gli occhi di tutti. Come ho accennato sopra, ci viene propinata a ogni ora del giorno e della notte la favola dello sviluppo sostenibile, vera e propria contraddizione in termini con la quale economisti e politici tentano di procrastinare l’inevitabile confronto con la realtà. E la realtà è che in natura l’eccessiva massimizzazione di una qualsiasi variabile, per quanto positiva, porta inevitabilmente a risultati catastrofici. Gli ecosistemi si sono conservati fino ad oggi sulla terra attraverso equilibri delicati. Trascurare questa verità palese sta portando l’umanità a sconvolgere in pochi decenni quanto è venuto formandosi in milioni di anni. E’ indubbio che, se non faremo al più presto qualcosa per invertire la rotta, ciò apporterà gravi danni alle generazioni future. Danni che difficilmente saranno completamente  riparabili.

La decrescita è un atto di rinuncia?

Rinunciare agli sprechi, rinunciare alla crescita, non significa rinunciare all’uomo. Non significa rinunciare alla felicità e al benessere. Negli ultimi duecento anni, prima in occidente e poi in oriente, l’uomo si è progressivamente abituato ad associare alti livelli di consumo al benessere. Questa convinzione resta ben radicata nonostante le prove del contrario siano numerosissime e sotto gli occhi di tutti. Sappiamo ad esempio che l’aumentato consumo di cibi ha portato nelle società del nord del mondo ad un drastico aumento della percentuale di obesi, e non è difficile immaginare un’associazione tra lo stress da consumo e da scelta indotti dall’industria pubblicitaria e l’aumento esponenziale del consumo di psicofarmaci degli ultimi decenni. Gli esempi che si potrebbero fare sono pressoché infiniti [8].

L’ideologia della crescita ci proietta verso il futuro impedendoci di godere del presente. Invece che nell’eterno presente viviamo nell’eterno futuro. Ma mentre quello della crescita è un futuro distopico, la decrescita non è per opposizione un ritorno al passato. E’ al contrario un invito a costruire un diverso presente, né distopico né utopico: possibile.

 

note:

1 Latouche, Come si esce dalla società dei consumi, p. 145.

2 Fonte FMI, vedi anche dati disaggregati per paese.

3 Calcolo riportato in Latouche, Come si esce dalla società dei consumi, p. 42 e 43

4 Ricordiamo, per chi non lo sapesse, che il Pil è un indicatore aggregato di 4 variabili:  consumi finali + spesa pubblica + investimenti + saldo della bilancia commerciale (esportazioni al netto delle importazioni; quest’ultima com’è ovvio risulta annullata nel Pil globale).

5 cfr. N. Georgescu-Roegen, Bioeconomia. Per una trattazione più approfondita e sistematica, N. Georgescu-Roegen, The entropy law and the economic process, in particolare cap. 5 e 6.

6 Comunque considerevolmente inferiori ai costi di gas e petrolio, tenendo conto anche delle esternalità negative sull’ambiente e sulle persone provocate dall’uso e abuso di questi ultimi.

7 Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena.

8 Vedi a tal proposito il mio articolo “La malattia dell’uomo occidentale“.

Federico Tabellini

Federico Tabellini

Sono nato a Brescia nel 1988 e da alcuni anni mi interesso di tematiche ambientali, oltre che di politica ed economia. Attualmente sto frequentando un corso di laurea magistrale in sociologia a Torino. Ho pubblicato, in collaborazione con Patrizio Ponti, due paper su temi inerenti alla decrescita: "Degrowth and Sustainable Human Development: in search of a path toward integration" (Paper presentato alla Conferenza Internazionale sulla Decrescita, Venezia 2012) e "Sviluppo umano e sostenibilità ambientale: in cerca di una strada verso l’integrazione" (Vincitore della prima edizione del "Giorgio Rota Best Paper Award", Centro di Ricerca e Documentazione “Luigi Einaudi”, 2013). 

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  4 comments for “L’insostenibilità della crescita

  1. Alessandra Piccoli
    21 ottobre 2011 at 13:43

    Ferma restando la mia condivisione del tema di fondo, con una profonda e radicale modifica dei valori di fondo, avanzo due perplessità.
    La prima: dal punto di vista dell’impatto sull’ambiente perchè la decrescita dovrebbe essere dissimile dalla crescita sostenibile? In entrambi i casi si tratta di diminuire gli effetti dell’attività umana sull’ambiente: la decrescita non azzera gli effetti negativi, li riduce di più rispetto alla crescita sostenibile. Dire che la crescita sostenibile non risolve il problema dell’inquinamento e dell’energia. O con decrescita lei intende abbandono dell’energia elettrica e di tutti gli strumenti ad essa legata come il PC che sto utilizzando per scrivere in questo momento?
    Secondo: demonizzare la pubblicità come fonte del degrado capitalistico. Una comunicazione rigorosa volta a far conoscere per esempio la differenza di trattamento delle galline in un allevamento biodinamico rispetto ad uno industriale secondo lei è negativa? Il problema è la pubblicità basata non su contenuti ma su personaggi più o meno noti e/o più o meno svestiti e un marketing finalizzato a vendere e non rispondere ai bisogni delle persone, bisogni profondi e non indotti, ovviamente.

  2. 22 ottobre 2011 at 15:29

    Ciao Alessandra! Innanzitutto grazie per il tuo commento. Passo ora a rispondere alle tue perplessità. Ti domandi “dal punto di vista dell’impatto sull’ambiente perchè la decrescita dovrebbe essere dissimile dalla crescita sostenibile? In entrambi i casi si tratta di diminuire gli effetti dell’attività umana sull’ambiente.”
    Sì, ma la differenza è sostanziale. Mentre la crescita sostenibile (concetto palesemente ossimorico) punta a rendere meno incisivo l’effetto dell’attuale modello di produzione-consumo senza tuttavia metterne in discussione le fondamenta, la decrescita è al contrario
    una proposta antisistemica di matrice principalmente culturale, la quale intende mettere in discussione il modello vigente. La decrescita, come la crescita sostenibile, non può ovviamente eludere la seconda legge della termodinamica e dunque, come ogni attività umana presente e futura, non è totalmente sostenibile e mai lo sarà. Come dici tu stessa essa permetterebbe, se realizzata, di ridurre le esternalità negative sull’ambiente, nonché la degradazione entropica, in una misura largamente maggiore rispetto alla crescita sostenibile. Però facciamo attenzione, i due concetti non possono essere posti sullo stesso piano. “Crescita sostenibile” è una espressione coniata alla fine degli anni ’80 per designare la necessità di una correzione di rotta del capitalismo-consumismo al fine di garantire la tutela delle necessità delle generazioni future.
    Si tratta di un concetto precipuamente economico e abbastanza
    circoscritto. La decrescita, e ancor di più l’acrescita, è un concetto molto più ampio: è la proposta di un’alternativa (o meglio di una pluralità di alternative possibili) rivoluzionaria nelle finalità e riformista nei percorsi di realizzazione. Non si tratta di una correzione di rotta ma di un’inversione di rotta. Piuttosto che rendere più appetitosa la mela marcia del consumismo esasperato, è l’auspicio della (ri)scoperta di cibi altri.

    Per ritornare alle sue domande:
    “Dire che la crescita sostenibile non risolve il problema dell’inquinamento e dell’energia. O con decrescita lei intende abbandono dell’energia elettrica e di tutti gli strumenti ad essa legata come il PC che sto utilizzando per scrivere in questo momento?”

    Personalmente, e in questo sono con me la maggior parte dei teorici della decrescita, non auspico affatto una regressione tecnologica, quanto invece un più oculato utilizzo delle tecnologie che possediamo e una rinuncia alla società dei consumi. Rimanendo a un livello molto generale, è necessaria una lotta seria agli sprechi e politiche di risparmio energetico. Perché queste azioni sortiscano un effetto è tuttavia assolutamente necessaria una decolonizzazione dell’immaginario della crescita e dello sviluppo, prima ancora di una rivoluzione economica e sociopolitica. La crescita sostenibile ci vende l’illusione che sia possibile, attraverso il riciclo e politiche di produzione assennate, mantenere il nostro livello di consumi attuale, e addirittura aumentarlo per un tempo indeterminato.
    La decrescita appare meno ottimista a riguardo, ma solo perché siamo stati cresciuti nella convinzione che un più alto livello di consumi corrisponda necessariamente a un più alto livello di benessere. La decrescita vuole rompere questa falsa equazione. Uscire dalla dalla crescita è IL presupposto per la costruzione di un nuovo mondo, con meno consumi e più benessere.

    “Demonizzare la pubblicità come fonte del degrado capitalistico. Una comunicazione rigorosa volta a far conoscere per esempio la differenza di trattamento delle galline in un allevamento biodinamico rispetto ad uno industriale secondo lei è negativa?”

    Quante sono secondo lei, in percentuale, le pubblicità di questo tipo?

    “Il problema è la pubblicità basata non su contenuti ma su personaggi più o meno noti e/o più o meno svestiti e un marketing finalizzato a vendere e non rispondere ai bisogni delle persone, bisogni profondi e non indotti, ovviamente.”

    La pubblicità è SEMPRE finalizzata a vendere. Stiamo parlando di pubblicizzazione di prodotti ovviamente, non di “pubblicità progresso”. Se i bisogni già fossero insiti nelle persone la pubblicità non avrebbe senso di esistere. Ma nelle persone non è insito il bisgono di comprare un computer nuovo quando già ne possiede uno perfettamente funzionante, un cellulare con una fotocamera che non utilizzerà quasi mai, o il dodicesimo paio di occhiali da sole. Si tratta di bisogni indotti. Il fatto che essa si serva di personaggi famosi, nudità o altri espedienti non cambia nulla. Il problema è alla radice.

    Mi scuso per eventuali errori e per non aver risposto in modo esaustivo alle sue domande, ma in questo periodo sono preso da mille impegni. Mi riservo di ampliare il discorso a seguito di una sua eventuale replica.

  3. Alessandra Piccoli
    24 ottobre 2011 at 14:04

    Concordo pienamente con la necessità di un profondo mutamento culturale per interiorizzare a livello individuale, ma sopratutto collettivo, la ricerca di un benessere interiore anziché basato sul consumo, di beni e relazioni umane.
    Rimane la considerazione che questo sia profondamente diverso dal dire, riferendosi ai sostenitori dello sviluppo sostenibile, che “essi mettono in secondo piano l’enormità dei beni che vengono prodotti e consumati ogni giorno a livello globale. Naturamente questi ultimi, che siano bandierine per i cocktail o barche di lusso, vengono prodotti utilizzando una parte del limitato stock di risorse del pianeta. Tali risorse non sono riciclabili al 100% e, se anche lo fossero, il processo di riciclaggio richiederebbe ulteriore energia, anch’essa non rinnovabile al 100%” poiché la stessa frase potrebbe essere pari pari ribaltata sulla decrescita, magari sostituendo alla parola -barche di lusso- la parola -coperte- (beni dei quali l’uomo continuerà ad avere un oggettivo bisogno per sopravvivere)…

    Sulla pubblicità volevo esattamente dire che il problema non è la comunicazione finalizzata a promuovere il proprio prodotto, ma la comunicazione fraudolenta o semplicemente vuota di contenuto volta ad indurre falsi bisogni. Una buona pubblicità, che veicoli le peculiarità di un prodotto, sarebbe di stimolo all’innovazione, ovvero alla messa a punto di beni che meglio si adattino alle esigenze delle persone. E anche su questo fronte l’educazione e il cambio culturale deve avvenire innanzi tutto in noi cittadini, che dovremmo abituarci ad un uso e ad un consumo critico.

  4. 27 ottobre 2011 at 16:30

    “poiché la stessa frase potrebbe essere pari pari ribaltata sulla decrescita, magari sostituendo alla parola -barche di lusso- la parola -coperte- (beni dei quali l’uomo continuerà ad avere un oggettivo bisogno per sopravvivere)…”

    Mi scusi ma è proprio questo il punto: la differenza qualitativa e il differente apporto di benessere fornito da una coperta per chi ha freddo rispetto a quello fornito da una bandierina per i cocktails al consumatore medio che prende un aperitivo al bar. Occorre utilizzare il limitato stock di risorse di cui disponiamo in modo più assennato, in una prospettiva di lungo e lunghissimo periodo che preservi anche il benessere delle generazioni future. Non vedo alcuna contraddizione in questo.

    “Sulla pubblicità volevo esattamente dire che il problema non è la comunicazione finalizzata a promuovere il proprio prodotto, ma la comunicazione fraudolenta o semplicemente vuota di contenuto volta ad indurre falsi bisogni. Una buona pubblicità, che veicoli le peculiarità di un prodotto, sarebbe di stimolo all’innovazione, ovvero alla messa a punto di beni che meglio si adattino alle esigenze delle persone. E anche su questo fronte l’educazione e il cambio culturale deve avvenire innanzi tutto in noi cittadini, che dovremmo abituarci ad un uso e ad un consumo critico.”

    Per quanto riguarda l’ultima frase sono perfettamente d’accordo con lei. Tuttavia, per quanto la pubblicità di uno yacht possa essere fedele alle caratteristiche del prodotto e possa favorire l’innovazione nel settore degli yacht, essa tenderà comunque a condizionare i desideri delle persone creando nuovi bisogni (non li chiamerei falsi, ma superflui) che sono incompatibili con una società della sobrietà serena. Ho fatto l’esempio degli yacht ma ciò si adatta a buona parte delle pubblicità attuali.

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