Vocazionalità , questa sconosciuta

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Da molti decenni uomini politici, economisti, storici discutono sul divario nord-sud in Italia. Non tutti concordano sugli aspetti quantitativi del differenziale tra le due aree geografiche del Paese.Nel loro libro “Il divario Nord-Sud in Italia (1861-2004” Vittorio Daniele e Paolo Malanima ridimensionano le differenze nello sviluppo tra nord e sud. Essi sostengono che il PIL pro capite non era poi così diverso nell’Italia pre-unitaria e, in alcuni casi, quello di alcune regioni del sud fosse anche piu’ avanzato, come in Campania, rispetto a molte regioni del nord. Daniele e Malanima prendono anche in considerazione un “indice di sviluppo umano”, dove, al posto del PIL, vengono utilizzati altri indicatori; tra i quali compaiono: la statura media degli uomini in età della leva, l’alfabetizzazione, la vita media.la mortalità infantile. Emanuele Felice, storico-economista, contesta a Daniele e Malanima di avere fatto cattivo uso dei suoi dati, di quelli di Vera Zamagni e Stefano Fenoaltea, giungendo a conclusioni discutibili, perchè, secondo Felice, non è possibile confrontare le regioni del primo novecento con quelle ai confini attuali. Per cui, a suo dire, dati come quelli del Lazio, che al tempo non comprendeva le provincie di Frosinone e Latina, non sarebbero omogenei, perciò privi di significato.(1)
Ma, al di là delle valutazioni di tipo metodologico e quantitativo, tutti gli studiosi citati, oltre a Giovanni Federico, Guido Pescosolido,Giovanni Cafagna, e in tempi piu’ remoti Nitti, Romeo, Saraceno, concordano su un aspetto: dall’arretratezza certa ed evidente in cui versava l’Italia tutta a inizio novecento si poteva solo uscire con l’industrializzazione, iniziata nell’ultimo ventennio dell’ottocento e proseguita in epoca giolittiana.
Dunque l’industrializzazione viene da loro ritenuta come una fase economica nazionale indispensabile per superare il ruralismo: caratteristica tipica dei paesi arretrati.
Da questo punto di vista credo che si possano muovere alcune osservazioni di fondo.
La prima: c’è industrializzazione e industrializzazione. Installare impianti come il petrolchimico a Gela, impianti siderurgici, come l’ILVA a Piombino e a Taranto, a ciclo continuo da altoforno, per la produzione di ghisa poi da trasformare nei forni Martin-Siemens o nei convertitori Bessmer per ridurre il tenore di carbonio ed ottenere acciaio, fu scelta scellerata. Lo sviluppo non coincide necessariamente con l’industrializzazione. L’Italia è un paese povero di materie prime, se si fa eccezione per i modesti giacimenti dell’Elba e di Cogne (pirite, ematite e altri minerali di ferro, sotto forma di bisolfuri e sesquiossidi idrati). Dunque, per rendere competitive le merci italiane ai fini dell’esportazione, lo Stato dovette intervenire con misure protezionistiche, quali i dazi doganali e altri aiuti di Stato. Osserva Stefano Fenoaltea, parlando di un periodo, di circa ottant’anni successivo all’Unità: “Nel dopoguerra trionfava l’economia keynesiana, la microeconomia veniva trascurata. Peggio ancora, il principio di sostituzione che ne è l’asse portante veniva negato, all’interno dello stesso approccio microeconomico,  matrice di Leontief, che come strumento di programmazione si sposava bene coll’interventismo macroeconomico legato appunto a Keynes. Qualsiasi buon economista di inizio secolo — e gli economisti italiani di allora erano tra i migliori del mondo — avrebbe capito che sussidiando il capitale piuttosto che il lavoro si spinge l’economia locale a sostituire il capitale al lavoro: non solo a livello micro-micro, ossia nelle singole aziende, ma pure a livello per così dire macro-micro, ossia sviluppando settori intensivi in capitale piuttosto che settori intensivi in lavoro. I sussidi in conto capitale avrebbero insomma attirato le industrie più intensive in capitale (e dunque in sussidi), come la petrolchimica — a tutto danno (anche, nel caso, per le enormi esternalità negative) del turismo intensivo in lavoro.”(2)
Peraltro, aspetto non certo secondario, la caduta della domanda internazionale, prima per via della crisi economica del 1908 e poi, nel 1914, per l’inizio della Prima Guerra Mondiale, incoraggiò la conversione industriale verso la produzione bellica, a cominciare dalle commesse per la Marina Militare (peraltro iniziato già sul finire dell’ 800); successivamente, con la produzione di tutto il materiale bellico necessario, la pressione di gruppi industriali come Ansaldo, ILVA, FIAT fece in modo che l’Italia dichiarasse guerra all’Impero Austro-ungarico. Seicentocinquantamila morti, un milione tra mutilati, invalidi e deceduti in prigionia furono un prezzo troppo alto per rimediare a scelte sbagliate.
La seconda: l’industrializzazione non ha preso minimamente in considerazione la vocazionalità dei territori.
La terza: favorire un’industrializzazione oggettivamente in contrapposizione all’agricoltura non fu scelta oculata. Osserva Stefano Fenoaltea :”Se l’Italia post-unitaria avesse cavalcato la seconda rivoluzione industriale, invece di ripercorrere la prima, lo sviluppo sarebbe stato non solo più vigoroso, ma meno legato alle risorse naturali, idriche, delle prealpi. Sarebbe stato legato, piuttosto, alle risorse umane; e con una buona educazione tecnica diffusa a tutti i livelli e in tutto il territorio, lo stesso sviluppo sarebbe stato più equilibrato. Il fallimento dello sviluppo meridionale, il fallimento che ha generato il divario Nord-Sud, è il fallimento dello sviluppo nazionale. (3)
L’Italia di inizio novecento era il terzo produttore al mondo di seta ( mettendo assieme filati e tessuti) e il secondo, dopo la Russia, di canapa.
Tale posizione di dominio sui mercati internazionali andò via via scemando per mancanza di investimenti e per la tipicità della struttura produttiva italiana, basata essenzialmente sulla piccola e piccolissima proprietà; quando in altri paesi, come Francia, Inghilterra e Germania, alcune lavorazioni, come quella della seta, venivano eseguite in grossi opifici coi piu’ moderni macchinari per la monda dei bozzoli, per la cardatura e la torcitura dei fili e altrettanto moderni telai per la tessitura.
La quarta: benchè la sensibilità ecologica fosse ai minimi termini ad inizio novecento, va detto che lo sviluppo economico, dal nord a sud, avvenne a scapito dell’ambiente, in molti casi con una violenza tale da rendere l’aria, le acque di superficie e il suolo nella prossimità delle fabbriche in condizioni così problematiche da pregiudicarne il recupero; con ricadute assolutamente negative sulla salute delle persone,sia degli addetti ai lavori che della popolazione che abitava (ed abita) nelle vicinanze. E’ il caso dell’ILVA di Taranto di cui l’impatto ambientale è cronaca dei nostri giorni.
Queste quattro criticità (ma ce ne sono molte altre) aprono a piu’ valutazioni di merito e danno luogo a una serie di domande.
Davvero un paese come l’Italia, con le sue caratteristiche geofisiche e ambientali non avrebbe avuto alcuna altra prospettiva per migliorare l’indice di sviluppo umano e favorire il benessere della popolazione?
Davvero l’unico modo di svilupparsi è crescere in modo anarchico e decontestualizzato da qualsiasi vocazionalità?
Davvero si supera il sottosviluppo solo con un dirigismo centralista che, a tavolino, decide cosa sia meglio per i territori e, così facendo distrugge secoli di tradizione, di cultura, di saperi locali?
Davvero il cosmopolitismo è sempre da preferire al particolarismo, quasi che l’esperienza ricca di civiltà, di cultura, di saperi e spirito di iniziativa che ci è stata tramandata dai Comuni dell’alto Medioevo sia stata un’esperienza negativa, da dimenticare; come se si potesse cancellare secoli di storia?
Del senno del “poi” sono piene le fosse. E’ vero.
Nonostante i massicci interventi nel Mezzogiorno, tramite Istituti ad hoc (Cassa del Mezzogiorno, ora SVIMEZ), non solo il differeziale nord-sud non si è riassorbito, ma il divario aumenta in modo considerevole. L’Italia è piena di esempi di interventi a dispetto della vocazionalità che, nel tempo, si sono rivelati non solo sbagliati, ma anche controproducenti. Osserva Vittorio Daniele: “I fatti e i dati mostrano una storia diversa. Mostrano come differenze inizialmente modeste siano cresciute nel tempo. Come l’unificazione coincise, di fatto, con una crisi dell’industria meridionale. L’Unità – scrive il prof. Luigi De Matteo nel suo recente libro “Un’economia alle strette nel Mediterraneo” (Edizioni scientifiche italiane) – determinò nel Mezzogiorno un radicale mutamento delle condizioni di esercizio dell’attività industriale”. Le commesse statali vennero meno; stabilimenti vennero chiusi; il passaggio al liberismo contribuì alla crisi dell’economia meridionale. Per non dire della repressione del brigantaggio, con migliaia di morti. Rispetto al Sud, il Nord godette di alcuni vantaggi. Una maggiore disponibilità di fonti energetiche, una più diffusa scolarità, infrastrutture più sviluppate, una geografia più favorevole.” (4)
A chi scrive piace immaginare che con ottica da statisti non asserviti al profitto del capitale, i politici potevano immaginare uno sviluppo basato sulle risorse locali, sulla valorizzazione della manodopera, piuttosto che sull’apporto di capitali, per lo più di provenienza estera, vista la scarsa disponibilità di mezzi del capitalismo nostrano. Dunque forza lavoro contro capitale, data la grande disponibilità di braccia, di cui si è voluto fare a meno, obbligando masse imponenti di uomini e donne ad emigrare. Perchè ciò divenisse possibile serviva avviare un profondo percorso di riforme nell’Italia arretrata e ancora legata a retaggi tardomediovali della proprietà terriera. Il latifondo non fu mai messo in discussione, per non scontentare gli agrari; i quali, dopo la Prima Guerra Mondiale, saranno tra i primi “sponsor” del nascente Fascismo.
E oggi? Oggi vediamo un Paese che arranca. Esperita la fase dell’industrializzazione, coi noti risultati, rimane una orditura economica quanto mai frammentaria e sempre piu’ localizzata in alcune aree. Fatto 100 il PIL medio nazionale il Sud è a quota 56: segno di una arretratezza cronica. La globalizzazione ha imposto nuove sfide alle quali non si sa rispondere. La passerella di Expo 2015, piena di retorica e pompose dichiarazioni di principio, altro non fa che evidenziare l’assenza di un progetto, un grande vuoto di prospettive.
Un paese come l’Italia che è senza materie prime non può che ripensare in termini sostenibili il proprio sviluppo. Non può che ripartire dai territori, dalle specifiche vocazionalità. Quello che serve non sono mega-progetti pensati a Roma, ma tanti micro-progetti elaborati e portati avanti dai territori. Ciò che va bene a Bolzano non può andare bene a Palermo; e viceversa.

Note:
(1) Emanuele Felice- Perchè il Sud è rimasto indietro ed. Contemporanea
(2) Stefano Fenoaltea – Rivista di Politica Economica , Marzo – Aprile 2007
(3) Stefano Fenoaltea – ibidem
(4) Vittorio Daniele – http://www.zoomsud.it/index.php/cultura/75261-renzi-l-unita-d-italia-e-il-divario-nord-sud-daniele.html
https://it.wikipedia.org/wiki/Sistema_input-output matrice di Leontief

BIBLIOGRAFIA:
Francesco Barbagallo – La questione italiana. Il Nord e il Sud dal 1860 a oggi
Carlo Bardini – Senza Carbone nell’Età del Vapore – Bruno Mondadori 1998
Bevilacqua P., Breve storia dell’Italia meridionale dall’Ottocento ad oggi, Donzelli, Roma 1993.
Cafagna L., Dualismo e sviluppo nella storia d’Italia, Marsilio, Venezia 1989.
Giorgio Candeloro – Storia dell’ Italia Moderna – Feltrinelli
A. Caracciolo, L’ingresso delle masse sulla scena europea, in A. Caracciolo et al., Il trauma dell’intervento 1914-1919
Carlo Ciccarelli e Stefano Fenoaltea, “La produzione industriale delle regioni d’Italia, 1861-1913″
Alberto Cova – Economia, Lavoro e Istituzioni nell’Italia del Novecento
Daniele V., Malanima P., Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia (1861-2004), in «Rivista di Politica Economica», 97, 2007, pp. 267-315
Amedeo Lepore -Il divario nord -sud dalle origini ad oggi. Evoluzione storica e profili economici
Guido Pescosolido – Unità nazionale e Sviluppo Economico in Italia 1750 – 1913 Ed. Nuova Cultura
Vera Zamagni – Dalla rivoluzione industriale all’integrazione europea. Breve storia economica dell’Europa contemporanea

Fonte immagine in evidenza: Wikipedia

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Daniele Uboldi
Originario della provincia di Sondrio, ho vissuto per molti anni a Sesto San Giovanni (MI) occupandomi di Garanzia della Qualità, prima come dipendente poi come libero professionista. Da otto anni vivo in una frazione del comune di Compiano (PR). Quando ci siamo tutti siamo in tredici persone. Cerchiamo , mia moglie ed io, di autoprodurre tutto quello che ci serve e di condividere con gli amici del GAS, del quale facciamo parte, acquisti e filosofia di vita. Sono laureato in Scienze Statistiche. Mi occupo di biodiversità come ricercatore. Sono coordinatore del Centro ISPRA dell'Appennino Parmense, per lo studio del suolo e degli effetti dell'impatto antropico.

3 Commenti

  1. Alcuni anni fa ho fatto uno studio sulle origini del sottosviluppo del Mezzogiorno d’Italia. Fu pubblicato sul sito di Aspoitalia nel dicembre 2007 col titolo “La globalizzazione in Italia e il sottosviluppo del Mezzogiorno”. Se questo studio l’avessi fatto adesso sicuramente avrei cambiato qualcosa e avrei introdotto la prospettiva della decrescita: ritengo però ancora validi i criteri adottati per la spiegazione delle origini del sottosviluppo del Mezzogiorno d’Italia e lo sviluppo diseguale fra le due parti d’Italia. Il lavoro è al seguente indirizzo

    http://www.aspoitalia.it/index.php/articoli/archivio-articoli-italiano-1/191-la-globalizzazione-in-italia-e-il-sottosviluppo-del-mezzogiorno

    Ciao

    Armando

    • Grazie Armando per il tuo contributo e per il link. Leggerò sicuramente quello che hai scritto sulle ragioni del divario Nord-Sud. Dopo avere accennato alla vocazionalità dei territori, vorrei cercare di approfondire l’argomento parlando del legame che esiste, secondo me, tra vocazionalità e decrescita.

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