Morte, paura e abitudini consolidate

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Già da un po’ mi imbatto frequentemente in post catastrofici a proposito della strage di vite umane in Italia dovuta al covid, con spesso denunce palesi o velate sui responsabili. Avverto un atteggiamento fobico nei confronti del problema, comprensibile, ma pur sempre patologico.
Mi vengono in mente ad esempio le persone che fanno footing in campagna con la mascherina o che guidano con la mascherina soli nell’auto. Mi capita spesso di vedere gente così e mi fa tristezza.

La morte è una cosa seria, non ci si può scherzare sopra, quindi meglio considerare il rischio morte nella sua giusta dimensione. Mi son preso la briga di fare due conti, nella misura più oggettiva possibile. Tutti i dati che riferisco sono fonti ISTAT consolidate.
Ho preso in esame il totale dei decessi in Italia (cioè per qualunque causa) nell’anno 2019 (ancora non c’era il COVID) e l’ho confrontato col totale dei decessi del periodo gennaio-settembre 2020. Nel 2019 in Italia sono morte in totale 647.000 persone, mentre nei primi tre trimestri 2020 (quindi includendo anche i mesi più tragici della prima ondata) sono morte in totale 527.888 persone, cioè una media mensile di 58.654 morti. Moltiplicando per 12 la media mensile avremo a fine anno 703.850 morti totali, cioè 56.850 morti in più dell’anno scorso a causa del COVID. Potrebbero essere un po’ di più in considerazione dell’alto numero di decessi dell’ultimo trimestre, ma non tanti dipiù. La prima cosa che salta agli occhi è la differenza col dato fornito dalla Protezione Civile a due settimane dalla fine dell’anno, ovvero 65.011 morti per COVID al 14 dic. 2020. La spiegazione più plausibile di questa discrepanza è che l’epidemia ha ridotto altre cause di decessi, ad esempio quelli dovuti alla normale epidemia influenzale e quelli dovuti agli incidenti stradali in virtù della minore circolazione dei veicoli per lockdown totali o parziali. Una spiegazione più capziosa ma niente affatto campata in aria è che tra i morti COVID siano finite anche persone che sarebbero morte comunque, per cancro, infarto, ictus, diabete, ecc. La stima ricavata da me sulla base dei dati ISTAT (pubblicati sul sito Decessi e cause di morte: cosa produce l’Istat ,  sito ufficiale dell’Istituto Nazionale di Statistica) coincide con quanto dichiarato dallo stesso presidente dell’ISTAT Gian Carlo Blangiardo alla trasmissione Agorà di RAI3. Queste le sue precise parole “Supereremo i 700mila decessi nel 2020. Ultima volta fu nel 1944, nel pieno della seconda guerra mondiale”.  La previsione, più che probabile visto che dal 1944 ad oggi non ci sono state in Italia epidemie a parte quella influenzale, andrebbe a mio avviso completata con un dato molto più significativo, ovvero il rapporto percentuale tra decessi totali e popolazione totale, anno per anno. Si avrebbe un quadro molto più preciso del peso specifico del 2020 rispetto al passato.

Comunque non voglio assolutamente minimizzare, né apparire cinico. 57.000 morti in più sono tanti, ma se rapportiamo l’incremento di mortalità alla totalità della popolazione italiana (60.360.000 nel 2019, sempre fonte ISTAT) abbiamo una mortalità dello 0,94%. Percentuale che potrebbe salire all’1,16% se vogliamo prendere per buono il dato della Protezione Civile e supporre che a fine anno avremo circa 70.000 decessi causa COVID.

Che conclusioni dovremmo trarre? Secondo me queste: 1) che la pandemia da sars.covid19 non è la peste, né il colera e nemmeno la famosa febbre suina  2) che in questa emergenza epidemica l’aspetto più preoccupante venuto alla luce è che una concentrazione in un lasso di tempo breve di casi gravi bisognosi di ospedalizzazione manda in tilt un sistema sanitario impoverito dai tagli alla Sanità di tutti i governi degli ultimi 10 anni, per di più sottraendo attenzione e risorse a tutte le altre patologie che continuano ad esistere. 3) che probabilmente si poteva fare di più per limitare i decessi causa COVID, ma che si deve e si può fare di più anche per limitare i decessi causa tumore, malattie cardiovascolari, incidenti sul lavoro, incidenti stradali.

Ora siamo in pieno periodo natalizio e se ne sentono di tutti i colori sulle misure che erano da prendere e che non sono state prese. Parecchi lodano la Merkel per la scelta di rigore da lei fatta, cioè Lockdown totale in tutta la Germania per tutto il periodo delle feste. Altri si lamentano invece perché non potranno andare a trovare i parenti che stanno nel comune limitrofo. Altri perché non potranno fare il cenone con gli amici al ristorante o in albergo. Molti hanno gridato allo scandalo alla vista delle strade dello shopping affollate e dei negozi pieni.
Qui ci vorrebbe la capacità di riflettere più in profondità su modelli sociali consolidati, oltre che sulla naturale indole umana che tende ad esorcizzare le paure.
Dal dopoguerra ad oggi abbiamo inseguito in una spirale crescente il mito del consumismo. Abbiamo visto la progressiva trasformazione del Natale da festa religiosa a festa per eccellenza del consumismo. Non riusciamo nemmeno più a concepire un Natale austero, come vorrebbe la tradizione e l’iconografia cristiana, esistono ormai nel nostro immaginario natalizio solo pranzi luculliani e pacchetti regalo. E poi ci stupiamo se al primo allentamento di briglie la gente si riversa per strada a comprare? Ipocrisia allo stato puro!
Se vogliamo davvero contrastare la diffusione dei virus, sia quelli epidemici che quelli mentali, cominciamo a mettere in atto una revisione totale dei nostri comportamenti, dei nostri status symbol, del tipo di convivialità che conta davvero, sia in famiglia che in società. A quel punto anche l’ipotesi di morte apparirà sotto una luce diversa.

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Avevo 60 anni quando ho cominciato a collaborare a questo blog, ora qualcuno in più. Mi occupo prevalentemente di musica, ma anche di informatica e di grafica web. La mia è una formazione umanistica (liceo classico, Scienze Politiche, Sociologia). Ho collaborato a lungo all'informazione e alla produzione di trasmissioni cultural-musicali di una nota emittente bolognese. Conosco il pensiero e le opere di Serge Latouche ed ho cominciato ad interessarmi con passione e continuità ai temi della decrescita dopo la lettura di "Entropia" di Jeremy Rifkin (10 anni fa). Vorrei contribuire, nel mio piccolo, ad arricchire queste tematiche e a dare una speranza soprattutto alle nuove generazioni.

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