Quella che stiamo vivendo è prima di tutto una crisi culturale

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Esiste il fondato sospetto che quella che stiamo vivendo non sia solamente una crisi economico-finanziaria, ma qualcosa di più. Con la popolazione in continua crescita (nel 2011 abbiamo raggiunto i 7 miliardi di abitanti ed in circa 10 anni se ne aggiungerà un ulteriore miliardo) ed un’economia fortemente dipendente dalle tre risorse simbolo della Seconda Rivoluzione Industriale –petrolio, carbone e gas naturale –, che sono per nostra “sfortuna” risorse finite, cioè non rinnovabili e quindi in via di esaurimento (oltre che responsabili, insieme alla deforestazione selvaggia, del “Global Warming”), esistono dei seri dubbi sulla sostenibilità a lungo termine di questo modello.

Alla fine del 2001, abbiamo assistito al secondo grande avvenimento degli ultimi 20 anni, dopo lo sfaldamento del blocco sovietico, ovvero l’entrata della Cina nel WTO (l’Organizzazione Mondiale del Commercio). A partire da quella data, si è cominciato a fare sul serio con la globalizzazione e quindi abbiamo assistito ad un sempre maggiore aumento della circolazione delle merci (aumento delle importazioni e delle esportazioni di tutti), delle persone (turisti e migranti) e soprattutto dei capitali, che senza più frontiere e dogane pronte a limitarne la “naturale” ricerca del maggior profitto, hanno messo a ferro e fuoco l’intero pianeta pur di spuntare uno 0,5% di rendimento in più. Questo ha portato ad una grande crescita economica dei paesi emergenti, con Cina, India, ma anche Brasile, Indonesia, Russia ed Arabia Saudita che hanno visto aumentare considerevolmente il peso della propria economia, cioè della produzione di beni e servizi (o prodotto interno lordo), perché in grado di offrire risorse naturali (il petrolio russo, il gas russo, la soia brasiliana e l’olio di palma del Borneo) o manodopera a basso costo (l’esercito di cinesi ed indiani che si accontentano di uno stipendio mensile di 200-300 dollari) al sistema produttivo mondiale, ovvero ai consumatori dei paesi ricchi (la triade Usa, Europa e Giappone).
La globalizzazione ha gonfiato i profitti delle grandi multinazionali quotate nei mercati azionari americani od europei, che mostrando ogni anno utili sempre maggiori hanno innescato un moltiplicatore di ottimismo, spingendo i consumatori americani ad indebitarsi sempre di più per l’acquisto a rate dell’ultimo modello di televisore e, grazie anche alla politica dei tassi bassi portata avanti dalla Fed (la banca centrale Usa), ad alimentare la bolla immobiliare, una vera e propria corsa all’acquisto a debito della seconda e della terza casa, scommettendo così di riuscire a ripagare quanto preso a prestito tramite l’aumento generalizzato del prezzo delle case. Ma ad un certo punto questo meccanismo si è inceppato, qualcuno non è riuscito a ripagare i debiti contratti (molto probabilmente a causa dei crescenti costi che le famiglie hanno dovuto sostenere grazie all’aumento del prezzo delle materie prime) e le istituzioni finanziarie che si sono ritrovare nei propri bilanci questi titoli (nel frattempo cartolarizzati e immessi sul mercato) –di fatto tutte – si sono trovate in grosse difficoltà, per l’inesigibilità dei crediti che avevano acquistato sul mercato. A questo è seguito l’ovvio crollo del mercato immobiliare a stelle e strisce.

Sulla crisi economica sappiamo praticamente tutto, perché sono 4-5 anni (le prime avvisaglie sono uscite a luglio 2007) che ci raccontano ed informano su come sono andate le cose, almeno in superficie. Perchè quello che non sappiamo è che questa crisi è in realtà una crisi culturale, dovuta ad un modello “sbagliato”, che ci sta portando tutti verso il collasso perché questo modello abbraccia valori sostanzialmente economici, cioè valori incompatibili con la limitatezza del nostro pianeta –le risorse sono finite ed il pianeta non può permettersi che 1,3 miliardi di cinesi consumino quanto i 300 milioni di americani. La corsa al profitto, la competizione di tutti contro tutti (siamo tutti in lotta per ottenere uno stipendio migliore, maggiori profitti, per aumentare il nostro reddito, ovvero i nostri diritti a consumare risorse naturali), l’interesse egoistico materiale (il denaro viene prima di tutto, perché non esiste una somma di denaro che non possa comprare un affetto, un amore, un torto subito, chi sarebbe disposto a non farsi corrompere ad esempio da 10 milioni di euro?), l’ossessione per la crescita economica ed il produttivismo, questi sono i valori che dominano questi tempi ed era quindi logico aspettarsi che si arrivasse a questo punto. Resta da capire se mai qualcuno (tra quelli che dirigono le sorti dell’umanità) si accorgerà di questo ed inizierà ad abbracciare nuovi valori, come quelli della decrescita.

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Manuel Castelletti
Laureato in Economia, ho avuto diverse esperienze lavorative (tra cui Ambasciata d'Italia a Buenos Aires, Monte dei Paschi, Freeandpartners, Nestle). "Verso la fine dell'economia - apice e collasso del consumismo" è il mio nuovo libro, edito da Fuoco-Edizioni. http://economiafinita.com

9 Commenti

  1. Grazie per lucidità e la schiettezza. Mi fa molto piacere leggere queste righe, ancora di più perché sono uscite dalla tastiera di una testa con il tuo curriculum. Sono d’accordo su tutta la linea. La crisi è prima di tutto culturale, e ben oltre i limiti che hai delineato tu. Intendo che si deve tener conto anche delle mentalità e dello stile di vita, che sono senz’altro alimentati dalla cultura “economica” che descrivi ma che non possono che essere scalzati da una cultura alternativa ad essa, appunto “non economica” ma “naturale e umana”. Credo che tu intenda.
    Un caro saluto.
    Sonja

  2. Mi trovo perfettamente daccordo sull’analisi fatta che evidenzia con chiarezza quella che anche per me e’ una delle cause se non la causa principale del periodo storico che stiamo vivendo. La crisi e’ sicuramente culturale, ci hanno portato a pensare che e’ necessario crescere a tutti i costi anche a scapito dei nostri affetti della nostra dignita’. La decrescita e’ necessaria in quanto ci permetterebbe di recuperare tanto di quello che abbiamo perso e che ha mandato in tilt la nostra societa’ occidentale.

  3. Nessun politico di nessun colore sta affrontando questo tema….Tutti, da destra a sinistra, cercano unicamente ricette per ‘tornare a crescere’, non rendendosi conto che la strada è un’altra

      • @Paolo Lepori. Il M5S è indubbiamente la più grande novità nell’attuale palcoscenico politico e -a mio avviso- la migliore alternativa all’astensione (ma questo ribadisco è semplicemente il mio giudizio personale). Presenta un’indubbia maggiore attenzione alle tematiche ambientali rispetto agli altri partiti, se si eccettuano i Verdi, ormai spariti perché incorporati dal SEL se non erro e vorrebbero liberarsi dal gioco della Nato (negli ultimi 20 anni guerra alla Somalia, all’Afghanista, all’Iraq, alla Serbia e alla Libia – ma ne avrò sicuramente dimenticata qualcuna). E’ sicuramente positivo che parlino di raccolta differenziata porta a porta, che si oppongano alle mega-opere voraci di risorse, ma nel momento stesso in cui si istituzionalizzano e corrono per il governo del paese dovranno tenere in considerazione anche il “mainstream ideologico”, seppur riadattato ai principi base del Movimento/Partito (come quando viene elogiato il piccolo imprenditore, considerato vero asse portante del paese).
        @Simone Zuin: i dubbi penso li abbiano tutti i simpatizzanti del Movimento (eccetto Grillo e Casaleggio) e compresi i militanti del M5S…Solo il tempo ci dirà come andrà a finire.

      • @Paolo Lepori
        …magari giustificare o commentare questo tuo messaggio? Mi pare pura propaganda elettorale….un commento del tutto inutile alla discussione, me lo conceda.
        Io non credo che il Partito 5 stelle rappresenti una novità. Ha si il merito di sollevare alcune questioni, così come tra l’altro ha fatto la Lega agli esordi, ma ho come l’impressione che il suo ragionamento abbia dei “buchi” , e questo mi preoccupa. Sono troppe le questioni dove il Partito non si esprime chiaramente. Staremo a vedere, il tempo darà ragione ai giusti.
        Un caro saluto

  4. I politici non cambiano perché la società e quindi i suoi valori non cambiano. Ma c’è anche da aggiungere che la democrazia ha dei limiti enormi, perché facilmente influenzabile dalle lobby (economiche), che la indirizzano verso i loro interessi (economici).
    Personalmente ritengo una mera utopia credere che la politica e quindi la società possano cambiare, è difficile che il Sistema cambi dall’interno, insomma che si riformi da solo. Per questo motivo credo che gli unici cambiamenti possibili sono a livello individuale o di piccole comunità.

  5. Già, per una crisi culturale abbiamo bisogno di un cambio culturale; il che richiede tempo… La mia preoccupazione è che non abbiamo molto tempo, perché se il punto di collasso del sistema Terra è ancora fortunatamente lontano, quello di non-ritorno potrebbe non esserlo altrettanto….

  6. Il ragionamento è talmente elementare che solamente chi non vuol rifletterci non lo considera un elemento che dovrebbe condizionare le scelte dei governanti del mondo. Possibile che anche coloro che hanno accomulato enormi ricchezze (che se ne faranno poi) non capiscano che se il mondo arriverà al collasso non solo economico non ci saranno soldi che li possano salvare?????

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