La malattia dell’uomo occidentale: contrazione temporale e società dei consumi

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I cittadini delle opulente società occidentali hanno assistito negli ultimi decenni, e in particolare negli ultimi 15 anni (con il diffondersi della new-economy) al moltiplicarsi del numero di informazioni e di prodotti a cui possono avere accesso. Fino a vent’anni fa era  ad esempio impensabile che chiunque potesse semplicemente accendere un computer e in pochi istanti trovare l’informazione desiderata, magari inerente ad un argomento molto specifico. Oggi, con internet e la digitalizzazione del sapere, fare ciò è divenuto semplice e immediato. Oltre al moltiplicarsi delle informazioni e alla aumentata facilità di accesso ad esse si è assistito ad una sempre maggiore diversificazione dei prodotti di consumo (soprattutto quelli ad elevato tasso tecnologico, dai supporti digitali ai telefoni cellulari, ma il discorso è valido anche per prodotti “semplici” come gli alimentari e gli occhiali da sole) in conseguenza a due significativi mutamenti avvenuti nel mercato del lavoro (passaggio da un modello rigido di stampo fordista ad uno flessibile di stampo postfordista) e nella sfera culturale (l’affermarsi di mentalità postmaterialiste). Questa doppia moltiplicazione, a differenza di quella biblica dei pani e dei pesci, riguarda prevalentemente prodotti superflui, ossia non orientati al soddisfacimento dei bisogni essenziali dell’essere umano. L’uomo-consumatore delle società occidentali, emancipatosi nel corso del secolo scorso dai propri bisogni fisici (il mangiare e il bere), è ora alla perenne ricerca di soddisfazioni psichiche. Questa ricerca è alimentata dalla più notevole spesa privata in pubblicità mai sostenuta nella storia umana. Suo scopo manifesto non è più, se mai lo è stato, il suggerire ai cittadini-consumatori modi alternativi di soddisfare bisogni preesistenti, quanto la creazione in primo luogo di questi ultimi. Il ruolo della pubblicità è sempre più attivo, al contrario di quello del consumatore.

Una breve nota prima di continuare.

[La psiche, al contrario del fisico, non si attiva in relazione a necessità biologiche (materialmente essenziali) bensì in base a quei desideri che essa stessa genera. Per chiarire meglio la questione, è forse opportuno fornire un esempio: un uomo affamato e assetato ha necessità di soddisfare i propri bisogni, dunque un tale bisogno non presenta alternative. Chiameremo tali inderogabili bisogni necessità. Se non li soddisfi, finisce il gioco.

La golosità di un uomo sazio non costituisce dunque una necessità,  bensì un bisogno psichico, o se vogliamo un bisogno fisico psichicamente indotto. Esso, come la quasi totalità dei bisogni psichici, si presenta quasi sempre come alternativo ad altri (una persona può scegliere di vedere un film o andare a teatro, o può decidere di non fare nessuna di queste cose, e tuttavia non può scegliere di non nutrirsi o di non bere quando è affamato o assetato, se non subendo gravi conseguenze. Anche la scelta del cosa mangiare e bere è limitata: il fisico di chiunque si nutrisse solo di hamburger e coca-cola si troverebbe a subire in poco tempo gravi ripercussioni).

Può essere a questo punto utile delineare e definire una nuova tipologia inerente ai bisogni umani:

Chiameremo dunque desideri quei bisogni psichici o indotti psichicamente, caratterizzati da un elevato grado di sostituibilità intraspecifica e da un medio-elevato grado di sostituibilità interspecifica, dalla possibilità di rinuncia da parte dell’attore e dalla loro attivazione non biologica.

Chiameremo invece, come già accennato, necessità quei bisogni fisici, caratterizzati da un basso grado di sostituibilità intraspecifica (cfr. esempio dell’amburgher e della coca.cola, poco sopra) e una non sostituibilità interspecifica (posso scegliere di mangiare una pizza anziché un piatto di spaghetti, ma non posso scegliere di bere un bicchiere d’acqua invece di mangiare, e viceversa), dalla irrinuncibilità al consumo (se non per brevi periodi, e comunque con ripercussioni sul fisico), e dalla loro attivazione biologica.]

Una delle dinamiche più rilevanti innescate dalla doppia moltiplicazione è la contrazione del tempo. Intendo con ciò definire la condizione del tempo percepito dai cittadini delle odierne società occidentali (con particolare riferimento alle classi medie, ma non solo). La doppia moltiplicazione, moltiplicando la gamma di scelta del consumatore, ma non il tempo a lui concesso concesso per la fruizione di beni e informazioni, produce la contrazione del tempo disponibile. Se ad esempio un cittadino inglese di classe media vissuto a inizio novecento poteva avere accesso ad una inferiore quantità di informazioni/prodotti, egli poteva tuttavia fruirne una percentuale maggiore sul totale, in quanto il tempo libero a sua disposizione era pressoché lo stesso di un suo connazionale contemporaneo. A questa contrazione è corrisposto un accrescimento dell’incertezza esistenziale, dovuta in parte allo sgretolarsi delle grandi ideologie politiche e sociali, oltreché religiose, in parte all’affermarsi di mentalità postmaterialiste, le quali hanno prodotto quel desiderio spasmodico del superfluo al quale ha dovuto necessariamente adattarsi l’industria, in parte (e quest’ultimo aspetto non andrebbe sottovalutato) a quella doppia moltiplicazione cui si accennava sopra. L’insieme di queste dinamiche ha innescato nei consumatori comportamenti consumistico-compulsivi che hanno portato infine alla saturazione di gadget inutili che, occupando le nostre case e le nostre menti, aumentano anziché diminuire quella sensazione di ansietà che potremmo definire “sindrome dell’abbondanza”, la malattia del nostro tempo.

Ci manca il tempo di fruire del superfluo, della novità, dell’ennesimo gadget inutile che ci illudiamo renda migliore la nostra esistenza. La civiltà dei gadget, come la potremmo definire, ha finito per perdere di vista due cose essenziali: le conseguenze della sua opulenza sull’ambiente e sulla psiche di chi ne fa parte.

Il consumo di psicofarmaci è in aumento nei paesi occidentali sin dagli anni ’60 e così il numero di suicidi fra i ricchi e le cosiddette classi medie. In aggiunta a ciò l’uomo-consumatore occidentale sta sacrificando al moloch dell’inessenziale le risorse scarse della terra, sta inquinando i suoi mari e inaridendo le sue valli. Il prezzo di tutto questo è alto, e il premio è l’incertezza, l’ansia della novità, il consumo esasperato. Dovremmo davvero rifletteree sui nostri modi di vita, ripensarci come persone, non come consumatori, e rigettare quelle equazioni ipocrite fra felicità e consumo, e tra felicità e progresso tecnico, le quali costituiscono, forse, le ultime grandi religioni del nostro tempo.

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Federico Tabellini
Autore de 'Il Secolo Decisivo: storia futura di un'utopia possibile'. Nato a Brescia nel 1988. Da anni si interessa di tematiche ambientali, economiche e sociali. In passato ha pubblicato due paper su temi inerenti alla decrescita: "Degrowth and Sustainable Human Development: in search of a path toward integration" (Paper presentato alla Conferenza Internazionale sulla Decrescita, Venezia 2012) e "Sviluppo umano e sostenibilità ambientale: in cerca di una strada verso l’integrazione" (Vincitore della prima edizione del "Giorgio Rota Best Paper Award", Centro di Ricerca e Documentazione “Luigi Einaudi”, 2013). È laureato in Scienze Politiche, in Sociologia e in Linguistica Applicata. Attualmente vive a Barcellona.

3 Commenti

  1. Ottimo articolo: apprezzo in particolare il concetto di concentrazione del tempo; ricordandomi di esperienze di 10 o 20 anni fa, è una cosa che posso confermare di prima mano.
    Azzeccata anche la definizione “società dei gadget”.

    • Ciao Luca! Il focus delle nostre società sempre più caotiche e dei loro cittadini sempre più nevrotici si è pericolosamente spostato dal ben-essere al ben-avere e infine a un mal-avere che si esplica nel termine gadget: un qualcosa da avere non per la sua utilità, ma perché è nuovo, colorato, pubblicizzato.

      Ti ringrazio per il commento e per i complimenti.

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