Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa

1
1436

“Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo.”

W. Shakespeare, Romeo e Giulietta, atto II, scena II

Percorrevo la solita strada che percorro tutti i giorni per recarmi al lavoro, e passando di fianco ad un cantiere recentemente aperto, mi cade l’occhio su un dettaglio apparentemente insignificante. “Colle fiorito”, il nome del cantiere. Non ho ancora capito quale sarà la destinazione dell’area a lavori ultimati, forse un’area residenziale, forse un supermercato. Ma non è questo che mi interessa. Mi sono chiesta immediatamente perché denominare un quartiere “colle fiorito”, quando di colli non vi è l’ombra e gli unici fiori che ci potevano essere sono stati schiacciati dal cemento? Mi rendo conto che affibbiare nomi soavi, invitanti e che si richiamano ad uno scenario naturale e bucolico è una scelta che non colpisce solo il cantiere in questione ma che coincide con una tendenza più vasta. E’ forse lo stesso meccanismo per cui ai bagni della riviera adriatica vengono talvolta dati nomi che richiamano spiagge ben più attraenti, dando all’utente almeno l’illusione o la speranza che la realtà che si troveranno davanti possa richiamarne un’altra di gran lunga migliore. Probabilmente si tratta di una strategia di felicità tipica dell’umano quella di tentare di ammorbidire la propria percezione della realtà cambiando il nome alle cose. Ma forse questa tendenza ha anche molto da dire del nostro tempo e di alcuni pericoli; se sentiamo l’esigenza di nominare un cantiere (e una futura area urbana) facendo richiamo alla natura, proprio dove la natura (seppure incurata in questo caso specifico) è stata spappolata proprio dallo stesso cantiere che ne porta il nome, significa che abbiamo forse la coscienza molto sporca e che, in fondo, vivere nel cemento neppure ci piace. Ma lo facciamo, e poi tentiamo di illuderci di essere altrove. Ma la cosa grave, penso, è il fatto che questa strategia funziona, ed è altamente rischiosa. Se si entra in un fast food, penso in questo momento al re dei fast food, il McDonald’s, sembrerà in molti casi di entrare in un negozio di alimR-mcdonaldsenti biologici: pannelli raffiguranti prati verdi e mucche pasciute e in salute, tabelle nutrizionali, scritte che rassicurano il cliente sulla provenienza italiana della carne. Ebbene, tutti quanti sono a coscienza della qualità dei panini che vengono serviti in queste catene di fast food, ma in fondo ci piace vedere quelle immagini rassicuranti, ci piace illuderci che la realtà sia quella che il nome di “prodotto italiano” suggerisce. E questo meccanismo ci porta a neutralizzare il nostro “istinto” verso la felicità, facendoci addormentare in una felicità comoda, rassicurata da qualche nome od etichetta piazzata ad hoc. Ma in fondo lo sappiamo bene che “ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo”, o la sua essenza di cemento, non fiorito. E questa tentazione penso sia anche molto forte per quanto riguarda le tematiche ecologiche e legate all’ambiente: se è vero che c’è una sorta di “moda” dell’ambiente, che si riflette nel piazzare foglioline verdi nei loghi dei prodotti cosmetici o alimentari, nel prefisso “eco” piazzato ogni volta che il consumo è leggermente minore della norma, nell’arredamento che sfrutta pallet e simili, è anche vero che essa rischia di chiuderci nella stessa illusione del colle fiorito. Compriamo la crema per le mani “verde” (che poi quanto verde sia siamo in grado di verificarlo?), e ci accontentiamo di questo per sentirci immersi nella natura o degli ecologisti di prima linea. Viviamo in un’area che si chiama “Colle fiorito” perchè ci piace la natura. E quello che veramente conta rimane tale e quale a come è sempre stato, che la natura ci piace ma non siamo in grado di difenderla…ma noi, che più di tutto amiamo e ci fidiamo delle etichette, ancora non lo sappiamo.

CONDIVIDI
Articolo precedenteAntropologia di The Floating Piers
Articolo successivoDialettica e onestà intellettuale
Giulia Bassoli
Sono nata e vivo a Carpi (Mo). Mi sono laureata nel 2012 in lettere moderne presso l’università di Parma con una tesi su "Gomorra" di Roberto Saviano; attualmente sto completando gli studi in Italianistica all’università di Bologna. Spero di poter lavorare come insegnante presso le scuole superiori.

1 commento

  1. Il cinismo con cui oggi si persegue il profitto è INQUIETANTE E RIDICOLO insomma GROTTESCO….non si guarda più in faccia niente e nessuno, che si tratti di mascherare una devastazione ambientale come un intervento ecologico o vendere una fetenzia di prodotto come ecologico…come salvare quel poco di umanità che resta priva che venga schiacciata dal “leviatano economico”??…Cara Giulia cerchiamo di non mollare…ciao

Lascia un commento

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.