Il Portale dei Saperi

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La crisi dell’attuale modello produttivo-consumistico

La crisi economica a cui stiamo assistendo può essere meglio compresa proprio se la intendiamo come crisi da sovrapproduzione. Deriva dalla straordinaria capacità produttiva del sistema capitalistico che si è sviluppato sopra una concezione sbagliata del rapporto uomo-natura e sulla illusione che il “benessere” dipendesse direttamente dal soddisfacimento della massima quantità di merci prodotte (consumismo), dimenticando che avere troppe cose rende limitato il tempo per il piacere immateriale e non aumenta lo stato di benessere dell’uomo perché sposta ad un livello diverso tutti i suoi bisogni. Si crea un circolo vizioso per cui la soddisfazione dei propri bisogni e desideri non fa che aumentare l’insoddisfazione e dunque produce ancora più bisogni da soddisfare. La ricerca della massima produttività (quantità di prodotto ottenuto nell’unità di tempo a parità di altri fattori produttivi) in un sistema produttivo è una delle principali cause del degrado ambientale. L’illusione propagandata dai mass-media che il “benessere” dipendesse direttamente dalla quantità di merci prodotte e consumate, dimentica che avere troppe cose rende limitato il tempo libero e non aumenta lo stato di benessere dell’uomo, perché sposta ad un livello diverso tutti i suoi bisogni.

Il risultato finale è uno stato di malessere psicofisico caratterizzato da eccessiva irritabilità (nevrosi) nelle persone che volenti o nolenti sono ridotti a meri consumatori e spettatori.

Il mancato rispetto dei principi ecologici e la rottura dei rapporti sociali basati sulla solidarietà sono il prezzo che si paga per questo modello di sviluppo.

Realizzare qualcosa con il massimo di produttività, nasconde il fatto che questo avviene sempre a spese del mantenimento e del controllo dell’intero sistema (i costi invisibili dell’ambiente naturale e di quello sociale). Dietro le quinte dei 500 ipermercati italiani, per esempio, ogni anno si gettano nei rifiuti 55.000 tonnellate di cibo che, seppur prossimo alla scadenza, potrebbe essere tranquillamente mangiato. Il nostro modello di sviluppo è fondato sulla circolarità forzata produzione-consumo: si producono merci per soddisfare bisogni, ma si producono anche bisogni per garantire la continuità della produzione delle merci. Queste devono essere rapidamente consumate per essere sostituite; e poiché non possono essere troppo fragili, altrimenti nessuno le comprerebbe, è sufficiente che sia fragile una loro parte. Cosi il “pezzo di ricambio” non esiste, o è venduto a un prezzo talmente alto da non rendere conveniente la riparazione.

Le ragioni che rendono inaccettabile il sogno di ricchezza cosi come è immaginato e perseguito oggi sono:

–          Mistificazione a proposito del valore della ricchezza. La credenza che “chi è ricco può fare tutto ciò che vuole, perché tutto può essere acquistato” è una falsa verità.

–          Svalutazione dello sforzo individuale e collettivo.

–          Si crede di poter guadagnare denaro facilmente, non solo con il gioco d’azzardo o l’imbroglio, ma anche attraverso mezzi illeciti.

–          Trionfo dei beni privati.

–          Scomparsa della cultura dei beni e dei servizi comuni.

–          Indebolimento della cultura della condivisione e della solidarietà.

La crisi scoppiata con il crac di Lehman Brothers il 15 settembre del 2008 è stata l’esito naturale di decenni nei quali l’economia e soprattutto la finanza sono state concepite solo come strumenti per creare non vero sviluppo per tutti ma una ricchezza, esclusivamente economica, sempre più concentrata nelle mani di pochi e quindi distribuita in modo sempre più diseguale.
Ma è stata anche l’occasione, per mettere davvero in discussione il sistema di produzione-consumo così come l’abbiamo conosciuto finora: un sistema altamente e irrimediabilmente insostenibile sotto tutti i punti di vista, economico, sociale, ambientale, dei diritti umani e del lavoro. Se coloro che frequentano i luoghi in cui si prendono le grandi decisioni che valgono per centinaia di milioni di persone non sono stati capaci (non hanno voluto?) cambiare direzione, e ancora oggi con la crisi in corso non dimostrano né la lucidità né la volontà per imprimere un vero cambiamento al corso degli eventi, l’unica strada possibile è quella di mettere in discussione le nostre scelte individuali.

Il fallimento di tutti i vertici internazionali, le crisi economiche, finanziarie e bancarie, la deforestazione, il crescente inquinamento, la mercificazione dilagante, la diffusione dei brevetti nel campo agroalimentare, l’uso di pesticidi, ormoni, antibiotici nel nostro cibo, la medicalizzazione della società, la tele-dipendenza e la videocrazia…

Questo elenco, che potrebbe riempire intere pagine, ci ha spinti a dire BASTA!

Che fare per cambiare le cose?

Il gioco parte cominciando a riprenderci la nostra capacità di pensare, di scegliere, e di agire solo dopo aver pensato. E giocando si scopre che c’è una serie infinita di passi (buone pratiche) che si  possono fare partendo dai singoli ed arrivando all’intero universo: si può scegliere, ad esempio, di non mangiare carne o mangiarne meno per alleggerire la nostra impronta ecologica, oppure di autoprodurre parte di ciò che si acquista, recuperando anche saperi che si vanno perdendo. Si può decidere, in un gruppo più ampio, come la famiglia, di diventare “bilancisti”, cioè di analizzare i propri consumi e le proprie scelte economiche perché siano sempre più orientate a principi di  giustizia, rifiutandosi di essere causa di squilibri ed iniquità.

Le buone pratiche

Una serie di buone pratiche si possano realizzare, anche con eventi singoli che orientino il confronto e la condivisione e favoriscano la nascita di una consapevolezza che induca al cambiamento del proprio stile di vita, che ci chiedano “cosa facciamo insieme?”, che recuperino il Saper Fare e ci facciano ritrovare contagiosamente vicini. Ripensare la società significa anche ripensare il lavoro, il suo ruolo nella vita di ciascuno, il suo reale obbiettivo: La nuova accezione del lavoro deve offrire l’opportunità di uscire dalla perenne precarizzazione della Vita, di riscattare il proprio tempo e ripensare il proprio posto nella comunità oltre la produttività di ciascun individuo.

Si può pensare a laboratori di autoproduzione, ad incontri con piccoli produttori locali per favorire la nascita di GAS, all’approfondimento della teoria della moneta locale alternativa (circuito SCEC), alla possibilità di mettere in piedi una banca del tempo locale.

La sobrietà come fattore di cambiamento

Spesso si sente dire che cambiare è difficile, che non si può fare molto, che tanto non c’è speranza. Io credo, invece, che cambiare la realtà sia meno difficile di quanto si pensi. A volte basta volerlo. Perlomeno cambiare la propria realtà, che poi è la prima e più importante cosa da fare se si vuole cambiare anche il resto. Un reale, convinto, profondo ed efficace cambiamento si può realizzare se si ha come obiettivo il miglioramento della propria qualità della vita, che non significa solo un ambiente migliore, ma un miglioramento complessivo delle proprie condizioni di esistenza, non ultimo degli aspetti relativi a un accrescimento “spirituale” della stessa. Monitorare i propri consumi per cambiare l’economia mediante piccoli gesti quotidiani sembra l’unica alternativa per una critica profonda verso l’attuale modello di sviluppo, insieme alla ricerca di uno stile di vita praticabile da subito partendo dal principio della sobrietà. La sobrietà è uno stile di vita secondo il quale si dà il giusto peso ai bisogni reali e si tende ad eliminare quelli indotti dalla pubblicità. La sobrietà non è sacrificio, è la capacità di scegliere ciò che serve (anche da un punto di vista estetico) e ciò che invece non solo è inutile, ma spesso è ingombrante , nocivo, fastidioso. In altre parole, esiste un legame sotterraneo tra il ben vivere e la sobrietà.

 

Non nemici da combattere ma squilibri da sanare

Produrre, consumare, risparmiare, viaggiare. Queste le quattro declinazioni possibili per uno stile di vita in equilibrio con l’ambiente e con i diritti degli altri popoli. È la cultura di una nuova ed altra economia, che si pone il problema di come dare il “giusto valore” alle persone, all’ambiente, alla solidarietà tra paesi più e meno fortunati. Tutto questo può avere senso economico e sono ormai innumerevoli le esperienze che lo dimostrano: il commercio equo e solidale, la finanza etica, il turismo responsabile, l’agricoltura biologica.

Ripensare a nuovi rapporti

La collaborazione solidale significa lavorare insieme per promuovere rapporti sociali ed economici in cui il ben vivere di ciascuno è condizione del ben vivere di tutti.

Il vivere bene implica uno stile di vita sobria ed in qualche modo una condivisione dei beni comuni, attraverso la rete economica della collaborazione solidale per facilitare la ridistribuzione della ricchezza coniugando insieme la giustizia sociale con le libertà individuali.

1)      Un nuovo rapporto con le cose;

2)      Un nuovo rapporto con le persone;

3)      Un nuovo rapporto con la natura;

4)      Un nuovo rapporto con la mondialità.

1) Un nuovo rapporto con le cose

L’economia solidale consente lo spostamento dalla domanda di produzione di beni tradizionali, ad alto impatto ambientale, alla domanda di produzione di beni relazionali, che invece comporta il consumo di quantità molto modeste di materia ed energia. Le relazioni di reciprocità, su cui si fonda l’economia solidale, necessitano infatti di un supporto energetico e materiale molto modesto; tuttavia permettono di generare un alto grado di benessere non solo in chi “consuma” i beni, ma anche in chi li “produce”. Inoltre lo stretto legame col territorio ed il carattere locale delle attività che operano nell’ambito dell’economia solidale, permettono di controllare l’intero ciclo di vita del “prodotto” e, conseguentemente, di avviare le progettazione di un’economia ecologicamente sostenibile. In conclusione, l’espansione dell’economia solidale, attraverso la produzione di beni relazionali, non solo crea valore economico laddove è possibile ridurre al minimo la degradazione dell’energia e della materia (sostenibilità ecologica), ma costituisce anche una potente via per la realizzazione di un’economia giusta, riequilibrando il processo di concentrazione della ricchezza a cui stiamo assistendo (sostenibilità sociale).

 

2) Un nuovo rapporto con le persone

Le pratiche di economia solidale si identificano dalla loro attenzione verso i seguenti elementi:

– nuove relazioni tra i soggetti economici basate sui principi di reciprocità e cooperazione;

– giustizia e rispetto delle persone (condizioni di lavoro, salute, formazione, inclusione sociale, garanzia dei beni essenziali);

– rispetto dell’ambiente (sostenibilità ecologica);

– partecipazione democratica (autogestione, partecipazione alle decisioni);

– impegno nell’economia locale e rapporto attivo con il territorio (partecipazione al “progetto locale”);

– disponibilità a entrare in relazione con le altre realtà dell’economia solidale condividendo un percorso comune;

– impiego degli utili per scopi di utilità sociale.

3)     Un nuovo rapporto con la natura

La Carta della Terra (documento ufficiale dell’umanità pubblicato nel 2000) ha tracciato il cammino di come vivere le relazioni con la natura: “Adottando stili di vita capaci di sottolineare la qualità della vita e la sufficienza dei materiali in un mondo di risorse finite. Dobbiamo ricostruire le nostre relazioni con l’ambiente: rapporti non violenti intrisi di rispetto, attenzione e passione ambientale perché la terra non è una merce ma un organismo vivente che genera vita per tutti i suoi esseri.

4)      Un nuovo rapporto con la mondialità

Sostenibilità sociale significa anche garanzia di rispetto delle persone quali portatrici di un’identità culturale peculiare, che mai come ora ha la possibilità di entrare in contatto con identità culturali ben diverse. La sfida di oggi è passare da una società multiculturale a una interculturale, dove le differenze e le diversità culturali, etniche, religiose, sociali e sessuali non entrino in conflitto, ma creino la convivialità delle differenze. L’alternativa a questa globalizzazione parte da qui: da un progetto politico che valorizzi

le risorse e le differenze locali promuovendo processi di autonomia cosciente e responsabile, come alternativa al mercato unico.

In tal senso si può prospettare uno scenario definibile anche come globalizzazione dal basso, solidale, non gerarchica, la cui natura è comunque quella di una rete strategica (anche internazionale, mondiale) tra società locali.

 

La globalizzazione solidale dal basso

L’unica via di uscita da questa crisi è capovolgere l’attuale sistema economico, fondando una economia che rispetti le comunità locali ed i beni comuni con una loro gestione partecipata, dove i cittadini sono protagonisti, consapevoli che i loro comportamenti quotidiani, i loro stili di vita possono promuovere una nuova economia che si regge sulla collaborazione solidale.

L’alternativa a questa globalizzazione parte da qui: da un progetto politico che valorizzi le risorse e le differenze locali promuovendo processi di autonomia cosciente e responsabile,

di rifiuto del mercato unico. C’è bisogno di un’economia solidale, un’economia davvero al servizio dell’uomo, basata su principi e criteri diversi, con una filosofia diversa e obiettivi diversi, sostenibile sotto ogni punto di vista, sociale, ambientale, dei diritti e del lavoro da dove partire per costruire un altro sistema, stavolta sostenibile, equo e solidale. Occorre ripartire dalle singole azioni quotidiane di ciascuno di noi, che alla fine sono quelle che, moltiplicate all’infinito, consentono al sistema non sostenibile di perpetuarsi. Un cambiamento, dunque, da costruire dal basso, acquisendo la consapevolezza che è possibile ma che dipende da noi e che solo così è possibile influenzare le decisioni che vengono prese dall’alto.

Un’altra mondializzazione sta nascendo: quella del desiderio di un mondo diverso, di un’altra globalizzazione, pacifica e solidale. In tal senso si può prospettare uno scenario definibile anche come globalizzazione dal basso, solidale, non gerarchica, la cui natura è comunque quella di una rete strategica (anche internazionale, mondiale) tra società locali.

La maggioranza delle persone desidera una società più giusta e pacifica, un’economia etica, uno sviluppo ecosostenibile, un’umanità più consapevole. Sono coloro  che, in Italia e nel mondo, auspicano stili di vita più sani e autentici, ispirati ai valori della pace, dei diritti umani, dell’ambiente, della qualità della vita, delle relazioni consapevoli e costruttive, della crescita personale e spirituale.

Decrescita e sviluppo sostenibile

La Decrescita rappresenta una transizione verso una società diversa, una società fondata sui beni comuni,sulla relazione e sulla reciprocità anziché sul mercato e i personalismi. Oggi sappiamo che consumiamo troppo, mangiamo troppo, buttiamo troppo (e i nostri rifiuti ce lo dimostrano). Soprattutto viviamo nella convinzione che sia possibile una crescita infinita in un luogo, quale è il nostro pianeta, finito, ignorando limiti ed entropia.

La definizione di sviluppo sostenibile, recita: “Lo sviluppo sostenibile è quello sviluppo capace di soddisfare i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità delle future generazioni di soddisfare i propri”. Ciò significa stabilire un legame indissolubile fra l’utilizzo che si fa oggi delle risorse del pianeta e quello che ne potranno fare quelli che verranno dopo di noi. A cui lasceremo il pianeta in eredità.

Da tredici anni, la città di Porto Alegre (e da quasi dieci anni alcune altre) stanno implementando un processo di Bilancio Partecipativo dimostrando che la società civile organizzata può FARSI CARICO (e molto bene) del destino dei fondi pubblici, in coogestione con lo Stato;

– da poco più di sei anni, in Argentina, esperienze con un alto grado di autogestione, dimostrano che la società civile disorganizzata può organizzarsi per creare un NUOVO MERCATO SENZA DENARO CONVENZIONALE che rende possibile duplicare ed addirittura quintuplicare gli introiti dei nuclei famigliari interessati dalla disoccupazione e dal lavoro sommerso, per mezzo del multibaratto con la moneta sociale.

Progettare insieme un’alternativa praticabile è possibile. Bisogna progettare un programma di governo locale e partecipare politicamente alla sua realizzazione attraverso reti civiche solidali: un movimento civico che sappia coniugare insieme la giustizia sociale con le libertà individuali e promuovere attraverso la democrazia partecipativa e deliberativa un modello di sviluppo locale autosostenibile fondato sulla condivisione sociale dei beni comuni.

 

Beni comuni

I beni comuni sono beni indivisibili, accessibili a tutti, condivisibili da tutti e patrimonio di tutti.

– Occorre individuare e definire con la partecipazione dei cittadini, prima di ogni progetto di trasformazione, le “risorse essenziali”, le “invarianti strutturali” e lo “statuto del territorio”.

Significa che è necessario individuare gli elementi checostituiscono l’identità del territorio come insieme di beni patrimoniali “comuni” e le regole per la loro valorizzazione “sostenibile”. E’ importante discutere e identificare i beni patrimoniali comuni del territorio:

– – le risorse essenziali del territorio: aria, acqua, terra, energia

– – il patrimonio storico, artistico e culturale

– – l’ambiente naturale

– – il paesaggio

– – le forme di conoscenza collettiva

– – i saperi e le culture locali

I principi dell’economia solidale

 

L’economia solidale si basa sul rispetto dei seguenti principi:

– eco-compatibilità,

per minimizzare l’impatto dei processi produttivi, distributivi e di smaltimento sull’ecosistema in modo da favorire la salute e la qualità della vita;

– trasparenza,

per rendere controllabili i comportamenti in campo sociale, finanziario ed ambientale e nel rapporto con i lavoratori, i clienti, i consumatori e gli altri portatori di interesse;

– equità e solidarietà,

per ridistribuire in modo equo il valore creato e riequilibrare, in un’ottica solidale, le relazioni socio-economiche sia a livello locale che globale e all’interno delle filiere produttive;

– buona occupazione,

per superare la precarietà dei rapporti di lavoro e valorizzare le competenze di tutti gli attori presenti sul territorio in un’ottica di inclusione sociale;

– partecipazione, per il coinvolgimento dei lavoratori, dei destinatari delle attività e degli altri portatori di interesse nelle sedi e nei momenti decisionali.

L’economia solidale riguarda, in particolare, i seguenti ambiti:

– agricoltura biologica;

– produzione di beni eco-compatibili;

– commercio equo e solidale;

– consumo critico;

– finanza etica;

– risparmio energetico ed energie rinnovabili;

– riuso e riciclo di materiali e beni;

– sistemi di scambio non monetario;

– software libero;

– turismo responsabile.

 

I DISTRETTI DELL’ECONOMIA SOLIDALE (DES)

Il Distretto dell’Economia Solidale, organizza cooperative e micro imprese insieme alle associazioni dei consumatori (Gruppi di Acquisto Solidale, di consumo critico, commercio equo), ai risparmiatori-finanziatori (Banca etica, associazioni per il microcredito, assicurazioni etiche), accorciando così le filiere di produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi, valorizzando le risorse territoriali locali.

Il Distretto dell’Economia Solidale (DES) si configura come un tentativo di perseguire, attraverso il metodo della partecipazione attiva dei diversi soggetti economici, i principi della sostenibilità ecologica e sociale, della cooperazione e reciprocità nella valorizzazione del territorio:

– i soggetti che aderiscono al DES stringono tra loro patti di solidarietà che li impegnano reciprocamente ad acquistare beni e servizi prioritariamente dalle altre aziende dell’economia solidale ad un prezzo ritenuto “equo”.

– gli Enti Locali (in particolare i Comuni) interessati al progetto, favoriscono sul loro territorio la formazione dei DES, agevolando il coinvolgimento dei soggetti economici e delle loro associazioni – i risparmiatori finanziatori e le loro strutture esecutive finanziano imprese e progetti dell’economia solidale;

– le associazioni in sintonia con i principi dell’economia solidale ne diffondono la cultura;

– insieme, attraverso la realizzazione di reti corte di produzione e consumo, tutti questi soggetti praticano e producono cultura e informazione sui temi e sulle esperienze dell’economia solidale.

Per questo scopo possiamo indicare una serie di criteri a cui il nuovo modo di fare ingegneria dovrebbe riferirsi per aumentare la qualità del sistema produttivo:

– Capacità di progettare sistemi di produzione che creano beni e servizi, con tecnologie appropriate all’ambiente naturale

– Progettare prodotti in modo da minimizzare il contenuto di risorse, utilizzare materiale biodegradabile ed estenderne la durata

– Fare il Bilancio Ambientale dei sistemi di produzione.

Analizzare i processi produttivi, i prodotti, i servizi, in un’ottica globale  (Analisi del ciclo di vita = LCA) riducendo al minimo gli effetti negativi sull’ambiente – Sapere coniugare la sufficienza della prestazione con la tecnologia disponibile più efficiente (es. costruire veicoli meno veloci, ma con alta efficienza energetica e basso impatto ambientale)

– Sapere progettare strutture economiche regionali basate sull’uso delle risorse locali, recupero e riciclo della materia, mettendo in rete le industrie locali in modo che gli scarti di lavorazione prodotti da un’industria forniscano la materia prima per un’altra, con il vantaggio di ridurre le distanze tra produzione ed utilizzazione, così con una filiera produttiva corta si risparmia sui costi del trasporto a lunga distanza che portano con sé uno spreco insostenibile di energia e materie prime.

L’obiettivo della proposta di questo programma di governo locale consiste nell’innescare sul territorio un processo di cambiamento e miglioramento partendo dalle risorse e dalle opportunità presenti, valorizzando le identità territoriali attraverso la democrazia partecipativa e la solidarietà tra società locali. Esso costituisce lo scenario entro cui ricomporre le diverse rappresentanze di interesse nella valorizzazione e appropriazione sociale del bene comune costituito dal patrimonio territoriale. Dunque, scegliere tecnologie appropriate all’ambiente naturale, guidate dai principi dell’ecologia, avendo come obiettivo sia il risparmio energetico sia la salubrità dei processi produttivi per una migliore qualità della vita.

Un altro mondo è possibile

 

Che cosa conta nella vita?

Ripensare ciò che nella vita umana rappresenta un valore e proporre, sulla base di nuovi criteri, un nuovo sistema di contabilità nazionale, non esclusivamente appiattito su valori numerici, come il Pil (prodotto interno lordo), ma soprattutto basato su valori qualitativi ed esistenziali di:

– uguaglianza: pari opportunità di sviluppo per tutti, ridistribuendo la ricchezza in modo da coniugare insieme la giustizia sociale con le libertà individuali.

– condivisione: dividere con gli altri la gestione sociale dei beni comuni, in quanto essi sono qualcosa di “altro” dalla proprietà statale o privata: essi sono più compiutamente beni di proprietà sociale.

– solidarietà: lavorare insieme, uniti dalla fiducia e reciprocità per promuovere rapporti sociali ed economici in cui il ben vivere di ciascuno è condizione del ben vivere di tutti.

– sobrietà: avere il senso della misura e del limite, tendere alla stabilità produttiva consumando meno e meglio puntando sul controllo e mantenimento della qualità.

– sostenibilità: utilizzare le risorse naturali ad un ritmo tale che esse possano essere rigenerate naturalmente, in modo da avere uno sviluppo in grado di soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri.

– partecipazione: condivisione di responsabilità, oneri e diritti attraverso la partecipazione diretta dei cittadini nei processi decisionali.

 

Rivalutare il saper fare?

La via per uscire dalla crisi è MODIFICARE IL PROPRIO STILE DI VITA, riappropriandosi del proprio Saper Fare, re-imparando a cucinare, a riparare, a costruire. Saper Fare significa saper risparmiare ma anche saper vivere. Un individuo incapace di costruire, riparare, cucinare, è un individuo dipendente in tutto e per tutto, schiavo delle mode e, peggio ancora, delle crisi di speculazione finanziaria.

Il Saper Fare si basa sul recupero di alcune preziose capacità pratiche andate perdute negli ultimi decenni, da quando la società occidentale ha abbracciato il modello di sviluppo consumistico, ad altissimo impatto sull’ambiente, basato sul frenetico consumo di prodotti usa e getta, concepiti per durare il meno possibile ed essere rapidamente sostituiti, trasformandosi così in rifiuti costosi da smaltire, gravati da imballaggi ingombranti e altamente inquinanti. Il Saper Fare è una sorta di rivoluzione culturale, che presenta una quantità incalcolabile di vantaggi: permette di recuperare capacità e utilità perdute, di accedere a beni primari limitando acquisti e spostamenti, di inquinare meno e risparmiare molto, e di sperimentare una nuova dimensione entro la quale rivalutare il tempo e la soddisfazione del lavoro ben fatto, da condividere in modo solidale. Zero imballaggi, meno trasporti, niente emissioni. Se migliaia, milioni di singoli adotteranno le pratiche del Saper Fare, inaugurando nuovi stili di vita basati sul recupero della capacità di auto-produzione di beni e quindi riducendo la produzione di emissioni e rifiuti, l’impatto di questa pratica diverrà in breve tempo molto significativo anche su scala globale.

Recuperare alcune delle antiche capacità  perdute e praticarle si rivelerà una sorpresa: il Saper Fare non è un’attività gravosa ma, al contrario, può essere vissuto con gioia e passione. Il Saper Fare libera l’individuo da molte delle sue dipendenze, regalandogli la consapevolezza di poter ridiventare autonomo, non più vincolato al supermercato, e anche creativo.

 

Valorizzazione dei saperi e delle idee

Le idee sono preziose, devono essere conservate e valorizzate in una Banca delle Idee, di libero accesso a tutti, perché le intuizioni e le scoperte sono patrimonio di tutta l’umanità. Le idee migliori devono poi essere realizzate per non rimanere nel mondo dei sogni e del virtuale con l’apporto di tutti. La “banca delle idee” nasce all’interno del portale con questo spirito di unione e collaborazione, uno spazio libero per attingere e per integrare metodi, sistemi, progetti nei vari campi dello scibile umano. È un piccolo seme che può crescere con il contributo di tutti.

Ogni individuo, di qualsiasi epoca e continente, ha sempre posseduto una grande ricchezza da trasmettere agli altri: le proprie idee e l’esperienza personale (il saper fare). Tale patrimonio ha permesso all’umanità di crescere ed evolversi. Il mondo è andato avanti grazie ai sogni e alle idee che nel tempo si affermano, si affinano, progrediscono. Un tempo il “mondo delle idee” era quello confinato esclusivamente all’essere e alla dialettica.
Sorge però un nuovo problema: “A chi appartengono le idee?
Non è affatto banale rispondere a questa domanda; tutti rivendicano la proprietà delle idee, la titolarità, il merito, i diritti per poter accedere ai benefici economici di brevetti, royalty, copyright, ecc…
L’argomento è ogni tanto di dominio pubblico per alcune questioni legate ai monopoli e agli imperi che si sono sviluppati in virtù dei diritti di proprietà sui sistemi informatici, nati da “idee”. In una rivista che chiamava in causa direttamente la Microsoft, per la rivendicazione della proprietà del produttore e quella degli utenti – consumatori Lawerence Lessig sosteneva che “La proprietà delle idee è di tutti. Le nuove tecnologie ci costringono a prendere delle decisioni importanti sul nostro modo di usare libri, musica, software e altri prodotti culturali. Vogliamo realmente renderne libera la circolazione?”.(“Technology Review”, N°5, settembre – ottobre 2005)

Si sta diffondendo l’opinione fra la gente che le idee non siano esclusiva proprietà del produttore.
Nel mondo dell’informatica sono nati Wikipedia, l’enciclopedia libera on line, scritta da persone che desiderano dare apporti, e Linux, la piattaforma operativa libera, che gli esperti di informatica di tutto il mondo possono sviluppare. Sono due esempi straordinari, perché ci sono persone che si uniscono nelle conoscenze e nelle abilità per produrre qualcosa di usufruibile da tutto il popolo di Internet, composto da milioni di utenti sparsi in tutto il mondo. Non solo: ogni giorno nascono nuovi siti in cui sono esposti documenti scaricabili. Si sta affermando il concetto di libero accesso alla conoscenza, svincolata dal concetto di proprietà, grazie alla tecnologia e alla buona volontà dei cittadini di tutto il mondo. Una vera rivoluzione, perché i produttori sono a loro volta utilizzatori e di conseguenza sfuma perfino la loro distinzione fra creatori e utenti.
La conoscenza è eterna, è come l’acqua che scorre. Non deve essere comprata per l’interesse di pochi. Sta passando il concetto di “idee senza frontiere”, ovvero che le idee sono patrimonio di tutta l’umanità

Come si fa capire se un’idea è giusta o no?
Le idee non debbono rimanere nel mondo del pensiero e delle parole, ma tradursi in azione, altrimenti sono inutili speculazioni filosofiche.
Nella produzione e nello studio di fattibilità delle idee si deve tenere conto che ogni cosa è sottoposta al giudizio del “tribunale della storia”. Se si rimane solo nel mondo delle parole o se si creano “bufale”, per fare soldi imbrogliando il prossimo o l’ambiente, si rimane attaccati al regno della menzogna, dei conflitti e delle guerre.
Alcuni esempi: Nella metodologia classica di valutazione per impianti, servizi e infrastrutture generalmente sono esaminati i costi (capitale di investimento, costi di realizzazione, manutenzione e gestione, di energia, rottamazione, smaltimento o riciclaggio) e i benefici (stima dei soli profitti).

In una visione di sviluppo globale e di armonizzazione con l’ambiente, altre variabili entrano in gioco nella fasi di valutazione:

a) l’utilità (benefici in senso lato, evitando la produzione di cose inutili);
b) il consenso;
c) le conseguenze sociali sui rapporti umani e sulle abitudini;
d) le eventuali conseguenze sulla salute;
e) effetti sull’urbanistica e sulla mobilità;
f) la coerenza con le capacità e le risorse del luogo;
g) l’inquinamento (acustico, dell’aria, dell’acqua, del suolo, alimentare);
h) il consumo del territorio;
i) il rispetto degli accordi internazionali (i nuovi progetti devono rispecchiare gli Accordi Internazionali di Agenda XXI, quelli di Kyoto, e quelli nuovi denominati “dopo Kyoto” o anche “Kyoto 2”, che sono in fase di elaborazione e studio);
l) applicazioni militari (evitare la produzione di armi e di tutto ciò che può essere nocivo);
m) l’etica (standard di qualità etica, nella ricerca dei dati, nei processi decisionali); ad esempio l’energia deve essere data al prezzo di costo, senza ricarichi fittizi e speculativi, almeno fino al livello di soddisfazione delle esigenze di base;

La collaborazione intergenerazionale

“Il processo di rapido invecchiamento della popolazione è un fenomeno globale.
Ha rappresentato un’importante tappa nei Paesi sviluppati e lo sta divenendo
anche nelle aree dei Paesi in via di sviluppo. Vi è però una tendenza generale
ad affrontare l’invecchiamento come una ‘minaccia’ per il futuro.
Più raramente è considerato come una delle grandi conquiste del secolo
passato. L’invecchiamento della popolazione è insieme parte e conseguenza
di un più ampio processo di sviluppo e trasformazione”
P. Lloyd-Sherlock
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Il concetto di Lloyd-Sherlock dell’“invecchiamento come conquista” è ancora decisamente lontano dall’essere preso in considerazione (ed utilizzato come tale). Ne è prova la estremamente scarsa documentazione reperibile sul ruolo delle persone anziane quali depositarie di conoscenze ed esperienze da trasferire alle giovani generazioni. Attualmente, l’anziano che esce dal mondo produttivo viene considerato un peso dalla società e non un portatore di conoscenze da valorizzare. La maggior parte dei nostri anziani muore in solitudine portandosi via un patrimonio di conoscenze e di saperi che potrebbero essere raccolti in una “Banca dati” e utilizzati gratuitamente da milioni di persone. Dobbiamo recuperare un rapporto con i nostri anziani attraverso il confronto e il rispetto per valorizzizare le esperienze, la vita e i saperi dei nostri anziani.

SAPERI NEGATI

In questo ambito si promuoveranno tutti quei saperi che alcune èlite culturali hanno interesse a tenere nascosti, la diffusione dei quali costituirebbe per tutta l’umanità un salto enorme di consapevolezza e di sviluppo. Il portale promuove questi saperi, che possono essere i più svariati, dalla medicina non convenzionale, alle free energy, ecc
Si attiveranno veri e propri progetti di ricerca (prediligendo quella applicata), laboratori di sperimentazione e quant’altro, con i mezzi che avremo a disposizione.

Quindi la valutazione della produttività di un sistema tecnologico dovrebbe dipendere oltre che dai fattori economici anche e soprattutto da fattori sociali ed ambientali determinati dall’uso della merce prodotta.

La costruzione di una “rete”, il passaggio dal conflitto alla collaborazione costruttiva con “gli altri”
L’unione delle forze è fondamentale per incidere sulla realtà. Dall’informatica abbiamo imparato a “condividere” le risorse di rete, ovvero memorie, dati, periferiche, canali di trasmissione, procedure e sappiamo come le capacità di una rete aumentino non in maniera lineare, bensì esponenziale, con la connessione dei PC. Attraverso il portale, mettiamo in discussione la società di oggi, stimoliamo il dialogo e la condivisione di conoscenza creativa. Riteniamo che mostrare e condividere il processo di creazione è un modo efficace per coinvolgere un vasto pubblico nei molteplici aspetti della progettazione. Si apre l’ipotesi che il design è una disciplina creativa alla portata di tutti.

Il Saper Fare è il recupero di un insieme di pratiche tradizionali. Le finalità  sono quelle di incentivare, diffondere e agevolare il miglioramento della qualità della vita attraverso l’auto-produzione di beni. Il processo di smantellamento dell’economia reale nel nostro Paese è iniziato con la marginalizzazione prima, la distruzione poi, dell’artigianato primario. Burocratizzazione ossessiva e sistemica; morte del vero apprendistato “di bottega”; declassamento, nell’immaginario collettivo, dei mestieri attraverso la mono-cultura – mito – della laurea, unico simbolo di stato riconosciuto e, quindi, ricercato e voluto dalle famiglie.
Ogni processo seriale, qualunque sviluppo tecnologico che possa diventare prodotto e che possa, quindi, essere industrializzato, passa da mani di uomini, di artigiani che quella materia e quel prodotto conoscono, manipolano, creano: la nascita del prototipo.

Il Sapere e il Saper Fare dimenticati, quelli che vengono spesso considerati arretrati e poco scientifici, sono invece strumenti importanti per liberare gli individui dalla dipendenza assoluta dalle merci e dal mercato. La situazione economica, sociale ed ecologica a cui stiamo andando incontro richiede una compartecipazione di molti, disponibili ad inventare e ad applicare nuovi stili di vita , capaci di soddisfare in profondità anche le necessità  esistenziali delle persone .

La ricerca come processo di conoscenza

Siamo sempre in cerca di qualcosa, la ricerca è un po’ il “sale” della vita. In ogni ricerca c’è un soggetto, colui che cerca, e l’oggetto, ciò che viene cercato. Una delle caratteristiche o qualità più importanti dell’uomo è proprio lo spirito della ricerca.

Può essere:

a) Ricerca della felicità.
b) Ricerca spirituale e religiosa.
c) Ricerca della verità.
d) Ricerca della giustizia.
e) Ricerca dell’energia.
f) Ricerca dei segreti della natura.
g) Ricerca della scienza.
h) Ricerca dell’unità sociale.
i) Ricerca di un lavoro per la propria realizzazione.
l) Ricerca della salute.
… ecc…

La ricerca dovrebbe essere indirizzata in due direzioni: verso nuove fonti a basso impatto ambientale e verso l’ottimizzazione di quelle esistenti, migliorandone l’efficienza. Siamo ancora all’età della pietra nel campo del risparmio energetico, del riciclaggio e nell’applicazione di fonti rinnovabili.

In generale una ricerca deve essere libera e personale. Unendo le menti nella ricerca aumentano le capacità, come succede nel mondo dei computer.
La conoscenza è un processo, lo sforzo è necessario, ma non sufficiente, per arrivare a risultati soddisfacenti. La ricerca deve essere libera, indipendente, senza pregiudizi, protagonismi, slegata da tutto ciò che esalta l’ego, come il desiderio di riscuotere l’approvazione degli altri, raggiungere il successo, il denaro, il potere. L’atteggiamento umile e moderato del ricercatore è sintomo di equilibrio nella ricerca, qualunque essa sia, nel campo scientifico o religioso. L’igiene della mente aiuta a scoprire la verità. La mente pulita da pensieri negativi è più ricettiva, concentrata, agile e vigile. La mente si fortifica con la forza di volontà. Il distacco dai benefici personali dei risultati mantiene più lucida sia la mente che la sua capacità di giudizio. È più difficile formulare dei giudizi obiettivi quando si è troppo coinvolti emotivamente.

La scienza è la base di ogni sviluppo personale e collettivo. È condannabile l’abuso di tutti quegli strumenti che minacciano la vita dell’umanità, la sua crescita morale, gli habitat, le condizioni di vita accettabili per le generazioni future. Non ha senso fabbricare armi offensive e sempre più sofisticate, sprecare le risorse non rinnovabili, devastare i territori, disboscare senza limitazioni, incendiare le foreste, contaminare l’aria, le acque, il suolo, i prodotti alimentari.

Ecco allora che le idee, i progetti vanno pianificati alla luce dell’unità, del benessere collettivo. Assumono così rilevanza di pari grado l’impatto ambientale, quello sociale e quello economico.
I problemi sono interconnessi e la visione d’insieme permette un approccio più efficace. L’eccessiva specializzazione e settorializzazione a volte limita la comprensione delle sfide, che sono tutte globali e interdipendenti. Non c’è altra soluzione che affrontare tutte le emergenze planetarie per vincerle in questo secolo XXI. La moltitudine di problemi deve essere studiata e affrontata con il metodo della consultazione, della condivisione, della collaborazione attiva fra le 200 nazioni, con esperti di tutte le discipline (multidisciplinarietà e interdisciplinarietà) delle varie istituzioni laiche e religiose, con i quattro criteri sopra esposti.

ENERGIA ED ETICA: un connubio possibile

L’energia è una delle necessità primarie dell’Umanità come, per esempio, l’aria, l’acqua ed il cibo e che perciò deve essere garantita a tutti:

deve essere data al prezzo di costo. Nessuno dovrebbe guadagnare su di essa. La scelta delle fonti energetiche dipende da considerazioni etiche di utilità pubblica e

non di costi “fittizi”.

Lo stesso principio deve valere per le altre necessità di base dell’Umanità. È urgente intervenire eticamente in questo campo visto che l’ambiente è in fase di continuo crescente sgretolamento.

 

Il 2012 è stato designato dalle Nazioni Unite come Anno Internazionale dell’Energia Sostenibile per Tutti(Risoluzione 65/151 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite).

L’Anno Internazionale dell’Energia Sostenibile per Tutti costituisce una preziosa opportunità di sensibilizzazione riguardo l’importanza di aumentare le opportunità relative ad un accesso all’energia sostenibile, all’efficienza energetica, e alle fonti di energia rinnovabile a tutti i livelli (locale, nazionale, regionale e internazionale).

I servizi energetici hanno grande impatto su produttività, salute, cambiamento climatico, sicurezza alimentare e dell’acqua e sui sistemi di comunicazione.

L’impossibilità di usufruire di un’energia pulita, accessibile ed affidabile impedisce lo sviluppo umano, sociale ed economico, rappresentando uno dei maggiori ostacoli al raggiungimento degli “Obiettivi di Sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite” (Millennium Development Goals o MDG, o più semplicemente Obiettivi del Millennio – otto obiettivi che tutti i 191 stati membri dell’ONU si sono impegnati a raggiungere per l’anno 2015).

FONTI RINNOVABILI: abitazioni

L’obiettivo è la casa a emissioni zero e che si produca in loco l’energia.

La tecnologia odierna e l’ingegno consentono di raggiungere risultati interessanti nell’isolamento termico, nella restituzione di acque reflue accettabilmente pulite, nell’accumulo di acqua piovana, nell’utilizzo di impianti di riscaldamento e di produzione di energia con biomasse, pannelli solari, mini turbine eoliche e idrauliche, ecc

E’ necessario produrre a livello industriale nuovi moduli abitativi, prefabbricati, di piccole

dimensioni, coibentati, con materiali riciclabili o rinnovabili, intercapedini per passaggio dei

cavi, montabili in pochi giorni, già certificati a norma, con sistemi integrativi per la produzione di energia elettrica e termica. Non si può intervenire sull’esistente per autoprodurre energia, si deve progettare fin dall’inizio il risparmio (spazi e altezze ridotte, mobili disposti in maniera più opportuna, isolamento) e l’integrazione energetica. Una casa “chiavi in mano”, pronta per l’uso.

TECNOLOGIE APPROPRIATE PER UNO SVILUPPO AUTOSOSTENIBILE

Un’altra economia è possibile se scegliamo uno sviluppo locale autosostenibile con tecnologie appropriate all’ambiente naturale.

In generale con tecnologie appropriate si intendono quelle che rispondono ai bisogni fondamentali dell’umanità e che quindi hanno la capacità di:

.  migliorare socialmente le condizioni di vita delle popolazioni;

.  utilizzare in maniera saggia le risorse del pianeta;

.  rispettare gli equilibri e le leggi della natura;

.  permettere un maggiore decentramento del governo della cosa pubblica fra gli individui della comunità.

Una tecnologia è appropriata quando:

–          È economica;

–          Accessibile a tutti e di facile riproducibilità;

–          È su piccola scala e decentrata;

–          Socialmente migliora le condizioni di vita;

–          Garantisce la migliore gestione ambientale;

–          Non impone culture, ideologie o tecnologie non adatte;

–          Valorizza le tradizioni culturali;

–          Incentiva la partecipazione delle comunità locali.

L’Open Source Hardware

L’open source è nato nel campo dell’ingegneria del software con Wikipedia, (la condivisione della conoscenza aperta) è Linux, (il linguaggio di programmazione libero e gratuito.)

Altre persone stanno ora portando questa filosofia alla progettazione dei prodotti.

L’hardware è differente dal software in quanto le risorse fisiche devono essere sempre impegnate alla creazione di beni fisici (prodotti).

Il progetto OSHW cerca di  avviare un sistema aperto e modulare per l’hardware in cui in cui i progetti di alcuni diventeranno patrimonio di tutti per sulla base di una griglia modulare condivisa. Si tratta di un esperimento in corso che vuole stimolare lo scambio di idee, esperienze e che aspira a costruire le cose insieme.

L’hardware open source OSHW è un progetto reso pubblico e gratuito in modo che chiunque possa utilizzarlo, studiarlo, modificarlo, migliorarlo e realizzarlo. Idealmente, l’hardware open source utilizza componenti e materiali disponibili, processi standard, infrastruttura aperta, contenuti senza restrizione e strumenti di progettazione open-source per massimizzare la capacità degli individui di produrre e utilizzare l’hardware. L’hardware open source dà alle persone la libertà di controllare la loro tecnologia, la condivisione della conoscenza ed incoraggia la progettazione collettiva degli oggetti e l’autocostruzione degli stessi.

Un altro termine usato è “Open Design”.

La voce di Wikipedia su Open Design afferma: “Il design aperto è lo sviluppo di materiali prodotti, macchine e impianti attraverso l’utilizzo delle informazioni di progetto condiviso pubblicamente il processo è in genere facilitato da Internet, e spesso eseguito senza compenso monetario.».

LA FILOSOFIA DÌ BASE DELL’OSHW

Le persone o le società che producono oggetti (“prodotti”) sotto licenza OSHW hanno l’obbligo dichiarare che tali prodotti possono venire fabbricati, venduti, comprati e utilizzati da chiunque purchè rispettino i seguenti criteri:

  1. 1.      L’hardware deve essere rilasciato con la documentazione, inclusi i file di progettazione, e deve permettere la modifica e la distribuzione dei file di progettazione. Se la documentazione non è fornita con il prodotto fisico, ci deve essere un modo ben pubblicizzato di ottenere tale documentazione per non più di un ragionevole costo di riproduzione, preferibilmente il download via Internet senza spese. La documentazione deve includere i file del progetto nel formato preferito per apportare modifiche, ad esempio, il formato nativo del file di un programma CAD. File di progettazione volutamente offuscati non sono ammessi.
  2. 2.      La distribuzione deve essere libera

La licenza non può richiedere diritti o altri pagamenti per la distribuzione. La licenza non può richiedere alcuna royalty o tasse relative alla vendita del lavoro derivato.

       3   Nessuna discriminazione di persone o gruppi

            La licenza non deve discriminare alcuna persona o gruppo di persone.

4        La libertà di redistribuire copie:

le copie possono essere scambiate o cedute gratuitamente. Non ci deve essere limite alla quantità di informazioni che possono essere copiate. Non deve inoltre esserci alcun limite su chi possa copiare l’informazione o su dove l’informazione possa essere copiata.

5        Disponibilità dei dati di origine:

quando la licenza è stata ottenuta attraverso la compilazione o l’elaborazione di un file di origine o più file di origine, tutti i dati di origine sottostanti devono essere disponibili assieme alla licenza.

ALCUNI OBIETTIVI CHE IL PORTALE DEVE PERSEGUIRE:

Chiunque abbia delle conoscenze o competenze in un ambito specifico può proporsi come docente. Deve soltanto comunicare al Portale come vorrebbe strutturare il corso, in che tempi e trattando quali argomenti.
Le finalità sono quelle di incentivare, diffondere e agevolare il miglioramento della qualità della vita attraverso l’auto-produzione di beni, l’insegnamento delle tecniche e dei saperi artigianali, la trasmissione della conoscenza e il confronto fra le generazioni. Si prefigge, pertanto, di favorire stili di vita volti a supportare la sostenibilità ambientale, la sanità e la salute dei cittadini, la centralità della persona e della famiglia nella società. Si predilige la logica del dono e dello scambio e non quella della retribuzione. Il Saper Fare è il recupero di un insieme di pratiche tradizionali, tipica dei nonni nelle campagne d’Italia, che oggi, sotto la stretta della crisi economica e dell’emergenza ecologica planetaria, risponde a una precisa strategia collettiva. E’ una risposta chiara e praticabile, alla portata di tutti. E’ uno strumento strategico, grazie al quale ogni singolo individuo può agire in modo immediato, concreto e diretto per migliorare la propria condizione e il proprio rapporto con l’ambiente, modificando progressivamente il proprio stile di vita in modo anche divertente, coinvolgente e sicuramente economico. (piacere di far le cose, manualità, coscienza ambientale, lavorare insieme, recupero delle pratiche del passato ma non solo) . Il  Saper Fare corrisponde, pertanto, ad un ritrovamento della propria individualità e della propria capacità di scelta, è la possibilità che ogni persona possiede di intervenire e di agire direttamente sulla Terra con basi eco-sostenibili, perchè “solo chi non sa fare niente di ciò che gli serve può diventare un consumista senza alternative” (Pallante, “La decrescita felice”).

Il Sapere e il Saper Fare dimenticati, quelli che vengono spesso considerati arretrati e poco scientifici, sono invece strumenti importanti per liberare gli individui dalla dipendenza assoluta dalle merci e dal mercato. La situazione economica, sociale ed ecologica a cui stiamo andando incontro richiede una compartecipazione di molti, disponibili ad inventare e ad applicare nuovi stili di vita, capaci di soddisfare in profondità anche le necessità esistenziali delle persone, nel rispetto e nella collaborazione con gli altri individui della terra. Se scegliamo uno sviluppo locale autosostenibile con tecnologie appropriate all’ambiente naturale, possiamo indicare una serie di criteri da seguire per aumentare la qualità del sistema produttivo avendo come obiettivo la salubrità dell’ambiente:

 

– produzione stabilizzata e qualificata, dimensionando il sistema produttivo sull’imput di risorse rinnovabili (biomasse, sole, vento, etc.). Il sistema deve raggiungere una condizione di “crescita zero” almeno per quanto riguarda l’accumulo dei mezzi di produzione e i prodotti che ne derivano. L’unica crescita è dedicata al controllo ed al mantenimento della qualità del sistema (conservazione dell’energia, efficienza energetica, riciclaggio, etc).

– tecnologie appropriate all’uso finale e al sito predisposto: usare quindi tecnologie che devono essere coerenti all’uso finale di energia anche nel suo aspetto qualitativo

– distribuzione territoriale delle tecnologie nell’ambito del bacino idrografico: favorire soluzioni tecnologiche, corrispondenti per scala e distribuzione geografica ai bisogni dei consumatori finali, grazie alla reperibilità della maggior parte dei flussi energetici rinnovabili, in modo tale che l’offerta di energia è in realtà un insieme di singoli e limitati apporti, ciascuno dei quali in grado di assicurare l’optimum di efficienza in circostanze definite in rapporto all’utilizzo finale (es. aerogeneratori, biocarburanti, pannelli solari, celle fotovoltaiche, celle a combustibile, etc).

– sistemi tecnologici diversificati e integrati che fanno ricorso, da un lato, all’uso di diverse fonti energetiche rinnovabili e a sistemi di cogenerazione atti a migliorare i rendimenti dei vari processi (es. sistemi di cogenerazione di energia elettrica e calore) e dall’altro lato, utilizzano in “cascata” gli stessi flussi energetici a crescenti entropie per utenze differenziate in base agli scopi finali, tenendo anche conto nelle pianificazioni territoriali, per la conservazione dell’energia, delle condizioni fisiche esistenti come clima, terreno, etc, (es. bioarchitettura, sistemi passivi).

– uso di materiali biodegradabili e riciclo dei prodotti di scarto attraverso la raccolta differenziata (porta a porta) dei rifiuti, il recupero o la trasformazione (decomposizione) dei rifiuti in prodotti collaterali (es.compost, biogas, idrogeno, metano, etanolo, etc).

– innovazione tecnologica dettata dai bisogni sociali monitorando i propri consumi per cambiare l’economia dalle piccole cose, dai gesti quotidiani. In controtendenza con la società di oggi, con uno stile di vita sobria, consumando meno e meglio si guadagna in qualità della vita, rimpossessandosi del proprio tempo, gustando il piacere dell’auto produzione, riscoprendo tradizioni e scoprendo nuove culture.

– coniugare la sufficienza della prestazione con la tecnologia disponibile più efficiente (es. costruire veicoli meno veloci, ma con alta efficienza energetica e basso impatto ambientale)

– strutture economiche regionali basate sull’autosostentamento attraverso l’uso delle risorse locali, il recupero e riciclo della materia, utilizzando “in cascata” i prodotti collaterali della produzione, in modo che ogni prodotto di scarto del passaggio precedente nella catena di produzione, distribuzione e consumo sia l’input di quella successiva, così con una filiera produttiva corta si risparmia sui costi del trasporto a lunga distanza che portano con sé uno spreco insostenibile di energia e materie prime. La vera lista delle priorità di scelta delle fonti energetiche deve essere basata sull’interesse dell’umanità e non di quello economico nel senso attuale del termine

CARTA DEI PRINCIPI PER LA COSTRUZIONE DÌ UNA RETE MONDIALE DÌ ECONOMIA SOLIDALE

I valori espressi nel presente documento sono basati su principi di solidarietà, cooperazione, non violenza, giustizia sociale e democrazia:

1)      La Rete sottolinea il ruolo centrale che donne e uomini debbono avere nei sistemi di socioeconomia solidale, godendo di uguali diritti di partecipazione, potere decisionale e di possibilità di attuazione, mettendo in accordo in modo solidale le diversità che ci caratterizzano come esseri umani, abolendo ogni forma di oppressione, di dominio, di pregiudizio e di esclusione, specialmente quelli che hanno tenuto sottomesse le donne nel corso della storia.

2)      La Rete concepisce il lavoro umano, il sapere, la sensibilità etica e la creatività come valori centrali della società e cerca di adottare pratiche di vita e di lavoro che utilizzino il tempo delle persone e la loro energia per svilupparne liberamente ed eticamente il potenziale umano.

3)      La Rete si definisce come uno strumento di promozione del recupero e della valorizzazione delle culture, delle tradizioni e della saggezza dei popoli tradizionali e delle loro economie basate su reciprocità e solidarietà.

4)      La Rete ritiene lo sviluppo economico e tecnologico non un fine, ma semplicemente un mezzo al servizio dello sviluppo umano, sociale, etico ed ecosostenibile.

5)      La Rete ritiene che una Società solidale, in particolare per quanto riguarda gli ambiti del lavoro, della produzione e del consumo, sia l’agente conduttore del suo sviluppo.

6)      La Rete asserisce che le lavoratrici e i lavoratori sono anche consumatori: il nostro modo di consumare definisce il tipo di società che abbiamo. Il primo passo verso la costruzione di una economia solidale è quello di consumare in modo etico, responsabile e solidale. Una volta definiti bisogni e desideri degli individui e delle comunità, si ha la base su cui pianificare ciò che si deve produrre, con quale tecnologia, in che quantità e qualità, sempre salvaguardando l’equilibrio degli ecosistemi e promuovendo in modo etico l’esercizio delle libertà pubbliche, individuali e sociali.

7)        La rete ha l’obiettivo di ripristinare la bellezza e la curiosità dietro ogni sapere e per far questo offre i suoi corsi in maniera completamente gratuita. Essa si pone come ponte tra chi vuole condividere le proprie conoscenze e chi desidera apprenderle, senza che queste – nè chi le offre ne chi le riceve – siano considerati un prodotto da spendere nel mercato.

IL PORTALE DEI SAPERI E DEL SAPER FARE

Vogliamo costruire una rete di legami sociali e recuperare un senso di convivialità.

Il portale dei saperi e del Saper Fare vuol essere il primo, grande collettore mondiale di conoscenza e scambio per l’auto-produzione di ogni genere di prodotti. Attraverso il portale ognuno potrà ricevere informazioni, condividere esperienze, segnalare corsi, osservare lavorazioni attraverso video e interviste, ottenere indicazioni e consigli e ricevere informazioni precise su ogni aspetto del Saper Fare e su tutte le opportunità che la rete mondiale del Saper Fare è in grado di offrire, in ogni parte del mondo. Il portale deve diventare uno strumento utile per tutti quelli che sono felicemente impegnati a cambiare stile di vita, un luogo di incontro e di confronto sui temi della decrescita e uno spazio aperto alle idee e ai progetti utili a rafforzare l’alternativa che in tanti stiamo costruendo.
È l’espressione di una rivoluzione culturale già in atto, dal momento che viene scardinato alla base il meccanismo per cui se si vuole acquisire un sapere o una competenza, la si deve comprare. E se una volta comprata la si vuole diffondere, si deve vendere, occorre entrare nel mercato, serve rendere “spendibile”, “appetibile”, “commercializzabile. Inutile dire quale impoverimento e appiattimento ha causato questo modo di intendere la cultura.

Lo si vede dovunque.

Il sapere è diventato business, ci sono conoscenze di serie A e serie B, ci sono materie che “rendono e funzionano” e altre che “fanno solo perdere tempo”, e non fa niente se in questo percorso è scomparso l’interesse, la curiosità, o si è perso di vista il piacere di insegnare e imparare, di agire secondo le proprie attitudini e i propri talenti, condividendoli con gli altri.

N.B. Questo vuole essere soltanto un piccolo contributo per costruire insieme un portale che dovrà essere tradotto in tutte le lingue del mondo perché sia accessibile a tutti gratuitamente. Il portale dovrà diventare uno spazio, di condivisione delle conoscenze e competenze dove chiunque può offrire e chiunque può apprendere. Vogliamo cambiare le cose e crediamo che come noi anche molte altre migliaia persone ci stiano già provando. Il primo passo è di progettare un luogo prima virtuale e poi finalmente reale che ci aiuti ad incontrarsi per costruire insieme quel cambiamento necessario per il nostro paese, per il nostro pianeta, per una vita semplicemente migliore.

Il portale del cambiamento dovrà diventare un luogo d’incontro e di confronto, un punto di riferimento imperdibile per chi ha deciso di mettersi in movimento. Al centro ci sarà l’ecologia, il saper fare, i nuovi stili di vita, la decrescita, la permacultura, l’efficienza energetica, l’autocostruzione, la bioedilizia e molto altro ancora….

Uniti si può!

Costruiamo una società nuova fondata sulla riappropriazione dei saperi e delle conoscenze che devono essere considerate patrimonio dell’umanità e a disposizione di tutti gratuitamente.

Abbiamo le competenze tecniche per  progettare e costruire i prodotti di cui abbiamo bisogno.  Si tratta di riappropriarci del nostro tempo, della nostra vita. Possiamo creare milioni di posti di lavoro, abbassare notevolmente i costi dei prodotti e fare a meno delle multinazionali, degli ipermercati, della pubblicità e di tutti gli intermediari che oggi sono funzionali a questo consumismo  usa e getta.

Le alternative a questo sistema ci sono, cominciamo a parlarne e a fare proposte concrete. Cominciamo a costruire una rete mondiale per una nuova economia solidale.

Nell’era digitale, nella società della conoscenza, il vero capitale sono le persone, le loro qualità, la loro esperienza, impegno, idee e modalità relazionali. Attraverso la condivisione del dono, vogliamo scommettere sullo sviluppo e sulla diffusione di una cultura della reciprocità.

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