Il tempo che rimane

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Stiamo perdendo tempo e di tempo ne è rimasto ben poco.

Ogni mente sufficientemente lucida si può rendere conto della gravità e della complessità della situazione globale di cui la pandemia, con tutti i suoi articolati e sfuggevoli risvolti, è solo una porzione, una parziale evidenza.

Praticamente perduti nella quotidianità e compressi tra le maglie di un sistema di vita che lascia ben poco spazio per riflettere e per agire in conformità alle nostra umana aspirazione alla felicità, continuiamo a far finta di niente o a credere nel miraggio che qualcuno o qualcosa ci tirerà fuori dal vortice che ci ha rapito.

La profonda crisi ecologica che poi è crisi sociale ed esistenziale, dovrebbe essere il primo e fondamentale tema di cui parlare ogni giorno, a qualsiasi livello, e invece continua a restare un argomento ritenuto di secondaria importanza, almeno che non lo si usi per propagandare la cosiddetta “crescita verde” che, aldilà di ogni possibile virtuosismo, ha come obiettivo quello di lasciare inalterata la struttura di potere su cui si regge l’intera economia mondiale.

Giunti al punto in cui siamo, dominati dal precetto del lavoro (per molti si tratta di qualsiasi lavoro e a qualsiasi prezzo) è spesso difficile pensare ad altro se non ad una pausa, al distacco dalla routine che dovrebbe darci ristoro e che invece troppo spesso ci fa discendere nei gironi danteschi del consumo, della frenesia di un divertimento che non è più tale e nell’egoistico disinteresse per quanto ci circonda.

La mercificazione e l’alienazione delle nostre esistenze è quanto di più osceno possiamo sperimentare: il punto di caduta della nostra dignità individuale. Di frequente, la tensione o l’angoscia o la rabbia che ci attraversano e che si diffondono intorno a noi, rappresentano uno stato mentale e uno stato delle cose a cui pare impossibile opporsi. Nonostante i nostri sforzi di alleggerire il peso che portiamo, è palese che quella che viviamo non è una condizione autentica della nostra specie, quello che viviamo non ha niente a che fare con la ricerca della tranquillità, del vivere in armonia, non riguarda la nostra più intima soddisfazione personale.

Si tratta di un gioco perverso in cui ciascuno di noi è vittima e carnefice, che ha nefaste conseguenze familiari, locali e planetarie e che disegna un presente e un futuro prossimo pesanti, con tratti spaventosi.

Possibile che non si possa fare niente?

Che non si possa invertire la marcia?

Che non si possa intravedere qualcosa di migliore e di non distruttivo?

Certo, tutto è sempre possibile, ma ci vuole il coraggio di guardare le cose per come sono e la forza di affrontare le nostre paure, le nostre resistenze, la nostra attitudine a negare le contraddizioni della realtà. Inconsciamente utilizziamo una enorme quantità di risorse psicologiche per cercare di neutralizzare le difficoltà e le sofferenze: spesso ci riusciamo, andiamo avanti per un po e poi ci troviamo da capo, perché non andando alla radice del disagio disconosciamo le verità che provengono dalla parte migliore di noi stessi.

Di fronte a tanto caos e a tanta delusione, un risveglio collettivo sarebbe desiderabile anche se appare solo all’orizzonte. Affinché una parte consistente dell’umanità possa muoversi in modo coerente condividendo alcuni principi ecologici di base e alcuni obiettivi fondamentali, servirebbe una vera e propria rivoluzione delle coscienze che in concreto stenta a manifestarsi.

Eppure, nel nostro intimo, percepiamo che proseguendo in questo modo continueremo solo a fare del male a noi stessi e alle altre specie viventi. Con questo passo ci stiamo spingendo sulla soglia del baratro, verso “i punti di non ritorno”, superati i quali si mettono in moto incontrollabili effetti a catena capaci di ridimensionare drasticamente le possibilità di vita su questo pianeta.

Questa percezione, questo sottile filo rosso che ancora ci lega ad una sia pur flebile speranza di cambiamento, dovrebbe diventare consapevolezza e azione: la chiave di volta che può aiutarci a rivedere in profondità il nostro modo di esistere.

Nonostante non lo crediamo più, noi continuiamo ad essere immersi nelle leggi di natura e nei nostri confronti la natura non è né madre né matrigna ma ciò di cui facciamo parte, il nostro punto di riferimento.

Presuntuoso e inutile provare ad allontanarla con la forca, come sosteneva un antico motto latino: questa si ripresenterà comunque.

Di fronte a questa sorte abbiamo perseguito una sistematica volontà di conoscenza provando a scandagliare i suoi misteri, e se da un lato ne abbiamo tratto un innegabile giovamento pratico, dall’altro ci siamo rifiutati di capire quali sono i nostri limiti.

Ora, nel momento delle grandi scelte, di fronte alla grande illusione di cui siamo attori e spettatori, si pone il dilemma se saremo in grado di essere qualcosa d’altro rispetto a quello siamo diventati. Occorre chiederci se siamo capaci di cambiare e se sapremo impedire l’uso distorto del sapere che abbiamo accumulato.

Per cambiare, in realtà sarebbe sufficiente rinunciare: ma rinunciare a che cosa? In primo luogo rinunciare al posto che ci siamo dati nel mondo e quindi farci da parte, non cedere alla lusinga di considerarci centrali rispetto alle dinamiche dell’universo. Il che significa fare con poco e meglio, ridurre il nostro numero e le nostre pretese, evitare le gerarchie, vivere in comunità egualitarie ed accoglienti piuttosto che nell’anonimato delle metropoli, cibarsi con le produzioni locali e in modo sostanzialmente vegetariano, auto produrre energia rinnovabile, condividere tutto ciò che è condivisibile e conservare la naturalità del territorio in cui si vive, per esempio.

Sto parlando di una visione fatta di coordinamento e di collaborazione, di sostegno reciproco, di giustizia e di socialità diffusa, in cui si possa vivere e non accontentarsi di sopravvivere. In sostanza, esistere con altre priorità, in una prospettiva in cui il nostro ego (e quindi la nostra sofferenza) viene decisamente ridimensionato.

E’ chiaro che tutto ciò comporta la inesorabile caduta di molte delle nostre credenze e del sistema in cui stiamo vivendo: qualcosa di inconcepibile non solo per chi detiene le varie forme del potere ma anche per la maggior parte di noi stessi.

Utopia?

Può darsi, ma oggettivamente che alternative abbiamo?

Conforta il fatto che una diversa modalità, o meglio, più modalità di esistere in modo resiliente e diverso dall’attuale, non solo sono possibili ma sono praticate e praticabili, sebbene su piccola scala ed è proprio lì che potremmo concentrarci: sui benefici della piccola scala.

Sappiamo che resta ben poco tempo per produrre questo notevole cambiamento. Per chi crede nel libero arbitrio probabilmente questa è l’ultima occasione che abbiamo per decidere della nostra esistenza di gruppo. Viceversa, è possibile che il nostro futuro sia già segnato e che le forze della natura stiano operando per ripristinare l’equilibrio che abbiamo spezzato.

Di fronte all’idea del dominio e davanti alla banalità del male che siamo capaci di esercitare come se questo non fosse fine a se stesso, dinnanzi alla subdola pulsione verso la morte che la cultura del possesso ha portato alle estreme conseguenze, possiamo pur sempre rispondere con l’amore per la vita, con la conoscenza, con le nostre azioni concrete e responsabili, con la solidarietà e con quella compassione universale che pur sempre ci appartiene e che in qualche modo trova dimora nel nostro essere.

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