L’ombra nera della rivoluzione verde

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OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl colore verde si associa in genere ancor prima che all’agricoltura alla natura e all’ecologia, ma la rivoluzione verde che ha avuto luogo a partire dagli anni 50 ha portato l’agricoltura ad allontanarsi di molto dal contatto che aveva con i ritmi ed i processi naturali. Ciò che è accaduto è stato infatti l’esasperazione nell’uso dei mezzi meccanici e dei prodotti chimici, fertilizzanti e antiparassitari e la sostituzione delle sementi autoctone, inserite negli equilibri ecologici locali, con un numero ridottissimo di varietà iperproduttive ottenute per selezione genetica (ibridi), ma molto esigenti sul lato degli input produttivi, distribuite in tutto il mondo dalle multinazionali sementiere. Ciò ha portato ad un incremento delle rese fino ad un livello precedentemente impensabile.

Ma a che scopo e con quali contraltari?

Lo scopo iniziale per molti paesi poteva essere l’autosufficienza delle produzioni alimentari, ma sicuramente non era quello di garantire la sicurezza alimentare a livello mondiale, prova ne è sono le numerose emergenze alimentari da cui nasce anche la battaglia contro lo sterminio per fame degli anni 70, quando mentre la Comunità Europea e gli Stati Uniti distruggevano quantità enormi di prodotti agricoli per mantenere alti i prezzi delle derrate agricole sui mercati interni migliaia di persone morivano di fame in Africa in conseguenza di eventi climatici, ma anche della distruzione degli equilibri ambientali e socio-economici provocati dal colonialismo e secondo un rapporto dell’ONU del 1979 40 milioni di persone rischiavano la morte per fame o denutrizione.

Le conseguenze negative della rivoluzione verde sono molteplici e in larga parte si configurano come esternalità negative cioè perdite per l’intera collettività:

– consumo di risorse per la produzione di energia / macchinari / input produttivi;

– distruzione degli equilibri naturali per l’introduzione di monocolture e sementi ibride e alloctone che distruggono gli equilibri delle biocenosi con incremento drammatico dei problemi fitopatologici e dei costi produzione (antiparassitari e anticrittogamici, fertilizzanti, irrigazione, sementi);

– distruzione della biodiversità e dunque delle possibilità sia di autoregolazione sia di ricerca scientifica di antagonisti specifici per le malattie delle piante;

– inquinamento delle falde acquifire, dei terreni, dell’aria ad opera dei prodotti chimici impiegati e grave minaccia per le speci vegetali impollinate da api e altri insetti uccisi dai pesticidi;

– avvelenamento dei cibi consumati dall’uomo per l’impiego di antiparassitari, ormoni, fertilizzanti, conservanti;

– perdita della fertilità del suolo;

– perdita di posti di lavoro con esodo dalle campagne e crescita delle città con tutti i problemi connessi;

– dissesto del territorio per l’estensione degli arativi, eliminazione delle siepi e dei boschi, con perdita anche del valore paesaggistico;

– peggioramento della qualità del cibo, poiché le sementi moderne sono adattate per ottenere alte rese, resistenza, e inoltre le crescite vengono forzate dopo la raccolta, i prodotti per giungere su mercati lontani necessitano di conservazione, spesso con sostanze nocive anche per l’uomo, e di lunghi trasporti;

– sovrapproduzioni (con distruzioni programmate delle eccedenza) e spreco (nella catena distributiva fino al consumo finale);

– privatizzaz0ione dei beni naturali (semi, animali, acqua, terra);

– estremizzazione della competizione economica a danno delle relazioni umane;

– perdita collettiva di consapevolezza della connessione tra cibo e ambiente (l’agricoltura è solo professionale);

– perdita della consapevolezza dell’origine e del valore, anche per la salute del cibo, e affermazione del cibo spazzatura, prodotto di sintesi industriale;

– incapacità di alimentarsi correttamente;

– incapacità di gustare il cibo;

– desocializzazione e desacralizzazione del cibo, mentre il cibo è sempre fondamentale nelle religioni come testimoniano eucarestia , prasada, pasqua e azzimi, cerimonia del te, prescrizioni alimentari varie (kosher, allal, indù), e ciò funge da veicolo per una alimentazione corretta e una società salda (ma anche le religioni vanno perdendo di forza).

In sintesi la rottura definitiva che si è operata con la rivoluzione verde è quella dello scopo finale dell’attività agricola che da fonte di cibo, cura del territorio, tessitrice di rapporti sociali si è concentrata su un unico fine: produrre reddito, ricchezza monetaria. Ed il mezzo per ottenere ciò è stato l’aumento delle rese.

L’effetto finale è stato l’instaurarsi di una spirale di costi crescenti e prezzi di vendita dei prodotti calanti (per le differenti economie di scala tra i produttori di input del settore agricolo e gli agricoltori e tra questi e la distribuzione alimentare, che in entrambi i casi rendono gli agricoltori che offrono un prodotto indifferenziato la parte debole che non ha voce in capitolo nella determinazione dei prezzi ) che ha reso lo stesso beneficio economico in parte effimero, lasciando però inalterata la perdita di rapporto affettivo con la terra con cui l’agricoltore-industriale intrattiene una relazione di sfruttamento anziché di cura.

In seguito con la definizione progressiva degli accordi GATT (General Agreements on Tariffs and Trades), dal 1948 in poi, le protezioni agricole sono diminuite in Europa e negli States obbligando in alcuni comparti ad esasperare la produttività, mentre la rivoluzione verde si è espansa a tutto il mondo.

In questo contesto, mentre da noi per anni si sono pagati incentivi per chiudere le stalle, distruggendo un tessuto economico fatto anche di latterie e caseifici che producevano prodotti pregiati e sani, nei paesi del terzo mondo il passaggio di proprietà delle terre dalle popolazioni locali prima agli agricoltori più facoltosi e poi a società straniere, che coltivano prodotti per l’esportazione sui mercati ricchi, portava a urbanizzazione, pauperismo e al persistere del problema alimentare.

Il fenomeno del land grabbing si verifica oggi anche nel nostro paese dove le zone marginali dal punto di vista agricolo, quelle più ricche di bio diversità per il persistere di sacche di agricoltura di sussistenza in regime di lavoro agricolo part-time, subiscono l’assalto di imprenditori che producono in comparti di élite, come le mele e soprattutto il vino, ma anche nella stessa zootecnia.

Non bisogna poi dimenticare la BSE e il morbo di Kreutzfeld-Jacobs esempio paradigmatico dei danni derivanti da una concezione puramente speculativa delle attività agricole.

Esistono delle alternative a tutto ciò?

Sì, varie esperienze si stanno facendo strada in modo sempre più convincente: l’agricoltura relazionale (con i campi aperti, le sementi antiche, il rifiuto della chimica, la condivisione delle conoscenze e la ricerca delle qualità anziché delle rese), le IGP, le DOP ed i consorzi di tutela, l’agricoltura biologica (in senso lato e dunque al di là dei marchi commerciali), le esperienze degli orti condivisi, i Gruppi di Acquisti Solidali.

Sicuramente i consumatori sono parte integrante, anzi fondamentale, del processo che ci può portare a liberarci dell’eredità avvelenata della rivoluzione verde in quanto possono orientare i produttori agricoli verso una differente offerta di prodotti e dunque un differente modo di produrre.

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Gerhard Kuehl
Laurea in scienze agrarie, dottorato di ricerca in economia del sistema agroalimentare, sta avviando un'attività agricola autonoma. Scrittore dilettante pubblica racconti e poesie nel suo blog (http://debolisegnali.blogspot.it/). Fortemente orientato a decrescere felicemente.

4 Commenti

  1. Sono sostanzialmente d’accordo con il suo discorso ma non condivido completamente il principio per cui la resa sia il “male assoluto”. La resa, a mio avviso, va ricercata compatibilmente con la sostenibilità ambientale oltre oltreché con la preservazione della biodiversità e degli ambienti naturali.

    • Concordo pienamente con quanto tu dici. Non credo in ogni caso nel “male assoluto”, ma per l’agricoltura non credo il problema sia la ricerca della resa, ma la ricerca del profitto, come unico fine, da cui origina la ricerca della resa a tutti i costi, vale a dire a costo anche della salute dell’agricoltore e dei consumatori e a scapito della fertilità a lungo termine del terreno. Se il terreno non è un semplice fattore produttivo, ma un bene prezioso della natura di cui aver cura e da lasciare integro alle generazioni future, la massimizzazione della resa sarà veramente un bene per tutti.

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