“Masse umane alla deriva”

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Questo articolo prende lo spunto dall’acuirsi del fenomeno migratorio, che negli ultimi tempi ha riguardato in particolar modo l’Italia, per vedere le considerazioni che in passato sono state fatte su questo tema.

Ultimamente sul WEB sono circolati due video che contengono le considerazioni fatte da due eminenti figure politiche dei decenni scorsi che appartengono a quel periodo della vita politica italiana che poi sarà chiamata “Prima Repubblica”. Saranno riportate le considerazioni fatte da Giulio Andreotti ad agosto del 1991 al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione e le considerazioni fatte da Bettino Craxi a febbraio 1992 in un convegno del Partito Socialista Italiano.

Sulle figure di Giulio Andreotti e di Bettino Craxi si vedano le relative voci in Wikipedia

( https://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Andreotti

https://it.wikipedia.org/wiki/Bettino_Craxi )

Saranno poi riportate le considerazioni fatta da Aurelio Peccei (già alto dirigente industriale negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso e che nel 1968 prende l’iniziativa di fondare il Club di Roma, gruppo internazionale di personalità della cultura e del mondo scientifico, economico e industriale, individualmente preoccupate della crescente minaccia implicita in molti e interdipendenti problemi che si prospettano per il genere umano [dalla sovra-copertina del suo saggio]).

Sulla figura di Aurelio Peccei si veda la relativa voce in Wikipedia

(https://it.wikipedia.org/wiki/Aurelio_Peccei )

Di Aurelio Peccei sarà riportato integralmente un paragrafo di un suo saggio pubblicato nel 1981 e dal titolo “Cento pagine per l’avvenire”. Il titolo del paragrafo è “Masse umane alla deriva” che dà anche il titolo a questo articolo.

L’articolo metterà in evidenza, volta per volta, gli aspetti salienti delle considerazioni fatte da queste tre figure menzionate.

L’articolo terminerà facendo considerazioni sulle cause del fenomeno migratorio e del contesto di sottosviluppo che lo rende possibile (partendo da una lettera di Charles Darwin del 1871 e terminando con alcune considerazioni di Mauro Bonaiuti, esponente della Decrescita in Italia).

Sommario

1) Considerazioni di Giulio Andreotti;

2) Considerazioni di Bettino Craxi;

3) Considerazioni di Aurelio Peccei;

4) Considerazioni conclusive: le cause delle migrazioni e del sottosviluppo

Visto le considerazioni che sono state fatte bisogna dire che quelle due figure politiche avevano un notevole spessore sia politico che culturale: conoscevano infatti, almeno in parte, le elaborazioni che almeno nei 15/20 anni precedenti erano state fatte nel campo culturale (che è contemporaneamente sociale, economico, politico e scientifico).

Vediamo di riportare le considerazioni che quelle due eminenti figure politiche hanno fatto in questi video.

1) Considerazioni di Giulio Andreotti

Giulio Andreotti così si esprime, in merito al tema di questo articolo, il 30 agosto del 1991 al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione:

“Se non si sanno individuare per tempo le motivazioni di una grande crisi, quando questa crisi esplode, raramente si è in condizione di fronteggiarla senza spargimento di lacrime e di sangue. Uno dei motivi che creerebbero una crisi non tollerabile sarebbe il permanere in condizioni di redditi minimi, assolutamente da fame, di centinaia di milioni di uomini in terre nelle quali, oltretutto, il tasso demografico è alto e la popolazione cresce di continuo. Non è soltanto un problema lontano, (ma anche se fosse lontano noi dovremmo egualmente farcene carico), è anche un problema vicino. Abbiamo visto che cosa è accaduto con l’Albania. È stato duro, per noi, il faticare al primo arrivo dei ventitremila albanesi per dare un minimo di sistemazione e un lavoro, ma non eravamo in condizione di recepire il secondo flusso. Con molto dolore ho visto poi nella stampa internazionale, ma anche in parte nella nostra, molte critiche verso il ritorno obbligato di queste persone (in Albania [mia nota]). Mobilitandoci un po’ di più non solo come Stato, ma come famiglie, si poteva dare una mano a questo tipo di problemi.

Occorre cominciare subito e intensificare quanto si sta già facendo per mettere in condizione i popoli vicini, come i popoli del Maghreb, che hanno un’età media molto giovane e il cui numero cresce di continuo, di avere un’agricoltura molto più moderna, condizioni di vita industriale, artigianale, turistica, altrimenti ci saranno milioni e milioni di persone che sfonderanno i confini dell’Europa e allora sarà veramente la marcia dei Tartari, qualche cosa di straordinariamente non frenabile.

Chi dice queste cose deve essere poi coerente e non dire che anche noi abbiamo dei bisogni e non possiamo aiutare i popoli del Maghreb e altri popoli e che i popoli del Maghreb dovrebbero provvedere loro a loro stessi con un piano inter-arabo finanziato dalle entrate della vendita del petrolio: questi discorsi servono per scrivere libri non per risolvere dei problemi.”

Giulio Andreotti riconosce la grandezza della crisi, l’insostenibilità per quei Paesi di continuare a rimanere nelle condizioni di arretratezza in cui si trovano, e ha conoscenza dell’imponenza del fenomeno demografico e di altri aspetti come la giovane età delle popolazioni di quei paesi.

Però la soluzione per Giulio Andreotti è l’impegno a creare sviluppo nei Paesi del Maghreb e in altri Paesi ancora e dice che bisognacominciare subito e intensificare quanto si sta già facendo per mettere in condizione i popoli vicini, come i popoli del Maghreb, che hanno un’età media molto giovane e il cui numero cresce di continuo, di avere un’agricoltura molto più moderna, condizioni di vita industriale, artigianale, turistica, altrimenti ci saranno milioni e milioni di persone che sfonderanno i confini dell’Europa e allora sarà veramente la marcia dei Tartari, qualche cosa di straordinariamente non frenabile.”  

Però Andreotti non specifica i soggetti dell’intervento di cui sopra si parla (l’Italia?, l’Europa?, l’Occidente?, i Paesi ricchi?), non si quantifica l’impegno finanziario e non si indicano le concrete modalità dello stesso intervento!

Questo è il link al video (la parte dell’intervento attinente al tema inizia dal min. 29.20  e termina al min. 34.00)

https://www.youtube.com/watch?v=GDcPvaEdqwk&t=2445s

(per saperne di più sul Meeting di Rimini si veda la seguente voce in Wikipedia   https://it.wikipedia.org/wiki/Meeting_per_l%27amicizia_fra_i_popoli )

La nave albanese Vlora nel porto di Bari la mattina dell’8 agosto 1991.
La nave proveniva dal porto albanese di Durazzo dove il giorno prima fu assaltata da una folla di 20 mila persone che costrinsero il comandante a salpare per Bari.

(Foto da httpswww.avvenire.itmondopaginestoria-della-vlora-la-nave-della-grande-migrazione-albanese)

2) Considerazioni di Bettino Craxi

Vediamo quanto dice Bettino Craxi in un convegno del Partito socialista italiano tenutosi a Venezia nel febbraio del 1992.

Sul video inizialmente compare la seguente scritta:

” L’enorme divario fra il Nord e il Sud del mondo è la grande questione sociale del nostro tempo.” (Bettino Craxi, New York, 1990)

Dopo nell’intervento Bettino Craxi fa le seguenti considerazioni:

“Dobbiamo sapere che nella riva sud del Mediterraneo le popolazioni sono soggette a un tasso di sviluppo demografico che è ancora molto alto.

Sono iniziate correnti migratorie che, in assenza di un accelerato processo di sviluppo che abbracci tutta la riva sud del Mediterraneo, sono destinate a gonfiarsi in modo impressionante…e saranno delle tendenze inarrestabili e incontrollabili. 

Paesi con popolazioni giovanissime… che, come si vede, naturalmente vanno verso le luci, verso le luci della città…se noi non accenderemo un maggior numero di luci in quei Paesi.

In realtà le grandi Nazioni ricche del mondo non compiono, non sono ancora in condizioni di compiere lo sforzo che viene considerato necessario per ridurre queste distanze…distanze che sono assai grandi, sono abissali, ed è questa, ripeto, la questione sociale del nostro secolo.”

Dopo nel video compare la seguente scritta:

“La regione mediterranea è stata, è, e sarà un centro nevralgico della vita del Mondo…è questo l’orizzonte naturale dell’Europa.”  (Bettino Craxi, Forum  L’europa e il Maghreb, 1987)

Queste sono le ulteriori considerazioni di Bettino Craxi sul tema in questione.

“L’Italia è una Nazione immersa fino al collo nel Mediterraneo. Siamo una Nazione euro-mediterranea.

Purtroppo nel Mediterraneo ci sono due fenomeni con i quali bisogna fare i conti: uno è la tendenza alla separazione, è una tendenza culturale, una tendenza ideologica a determinare una separazione radicale tra una identità culturale e religiosa islamica e la civiltà occidentale. Una tendenza molto forte che nasce da fenomeni di frustrazione di un bisogno di identità più marcato, più difeso, che nasce dalla insufficienza del rapporto o dai rapporti mal costruiti sulla base del colonialismo e del post-colonialismo dai Paesi europei in queste Nazioni.

Bisogna lavorare in modo che questa tendenza, che è molto forte,… e del resto abbiamo sotto gli occhi recenti esplosioni nel nord-Africa, che potrebbero dilagare in altri Paesi…deve essere vinta attraverso il dialogo, il confronto, l’integrazione sulla base del rispetto reciproco e della conoscenza reciproca.

L’altro elemento sono la catena di mine esplosive…che ancora esistono…non le sto a citare…mi riferisco solo alla questione palestinese… con un processo di pace aperto e bloccato e con la speranza che si possa arrivare a una soluzione.” (ho rimarcato questa considerazione visto quanto successo in questi ultimi giorni in Israele e nella striscia di Gaza)

Anche Bettino Craxi mette in evidenza, oltre la conoscenza del fenomeno demografico (tasso di crescita elevato, giovane età delle popolazioni, ecc.), l’imponenza del fenomeno migratorio e della sua inarrestabilità e incontrollabilità in  “assenza di un accelerato processo di sviluppo” nei Paesi del Maghreb che solo potrebbe frenare il fenomeno migratorio e dice anche che “le grandi Nazioni ricche del mondo non compiono, non sono ancora in condizioni di compiere lo sforzo che viene considerato necessario” per eliminare l’enorme divario fra nord e sud del mondo.

Il video è raggiungibile col seguente link (la parte dell’intervento attinente al tema va dall’inizio e termina al min. 4.00) https://www.facebook.com/watch/?v=527015491208160

Quindi sia per Giulio Andreotti che per Bettino Craxi la soluzione è lo sviluppo dei Paesi da cui provengono le correnti migratorie (Bettino Craxi parla addirittura di “accelerato processo di sviluppo”).

Settembre 2023: sbarchi di migranti a Lampedusa

Foto da httpswww.avvenire.itattualitapaginelampedusa-record-di-sbarchi

3) Considerazioni di Aurelio Peccei

Viene integralmente riportato il paragrafo “Masse umane alla deriva” dal saggio “Cento pagine per l’avvenire” (Aurelio Peccei, Cento pagine per l’avvenire”, pagg. 68-76 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Milano 1981)                                        

(è aggiunto da me il grassetto ad alcune considerazioni contenute nel paragrafo)

I problemi più gravi di oggi sono dovuti agli errori di ieri, e gli errori di oggi moltiplicheranno i problemi di domani. I più angoscianti fra questi problemi restano quelli legati alla crescita frenetica della popolazione. Un tempo, la propensione a procreare era giustificata dalla credenza che tutti bambini che nascono troveranno il loro posto nel mondo e più tardi aiuteranno i genitori nei giorni della vecchiaia. La famiglia numerosa ha perciò lunghe tradizioni nei costumi e nel folclore, e fin ad anni assai recenti ha ricevuto continui incoraggiamenti ufficiali e religiosi. Ciò nondimeno, la proliferazione umana è diventata una fonte di miseria e di sofferenze senza pari.

  Gli esempi sono innumerevoli, e l’Italia ne ha dati parecchi. Basti ricordare che una delle più tristi fanfaronate del regime fascista fu l’affermazione che “il numero è forza”. In un paese come il nostro, con una lunga storia di emigrazione e incapace di sfamare tutti suoi figli, questa presa di posizione era puramente demagogica. Purtroppo, le politiche pronataliste che ne risultarono, dopo aver spinto il fascismo in tragiche avventure militari alla ricerca di sbocchi per una popolazione eccessiva, non hanno ancora cessato di gravare sulla nostra situazione socio-economica, né sono ancora scomparse del tutto. Il fattore demografico ha avuto un’influenza non trascurabile anche nei piani strategici della Germania imperiale e poi hitleriana, in cerca di una grande Lebensraum (spazio vitale [mia nota]). Nella prima parte del secolo, l’elevato numero di giovani in età di reclutamento militare disponibili in Europa ha facilitato lo scoppio delle due guerre mondiali, che hanno fatto decine di milioni di morti. E la storia ci insegna come tanti altri conflitti abbiano avuto origine in una pressione demografica eccessiva.

  Il fatto pure e semplice è che, nonostante i suoi progressi materiali, , l’umanità non riesce a soddisfare decentemente i bisogni di tutti i figli che mette al mondo, per non parlare di assicurar loro un’ esistenza dignitosa. Il destino di una persona su quattro è di aver fame per tutta la vita, oppure di vivere in condizioni degradanti di ignoranza, di insalubrità e di inutilità. Gli affamati del Sahel, del Corno d’Africa e di tante altre regioni, gli alluvionati dell’India e del Bangladesh, il sottoproletariato rurale del Nordeste del Brasile, coloro che sono praticamente prigionieri nei campi dei rifugiati, e gli emarginati delle bidonvilles del globo, che ogni tanto la televisione ci mostra, non sono che una parte di questi dannati della Terra. La loro visione dantesca non può essere tradotta in cifre. Cerca di farlo la tabella sottostante per le cosiddette situazioni di povertà assoluta – che riguardano quanti non possono soddisfare le loro esigenze di base che in prossimità del puro livello di sopravvivenza. Ma la freddezza delle statistiche ci fa dimenticare che dietro a ogni numero vi è un essere umano disperato.

I diseredati del mondo*

Stima fatta per l’anno 1976. Da allora il loro numero si è continuamente accresciuto.

Sotto-alimentati                                                                      570 milioni    

(al di sotto dei livelli necessari di calorie o di proteine)

Analfabeti adulti                                                                     800 milioni

Non fruenti di nessuna cura sanitaria                                 1500 milioni

Aventi un reddito annuo inferiore a 90 dollari                     1300 milioni

Aventi una speranza di vita inferiore ai 60 anni                  1700 milioni 

Viventi in abitazioni adeguate                                               1030 milioni

Bambini che non frequentano nessun a scuola                       250 milioni

*  Da: Basic human needs: a framework for action, Center for Integrative Studies, Hunversity for Houston, aprile 1977 (Rapporto al Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente

( Si ricorda che la popolazione mondiale era di circa 4 miliardi negli anni a cui si riferisce la tabella sopra riportata per cui quelle cifre riportate sono percentuali consistenti della stessa popolazione mondiale [mia nota] )

  Per quel che riguarda la fame nel mondo, non potendo vere cifre esatte e visto che gli stessi criteri di valutazione variano, dobbiamo contentarci di stime. Si tratta comunque di un quadro desolante. “La quarta inchiesta mondiale della FAO, condotta nel 1977, è purtroppo rivelatrice: circa 450 milioni di essere umani, soprattutto donne e bambini, sono gravemente sottoalimentati.  Parecchie centinaia di milioni di altri sono malnutriti. Contrariamente a quanto avviene nei paesi ricchi, il loro squilibrio nutrizionale non è dovuto a un eccesso di cibo, ma a un deficit cronico degli alimenti essenziali… Il numero delle persone che hanno fame e che sono malnutrite è maggiore di quanto non sia mai stato, e non smette di crescere…”. Ogni commento è superfluo, salvo che siamo tutti un po’ responsabili del fatto che situazioni simili esistano ancora nella nostra epoca.

Un’altra piaga dolorosa e vergognosa è quella dei rifugiati. Non si sa neppure esattamente il loro numero. Le stime variano. Si tratta probabilmente di una quindicina di milioni di persone. In genere si tratta di vittime di persecuzione e violenze fra fazioni politiche o tra etnie diverse, costrette in aree sovrappopolate. Talvolta questi espatriati per forza si trovano ammassati in condizioni di sporcizia e promiscuità in ignobili campi di raccolta, senza saper se potranno uscirne mai, e per andare dove. Noi conosciamo questi moderni esodi sin nei dettagli più angosciosi ma, trascorsa qualche settimana di emozione, voltiamo la testa da un’altra parte. Si preferisce addirittura non riflettere sul fatto che essi non sono che un sintomo dell’intolleranza che contamina la società contemporanea e che domani potrebbe provocare tragedie di proporzioni ben più vaste.

Non è possibile quantificare neppure il problema angoscioso della disoccupazione. Le stesse nozioni di disoccupazione e sottoccupazione valgono per i paesi sviluppati, in cui si può quantificare abbastanza bene il numero delle persone senza lavoro. Per contro, a causa di difficoltà di ordine concettuale e statistico, non è possibile applicare definizione di questo genere a gran parte del terzo Mondo. Bisogna rinunciare a indicazioni troppo precise. In genere i concetti di ‘occupazione’ e ‘attività’ sono preferibili a quello di ‘impiego’, e anziché parlare di ‘disoccupazione’ occorre riferirsi a ‘inattività’ degli individui, all’impossibilità in cui molti si trovano di utilizzare lo loro capacità lavorative. Per queste ragioni, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) preferisce esprimersi in termini di concetti analoghi a quello di povertà assoluta che abbiamo testè citato, e parlare di indigenti che vivono al di sotto di una certa soglia di povertà.

  Secondo le stime ILO, nel 1975 gli indigenti erano 1103 milioni (esclusa la Cina). La maggioranza di essi non aveva ha occupazione regolare. Per avere una indicazione numerica del problema che si profila in avvenire sotto questo aspetto, dobbiamo ricorrere a dati ufficiosi: “La popolazione attiva mondiale crescerà di 665 milioni tra il 1975 e il 2000. Per eliminare la disoccupazione e la sottoccupazione si dovranno creare durante questo periodo 125 milioni di posti di lavoro nei paesi ricchi, e 784 nei paesi poveri (esclusa la Cina); in altri termini, a ciascun posto produttivo creato in un paese ricco ne devono corrispondere sei in un paese povero.”

  Sono dati da ricordare. D’ora innanzi, per assorbire la forza di lavoro inattiva o quella che si presenterà la prima volta sul mercato, si dovranno dunque creare circa 40 milioni di nuovi posti di lavoro ogni anno – circa il doppio che nel periodo 1950-1975. Per quel che ne so, nonostante le iniziative dell’ILO, i preparativi concreti per soddisfare questa esigenza fondamentale sono del tutto insufficienti, per non dire trascurabili, a livello nazionale, e quasi inesistenti a livello internazionale. Di conseguenza, il numero di uomini e di donne abili al lavoro ma che non possono trovare un’occupazione per diventare utili a se stessi e alla società, è destinato a crescere in modo spaventoso. Le conseguenze di una simile imprevidenza o incapacità sono difficili da immaginare.

  Tutta questa gente emarginata o sradicata deve la propria sorte infelice a una società ingiusta, moralmente, socialmente ed economicamente indebolita da una pressione demografica eccessiva rispetto alle risorse di cui dispone, o che è capace di utilizzare. L’equazione classica risorse/popolazione gioca contro di loro. E la voragine da cui sono inesorabilmente inghiottiti uomini e donne, giovani, adulti e vecchi, non potrà essere eliminata da politiche nazionali o aiuti stranieri, se non si modificano i termini di questa equazione- Come tanti altri, questo problema non si pone in termini economici, e neppure istituzionali o politici: è anche, e soprattutto, un problema culturale. Non si può affrontarlo senza andare alla radice del male. Tra l’altro, l’umanità deve imparare ad abbassare la sua fertilità al di sotto di quello che viene chiamato ‘tasso di sostituzione’, e a organizzarsi in modo da utilizzare più razionalmente e più armoniosamente tutte le sue risorse. Non mi riferisco soltanto alle risorse fisiche – si tratti dell’acqua, del suolo, del sottosuolo, del clima o delle attrezzature – e a quelle finanziarie, ma anche e soprattutto alle risorse umane.

   L’impressione che i problemi derivanti dalla sovrappopolazione riguardino quasi esclusivamente il Terzo Mondo è erronea. Come è ovvio attendersi in un mondo interdipendente, le loro conseguenze si manifestano, in una forma o nell’altra, ovunque. Anche i paesi sviluppati dell’OCSE, che si credevano abbastanza al riparo, ne vengono colpiti in pieno. Direttamente, lo sono da una disoccupazione che non riescono a ridurre, nonostante la loro popolazione limitata rispetto alle risorse che controllano. Si stima che abbiano attualmente più di venti milioni di disoccupati ufficiali, destinati a diventare oltre venticinque milioni nel 1982. E’ un numero che sembra destinato a crescere ulteriormente in seguito, a causa del progredire dell’automazione nell’industria e nei servizi. Inoltre, esiste un gran numero di persone senza lavoro che non rientrano in queste statistiche.

  In parallelo, si è sviluppato il fenomeno doloroso dei lavoratori migranti, umanamente triste e malsano da un punto di vista sociale. In genere si tratta di giovani che lasciano le loro famiglie e il loro ambiente culturale alla ricerca di un occupazione qualsiasi in paesi più ricchi, dove li aspettano lavori penosi e ingrati e condizioni economiche inferiori a quelle della manodopera locale. Questi lavoratori stranieri ospiti, a volte precari, di paesi europei sono già più di sei milioni. Negli Stati Uniti il loro numero è ancora maggiore, e molti di essi vivono in uno stato di semi-illegalità e semi-clandestinità.

  I paesi industriali risentiranno però anche indirettamente degli effetti della pressione demografica mondiale. Pur essendo relativamente poco popolati, saranno obbligati ad aiutare sempre più i paesi poveri schiacciati da una popolazione esuberante. Sarà giocoforza che essi adottino verso il terzo Mondo politiche di collaborazione ad amplissimo raggio, ben diverse da quelle di piccolo cabotaggio applicate finora. E dovranno ancora aprire molto più generosamente le loro frontiere alle sue popolazioni eccedenti. Se oggi sono paesi relativamente privi di preoccupazioni, dove regnano l’abbondanza e lo sperpero, domani dovranno imparare un modo di vivere, se non austero, perlomeno sobrio, e ad aiutare in pari tempo in modo efficace chi ha bisogno di loro. Sarà d’altronde un cambiamento salutare. Dovranno abbandonare il mito della crescita a tutti i costi e la logica ingannevole del più – più produzione e più consumi – per adottare la logica intelligente del meglio – migliore utilizzazione di tutte le risorse, e in, primo luogo di quelle umane.

  L’Europa in particolare si troverà di fronte a problemi nuovi. La sua posizione, che a lungo è stata quella di grande serbatoio di uomini, che essa inviava a conquistare, colonizzare e popolare gli altri continenti, si è capovolta. Mentre nel 1800 essa contava ancora più del 20% della popolazione mondiale, nel 2000 non ne avrà che il 7%. ll peso di ciascuna delle sue maggiori nazioni, Francia, Inghilterra, Germania e Italia, sarà ridotto a circa lo 0,8 del totale mondiale; e in tutti questi paesi si tratterà di una popolazione relativamente anziana. Il vecchio continente sarà vecchio anche sotto questo aspetto.

  Eppure, malgrado la riduzione della sua popolazione attiva rispetto alla sua popolazione totale, probabilmente l’Europa non sarà riuscita a liberarsi della piaga della disoccupazione.  Situazione paradossale questa, anche perché l’Europa dovrà sicuramente accogliere un numero sempre maggiore di lavoratori migranti di altre regioni. I suoi principali problemi esterni consisteranno nella ricerca di nuove formule di collaborazione/competizione con il resto del mondo, e in particolar modo con i suoi amici e vicini Arabi e Africani. Questi, giovani e prolifici, in cerca di capitali, di tecnologie, di mercati, e più che mai di sbocchi per le loro eccedenze di popolazione, si rivolgeranno soprattutto all’Europa, come loro partner più prossimo e naturale. Le presenteranno dei ‘pacchetti’ di richieste difficili da respingere e difficili da soddisfare. Anche in questo caso le conseguenze non saranno del tutto negative. In effetti, per rispondere a questi appelli, o semplicemente per sopravvivere l’Europa sarà obbligata a sviluppare l’ingegnosità delle sue idee, l’adeguatezza delle sue innovazioni sociali, l’efficienza delle sue soluzioni politiche e soprattutto la comprensione dei problemi dei popoli che hanno bisogno di lei. Ciò richiederà uno sforzo straordinario, in vista del quale gli Europei dovranno unirsi e prepararsi fin da oggi.

  Se di fronte all’esplosione demografica la situazione dei paesi industriali è destinata, a diventare particolarmente difficile, quella globale assume caratteri veramente drammatici. I problemi avanzano a valanga, mentre i preparativi per farvi fronte sono praticamente ancora a zero – anche riguardo a un orizzonte così prossimo come il 2000. Di qua ad allora, la Terra dovrà albergare una popolazione supplementare di due miliardi che verrà ad aggiungersi a quella odierna, così mal servita. La natura inedita e le dimensioni colossali dell’impresa che dovrebbe essere realizzata per alloggiare, educare e rifornire queste immense masse umane non vengono neppure riconosciute. In genere ci si occupa dei problemi immediati, che per la loro stessa natura sono più evidenti, e che possono naturalmente essere anche gravi – come quelli della fame in una determinata regione, o di certe risorse non rinnovabili. Ma non ci si occupa dei problemi globali a lungo termine, da cui dipende il destino stesso dell’umanità.

  Prendiamo il caso delle infrastrutture fisiche che dovrebbero essere messe in opera durante i prossimi venti anni. Esse rappresentano un secondo mondo da costruire da cima a fondo.  Si dovrebbero infatti progettare, costruire e rendere funzionanti migliaia di nuove città (per esempio di 100000 abitanti), o di nuovi grandi quartieri negli agglomerati esistenti, e centinaia di migliaia, se non milioni, di villaggi (per esempio di 500 o 1000 abitanti). Questi nuovi insediamenti dovrebbero essere dotati di tutto: case, scuole, aeroporti, dighe, canali, silos nonché centri di svago e di cultura indispensabili a una vita di modesto benessere e di dignità.

  Non si avranno né il tempo né la capacità per dotare questi insediamenti di opere paragonabili ai monumenti storici e artistici che ci hanno lasciato in eredità i nostri antenati, e che arricchiscono e allietano la nostra esistenza. Ciò nonostante, da un punto di vista funzionale, questo secondo mondo dovrà essere per lo meno uguale a quello attuale – il che non è chieder molto. Solo il pensare tutto quanto dovrà essere fatto dà le vertigini.  E’ cento volte più grande e più complesso del Piano Marshall che aiutò l’Europa a rimettersi in piedi dopo la seconda guerra mondiale. E la sua realizzazione supererebbe in dimensioni l’insieme delle opere costruite dall’umanità dal Medioevo a oggi. Ecco un serie di calcoli-rompicapo che il lettore può provare a verificare.

  Per rendersi conto di quale livello di caos stiano per creare le nuove ondate di popolazione che si riverseranno e a breve scadenza sulla Terra, non occorre andare a cercare altri grossi problemi. Quelli a cui ho dato un rapido cenno sono più che sufficienti. Per tornare, prima di concludere, al problema dell’infrastruttura, dobbiamo porci una questione di fondo: dove troverà mai questa umanità divisa la concordia e la forza creatrice, nonché i capitali, le materie prime e gli spazi per un’impresa così straordinaria? Tanto per cominciare, occorrerebbe un piano regolatore globale per il pianeta e per le sue grandi regioni. Il solo concepire un tal piano richiede la visione di costruttori d’imperi e l’immaginazione dei poeti, insieme con un impegno morale totale verso coloro che soffrono oggi e verso color che verranno domani. Ma al presente nulla di ciò esiste.

  In queste condizioni, l’avvenire non può essere che oscuro e tempestoso. Smisurate masse umane saranno condannate ad andare alla deriva in un mondo già sovraccarico di umanità; e saranno probabilmente causa dei maggiori disastri della storia.”

Non è il caso di mettere in evidenza le differenze fra le considerazioni di Aurelio Peccei e quelle di Giulio Andreotti e di Bettino Craxi

4) Considerazioni conclusive: le cause delle migrazioni e del sottosviluppo

Per poter trattare e affrontare correttamente il problema dei sempre più imponenti flussi migratori sarà bene affrontare il problema da cui originano questi stessi fenomeni: il problema del sottosviluppo di alcune parti del mondo come il continente africano e altre aree ancora!

Quali le cause del sottosviluppo?

Perché certe aree del mondo sono sviluppate mentre altre non lo sono?

E’ bene partire da una lettera di Charles Darwin del 1871:

” Si è spesso affermato che sono ora presenti tutte le condizioni per la generazione spontanea di un organismo vivente, quali possono essere state presenti nel passato. Ma anche se (e che grosso se!) noi potessimo concepire che in qualche piccolo stagno, in presenza di ogni sorta di sali di ammonio e di fosforo, di luce, calore, elettricità, ecc., si sia venuto a formare un composto proteico, pronto a subire ulteriori più complesse trasformazioni, al giorno d’oggi tale materiale verrebbe immediatamente divorato o assorbito, il che non sarebbe potuto accadere prima che esseri viventi facessero la loro comparsa”

(It is often said that all the condition for the first production of a living organism are now present, which could ever have been present. But if (and oh! what a big if!) we could conceive in some warm little pond, with all sorts of ammonia and phosphoric salts, light, heat, electricity, &c., present, that a proteine compound was chemically formed ready to undergo stillmore complex changes, at the present day such matter would be instantly devoured or absorbed, which would not have been the case before living creatures were formed.”

 (The life and letters of Charles Darwin – London: John Murray, Albemarle Street. 1887. terzo volume, pagina 18 (è nella nota in fondo alla pagina)

Prima di addentarci nell’analisi è bene fare una considerazione sul significato della lettera di Charles Darwin e della sua applicazione al tema di questo lavoro. Lascio parlare Claude Levi-Strauss per raggiungere questo fine: “…ci renderemo conto che fra vita e pensiero non c’è quel radicale divario che il dualismo filosofico del XVII secolo accettava come un dato di fatto. E se ci convinceremo che quanto avviene nella nostra mente non è sostanzialmente né fondamentalmente diverso dai fenomeni basilari della vita stessa, se comprenderemo che non c’è alcuna insuperabile distanza fra l’uomo e tutti gli altri esseri viventi – non solo gli animali, ma anche le piante – diventeremo forse saggi come non credevamo di poter essere.”

(Claude Levi-Strauss, Mito e significato, il Saggiatore, Prima edizione Net, marzo 2002, pagg. 37-38)

Cosa significa quanto detto con il tema che stiamo trattando?

Significa queste quattro cose:

a) l’area geo-politica e tecnologico-culturale che raggiunge per prima il possesso di superiori tecnologie produttive impedisce alle altre aree geo-politiche e tecnologico-culturali di raggiungere queste stesse superiori tecnologie produttive, “divorando o assorbendo” le sue potenzialità (è questo il significato della lettera di Charles Darwin, applicabile anche al contesto storico/culturale come dice Claude Levi-Strauss);

b) quanto appena sopra detto avviene solamente in una realtà globalizzata, cioè in una realtà dove non esistono confini geografici e normativi;

c) quanto appena sopra detto avviene solamente in una situazione storica in cui ogni aggregazione culturale (famiglia, ceto, classe, etnia, nazione e area geopolitica ecc.) si pone come centro di interessi diversi e in contrasto con gli interessi di altre aggregazioni culturali (lo sviluppo di certe aree avviene a danno di altre);

d) infine, quanto appena sopra detto avviene solamente in una situazione di limitazioni, storicamente determinate, di risorse naturali e tecnologiche.

Ovviamente è il caso di aggiungere che la globalizzazione di cui si parla è avvenuta con la violenza assumendo la forma di quel fenomeno chiamato colonialismo. E’ anche il caso di aggiungere che i flussi migratori provengono soprattutto da quei Paesi che sono stati colonizzati.

Queste quindi sono le cause del sottosviluppo e di tutti quei fenomeni a esso connessi, in particolar modo le imponenti migrazioni.

C’è un’altra considerazione da fare e che fa diventare il problema ancora più complesso. L’attuale realtà economica, creatasi nel modo in cui è stato indicato da Charles Darwin nella lettera riportata, ha un’altra caratteristica: basta solamente una parte del mondo per produrre tutto ciò di cui il mondo ha bisogno.

Vediamo come Mauro Bonaiuti, esponente delle decrescita in Italia, espone concretamente e storicamente quanto sopra detto.

 “Per quanto il quadro sia indubbiamente complesso e condizionato dalla diversità delle condizioni storiche e politiche di ciascun paese, per i critici dello sviluppo (I. Illich, F. Partant, S. Latouche)  il principale responsabile della miseria e dell’esclusione va ricercato proprio laddove si pretendeva di trovare la soluzione, ossia nelle politiche di crescita e sviluppo. Questo apparente paradosso può essere tuttavia compreso nell’ambito di un approccio sistemico: il processo di crescita/accumulazione/innovazione segue, come abbiamo visto, una dinamica auto-accrescitiva. I maggiori investimenti che i paesi occidentali hanno realizzato a partire dagli albori del processo di industrializzazione, hanno generato un accelerato progresso tecnologico che ha dato luogo sia ad incrementi di produttività che a continue innovazioni. I forti profitti così realizzati sono stati reinvestiti alimentando ulteriori incrementi di produttività…  Data la natura competitiva dei mercati internazionali è evidente che chi non è riuscito a restare al passo con l’innovazione ed il progresso tecnologico si è trovato di fronte – oltre alla distruzione delle culture e delle economie tradizionali – ad un gap tecnologico sempre più difficile da colmare. E’ ormai chiaro a tutti che, nei paesi più avanzati, la produttività ha raggiunto livelli tali che una minoranza è in grado di produrre tutto ciò di cui abbisognano le economie mondiali. Gli altri, i “naufraghi” dello sviluppo (intesi sia come individui che come interi stati nazione), sono incapaci di prendere parte a questo gioco poiché non sono sufficientemente efficienti, competitivi.

Non stupisce che, nel tempo, questo vantaggio competitivo sia andato “depositandosi in strutture istituzionali (militari, finanziarie, tecnologiche, mediatiche) che tendono a conservarne, e per quanto possibile, ampliarne il vantaggio posizionale conseguito. Se questa è la dinamica di fondo che ha segnato sino ad oggi la parabola dello sviluppo, non stupisce il trovarsi di fronte ad un’economia-mondo polarizzata, in cui i contrasti tra il centro e la periferia risultano sempre più marcati – sia su scala globale (S. Amin, 2002) che locale – e dove la crescita, anziché risolvere, alimenta il dramma della povertà e dell’esclusione (Latouche, 1993, 1997).

Va detto tuttavia che, a fianco di questa dinamica di fondo, operano anche processi di natura riequilibrativa, (o feedback negativo). Questi processi di “percolazione” della ricchezza (trickle dawn effect), sono dovuti a varie ragioni: a livello nazionale sono legate alle dinamiche riequilibrative del welfare state, e a livello internazionale, agli investimenti esteri e ai processi di imitazione/apprendimento della periferia. Essi possono spiegare come ricchezza e benessere materiale si diffondano verso una serie di paesi (come la Cina e l’India) dando luogo al sorgere di una nuova “classe media” globale.  La presenza di questi effetti, tuttavia, non mette in discussione le conseguenze polarizzanti del processo di crescita/accumulazione/innovazione che costituisce per dimensioni e storia, il processo primario. Questo sarà ovviamente tanto più vero quanto la dinamica autorinforzante del processo di crescita venga lasciata libera di dispiegarsi, in assenza, cioè, di qualsivoglia intervento redistributivo da parte delle istituzioni sovranazionali.  Come sappiamo questa è stata precisamente la politica sostenuta dal WTO, IMF, Banca Mondiale in questi ultimi venticinque anni di globalizzazione.”

(Mauro Bonaiuti, Decrescita o collasso? Appunti per una analisi sistemica della crisi (nel paragrafo La spirale dell’esclusione e la critica dello sviluppo)

Articolo pubblicato l’8 marzo 2015 su “Associazione per la decrescita” e che è raggiungibile al seguente indirizzo

Quale, quindi, la soluzione del problema degli imponenti flussi migratori?

Questo fenomeno avviene all’interno di un quadro più complesso in cui elementi importanti sono la riduzione degli approvvigionamenti di combustibili fossili facilmente estraibili e a buon mercato e i cambiamenti climatico/ambientali dovuti all’immissione in atmosfera di sempre maggiori quantità di biossido di carbonio e di altre sostanze climalteranti.  

Per risolvere sia il problema delle migrazioni che il problema climatico/ambientale sarà necessario partire da una “considerazione forte” su cui poi basare una “proposta forte”: questo è l’oggetto di un lavoro svolto alcuni anni fa dal titolo “Un grande accordo” a cui si rimanda e che è raggiungibile al seguente indirizzo http://www.decrescita.com/news/un-grande-accordo/ .

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Sono nato in Lucania nel lontano 1951 e abito a Bologna da circa trent’anni. Ho sempre avuto interesse, da più punti di vista, verso i “destini” (sempre più dialetticamente interconnessi) dell’umanità: da quello dei valori culturali che riempiano l’esistenza a quello delle condizioni materiali di vita (dall’esaurimento delle risorse naturali ai cambiamenti climatici, ecc.). Ho visto nel valore della “decrescita” un punto di partenza per dare un contributo alla soluzione dei gravi problemi che l’umanità ha di fronte.

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