Per una cultura politica della decrescita

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Sono convinto che il Manifesto per un’Europa decrescente, nel suo piccolo, rappresenti un passo in avanti molto importante per la decrescita. Il limite principale dei decrescenti, a mio avviso, è stato sempre di proporre un quadro limitato alla pars destruens  (critica del PIL e del consumo) e agli aspetti pratici e concreti (autoproduzione), lasciando in secondo piano le considerazioni di carattere politico sul modo di costruire una società basata sulla decrescita.

Insomma, il rischio di riproporre una delle tanti petizioni ecologiste incentrate esclusivamente sulla promozione del riciclo dei rifiuti, delle energie rinnovabili, della filiera corta, ecc. era altissimo, invece – sicuramente con molte mancanze e nei limiti delle nostre possibilità – siamo riusciti ad andare oltre un atteggiamento basato sulla rivendicazione di “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” (per citare una bellissima poesia di Montale) e abbiamo provato a delineare l’humus politico e sociale dove possa svilupparsi la decrescita, un compito che forse altri hanno ritenuto inutile e/o troppo teorico.

Nel fare tutto questo si è superata la paura, certamente comprensibile, di infrangere certi tabù. Dal Manifesto emerge una chiara presa di posizione a favore della rilocalizzazione non solo della produzione ma anche della politica, attraverso la democrazia di prossimità, il municipalismo e l’approccio bioregionale. Forse per la prima volta in modo esplicito, affiora la consapevolezza che il tradizionale Stato-nazione non è una forma di governo compatibile con la decrescita, ed è significativo che alla stesura del Manifesto abbiano contribuito molte persone che (a differenza mia, ad esempio) hanno subito poco o niente l’influsso dell’anarchismo. Il fatto poi che lo abbiano sottoscritto anche dei parlamentari della Repubblica (cioé rappresentanti dello Stato per antonomasia) credo che fughi qualsiasi dubbio in merito all’importanza del decentramento politico.

Ovviamente la decrescita non è un’ideologia politica, ma ‘una matrice di alternative’, come la chiama giustamente Latouche, per cui nessuno pensa di aver elaborato ricette universali o di escludere il contributo di filosofie di pensiero molto diverse dalla nostra; tuttavia, almeno a livello di DFSN, forse abbiamo superato l’impasse di certe discussioni incentrate sul recupero della ‘sovranità statale’ contro gli organismi sovranazionali o sull’opportunità di instaurare presunti ‘dispotismi illuminati’ per salvare il pianeta.

Non mi stupirei affatto e anzi auspico che municipalismo e beni comuni diventino argomenti che automaticamente rimandino alla decrescita, così come oggi avviene con l’autoproduzione. E se per i decrescenti viene normale accostare il pensiero della decrescita a Latouche e Pallante, ad esempio, mi auguro che presto apriranno il loro orizzonte culturale anche ad altri apporti: l’anarchismo mutualista di Petr Kropotkin, il comunitarismo sociale di Lewis Mumford e Adriano Olivetti, il socialismo eterodosso di Andrè Gorz, il municipalismo libertario di Murray Bookchin, il materialismo storico-geografico di David Harvey, il governo dei beni comuni di Elinor Ostrom, Vandana Shiva e Ugo Mattei, giusto per citarne alcuni.

Non è un caso che tutte le teorie che ho citato presentino vari punti di contatto con i principi fondamentali della decrescita. Riporto alcune citazioni a titolo esemplificativo, che spero possano servire da spunto di partenza per allargare i nostri orizzonti e creare una cultura politica della decrescita a 360°:

“Milioni di contadini, strappati a viva forza dai campi, si sono raccolti nelle città in cerca di lavoro, dimenticando ben presto i vincoli che una volta li univano alla terra. E noi, nella nostra ammirazione per i prodigi compiuti dalla nuova organizzazione industriale abbiamo trascurato i vantaggi della vecchia, in cui chi dissodava il suolo era al tempo stesso un lavoratore industriale. Abbiamo così condannato alla sparizione tutti quei settori dell’industria che un tempo solevano prosperare nei villaggi, condannando a sua volta nell’industria tutto ciò che non somigliava alla grande fabbrica. È vero, i risultati sono straordinari per quanto riguarda l’aumento delle capacità produttive dell’uomo. Ma si sono rivelati terribili per milioni di esseri umani, precipitati nelle miseria… Siamo stati cacciati, così, in un vicolo cieco, e mentre si va delineando l’imperiosa necessità di un cambiamento totale degli attuali rapporti tra lavoro e capitale, si è reso anche inevitabile un completo rimodellamento di tutta la nostra organizzazione industriale: i paesi industriali devono tornare all’agricoltura, devono trovare mezzi più opportuni per combinarla all’industria, e devono farlo senza perdere tempo” (Petr Kropotkin).

“Man mano che i mezzi meccanici sono divenuti più produttivi, si è accompagnata ad essi la teoria che il consumo debba diventare sempre più vorace… La giustificazione dei congegni intesi a risparmiare lavoro non era nel fatto che essi lo diminuissero effettivamente, quanto quello che accrescessero i consumi; è ovvio invece un risparmio di lavoro può aver luogo solo quando il livello di consumo si mantenga relativamente stabile. Purtroppo il sistema industriale capitalistico prospera proprio su questa contraddizione, stimolando i bisogni piuttosto che limitarli o soddisfarli” (Lewis Mumford)

“Dovunque ci sia conflitto, per esempio, tra la macchina e l’uomo, tra lo stato e un ente territoriale locale, tra la tecnica e la cultura, tra la burocrazia e il cittadino, tra l’economia del profitto e l’economia del bisogno, tra l’automatismo e il piano, tra il mero piano economico e il piano urbanistico, tra la città elefantiaca e l’insediamento a misura d’uomo, e infine tra l’ipotetico idillio di una società avvenire e la reale angoscia delle «generazioni bruciate», – noi sapremo immediatamente qual’ è la nostra parte” (Adriano Olivetti)

“Per quanto sia importante fermare la costruzione di centrali nucleari, di autostrade, di grandi agglomerati urbani o bandire l’uso di sostanze chimiche micidiali in agricoltura e nell’industria alimentare, bisogna rendersi conto che le forze che conducono la società verso la distruzione planetaria hanno le loro radici in un’economia mercantile da ‘crescere o morire’, in un modo di produzione che deve espandersi in quanto sistema concorrenziale” (Murray Bookchin)

“Per vivere meglio, si tratta ormai di produrre e di consumare diversamente, di fare meglio e di più con meno, eliminando anzitutto le fonti di spreco (esempio: gli imballaggi a perdere, il cattivo isolamento termico, la preminenza del trasporto su gomma ecc.) e aumentando la durata dei prodotti” (André Gorz)

“Per tutta una serie di ragioni, una a crescita a interesse composto è condizione irrinunciabile per la continua accumulazione e riproduzione del capitale. È questa specifica legge, socialmente e storicamente costruita, di un’accumulazione esponenziale del capitale che deve essere messe in discussione e alla fine abolita…. Su questo rapporto di classe si definisce una distribuzione di ricchezza e potere sempre più sbilanciata, oltre alla sindrome di una crescita continua che esercita un enorme impatto distruttivo sulle relazioni sociale e gli ecosistemi sociali” (David Harvey)

“L’ossessione della crescita ha travolto il nostro interesse per la sostenibilità, la giustizia e la dignità umana. Ma le persone non sono merci da usare e gettare – il valore della vita si trova fuori dallo sviluppo economico. La crescita illimitata è la fantasia di economisti, imprese e politici. La vedono come una misura del progresso. Come risultato, il prodotto interno lordo (PIL), che dovrebbe misurare la ricchezza delle nazioni, è diventato sia il numero più potente che il concetto dominante del nostro tempo. Tuttavia, la crescita economica nasconde la povertà creata attraverso la distruzione della natura, la quale a sua volta porta a comunità incapaci di provvedere a se stesse” (Vandana Shiva).

“L’ideologia della crescita è oggi il nemico principale della misura. Credere nella possibilità della crescita infinita in un pianeta in cui le risorse sono finite è una pura follia, che si spiega soltanto come prodotto della rimozione psicologica della morte, caratterizzante la cultura occidentale del presente. Oggi si ragiona soltanto sul ‘qui e ora’, si rimuove la storia e si costruisce un eterno presente, rinnegando il passato e rinunciando a progettare un futuro più giusto, equilibrato, e soprattutto di vita e non di morte” (Ugo Mattei)

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Igor Giussani
Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

25 Commenti

  1. Ottimo articolo Igor, come sempre del resto. Utilissimi i tuoi consigli di lettura, dobbiamo creare una cultura della decrescita che attinga anche ad autori diversi dai Pallante, Latouche o Illich – peraltro letture fondamentali.

  2. Non sono d’accordo: il concetto di decrescita risponde a una logica elementare che anche un bambino di quattro anni saprebbe applicare senza sforzo alcuno. Senza nessuna ideologia, nessuna lettura e nessun humus socio-culturale del vattelappesca. Chi non ci arriva è completamente pazzo o profondamente corrotto: in entrambi i casi è controproducente continuare a rifilargli discorsoni sui massimi sistemi, va lasciato al suo destino a meno che non si voglia campare di parole fritte. Ci hanno ben educati a “batterci” a colpi di libri, congressi, tavole rotonde, esposti, petizioni, raccolte firme, quando le scelte che facciamo anche soltanto al supermercato sono immensamente più utili ed efficaci di tutto ciò. Meno cultura politica e più azione pragmatica, è quello che mi piacerebbe vedere.

    • Accettiamo la tua rispettabilissima – quanto discutibile – opinione per cui la decrescita è una fesseria e vivere in una società più libera o in un ecofascismo è la stessa identica cosa, e l’unica politica è la scelta agli scaffali del supermercato.

      • A me invece l’articolo è piaciuto. Sebbene un manifesto politico scontenti necessariamente qualcuno in qualche suo aspetto (io stesso, sebbene lo abbia sottoscritto e in parte redatto, non sono d’accordo su tutto il suo contenuto), l’assenza di proposte di riforma concrete può essere ben più dannoso. Se, come dice Igor, ci si limita alla critica e non si avanzano proposte di tipo politico/economico, si rischia di non riuscire ad essere incisivi, fallendo nel tentativo di cambiare la società. Peraltro, come gli autori citati da Igor (a cui mi sento in dovere di aggiungere il bistrattatissimo Tim Jackson) dimostrano, tali proposte esistono, ma sono meno conosciute rispetto al classico trimurti Illich-Latouch-Pallante (e Georgescu-Roegen, forse). Occorre allora renderle note al grande pubblico, e stimolare un dibattito su più larga scala. Non vedo la cultura politica e l’azione pragmatica come una dicotomia, bensì come due facce della stessa medaglia, che possono proficuamente avanzare parallelamente.

        • Bravo Igor, ottima esposizione.
          Personalmente non sono tra coloro che ritengono che dallo spontaneismo pragmatico si arrivi a costruire un mondo nuovo.
          Le cose vanno male in Italia non perchè c’è troppa cultura ma perchè ce n’è troppo poca.
          Siamo tra gli ultimi paesi in Europa per numero di diplomati e laureati e penultimi per numero di libri acquistati.
          Io sto con Brecht: “Prendi il libro è un’arma”.
          Darkside parla del supermercato…………..
          C’è da rimanere inorriditi a vedere quello che la gente compra: carrelli di roba pieni di bibite gassate, di merendine pieni di grassi idrogenati, di chips. Poi si parla della crisi della “quarta settimana”.

          Se si vuole, in modo “pragmatico” cambiare le cose, allora bisogna recuperare la capacità del “saper fare”; cosa a cui decenni di consumismo ha disabituato ; secondo la logica per cui basti avere tanti soldi e comprare tutto.
          Peccato che, in questi anni di vacche magre, senza lavoro e senza soldi, l’avere perso la capacità del “fare” abbia condotto migliaia di persone alla deprivazione.
          La deprivazione è l’esatto contrario della decrescita: è un processo degenere, frutto del “bisogno” di possedere e l’impossibilità di accontentare tale pulsione.
          Allora, da pragmatico, dico che è bene rimboccarsi le maniche e ricominciare a farsi le cose da soli e, dove non si arriva individualmente, vale lo scambio, la solidarietà, il fare assieme in amicizia e riducendo l’importanza del denaro.

          Sono anche molto poco convinto che “il concetto di decrescita risponde a una logica elementare che anche un bambino di quattro anni saprebbe applicare senza sforzo alcuno”. Fosse così non saremmo lo 0,99% a crederci.

        • Federico, ecco una proposta di riforma concreta che può partire da ciascuno di noi: trasferire buona parte del denaro che spendiamo di “parte corrente” per i consumi agli investimenti.
          Quanto costa una bottiglia da 750 cl di vino un pò decente al supermercato? Non meno di 2,50-3 euro.
          Bene, io mi sono comprato la tappatrice, le bottiglie e il vino lo compro dal contadino, in damigiane ( filiera cortissima), me lo imbottiglio. Bevo bene e spendo 1,90 € ogni 750 cl.; cioè circa la metà.
          Quanto costa comprare il pane? Quello comune ( tipo “ciabatte”) costa non meno di 4 € al chilo.
          Noi ce lo facciamo in casa: ottimo, con farina acquistata al mulino ( macinatura a pietra mossa dall’acqua del torrente). A conti fatti ci costa circa 80 cent al chilo.
          Ci siamo comprati l’impastatrice e con questa facciamo tutti i tipi di pasta (oggi, Pasqua, casarecce paglia e fieno, con le ortiche).
          Siamo in grado di mangiare molto bene e di spendere meno di cinque euro in due!
          Se possiamo noi ( mia moglie lavora ancora, grazie alla Fornero) manda avanti due case e trova il tempo per cucinare a dovere.
          Io coltivo l’orto ( 400 mq.) e conduco due poderi in cui semino di tutto.
          Di mestiere faccio lo statistico, non il contadino.
          Ora chiedo agli scettici e ai detrattori della decrescita; a quelli che pensano che la responsabilità sia sempre dei altri e dei cattivi politici: “cosa fate voi per voi stessi, per i vostri figli e per rendere questo mondo un pò migliore?”.
          La decrescita non la regalerà nessuno: va conquistata e sarà tanto piu’ “felice” quanto piu’ consapevole e frutto dell’impegno di ciascuno.

          • E’ molto interessante quello che proponi Raffaele: però scommmetti che, se andiamo a consultare i vari burocratisimi (codici, prescrizioni sanitarie, autorizzazioni di sorta, ecc) verrebbe fuori che pratiche sane come queste sono probabilmente illegali?

      • Voglio ben sperare che lo accetti, visto che te lo sei inventato tu. Non ho detto che sia l’unica scelta, quella del supermercato, era un esempio. Non ho nemmeno detto che la decrescita sia una fesseria: ho solo detto che è semplice. Io la predicavo a 4 anni, senza aver studiato eppure non sono un genio. Non ho nemmeno affermato che vivere in una società libera o in un ecofascismo sia la medesima cosa.
        Stavo solo cercando di dire che il tempo dell’informazione è finito; è stato utile ma è finito. Le cose sono talmente evidenti, che chi non le ha ancora capite al punto in cui siamo non ne è semplicemente in grado, oppure sta facendo deliberatamente finta di nulla. Il tempo che viene sottratto all’azione per essere dedicato al dibattito è ormai tempo perso secondo me, anche se mi rendo conto che quello del tuttologo anticrisi è un mestiere che rende =)

        • Una persona che a 4 (QUATTRO) anni predicava la decrescita asfalta intellettualmente non solo un povero tapino come me (che non riesce a ottenere neppure un centesimo facendo il ‘tuttologo anticrisi’) ma persino Latouche, Illich, Castoriadis e compagnia, quindi posso solo chinare umilmente la testa sperando che per replicare a me non ti abbia sottratto troppo tempo all’azione.

          • No, tranquillo, è una mia scelta quella di risponderti, tra l’altro l’abbracciare una certa filosofia di vita ha incrementato notevolmente il cosiddetto “tempo libero” a mia disposizione =)
            A livello intellettivo non asfalto nessuno, il mio Q.I. è assolutamente nella media, né alto né basso, eppure ho sempre trovato gli argomenti ora accomunati sotto la denominazione di “Decrescita” di una semplicità estrema. Lo ripeto: semplicità, NON stupidità.
            Anche alla tenera età di quattro anni, sì, perché non penso affatto che quella della Decrescita sia una mia idea, né tantomeno un’idea tua o di qualche eminente pensatore: si tratta semplicemente del naturale modo di ragionare che qualunque persona avrebbe se non fosse soggetta ai vari condizionamenti che sappiamo. Una logica impersonale, oggettiva e primordiale.
            Se siamo in due, è meglio cucinare una pagnotta e poi andarcene a spasso oppure cucinare ottocento pagnotte per tutto il giorno e poi buttarne via 799? Chiedilo a un bambino e saprà risponderti meglio di me.
            Ed è proprio per questa ragione che ho smesso di credere nel potere dell’informazione e nell’utilità di un certo substrato politico/ideologico: se si trattasse di svelare i retroscena politici dell’Unità d’Italia o, che so, il progetto di un satellite spaziale, allora un bel libro o un bel congresso è proprio quello che ci vorrebbe. Ma qui parliamo di cose facili, Igor, così facili da suscitare in me la netta sensazione che una certa condivisione di idee, pensieri, teorie non sia che un modo come un altro per lavarsi la coscienza, da parte di chi è libero solo a metà: una voce dentro di lui/lei sta dicendo “Ehi, tu stai andando nella direzione sbagliata, ti devi fermare.” Ma ha paura di farlo, perché la maggioranza sembra andare proprio in quella direzione e così mette a tacere quel bambino interiore, ripromettendosi però di dedicare la domenica a qualche convegno o qualche manifestazione.
            Un’altra brutta sensazione, ma diciamo pure una certezza, è che più di qualcuno stia approfittando della situazione attuale per lucrarci su, come ingranaggio di un sistema che non desidera minimamente cambiare, quanto piuttosto arricchire di una nuova fantastica industria: quella del dissenso, da incanalare in precise valvole di sfogo per la gioia tanto del suo portafoglio quanto del suo capo.
            E insomma, praticamente dissento su tutta la linea… sempre più convinto che la decrescita sia un’evidenza lampante, e che chi non capisce l’evidenza è pazzo, corrotto oppure entrambe le cose. Ma ti prego di non considerare il mio come un attacco personale. Non lo è davvero, anche se mi rendo conto che lo scrivere di getto e con una certa partecipazione anche emotiva potrebbe dare adito a fraintendimenti.
            Vedilo piuttosto come un attestato di stima: se non pensassi di essere su un bel sito assieme a delle belle persone, certe considerazioni mi guarderei bene dal lasciarmele scappare =)

  3. Una curiosità, con “forse abbiamo superato l’impasse di certe discussioni incentrate sul recupero della ‘sovranità statale’ contro gli organismi sovranazionali o sull’opportunità di instaurare presunti ‘dispotismi illuminati’ per salvare il pianeta.” ti riferisci a qualche discussione in particolare?

    • Non tanto a discussioni su DFSN – anche se ogni tanto capita qualche commentatore che scrive “cosa ci trovi di male in una dittatura per il bene comune?”, come se una roba del genere potesse veramente succedere – penso ad altre associazioni dove la decrescita spesso ha un valore piuttosto strumentale, o dove si pensa che debba essere un processo implementato dallo Stato così come lo conosciamo, quindi attaccano con la nostalgia della cara vecchia ‘sovranità dello Stato’, che ha alcune ragioni di essere ma in gran parte è nostalgia di un feticcio. Dai un’occhiata ad esempio a chi parla di ‘rivoluzioni conservatrici’…

  4. Darkside,
    tu ritieni che la decrescita sia un tema “facile”.
    Fosse cosi, non servirebbe parlarne, pensarla, raccontarla. Non saremmo lo 0,99%
    In realtà il problema è complesso e, a mio avviso, non può essere liquidato nè facendo appello al buon senso individuale e alle coscienze, nè ritenere che, stante la “semplicità” dell’argomento, prima o poi tutti giungano alla conclusione che la decrescita sia la scelta giusta.

    Gli aspetti che toccano l’individuo, i suoi desideri, le sue pulsioni vengono studiati dagli psicologi e, personalmente, mi interessano poco.
    Cosa diversa sono i comportamenti di massa.
    Se volessimo scomodare qualche nozione di fisica, potremmo dire che la somma di tanti vettori ( gli individui) multidirezionati ha risultante nulla.
    Infatti, il cosiddetto “popolo” è sostanzialmente neutro e amorfo, di per sè.
    Ciò che induce i cambiamenti, rispetto allo status quo, sono sempre agenti causali che interagiscono con settori, piu’ o meno ampi, della popolazione e ne provocano i mutamenti di opinione e di comportamento.

    La carne di pollo può soggettivamente piacere o non piacere.
    In condizioni normali le statistiche di vendita mantengono un trend piuttosto regolare.
    Ma se si diffonde la notizia che l’aviaria ha colpito i polli e che in Cina c’è stato UN CASO di passaggio del virus dall’animale all’uomo, il consumo di carni bianche si dimezza, anche a migliaia di chilometri di distanza.
    Per contro, come mi raccontava un mio amico erborista, se alla TV parlano delle meraviglie della santoreggia come afrodisiaco, c’è una corsa all’accaparramento.

    Dunque il potere condizionatorio ha una sua enorme efficacia e rende “complicate” anche le cose che appaiono “semplici”.
    Resta da chiedersi, semmai, perchè l’idea della decrescita non faccia “presa” nella coscienza collettiva.
    Questo mi pare il punto e su questo bisognerebbe discutere piu’ in profondità.
    E’ solo un problema di comunicazione, di informazione oppure esiste una sorta di rifiuto psicologico all’argomento?
    Prima di tutto constato che, attorno al tema della decrescita, esiste una grande confusione.
    Decrescita non è deprivazione e, tutto sommato, non è nemmeno il negativo fotografico della crescita.
    Se decrescita significasse deprivazione o l’assenza di crescita, allora davvero tutto sarebbe “semplice”.

    Il fatto è che la decrescita è , prima ancora che un modello economico, tutto da costruire, una maniera “altra” di pensare la qualità della vita del singolo, i rapporti sociali e di scambio, il modo di produrre e di cosa produrre e in quali quantità.
    Ragionare piu’ a fondo su questi aspetti, cimentarsi con l’idea di progetti concreti, mi pare indispensabile perchè l’idea della decrescita possa fare proselito.

    Ha ragione Igor quando sottolinea che bisogna rifuggire, anche solo dall’idea, di tentazioni autoritarie.
    Ogni regime totalitario, a proprio modo, ha avuto vocazione di agire nell’interesse del popolo.
    Come sono andate le cose lo sappiamo.
    Dunque non c’è alternativa al consenso e questo va costruito convincendo.

    • Raffaele,
      Se mi dici che siamo un’esigua minoranza a mettere in PRATICA la decrescita ti do ragione su tutta la linea, se mi dici che siamo in pochi a CONOSCERLA che è cosa ben diversa, allora debbo nuovamente dissentire.
      Forse la parola “decrescita” non suona ancora troppo familiare, ma devo ancora conoscere una sola persona che arrivi a darmi torto quando affronto l’argomento, o che non riesca a capire di cosa parlo, e mi riferisco a persone che portano avanti uno stile di vita anche diametralmente opposto.
      E allora com’è possibile? Una domanda che mi sono fatto spesso, e alla quale ho finito per rispondere con: PAURA.
      Paura di rompere con gli ultimi cento anni di storia, paura di ammettere di aver sprecato l’infanzia e la giovinezza memorizzando nozioni prive di alcun fondamento, ma soprattutto la paura di essere i primi a farlo. Ciascuno aspetta che a fare il primo passo sia qualcun altro, ciascuno teme il giudizio del suo prossimo e si innesca così una sorta di circolo vizioso.
      Mi ci metto dentro anch’io in prima persona; per quanto abbia sempre ragionato in questo modo, solamente da pochi anni ho trovato il coraggio di seguire anche nel concreto i dettami della mia coscienza, che per lungo tempo avevo messo a tacere per paura. E forse non lo avrei ancora trovato se le circostanze della vita non avessero praticamente finito con l’obbligarmi a fare determinate scelte. Circostanze che non avevano davvero nulla a che vedere con la mia estrazione culturale e politica (sono un ignorante e non ho mai sentito nominare nemmeno di sfuggita uno solo dei pensatori citati da Igor).
      Poi vi è anche chi, pur consapevole di tutto quanto andiamo scrivendo, con la situazione attuale ci lucra alla grande e li ritengo ancor più irrecuperabili. Ma per chi ha solamente paura -e sono tanti- penso che un esempio concreto, inteso proprio come una persona che decresce davanti ai tuoi occhi eppure non si ammala, anzi sembra discretamente felice, possa smuovere più di un’intera biblioteca dedicata all’argomento.
      PS. Spero non ti riferissi al sottoscritto con la tua chiosa sui regimi totalitari, perché un parere discordante e un’apologia del fascismo sono due cose un po’ diverse eh!

      • Ovviamente neanche il mio è un attacco personale (come si fa ad attacare personalmente un nick del resto?!). E’ forse anche dialetticamente pericolosa una situazione dove a entrambe le parti le sue posizioni ovvie e naturali… ma fammi andare con ordine.
        I pensatori che ho citato nel mio articolo sono state tutte persone che hanno tenuto nella vita un ideale di coerenza, che può avergli dato visibilità ma di certo non li ha elevati a improvvisati capi popolo di niente, né possono essere accusati di averci fatto i soldi con questo o altro… criticare senza conoscere non è proprio una belissima cosa.
        Ma passiamo al fatto che la decrescita è ‘facile’, che è tutto evidente e che basta ‘fare’. Sì, forse se sei uno come Simone Perotti, che puoi permetterti di ristrutturare un casolare di campagna e vivere da downshifter, forse per gente così è ‘facile’.
        Ma per il consumatore della classe medio-bassa che va al famoso supermercato e si trova solo prodotti a filiera lunghissima la decrescita non è facile. Per l’autoproduttore che si vede tarpate le ali dalla burocrazia che gli vieta quello che la tecnica gli renderebbe possibile la decrescita non è facile. Per il piccolo produttore costretto a chiudere perché il sistema ortofrutticolo favorisce i mediatori e le multinazionali la decrescita non è facile. Per chi combatte eco-mostri insensati come il maxitraforo della TAV in Valdisusa o il MUOS e si vede criminalizzato per il suo impegno civico e il territorio militarizzato la decrescita non è facile. Per un abitante di un posto come Taranto, che potrebbe mettere in pratica tutte le più virtuose scelte di autoproduzione e vita sana ma beccarsi il cancro per le esalazioni dell’ILVA la decrescita non è facile. Per chi vive in posti come la Terra dei Fuochi, dove la terra e l’acqua probabilmente sono intossicate al punto tale che scelte di vita basate sull’autoproduzione tradizionale sono quasi impossibili, la decrescita non è facile.
        Chiudo qui l’elenco perché penso mi porterebbe via delle ore.
        Ecco, a tutta questa gente vagli a dire che si tratta tutto di ‘fobie’ o di ‘problemi di coscienza’: in praticamente quasi nessuna delle situazioni descritte le scelte personali possono contare alcunché (tranne forse emigrare)
        Da quello che dici, mi sembra che per te la decrescita coincida con la parsimonia, che è una qualità bellissima (e concordo sul fatto che si possa imparare a 4 anni), però parte dall’accettazione dell’esistente: posso avere 50 ma mi accontento di 20. Un atteggiamento molto bello, ma che non influisce nulla sul 30 di troppo.
        E’ fantastico che, attraverso nostre prese di coscienza personali, riusciamo a farci una vita migliore e a incidere meno sul pianeta: ma non dobbiamo fare l’errore di pensare che, in una società della crescita per la crescita, il nostro comportamento cambi qualcosa: non cambia assolutamente nulla, semplicemente non ci rende complici (o meno complici) del sistema.
        Se non ci credete posso fare un esempio storico di quanto ho detto. Gandhi in India ha lasciato un insegnamento basato sulla pratica della non-violenza, il giusto mezzo e l’autolimitazione dei bisogni, e una visione teorica di una società basata su di una rete decentrata di città e villaggi. La prima ha avuto discreto successo, poi però l’India ha voluto seguire il modello di uno stato-nazione liberale occidentale che non era compatibile con le visioni gandhiane… il resto è storia recente.

        • Mi chiamo Michele Valdrè e sono di Trieste.
          Non ci capiamo, io non criticavo i pensatori da te citati bensì i tuttologi contemporanei, che dei temi un po’ “controcorrente” per così dire, han fatto un business come un altro, e chi non cambia una virgola nella sua vita limitandosi a seguire qualche convegno domenicale: cose che conosco bene e che mi permetto di criticare aspramente.
          La parsimonia non ha nulla a che vedere con determinate scelte di vita che ho fatto, che sono di più ampio respiro; in verità non mi sento “parsimonioso” perché se ho bisogno di qualcosa me la procuro. Più che altro rinuncio alle cose inutili… e penso che la Decrescita nella pratica non sia facile per nessuno in nessun caso; ma se è vero che una semplice presa di coscienza non può nulla contro un’acciaieria tossica piazzata davanti a casa tua, nemmeno i manifesti politici assorbono le polveri sottili eh. Quello che trovo dannatamente facile non è tanto il prendere fisicamente le distanze da un sistema malato, quanto piuttosto il comprendere tale necessità a livello mentale; questo per me è immensamente semplice, la parte difficile sta nel metterlo in pratica. Per questo nel mio piccolo preferisco saltare a pie’ pari la parte teorica, di cui non sento affatto il bisogno e concentrarmi sulle piccole azioni (o non-azioni) quotidiane.
          Se poi i fatti mi daranno torto e il Manifesto servirà a qualcosa ne sarò lieto: tutto fa brodo.

          • Ecco finalmente hai detto bene: “prendere le distanze da un sistema malato”. Quello che proviamo a fare con il Manifesto per un’Europa decrescente – ben sapendo che potrebbe essere tutto inutile – è fornire una proposta per provare a cambiare il sistema. Ripeto, molto probabilmente sarà un fallimento, ma un approccio solo individualistico come il tuo sarà destinato SICURAMENTE a fallimento. Certo nel disastro potrai dire che non sei stato complice, che è sicuramente una buona cosa, ma finisce lì.
            Non è che quella che chiami ‘parte teorica’ è invece ‘impegno civico’? Perché se la gente se ne fosse stata buona buona nel periodo 2011-2012. a desempio, ad autoprodurre yogurt evitando la ‘teoria’ oggi avremmo in Italia le centrali atomiche, l’acqua privatizzata nonché il ‘legittimo impedimento’ e ti assicuro che sarebbe stata una situazione dura anche per i ‘pratici’. Per fortuna ci sono stati i comitati referendari.
            Quotidianamente ricevo un sacco di critiche ‘di sinistra’ secondo cui l’atteggiamento della decrescita è sostanzialmente consono al neoliberismo, al regime dominante… e io rispondo sempre che non è assolutamente vero, che è anzi la sua negazione speculare. Però, se devo pensare ad atteggiamenti di chiusura intimistica come il tuo (o quello che sembra emergere dalle tue parole)… sono sincero: fatico a dargli a torto. Alla fine l’individualismo, anche quello ‘alternativo’, è il sale di questo sistema.
            Personalmente sono ben contento che Latouche – giusto per fare un nome tra i possibili ‘tuttologi’ che hai in mente- abbia deciso di dedicarsi alla promozione e allo sviluppo della decrescita (cosa che gli comporterà viaggi aerei, uso di treni alta velocità e altri comportamenti di per sé poco virtuosi) piuttosto che dedicarsi a fare pane artigianale. E se “fa soldi” con la decrescita, ne sono bene contento! Devono fare solo soldi i petrolieri, i mercati di armi e simili?

          • Accipicchia, mi hai smascherato. Ebbene sì, sono un ecofascista che vive dentro un supermercato, ma soprattutto un neoliberista fallito. Devo aver toccato qualche nervo scoperto, non era mia intenzione ma pazienza, faccio subito marcia indietro prima di beccarmi anche i gavettoni =) Scusate il disturbo.

  5. Penso che, alla base di tutto, ci sia il meccanismo col quale si forma la coscienza dell’individuo e, generalizzando, della società.
    Il sistema capitalistico ha avuto due secoli per assestarsi e il suo percorso è stato tutt’altro che rettilineo.
    Un individuo, quando nasce, è già il prodotto del sistema, oltre che della combinazione genetica di gameti.
    Nascere in clinica piuttosto che in casa è già un “posizionamento”, una scelta di campo.
    Essere svezzati col latte in polvere di una multinazionale, piuttosto che dalle mammelle di mamma è un altro posizionamento.
    Essere vestiti con pannolini usa e getta, piuttosto che con quelli lavabili e riusabili è altro posizionamento.
    Poi, una volta infanti, se maschietto impari a giocare col pallone e se femminuccia con le bambole; in modo particolare con una: bionda, vitino da vespa; praticamente il modello da imitare.
    Immersi in questo Truman show, pochi sanno trovare il “varco”, salutare ed uscir fuori.
    Questo perchè tutto, ma proprio tutto, di quello che ci circonda è funzionale e coerente col “modello” che costituiste la forma e la sostanza delle nostre vite.

    Io non penso che questo imprinting ce lo si possa levare di dosso semplicemente facendo scelte pragmatiche, di buon senso, scrupolose.
    I comportamenti individuali hanno sempre risultante nulla, perchè si sommano algebricamente.

    Personalmente, parafrasando Gramsci, il quale è stato un attento studioso del Machiavelli, ritengo che serva un “moderno Principe”, non già incarnato in un individuo ( di uomini della Provvidenza ne abbiamo avuti anche troppi) ma un intellettuale collettivo, in grado di offrire un nuovo modello culturale e politico volto ad un radicale cambiamento.
    Questo Principe, se ancora non esiste, va costruito mettendo assieme intelligenze e pensieri in grado di costruire una piattaforma per la realizzazione della quale valga la pena di battersi.

    Il Manifesto per la Decrescita si inserisce in questa scia.
    Al di là del fatto che sia perfettibile, integrabile e quant’altro, quello che conta è la direzione di marcia e il fatto che, attorno ad alcune idee basilari, si possa coaugulare un nucleo di persone, sempre maggiore.

    La battaglia è improba perchè il “tantoavere” ha lasciato il segno e l’idea di cambiare non piace.
    cambiare significa compiere una rivoluzione profonda nel modo di essere e ciò mette in discussione tutto di noi: a cominciare dal modo in cui siamo nati e siamo stati allevati.
    Personalmente sono scettico sul fatto che la decrescita possa avvenire per automaturazione delle persone.
    Una società senza una classe dirigente, degna di questo nome, non va da nessuna parte.
    Non credo alle soluzioni “fai da te” o alla libera iniziativa dei piu’ convinti.
    Se non c’è un progetto forte, sostenuto e condiviso sarà difficile muovere anche solo i primi passi verso il cambiamento.

    La risposta delle persone alla crisi si traduce, nella generalità dei casi, in una autolimitazione dei consumi, nello scadimento qualitativo dei prodotti acquistati e una diminuizione delle quantità.
    Come sottolineava Igor: ” consumavo 50, ora consumo 20″.
    Ma quel “20” è sempre una parte del “50” non qualche cosa di diverso o di alternativo.
    E’ il fare un buco in piu’ alla cinta dei pantaloni per sopravvivere ma non un modo “altro” per utilizzare la crisi come occasione per il cambiamento.
    Del resto, la sindrome di Stoccolma collettiva impedisce di comprendere, addirittura di immaginare che la crisi non sia la causa del disagio sociale bensì l’effetto di un sistema perverso.

    • Mi sembra, che il nocciolo della questione sia: facciamo i decrescisti d’istinto perche` e` ovvio che non ha senso comprare 10 mele e buttarne 4 nell’immondizia perche` sono marcite mentre mangiavamo le altre 6 ? oppure facciamo la decrescita perche ne abbiamo capito le teorie di base, che poi sono le leggi fisiche ed i limiti del nostro pianeta ?
      Io penso che le teorie servono ad andare oltre al nostro piccolo mondo quotidiano e servono a spiegare e convincere le persone anche a proposito di argomenti complessi, come potrebbe esserlo l’energia nucleare o la privatizzazione della distriubuzione dell’acqua.
      Va poi chiarito il termine “politica”: che i “politici” facciano parecchio schifo in tutto il mondo e` un dato di fatto… ma la “politica” nel senso del discutere le regole comuni di vita sociale non puo` essere evitata, va semplicemente ripulita e… va fatta decrescere anch’essa nel senso di diventare efficiente, razionale, pulita, logica e soprattutto utile a tutti, ambiente e futuro compresi.
      E allora, chi ne ha il dono da bambino, faccia pure il decrescista “istintivo”, ma per una solida societa` della decrescita ben vengano gli studi, i libri, gli incontri e le discussioni oneste… ed i “politici” [nel senso che tutti capiscono oggidi`] li mandiamo a spaccare le pietre in cava.

      • Ecco Giulio, a te che sei versato nell’autoproduzione anche in campo artigianale ed elettrotecnico: i vari burocratismi (certificazioni di qualità, normative di ‘sicurezza’) quanto influiscono negativamente? In campo agricolo ad esempio la legge che equipara i prodotti trasformati in ambito contadino a quelli industriali è una limitazione pesante, per dirne una.

        • Caro Igor,
          direi che l’autoproduzione per definizione dovrebbe essere indipendente dai burocratismi fintanto che i prodotti vengono usati da chi li produce.
          Il buon senso dice che il limite sta nel punto in cui l’oggetto autoprodotto interferisce con utenti diversi dal produttore.
          Ad esempio se io mi costruisco un apparecchio elettrico malamente isolato e mi folgoro da me nel mio laboratorio… non credo verro` incriminato di nulla se posso dimostrare che il mio apparecchio non era in alcun modo collegato al resto del mondo.
          Se pero` il mio apparecchio anche potenzialmente puo` venir usato da altri (anche gratis o senza che loro se ne accorgano) o, collegandosi alla rete elettrica anche solamente casalinga, potrebbe interagire con altre persone o impianti, chiaramente tale apparecchio deve seguire tutte le norme di legge (messa a terra, isolamenti, sicurezze, ecc…).
          Ecco che, dato che al mondo d’oggi e` molto difficile isolarsi completamente, quasi qualunque cosa che si costruisce deve fare i conti con le regole, leggi, norme, tariffe, ecc…
          Mi chiedo se, quando ci si dovesse scambiare prodotti autocostruiti o autocoltivati, senza alcuno scambio di danaro, ci siano regole semplificate, ma onestamente non lo so e sarebbe uno studio interessante da fare.

  6. Le domeniche.
    1 gennaio -Capodanno
    6 gennaio -Epifania
    25 aprile -Liberazione dal nazifascismo (1945)
    Domenica e Lunedì di Pasqua —
    1 maggio -Festa del lavoro
    2 giugno -Festa della Repubblica
    15 agosto -Assunzione di Maria
    1 novembre -Ognissanti
    8 dicembre -Immacolata Concezione
    25 dicembre -Natività di Gesù
    26 Dicembre -Santo Stefano
    …………………………………………

    “” L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro…….””
    Questo dice l’articolo uno della nostra costituzione.

    Il lavoro è l’elemento essenziale attraverso il quale una società cresce e si auto sostiene.
    Ogni cittadino ha il dovere morale di contribuire con il proprio lavoro non solo al proprio sostentamento, ma anche per partecipare alla crescita della dignità della vita di tutti gli individui.
    Crescita che non è certamente descritta dal pil, o intesa come crescita infinita di ricchezza di beni materiali.
    Ma piuttosto una crescita basata sulla cultura, sulla qualità della vita che non si misura dalla quantità di denaro in banca o di beni che ci possiamo comprare. Ma dal vero sviluppo auto sostenibile verso l’ambiente.

    Oggi si sente sempre più dire che occorre crescere, crescere sempre di più, crescere è l’unica via di salvezza.
    Ma noi in occidente non dobbiamo affatto crescere, anzi, occorre invertire la marcia di un sistema e concezione della vita basata solo sul consumo, sul profitto e lo spreco come modello unico.
    Solo i paesi poveri possono sperare nella crescita perché ancora non hanno nulla, noi qui in occidente invece non dobbiamo affatto crescere.

    Purtroppo è con questa scusa della crescita a tutti i costi che i vari governi occidentali costringono i propri cittadini a considerare il lavoro non più come ad uno strumento giusto di sostentamento, ma sempre di più come ad una schiavitù.
    Il risultato è che si perdono sempre di più i momenti per festeggiare delle ricorrenze importanti, laiche e religiose che siano.
    Momenti importanti per stare con la famiglia, con i figli. Ogni governo poi dice sempre di voler fare delle cose per le famiglie, invece nei fatti fa di tutto per disincentivare le persone nel formarsi una famiglia, creando un mondo del lavoro assurdo.

    Oggi non ci sono più limiti nelle aperture dei negozi, delle attività, il mercato è sempre più selvaggio, l’uomo va sempre di più verso la competizione piuttosto che verso la collaborazione reciproca come invece dovrebbe.
    E quindi per poter soddisfare questa crescita assurda, per incentivare sempre al consumo senza regole, per non considerare e dare valore alle cose che già abbiamo, siamo costretti a lavorare sempre di più.

    Il lavoro invece che essere uno strumento, è diventato una condanna !

    E la gente non solo lavora sempre di più ma è sempre più precaria, perché mentre i salari calano e si fanno leggi sempre più liberticide, al contrario le grosse multinazionali fanno sempre più profitti. Un modello occidentale, prevalentemente americano che ci porterà alla rovina !
    Con la scusa della crisi poi molti datori di lavoro applicano contratti capestro, ricatti, per cui sempre più persone abbandonano l’idea di farsi una famiglia per paura di lasciare ai figli un mondo sempre peggiore.

    Tutte quelle aziende che già oggi, con la scusa della “libertà” degli orari di aperture, fanno lavorare le persone anche in quei pochi giorni importanti che dovrebbero invece essere di festa, si rendono colpevoli di danneggiare la generazione attuale, ma soprattutto quelle future.

    Tutti quei signori che hanno come dogma unico e l’imperativo della crescita e del consumo, si rendono colpevoli di un degrado sociale totale.
    Una società basata solo sul sorriso di facciata, sulle ipocrisie, sulle felicità astratte e utopiche. Basata sull’arroganza e la prepotenza di chi ti vuole a tutti i costi appioppare un prodotto che non ti serve.

    Per dare una netta svolta di marcia è necessario che ogni cittadino, che tutti ci rendiamo conto che non ha più senso crescere e consumare all’infinito, perché il mondo è un sistema si grande ma chiuso, finito.
    Il degrado di ambiente e clima è già sotto gli occhi di tutti, la crescita vera è solo quella culturale, sociale e sostenibile, e non certo quella di beni e denaro che fanno tutt’altro che la felicità.

    Per tornare a considerare il lavoro come ad una cosa utile, come ad uno strumento con dei limiti ovvi, ( e la stessa cosa vale per il denaro ), occorre dare una svolta alla nostra vita.
    Riprenderci cioè le cose vere della vita, per vivere in maniera più serena e sostenibile, cambiando questo assurdo modello del consumo e basta in altro.
    Perché il mondo è fatto di PERSONE e NON di consumatori !

    Con questo documento DecrescitaFelice inviterà tutti i cittadini a NON recarsi nei negozi e nei supermercati nei giorni di festa.
    Per rispettare di nuovo le ricorrenze sia laiche sia religiose, per il rispetto di TUTTI, inviteremo a boicottare i negozi nei giorni di festa.
    Non è l’unica cosa ma sarà già un buon inizio.

    Per tornare a credere nel lavoro giusto, in una società più giusta, senza più comprare cose di cui non abbiamo bisogno e nel dare valore a quello che già abbiamo.
    Per eliminare per sempre questi falsi valori basati solo sul niente, sugli sprechi, sullo spot pubblicitario da dementi, su una economia globale che è solo una farsa.
    Economia che arricchisce sempre di più i già ricchi ed impoverisce i poveri, economia che porterà il nostro ambiente al collasso totale, contro gli ipocriti e gli arroganti del potere economico e politico, cambiamo il nostro stile di vita.

    Perché è l’unica via d’uscita al degrado totale oggi in atto, e pensarci in tempo è fondamentale.

    Testo di Gianni Quaresima.
    http://www.decrescitafelice.it

    • Salve a tutti, e` da un po’ che me ne stavo quieto osservando i nuovi articoli. Quest’ultima discussione mi spinge a chiedere un chiarimento che avevo da tempo sulla punta della penna.
      Da tempo vedo una gran confusione sul tema “lavoro”.
      Mi sembra che il problema sia eventualmente sul “lavoro dipendente” mentre io non vedo nulla di male a spendere una domenica con la famiglia a verniciare le pareti di casa, oppure a cambiare da soli l’olio della macchina e magari insegnare ai propri figli a regolare il gioco delle punterie della motoretta o preparare il pane, imbottigliare il vino, tagliare l’erba del prato, discutere le equazioni di Maxwell ed eventualmente la dualita` onda-particella per un intero pomeriggio con gli amici mentre si calcola l’efficienza termica della casa. Tutte cose che, se qualcuno ci paga per farle, possono diventare anche antipatiche, mentre se le facciamo per nostro piacere personale migliorano la mente e mantengono la persona, la famiglia, gli amici e la societa`.
      E allora vorrei che si definisse meglio quando si parla di lavoro, come vogliamo chiamarlo nei casi che ho citato sopra e che sono perfettamente compatibili ed anzi alla base della Decrescita ?
      Un altro punto su cui devo chiedere attenzione: “il mondo occidentale”. Purtroppo la favola che i diavoli occidentali sono capitalisti e consumisti mentre gli orientali no… e` una bufala colossale.
      I governi, i sistemi sociali, le citta` asiatiche sono immensamente peggiori dal punto di vista dello sfruttamento delle persone, delle diseguaglianze sociali, dell’inquinamento, ecc… il tutto in nome della crescita, possibilmente con percentuali a due cifre.
      Forse potremmo ancora pensare che le filosofie orientali abbiano del buono rispetto a quelle occidentali, ma chi le applica ormai ? Gli occidentali molto piu` che gli asiatici. Del sud-america ed africa non parlo perche` non me ne intendo…
      Quindi, ai “paesi poveri” e` permesso crescere e “lavorare” [nel senso di produrre profitti per altri] ed agli occidentali no ?
      Invece, chiarendo i termini, dovremmo tutti “lavorare” [nel senso di essere attivi] dedicandoci a raggiungere lo stesso obiettivo di sostenibilita`, educazione, cultura, auto-produzione-locale, ecc…

  7. Il sistema capitalistico ha fatto due “miracoli”: ha dato la possibilità di desiderare e la possibilità di avere.
    Il marketing del desiderio ha creato molti momenti in cui in tanti ( o in tante) convengono per poi solo uno ( o una) diverrà l’eletto: il piu’ bello, il piu’ bravo, il piu’ fortunato.
    Il miracolo della favola di Cenerentola si ripete: la negletta ma buona e bella, alla fine, vince e da sguattera diviene principessa.
    Il desiderio di “farcela” ha permeato la vita delle persone; per cui devi sempre gareggiare, competere, arrivare primo.
    Ci sono moltissime organizzazioni di vendita basate sul “multilevel”: praticamente delle “catene di Sant’Antonio”, dove esperti manipolatori ti mostrano come, solo credendoci e applicandosi con tenacia, ciascuno possa diventare ricco, ammirato, invidiato.
    Naturalmente la gran massa sarà esclusa dalla possibilità di realizzarsi , ma non importa.
    L’altra faccia del desiderio è quella del possesso: “sono” se possiedo, se ho quello che i miei amici, i miei vicini, i miei competitors non hanno.
    E’ evidente, in quest’ottica, che il lavoro, indipendentemente dalla sua qualità, diventa lo strumento per fare denaro; cioè per acquisire il solo mezzo che conta nella vita e che serve per concretizzare i sogni.

    Certo, non tutto è “multilevel”, non tutto è gara per diventare “velina” ma, nell’immaginario collettivo, l’idea di essere “baciati dalla fortuna” affascina e coinvolge.
    Dove non arriva il lavoro arriva la componente irrazionale del gioco d’azzardo che, mettendo assieme due momenti di evasione (l’aspetto ludico con quello della speranza della vincita) , sa coinvolgere milioni di persone.
    Se poi, in nessun modo riesci ad “emergere” puoi sempre annegare i tuoi dispiaceri in qualche paradiso artificiale.

    Dunque del lavoro, della sua funzione, si ha spesso una visione distorta.
    Quasi sempre è ritenuto una “condanna”.
    Quasi mai è un piacere, un qualche cosa a cui ti applichi per il desiderio di creare, di realizzare.
    Il lavoro di massa, sopratutto quello di catena, è caratterizzato da molte operazioni semplici e ripetitive, di cui gli addetti ne assolvono sempre una sola ciascuno.
    Ecco allora quello che Marcuse ha definito il “lavoro alienante” ma che, dopottutto, ti consente di avere il denaro per vivere.
    Anche il sogno di spendersi per migliorare le proprie capacità, tramite lo studio e la formazione professionale, è stata frustrata; per cui molti giovani, al giorno d’oggi, non studiano e non lavorano.

    E’ chiaro che, in questa fase crepuscolare del capitalismo, nella fase recessiva o, quantomeno, di non crescita ( ah, il feticcio della crescita!), anche i desideri di realizzazione siano frustrati.
    Non è un caso che vi sia una correlazione positiva tra contrazione dell’offerta di lavoro e aumento delle ludopatie, del consumo di alcool, dell’incremento del gioco d’azzardo e perfino del fanatismo religioso; oltre a forme di violenza urbana quale risposta inconscia al proprio disagio.

    Una nuova idea del lavoro è possibile solo entro una nuova idea di economia, e, conseguentemente, una nuova idea di società.

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