Fin che la barca va

Ma la barca non va più!

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Su questo blog in passato ho scritto un articolo a cui ho dato il titolo “La storia in una canzone”. Prendeva le mosse da una canzone di Francesco Guccini dal titolo “Il pensionato”.
Come ho scritto nell’articolo vedevo “in quella canzone di Guccini aspetti importanti della storia che si stava delineando negli anni settanta del XX secolo, in quel decennio che considero una età assiale nella storia moderna e che segna quindi uno spartiacque con quanto avvenuto fino a quel momento (per chi lo volesse leggere l’articolo è al link http://www.decrescita.com/news/la-storia-in-una-canzone/ ).


Foto 1
Vicino ai cassonetti viene buttato di tutto: però sono molto presenti gli articoli in pelle

Questo articolo invece prende le mosse da una canzone cantata da Orietta Berti nel 1970 e che si intitola “Fin che la barca va”. L’intento dell’articolo è quello di mettere in evidenza i rapporti complessi, dialettici, contradditori, non lineari e contorti dei vari fatti che compongono la realtà, ma, soprattutto, di mettere in evidenza che alla fine tutti i nodi vengono al pettine perché, alla fine, tutto deve “tornare” in un modo o nell’altro.

Questo è il video della canzone https://www.youtube.com/watch?v=zYwtkNRLVS8
di cui sotto viene riportato separatamente anche il testo (gli autori della canzone Panzeri-Pilat-Pace).
Il grillo disse un giorno alla
formica “il pane per l’inverno tu ce l’hai, perché protesti sempre per il vino, aspetta la vendemmia e ce l’avrai”
Mi sembra di sentire mio fratello
che aveva un grattacielo
nel Perù, voleva arrivare fino al cielo
e il grattacielo adesso non l’ha più.
Fin che la barca va lasciala andare,
fin che la barca va, tu non remare,
fin che la barca va, stai a guardare.
Quando l’amore viene il campanello suonerà,
quando l’amore viene il campanello suonerà.
E tu che vivi sempre sotto il sole tra pile
di ginestre e di lilla’
al tuo paese c’é chi ti vuol bene, perché sogni
le donne di città.
Mi sembra di vedere mia sorella che aveva un
fidanzato di Cantù,
voleva averne uno anche in Cina e il
fidanzato adesso non l’ha più.
Fin che’ la barca va, lasciala andare,
fin che la barca va, tu non remare,
fin che la barca va, stai a guardare.
Quando l’amore viene il campanello suonerà,
quando l’amore viene il campanello suonerà.
Stasera mi è suonato il campanello, è strano io l’amore ce l’ho già,
vorrei aprire in fretta il mio cancello,
mi fa morire la curiosità’.
Ma il grillo disse un giorno alla
formica “il pane per l’inverno tu ce l’hai”
vorrei aprire in fretta il mio cancello,
ma quel cancello io non l’apro mai.
Fin che la barca va, lasciala andare,
fin che la barca va, tu non remare,
fin che la barca va, stai a guardare.
Quando l’amore viene il campanello suonerà,
quando l’amore viene il campanello suonerà.
Fin che la barca va, lasciala andare,
fin che la barca va, tu non remare,
fin che la barca va, stai a guardare.
Quando l’amore viene il campanello suonerà,
quando l’amore viene il campanello suonerà.
Fin che la barca va, lasciala andare,
fin che la barca va, tu non remare,
fin che la barca va, stai a guardare.
Quando l’amore viene il campanello suonerà,
quando l’amore viene il campanello suonerà.

Orietta Berti interpretava molto bene questa canzone che sembrava che le fosse stata confezionata addosso.
La canzone fu composta nel 1970, quindi siamo negli ultimi anni di quel trentennio che, iniziato appena finita la seconda guerra mondiale, ha segnato la storia mondiale e che, col petrolio abbondante e a buon mercato e strappando in tutti i modi le risorse naturali alla Terra, pur tra forti sconvolgimenti sociali e ambientali, ha fatto vedere la vita in rosa. Sembrava che la storia umana non potesse che portare a un miglioramento delle condizioni di vita non solo delle popolazioni dei Paesi sviluppati ma anche di quelle di tutto il mondo.
La canzone però è segnata da altri sentimenti. La canzone “canta” altri valori: dice che non bisogna forzare la natura ma avere pazienza, dice che non bisogna forzare i rapporti sociali e i tradizionali modi di vita. Dice che non bisogna andare appresso a illusioni, di qualunque tipo fossero. Dice che bisogna prendere la vita come viene.
Come si vede è un canzone rivolta al passato e forse serve a lenire i forti sconvolgimenti sociali e ambientali (emigrazione, urbanizzazione, stravolgimento dei lavori e dei valori, ecc. che il boom economico aveva comportato), facendoci sognare passati modi di vita sereni e senza complicazioni (che forse non sono mai esistiti!).

Ma gli anni settanta del XX secolo possono considerarsi una nuova età assiale nella storia moderna, una età che separa la storia fino ad allora avvenuta con la storia che avverrà in futuro. Questo decennio segna la fine di quel trentennio iniziato con la fine seconda guerra mondiale e in cui ”L’uomo aveva la sensazione di avere finalmente messo le mani su una fonte di energia pressoché illimitata, che gli avrebbe permesso di trasformare a piacere la propria vita. Sapientemente alimentata da taluni interessi, l’ubriacatura del petrolio a volontà e a prezzi abbordabili faceva vedere la vita in rosa. La società dei consumi sembrava un obiettivo facile da raggiungere, rispondente alle aspirazioni di tutti. L’economia era in fase di espansione e la sua crescita sembrava assicurata per decenni, a tassi annui molto elevati. Ci si diceva che questo sviluppo, alla portata di un gran numero di paesi, avrebbe permesso ai più ricchi di soddisfare le proprie domande interne, pur contribuendo sostanzialmente al miglioramento della condizione dei paesi più poveri. L’appetito di una abbondanza materiale sempre maggiore poteva dunque essere soddisfatto senza pregiudicare il doveroso aiuto ai bisognosi. La cornucopia della tecnologia sembrava d’altra parte inesauribile, pronta a sfornare, una dopo l’altra, soluzioni miracolose a tutti i problemi umani.” (1)

La canzone, come si diceva, fu composta nel 1970 ma “Durante gli anni ’70, l’umanità ha oltrepassato la soglia in cui l’Impronta ecologica annuale era pari alla biocapacità annuale della Terra, ossia, l’umanità ha iniziato a consumare le risorse rinnovabili a una velocità maggiore di quella impiegata dagli ecosistemi per rigenerarle e a rilasciare un quantitativo di biossido di carbonio maggiore di quello che gli ecosistemi riescono ad assorbire. Questa situazione è chiamata “superamento dei limiti ecologici” (overshoot) e, da allora, è progredita ininterrottamente.” (2)
E, sempre negli anni settanta del secolo scorso, per la precisione nel 1971 e nel 1972 rispettivamente, sono pubblicati The Entropy Law and the Economic Process, la principale opera di Nicholas Georgescu-Roegen e il Rapporto sui limiti dello sviluppo (dal libro The limits to growth, I limiti dello sviluppo, di Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jørgen Randers e Williams Behrens III), con cui si prende coscienza della nuova aria che tira, delle nuove condizioni che si sono create.

Qual’è il problema?

Lo stimolo a scrivere questo articolo è partito da un programma televisivo condotto da Fabio Fazio che si intitola “Che tempo che fa” in cui da qualche tempo Orietta Berti è una ospite fissa. E’ difficile che segua interamente qualche programma per cui vedo spezzoni di programmi un po’ di qua e un po’ di là.
In una puntata precedente a quello a cui fra poco farò riferimento due ospiti (mi pare una attrice e un calciatore) avevano detto di avere rispettivamente 500 e 600 paia di scarpe. E’ da pensare che nella loro vita queste due persone abbiano comprato molte più paia di scarpe di quelle che avevano al momento e che, molto probabilmente, moltissime paia di scarpe (magari in buono stato se non appena usate) saranno state buttate via.
Qualche settimana dopo Orietta Berti fa l’affermazione di possedere 1.000 borsette anche se in effetti, sottolinea, ne utilizza quasi solamente una. Anche in questo caso bisogna dire che Orietta Berti nella sua vita avrà comprato un numero di borsette notevolmente superiore a quelle possedute al momento e che, molto probabilmente, moltissime, magari in buono stato o a stento usate, saranno state buttate via.
Girando per la città di Bologna (città in cui vivo dagli inizi deli anni ottanta) ho notato l’enorme quantità di oggetti che sono buttati via e che sono in ottime condizioni se non a stento usate. Fra questi oggetti un numero consistente è rappresentato da scarpe e borsette. .



Foto 2 e 3
Alcuni articoli in pelle alle volte non recano nessun segno di usura per cui è da pensare che siano stati buttati quasi senza essere mai stati usati.

Sono partito da una canzone di Orietta Berti che cantava una canzone che non era rivolta al periodo in cui fu scritta ma non era nemmeno rivolta al periodo che sarebbe iniziato in quel decennio per arrivare di nuovo a Orietta Berti che (in barba ai valori “cantati” in quella canzone) dichiara di possedere 1.000 borsette.
La realtà è veramente molto complessa, con molti fatti che si intrecciano in modo quasi inestricabile e sembra senza nessuna logica!!

Ma c’è qualcosa che non va in tutto questo?
Purtroppo esiste un grossissimo problema!
Le borsette e le scarpe sono fatte di pelle e cuoio.
La pelle e il cuoio sono ottenute dalla concia della pelle degli animali allevati e macellati. Si consuma molta carne e molto formaggio così ci sono molte pelli da utilizzare in seguito alla macellazione degli animali allevati: tutto si tiene e si giustifica a vicenda.
L’allevamento degli animali comporta un enorme consumo di combustibili fossili (necessari per coltivare foraggio e altre piante per alimentare gli animali: attività che a sua volta necessita di concimi chimici, acqua, carburante per le macchine agricole, ecc., ecc., ecc.) e conseguentemente un notevole danno per gli equilibri climatico-ambientali.
Ma la pelle degli animali deve essere conciata!
Ho fatto una breve e non approfondita ricerca su questo argomento ma ho visto che l’industria della concia delle pelli ha un peso di rilievo nell’attività manifatturiera italiana (ho letto addirittura che in Italia sono conciate il 66% di tutte le pelli conciate in Europa e il 16% di tutte le pelli conciate nel mondo). E nell’attività manifatturiera italiana ha un peso notevole la produzione di articoli in pelle (dalle scarpe alle borsette ai divani e a tanti altri articoli) in parte destinati all’esportazione.
Nella ricerca che ho fatto mi ha colpito il consumo energetico necessario per lo svolgimento della concia delle pelli e, soprattutto, il forte l’inquinamento che provoca. Il problema è ancora più grave tenendo conto che il forte inquinamento prodotto in Italia (dove bene o male ci sono normative che cercano di tutelare i lavoratori e l’ambiente) è una piccola cosa rispetto a quello prodotto in altri Paesi come l’India e in altri Paesi asiatici e africani in cui le norme a tutela dei lavoratori e dell’ambiente lasciano molto a desiderare.
Nel caso si volessero approfondire i temi legati alla concia delle pelli e alla sua importanza nell’economia italiana si consigliano i seguenti link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Concia
https://it.wikipedia.org/wiki/Industria_conciaria
http://www.unic.it/it/marchi.php


Foto 4
La concia delle pelli e la produzione di articoli in pelle sono settori importanti della manifattura italiana e delle sue esportazioni

Considerazioni finali: la barca non va più, bisognerà remare…e tante altre!

Quali considerazioni fare su quanto scritto?
Bisogna preventivamente dire qualcosa sulla particolare “democrazia” esistente in tutto ciò che è finanziato dalla pubblicità, che va dall’informazione all’intrattenimento e alla cultura in senso ampio.
Dice un proverbio che il cliente ha sempre ragione. Allo stesso modo si può dire che il consumatore-telespettatore ha sempre ragione. Ma i consumatori-telespettatori sono diversi: c’è chi la vuole cotta e chi la vuole cruda, c’è chi la vuole calda e chi la vuole fredda, ecc.
E l’informazione, l’intrattenimento, la cultura, ecc. (televisive e non solo) la dà cotta a chi la vuole cotta, la dà cruda a chi la vuole cruda, la dà calda a chi la vuole calda, la dà fredda a chi la vuole fredda, ecc.
Ricordo che alcuni anni fa e per diversi anni al programma di Fabio Fazio ha partecipato Luca Mercalli.
Questo scienziato, studioso di problemi climatici e non solo, nello spazio che gli era assegnato parlava dei problemi climatico-ambientali, dei rischi che l’umanità sta correndo e di tante altre cose interessanti e inquietanti.


Foto 6
Il sovra titolo, il titolo e il sotto titolo di questo libro sono una chiara sintesi del pensiero di Luca Mercalli

Visto che anche chi fa forti critiche a certe condizioni e comportamenti riceve lo spazio necessario per esprimere quando ha da dire, bisogna fare la considerazione che, in linea di massima, l’informazione è completa, è “democratica”. Quindi se le cose vanno così come vanno è perché, a conti fatti, così vogliamo che vada.

Ma le cose potranno ancora andare avanti in questo modo?
Facendo un discorso oggettivo la risposta dovrebbe essere negativa. Però bisogna prendere coscienza di questo. Ma prenderemo coscienza e inizieremo a comportarci diversamente, a basare la nostra vita su altri valori solamente quando “avremo l’acqua addosso” (si dice al mio paese), quando qualcuno o qualcosa presenterà un conto che non potremo più non pagare.
Per essere più precisi che cosa porterà a una inversione della direzione in cui stiamo andando?
La realtà è stata sempre multi-determinata per cui sarà multi-determinata la realtà futura. Ma che cosa porterà a una inversione di rotta?
Cerco di indicare i più importanti fattori, fra di essi in un complesso e dialettico rapporto, che porteranno a una inversione di rotta:
1) I cambiamenti climatico-ambientali saranno sempre più distruttivi;
2) I rapporti con le aree produttrici di risorse energetiche e naturali in genere saranno sempre più tesi: queste aree sono estromesse dallo sviluppo, non sono proprietarie del loro destino e faranno di tutto nel non diventare un hopeless continent, come è diventata l’Africa nera (il terrorismo cosiddetto islamico è da vedere in questa prospettiva [a tale riguardo invito alla lettura del mio http://www.decrescita.com/news/ipotesi-sulle-cause-e-gli-obiettivi-del-terrorismo-cosiddetto-islamico/ ]);
3) Le risorse naturali facilmente estraibili e quindi a buon mercato si avvieranno all’esaurimento;
4) La ricerca di nuovi valori che riempiano la vita al posto del consumo per il consumo;
5) Le forti tensioni sociali come conseguenza delle scelte che si dovranno fare (la scelta dei ceti sociali nelle cui tasche bisognerà mettere le mani) e come causa forzante di ulteriori scelte.

Più volte nella canzone “Fin che la barca va” c’è il seguente ritornello:
“Fin che la barca va, lasciala andare,
fin che la barca va, tu non remare,
fin che la barca va, stai a guardare.”

Questo ritornello nella canzone fa riferimento non alla realtà del periodo in cui la canzone è stata composta e portata la successo da Orietta Berti ma a una realtà precedente: ma questa realtà precedente forse è più ideale che realmente avvenuta, e forse la canzone esprime una esigenza, un desiderio di condurre una vita serena e senza complicazioni.
Se quel ritornello non era attinente al periodo che si attraversava quando la canzone fu fatta e cantata a maggior ragione non può fare riferimento all’attuale realtà.
Avviene infatti che la barca non va più!
La crisi iniziata formalmente nel 2008 sembra non avere fine perché le condizioni strutturali su cui si basa sono appunto strutturali e affondano le radici in quella età assiale a cui prima si faceva riferimento.
Dice uno studioso della decrescita: “Se, come credo, le economie capitalistiche avanzate sono entrate già da quaranta anni (quindi dagli anni settanta del XX secolo!!, n.d.r.) in una fase di rendimenti decrescenti questo non dipende solo dalla riduzione nella produttività degli investimenti delle multinazionali. Siamo di fronte ad un fenomeno di ben più vasta portata che comprende la riduzione della produttività dell’energia (EROEI), dell’estrazione mineraria, dell’innovazione, delle rese agricole, dell’efficienza dell’attività della pubblica amministrazione (sanità, ricerca, istruzione), oltre che di una sostanziale riduzione della produttività legata al passaggio da un’economia industriale a una fondata sostanzialmente sui servizi. E soprattutto, ……., si tratta di un fenomeno evolutivo e dunque incrementale.” (3)

A questo punto bisognerà prendere coscienza che la barca non va più, che non si può rimanere a guardare ma che bisognerà remare, bisognerà stabilire in che direzione andare, su chi graveranno maggiormente i sacrifici da fare e bisognerà fare tante altre scelte difficili… sperando che ciò sia possibile e che non si affondi e parecchi affoghino!!

E’ stato detto in precedenza dei rapporti complessi, dialettici, contradditori, non lineari e contorti dei vari fatti che compongono la realtà: la stessa canzone che dice
“Fin che la barca va lasciala andare,
fin che la barca va, tu non remare,
fin che la barca va, stai a guardare.”
dice anche
“Il grillo disse un giorno alla
formica “il pane per l’inverno tu ce l’hai, perché protesti sempre per il vino, aspetta la vendemmia e ce l’avrai”
che significa che non bisogna forzare la natura!
Dice anche
“E tu che vivi sempre sotto il sole tra pile
di ginestre e di lilla’
al tuo paese c’é chi ti vuol bene, perché sogni
le donne di città.”
che vuole dire che bisogna ripristinare i modi di vita e i rapporti sociali di una volta (seppure [doverosa aggiunta], con le necessarie modifiche migliorative apportate dallo sviluppo scientifico e culturale).

Ho l’impressione che il futuro che avremo di fronte sarà molto interessante… comunque vada!!

1) Aurelio Peccei Cento pagine per l’avvenire” pagg. 58-59 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Milano 1981
2) Living Planet Report 2010, pag. 34
3) “Ecco la fine della crescita ovvero: tecnocrazia stadio supremo del capitalismo” di Mauro Bonaiuti, pubblicato giovedì 23 gennaio 2014 sul blog Maintream

Le foto sono state tutte fatte da me a eccezione della Foto 5 che è stata ripresa da www.ultimariga.it

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Armando Boccone
Sono nato in Lucania nel lontano 1951 e abito a Bologna da circa trent’anni. Ho sempre avuto interesse, da più punti di vista, verso i “destini” (sempre più dialetticamente interconnessi) dell’umanità: da quello dei valori culturali che riempiano l’esistenza a quello delle condizioni materiali di vita (dall’esaurimento delle risorse naturali ai cambiamenti climatici, ecc.). Ho visto nel valore della “decrescita” un punto di partenza per dare un contributo alla soluzione dei gravi problemi che l’umanità ha di fronte.

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