Verso una grammatica della decrescita?

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Fino a poco tempo fa abbiamo parlato di paesi sotto-sviluppati e paesi sviluppati. Poi ci siamo resi conto dell’errore, e i paesi sotto-sviluppati sono divenuti “in via di sviluppo”. Adesso dovremmo rassegnarci a riprendere in mano i vocabolari per l’ennesima volta, e iniziare a parlare di paesi sovra-sviluppati. Il linguaggio modella i nostri schemi di pensiero, ci porta ad approvare o meno certe cose, svincolando le nostre decisioni dagli oggetti e vincolandole alle loro etichette.

E il linguaggio, come l’economia, è una questione di prospettiva. Le regole di una lingua sono soggette a due vincoli salienti: uno formale, la grammatica, e uno empirico, il linguaggio parlato e scritto. Così in economia abbiamo da un lato una grammatica dominante, il modello liberale di mercato – da cui derivano regole e istituzioni cogenti – , e i comportamenti degli individui dall’altro. Gli usi di una lingua, a volte, cambiano, e di riflesso cambiano le grammatiche. Può volerci del tempo, ma alla fine succede. La grammatica economica, al contrario, rinuncia alla sua funzione descrittiva, e anziché prendere atto dei suoi limiti di fedeltà empirica, modella il reale a sua immagine per legittimarsi, assumendo di fatto una funzione prescrittiva. Dopodiché, quando gli individui nati in un tale contesto egemonizzato dal punto di vista istituzionale e culturale (nell’accezione gramsciana), e in questo socializzati, iniziano ad agire in modo economicamente razionale (ossia secondo la logica utilitaristico-strumentale che si confà al modello), l’esultanza dei grammatici è generale: il modello è corretto, esso riflette la realtà!

Naturalmente l’antropologia e la storia economica mostrano che nel tempo si sono succedute diverse grammatiche, e alcune di esse, diametralmente opposte a quella liberale, rispecchiavano ognuna la propria realtà. In certi casi le grammatiche non erano scritte, ma abbiamo prove indirette del fatto che gli individui agissero secondo diversi tipi di razionalità (di volta in volta varianti o commistioni di razionalità strumentale e razionalità assiologica, e di mille altre sfumature dell’intenzionalità, quali altruismo e lealtà al gruppo, le quali fanno dell’uomo un essere assai lontano dal concetto smithiano di homo oeconomicus). La grande trasformazione, istituzionale e dell’immaginario, che ha coinvolto il mondo occidentale negli ultimi due secoli, e di cui ne illustra con dovizia di particolari le dinamiche il grande economista Karl Polany nella sua opera omonima, ha radici non già nel libero agire di mililioni di individui spinti dal perseguimento del proprio self interest, quanto in seno a una pluralità di disegni politico-normativi  che non hanno lasciato agli individui altra scelta che agire, come hanno agito, in conformità con tali dinamiche. La legge sulle enclosures ne è un esempio eloquente, ma se ne potrebbero fare molti altri.

Ed ecco sorgere l’industrialismo, gioia e dolore della nostra civiltà. I marxisti – bisogna citarli – hanno cercato di progettare una grammatica rivoluzionaria; ma hanno commesso l’errore opposto, quello di postulare un uomo la cui intenzionalità fosse indipendente dalle pulsioni del self-interest, assoggettando così l’industrialismo a una visione collettivizzata del benessere, che si è però tradotta quasi ovunque nel benessere di pochi governanti. Da notare che l’ecologia, in entrambe le grammatiche, trova spazio solo nelle appendici, quasi si tratti di una regola secondaria, e non invece, com’è in realtà, il presupposto affinché tutte le altre possano trovare espressione. Come dire: senza uomini e donne non v’è linguaggio, e senza piante e acqua e cibo e terra e vita non vi possono essere uomini e donne.

Dunque come dovrà essere la grammatica della decrescita? Innanzitutto dovrà ingegnarsi per cambiare la realtà attraverso gli uomini, e non gli uomini attraverso la realtà. Potrebbe sembrare un gioco di parole, ma la differenza, per quanto sottile, è di vitale importanza; si tratta di innescare una rivoluzione culturale che inizi da una de-routinizzazione delle pratiche quotidiane, da un loro ripensamento consapevole, supportato da idee condivise che maturino sulla base della diffusione delle informazioni che abbiamo sui grandi problemi del nostro tempo: il degrado degli ecosistemi, la scarsità di risorse, lo stress di una vita sempre più frenetica, la finanziarizzazione dell’economia e le conseguenze nefaste della globalizzazione, l’espansione della forbice fra ricchi e poveri nei singoli paesi e a livello globale, i rapporti di sfruttamento fra nord e sud del mondo e così via.

Una volta raggiunta una maggiore consapevolezza su questi ed altri problemi, la via democratica può consentire di affrontarli. Il fattore tempo, purtroppo, non è dalla nostra parte. L’importante è ricordare che una grammatica può fornirci gli strumenti analitici per interpretare i problemi, ma devono essere le persone a prendere l’iniziativa, e decidere come affrontare il cambiamento. Perché il cambiamento è già in atto: sta a noi far sì che divenga un cambiamento positivo.

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Federico Tabellini
Autore de 'Il Secolo Decisivo: storia futura di un'utopia possibile'. Nato a Brescia nel 1988. Da anni si interessa di tematiche ambientali, economiche e sociali. In passato ha pubblicato due paper su temi inerenti alla decrescita: "Degrowth and Sustainable Human Development: in search of a path toward integration" (Paper presentato alla Conferenza Internazionale sulla Decrescita, Venezia 2012) e "Sviluppo umano e sostenibilità ambientale: in cerca di una strada verso l’integrazione" (Vincitore della prima edizione del "Giorgio Rota Best Paper Award", Centro di Ricerca e Documentazione “Luigi Einaudi”, 2013). È laureato in Scienze Politiche, in Sociologia e in Linguistica Applicata. Attualmente vive a Barcellona.

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