CANTO NOTTURNO DI UN TUTOR ERRANTE…

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Mentore ErranteChe fai tu, luna, lontana? come fai,
Silenziosa luna?
Viaggi mane e sera, e vai,
Contemplando il deserto del ciel.
Ancor non sei tu paga
Di seguir Kepler?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di obbedir queste sue leggi?
Somiglia alla tua vita
La vita del tutore.

 

Sorge nel suo stupore
Move la greggia oltre all’aula, e vede
lontane questioni;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al tutor la sua vita,
Dedicata a voi? dimmi: ove tende
Questo studiar mio breve,
Il mio corso mortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo pensier nella sua mente,
Per le strade e tra la gente,
Pensieri acuti, formulae fatte,
Al vento, alla tempesta, e quando manca
L’oro, e la fiducia gela,
Corre via, corre, anela,
Cerca vettori e diagrammi,
Cade, risorge, e più e più s’affanni,
Senza posa o ristoro,
Lacero e deriso; infin ch’arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Meraviglia nuova, immensa,
che la vecchia credenza oblia.
Vergine luna, tale
E’ la vita che vale.

L’uomo crea a fatica,
Ed è rischio di morte il facimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
allerto il costruttore
si prende a consolarsi dell’aver fatto.
Poi che provando viene,
la scienza il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi di rimediar l’errore,
Ed accorto nell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa dal fattore alla sua prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè alla macchina dar vita
Chi poi quella consumar convenga?
Se utile e` il costrutto,
Perchè lo si fa brutto ?
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse attendi,
Questo viver terreno,
Il viaggiar nostro, l’anelar che sia;
Che sia questo volar, questo supremo
consumar del carburante,
Allontanar dalla Terra, e venir meno
Di ogni usata, preziosa compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Arrivar tacita e bella,
La spazionave nel tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
viaggi la navicella,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Lo Spazio co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al vecchio tutore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver coi miei pupilli
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Cosa c’e`nell’infinito, e quel profondo
Spazio vuoto? che vuol dir questa
Solitudine immensa? Che leggi sono?
Così meco ragiono: e l’Universo
Smisurato e superbo,
E dell’innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni roccia o cosa,
Girando senza posa,
Per tornar spesso là donde son mosse;
Uso alcuno, qualche frutto
Indovinar ci provo. Ma tu per certo,
Immortale viaggiatrice, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà voialtri; a me la vita è tale.

O greggia mia che studi, oh te beata,
Che l’ignoranza tua, credo, non sai!
Qualche invidia ti porto…
Non sol perchè d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma non t’invidio per lo sprecar del fato.
Ecco tieni lo smartofono in mano,
Tu se’ muta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza sosta consumi in quello stato.
Ed io pur seggo accanto all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E tanto allor io bramo,
Ed ho quasi qui cagion di pianto.
Quel che tu sappia o quanto,
cio che distruggi con quel che sei.
Ed io mi cruccio non poco,
O greggia mia, e di cio` mi sdegno.
Se tu studiar sapessi, ti chiederei:
Dimmi: perchè muovendo
A bell’agio, ozioso,
viaggia l’oggetto spaziale;
senza che nessun tedio l’assale?

Forse s’avess’io l’ale
Da volar oltre le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
Spinto dal tuono del projetto,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Cercando tale nuova scienza, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, officina o scuola,
E’ funesto chi crea qualche natale.

[di Giulio MANZONI, liberamente modificato dal noto Canto del Leopardi]

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Giulio Manzoni
Non credo nelle definizioni, ma dovendone scrivere una mi posso definire un inventore appassionato di autosufficienza. Ho studiato ingegneria meccanica, servito come ufficiale di Marina e fatto varie esperienze lavorative, dalla multinazionale al piccolo ufficio di progettazione. Poi ho deciso di diventare imprenditore nel campo della ricerca e sviluppo, realizzando sistemi di propulsione per nanosatelliti, sistemi ottici e nanosatelliti completi che permettono di ottenere immagini della terra a costi migliaia di volte inferiori a quelli dei satelliti normalmente usati dai governi e dalla grande industria. Negli ultimi anni mi sono dedicato allo studio di come le moderne tecnologie possono essere d'aiuto in una societa` sostenibile ed a misura d'uomo e ritengo di aver trovato la soluzione a patto di trasformare l'organizzazione del lavoro in modo da rivalutare la creativita` e l'efficienza dell'individuo in tutte le sue capacita` rispetto alla massimizzazione del profitto monetario.

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