Recensione di “L’Ecologia Profonda”

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Ecologia ProfondaL’Ecologia Profonda è un libro rivoluzionario perché in grado di smuovere le più intime convinzioni anche di chi, ambientalista da sempre, è però nato e cresciuto nella cultura occidentale. La tesi dominante del libro è che le attuali crisi che l’umanità sta vivendo sono tutte figlie di una certa visione del mondo, ovvero quella della nostra cultura – che ha ormai contagiato tutto il mondo. I pregiudizi della civiltà industriale sono ben rappresentati dal fatto che essa stessa si considera la meta bramata da tutte le altre culture e società (rafforzando quindi quel pregiudizio di fondo che considera “inferiori” quelle culture che non hanno costruito le automobili o inventato il denaro) e che considera i propri pregiudizi (la competizione o l’egoismo individuale) come universali e addirittura frutto della natura umana (ma “è ben poco probabile che l’umanità sia sempre stata scema – nelle oltre 5.000 culture che sono esistite – e che sia diventata improvvisamente “intelligente” in una sola cultura nel XVII° secolo”). In questo slancio verso la chimera del progresso e dello sviluppo economico, la civiltà industriale fagocita tutto quanto incontra sul proprio cammino, uniformando e appiattendo quindi culture millenarie od ecosistemi che erano in equilibrio da milioni di anni, trasformati in angoscianti metropoli contornate da periferie degradate, immense discariche e sterili distese di monoculture tenute in vita grazie all’utilizzo di spropositate quantità di input esterni (i fertilizzanti chimici, i pesticidi, gli erbicidi, il carburante dei trattori).

Dalla Casa analizza le cause culturali che hanno portato a tutto questo, ovvero il mito delle origini della civiltà giudaico-cristiana e di quella islamica (la Genesi dell’Antico Testamento) – che ha molta più influenza di quanto si creda anche su chi ignora completamente tale mito –, e la visione del mondo che è scaturita dalla fisica cartesiana dell’Ottocento. Dal “crescete e moltiplicatevi” sarebbe nata l’odierna ossessione per l’espansione, mentre dal concetto di “popolo eletto” e “uomo fatto ad immagine e somiglianza di Dio” (quindi un Dio personale ed esterno), l’arroganza di possedere la “verità” da imporre a tutti gli altri popoli. Il rapporto di sopraffazione verso tutti gli esseri viventi e la concezione della natura in funzione esclusivamente umana si può leggere chiaramente nella Genesi nel passo dove vien detto: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela e abbiate dominio sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sul bestiame e su tutte le fiere che strisciano sulla terra”. Il pensiero cartesiano ha poi portato la netta distinzione fra lo “spirito” (che appartiene solamente all’uomo) e la “materia” (materia inerte, manipolabile a piacimento da parte dell’uomo), immaginando l’universo come un immenso orologio smontabile e ricomponibile in pezzi da parte dell’uomo (“la natura è priva di rilevanza morale, l’uomo ne fa parte, ma è qualcosa di superiore”). John Locke non riesce a vedere il mondo che in chiave economico-monetaria (non esistono scale di valori diverse da proprietà e reddito) e Francis Bacone vede l’unico scopo dell’uomo nel dominare la natura, vista come una forza contrapposta e ostile, da piegare ai voleri umani.

Ma proprio nel momento in cui le ormai obsolete credenze della fisica dell’Ottocento diventano radicate nella cultura di massa, le frange più innovative della scienza moderna smontano ad uno ad uno tutti i pregiudizi della nostra cultura. Spirito e materia sono inscindibili (Heisenberg nega l’esistenza di una realtà oggettiva esterna con il principio di indeterminazione), mentre il primato della ragione su emozione e sentimento viene smentito (“tutto o quasi sarebbe guidato dall’inconscio” secondo le ultime teorie psicologiche), anche gli altri animali amano, soffrono, comunicano e sono pienamente coscienti (a partire dagli studi di Konrad Lorenz) e soprattutto non esiste un “io”, ma un flusso di pensieri in perenne mutamento, una successione di stati mentali in continua variazione.

 La visione del mondo della cultura occidentale (incentrata sul positivismo, il materialismo e il meccanicismo cartesiano), in cui tutto è visto in “lotta contro qualcosa” e in cui non viene dato alcun valore alla serenità mentale (diversamente dalla cultura orientale e quella animista) ha portato alla fine della varietà culturale, alla distruzione della complessità della vita sul pianeta e quindi a un profondo senso di angoscia e disagio mentale. Dato che “nulla è separabile dall’Universo e qualunque processo (o “oggetto”) ha influenza su qualunque altro, a qualsiasi distanza spazio-temporale si trovi, su un piano psico-fisico, dato che è necessario considerare l’aspetto mentale” (la fisica quantistica ha dimostrato l’impossibilità intrinseca di descrivere fenomeni materiali o energetici senza considerare l’osservazione, quindi una qualche forma di “mente”, che deve essere ovunque nell’Universo), l’attuale stato psicologico della maggioranza di noi è il risultato di tre secoli di continua distruzione della vita e dell’equilibrio sul nostro pianeta.

Dato che i presupposti e le premesse di pensiero su cui si basa tutto il nostro modo di vivere sono profondamente errati (“il mondo non è una cosa da conquistare, ma l’Insieme di cui facciamo parte”), il risultato è che un agire e un pensare in contrasto con il corso naturale delle cose – ovvero con le leggi fisiche ed ecologiche che governano noi e il mondo di cui siamo parte –, stanno trascinando nel baratro non solo l’umanità e tutte le nuove generazioni, ma anche milioni di altre forme di vita ed esseri senzienti, che a quanto pare non sono poi così tanto differenti da noi. Per provare a cambiare lo stato delle cose, è auspicabile che le questioni umane siano analizzate sulla base della conservazione degli ecosistemi e che i vecchi pregiudizi terminino al più presto, ovvero in tempo per fermare il pauroso degrado del pianeta, di cui siamo parte inscindibile.

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Manuel Castelletti
Laureato in Economia, ho avuto diverse esperienze lavorative (tra cui Ambasciata d'Italia a Buenos Aires, Monte dei Paschi, Freeandpartners, Nestle). "Verso la fine dell'economia - apice e collasso del consumismo" è il mio nuovo libro, edito da Fuoco-Edizioni. http://economiafinita.com

7 Commenti

  1. Penso che sia profondamente sbagliato il pensiero di base di L’ecologia profonda di Dalla Casa (e anche di questo articolo che ne condivide il senso). Ad un certo punto viene detto, riassumendo quando fino ad allora espresso che :”Dato che i presupposti e le premesse di pensiero su cui si basa tutto il nostro modo di vivere sono profondamente errati…”
    Secondo me tutto quello che è successo finora aveva tutte le premesse e le ragioni affinché avvenisse. Il problema si pone solamente “qui e ora”, cioè cosa bisogna fare adesso nelle condizioni in cui ci troviamo.
    Ma quali sono le condizioni in cui ci troviamo? Viviamo su un pianeta che è devastato, che ha subito profonde ferite ma l’umanità oggi possiede una ricchezza e una varietà di risorse intellettuali e pratiche che non si è mai vista in tutta la storia. Possediamo un patrimonio immenso e sempre crescente di informazioni, di conoscenze scientifiche e di competenze tecnologiche (tra cui anche il principio di indeterminazione di Heisemberg, la fisica quantistica, gli studi di Konrad Lorenz, ecc, ecc. a cui si accenna). Questo risultato è frutto della storia finora avvenuta: storia che è consistita nel progresso filosofico, scientifico, tecnologico, artistico, ecc. ma anche in guerre, epidemie, carestie, deportazioni, genocidi, condizioni di vita e di lavoro al limite della sopportazione, sfruttamento di popolazioni su altre, ecc.
    In un mio articolo pubblicato qualche settimana fa su questo blog
    ( http://www.decrescita.com/news/che-cosa-e-la-decrescita/ ) descrivevo la decrescita come Mao Zedong descrisse la rivoluzione ( “La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra.”).
    Penso che senza la possibilità di utilizzare quei risultati che la storia finora avvenuta ci ha messo a disposizione la decrescita futura sarebbe una immensa tragedia e nemmeno paragonabile a quanto disse Mao Zedong a proposito della rivoluzione.
    E’ necessario elaborare una nuova e superiore sintesi dialettica partendo dalle attuali condizioni e con tutto ciò che abbiamo ereditato dal passato, nel bene e nel male.
    Cordiali saluti
    Armando

  2. Il progresso è solo un modo di vedere le cose di pochissime culture umane, fra cui l’Occidente, che ha invaso il mondo con violenza fisica e psicologica. C’erano 5000 culture umane: non possiamo basarci sui fondamenti di una sola di esse. Inoltre resta il fatto della posizione della nostra specie, una delle tantissime viventi sulla Terra. cioè quella di un componente dell’Ecosistema, Organismo molto più grande con una vita propria. La differenza fra noi e uno scimpanzè bonobo è dell’ordine dell’uno per cento. Moltissime culture non-occidentali non avevano bisogno del principio di indeterminazione per saperlo e vivevano “all’interno” dell’Organismo globale: così sono andate avanti per un milione di anni circa. Invece, con il nostro “progresso”, non ci resta che salire sul ponte del Titanic a goderci lo spettacolo.

  3. Ciao Guido
    Il tuo commento mi da l’occasione per intervenire di nuovo su questo tema perché lo ritengo molto importante e perché il modo di ragionare della corrente di pensiero dell’ecologia profonda penso sia molto diffuso.
    Una prima cosa da dire è che se molte popolazioni umane sono passate da un modo di sostentarsi basato sulla raccolta di semi, frutti e vegetali spontanei e sulla caccia e pesca ad un modo di sostentarsi basato sulla coltivazione delle piante e sull’allevamento deve esserci stato pure un motivo! Inoltre questo motivo deve essere stato importantissimo visto che nel passaggio da un modo di sostentamento all’altro le condizioni umane sono peggiorate (stando ai ritrovamenti fossili che mettono in evidenza la diminuita statura corporea, le pessime condizioni delle ossa e delle dentature, ecc. delle popolazioni che vivevano di coltivazione e allevamento rispetto a quelle che si sostentavano con la raccolta e caccia).
    Prima di procedere nell’analisi vorrei però fare una domanda ai sostenitori dell’ecologia profonda (e di altre correnti di pensiero come il “primitivismo”): per quale motivo le popolazioni umane hanno fatto quelle “scelte”?
    Forse perché si sono sbagliate? Ma perché si sarebbero sbagliate? Forse perché erano distratte?
    Questo modo di ragionare può avere una capacità esplicativa solamente quando si parla di fatti avvenuti nell’ambito domestico, nell’ambito della vita quotidiana. Per esempio una persona si sbaglia nel raggiungere un posto perché a un certo punto invece di girare a destra gira a sinistra o viceversa; oppure in un partita a carte un giocatore mette giù una carta sbagliata; oppure un calciatore durante una partita si sbaglia perché invece di passare la palla al compagno smarcato l’ha passata ad un altro compagno che non stava in una buona posizione, ecc. ecc.
    Quindi il la domanda è: perché molte popolazioni umane, in momenti diversi e in contesti diversi, ad un certo punto sono passati a un modo diverso di sostentarsi, ad un modo diverso di riproduzione della loro vita?
    La spiegazione che do è che l’umanità ha come orizzonte di riferimento il raggiungimento del soddisfacimento pieno e per un tempo infinito dei suoi bisogni e, nello stesso tempo, il superamento della vita quotidiana: tutta la storia umana è da interpretarsi secondo la suddetta prospettiva ed è stata mossa da questa prospettiva.
    Ovviamente il raggiungimento dei suddetti obiettivi avviene non in modo lineare ma tra molte contraddizioni ma alla fine vince chi ha ragione e chi ha ragione vince (è una espressione del filosofo tedesco G.W.F. Hegel). Questa espressione ovviamente è da interpretarsi in termini di logica che segue la storia nel suo sviluppo e non riferirla alla vita domestica o quotidiana.
    Adesso il problema è come raggiungere quegli obiettivi nelle condizioni in cui ci troviamo: la mia risposta (ma dovrebbe essere anche la vostra) è la decrescita!
    Ti saluto cordialmente

  4. Credo che nei giudizi ci voglia senso della misura.
    Ogni società è figlia della sua storia o, per dirla ancora meglio, della sua economia.
    La società dell’antica Roma, fondata sullo schiavismo e le politiche di conquista, aveva una civitas del tutto diversa dalle società successive al Sacro Romano Impero, dove la cristianità ha ridisegnato i connotati della vita sociale.
    Parimenti il capitalismo, dopo la rivoluzione economica inglese, ha drasticamente interrotto il mercantilismo medioevale, le attività basate sul lavoro di bottega e degli scambi di prossimità.
    Anche in questo caso le società sono state rimodellate e non sempre in peggio: basti pensare alle dichiarazioni dei diritti contenute nel “Contratto Sociale” di Rousseau.
    Un giudizio storico sereno, non acritico e non precostituito, deve tenere conto delle peculiarità di un paese e delle realtà che sono andate evolvendosi negli anni.
    Josè Gallego racconta nella “Storia generale della gente poco importante” come, alla vigilia della Rivoluzione Francese, fosse fenomeno comune che donne in età fertile perdessero il mestruo a causa della malnutrizione.
    A inizio novecento ( dati ISTAT alla mano), due infanti su cinque non raggiungevano il quinto anno di vita e, un decesso su due, era di un bambino.
    La speranza di vita, di uomini e donne, non raggiungeva i 48 anni.
    Oggi la mortalità infantile è del 3 x 1.000 e la speranza di vita, per una bambina nata nel 2000 è di cento anni.
    La statura della popolazione, da inizio novecento ad oggi, è cresciuta, in media, di oltre quindici centrimetri: segno evidente della assunzione regolare di pasti nell’arco della settimana.

    Ci sono migliaia di ragioni per deprecare il capitalismo, le “varianze” che ha imposto con le sue enormi contraddizioni; non ultimo il fatto che un sistema in cui tre quinti del mondo soffre la fame e il sottosviluppo non può certo dirsi perfetto.
    Non credo, altresì che aiuti l’idea della decrescita, di un un ripensamento critico di questi due secoli di storia nell’occidente sviluppato, accanirsi contro pensatori come Cartesio: l’uomo che, forse meglio di ogni altro, ha ragionato sul pensiero razionale, sul metodo, sulla teoria delle decisioni.
    Non è prendendosela coi positivisti ( anche Darwin lo era e, a meno di essere creazionisti convinti, penso che un pò di gratitudine gli sia dovuta) che si fanno passi in avanti nella possibilità di disegnare un nuovo corso per l’umanità.
    Del resto, con buona pace per l’autore del libro, tutto è conflitto.
    E’ dal conflitto che nascono i nuovi equilibri e si affermano le specie piu’ adatte.
    E’ così in natura, nel ciclo della biodiversità, così come nelle società umane.
    E’ il conflitto che consente alle nuove opinioni di affermarsi ed essere foriere di progresso.
    Semmai la questione sta nel capire come rendere compatibili i conflitti con l’interesse generale e nell’ambito di regole condivise.
    Senza conflitti ci sarebbe lo status quo che, a ben guardare, è una contraddizioni in termini, perchè nulla è eterno e immutabile.

  5. Esporrò solo alcuni punti in breve, che sono soltanto il mio parere (e di qualche ala dell’Ecologia Profonda, di qualche”ecosofia”):
    – Purtroppo il modo di ragionare dell’ecologia profonda non è affatto diffuso, anzi è praticamente sconosciuto;
    – Non credo che le società umane abbiano fatto “scelte”, come non credo completamente nel cosiddetto “libero arbitrio” individuale o collettivo. Siamo come cani al guinzaglio, in mano alle “forze sistemiche” (espressione di Bateson); abbiamo alcune possibilità, ma non troppe. L’uomo è un componente di un Organismo molto più grande (che si creda o no alla teoria di Gaia, non fa molta differenza, a questi effetti). Pensare sempre e solo agli “umani” è solo un delirio di grandezza.
    – non credo a dualismi tipo “ragione-torto” “vero-falso” e simili;
    – l’idea del “progresso” è solo un paradigma degli ultimi secoli e di poche culture umane;
    – si parla davvero troppo di economia: l’economia è un piccolo dettaglio dell’Ecologia, e non viceversa. Non possiamo uscire dal modo di vivere dell’Organismo Totale (l’Ecosfera, o laTerra);
    – la storia dell’Occidente è solo un dettaglio, sia pure molto invasivo e “pericoloso”;
    – per aumentare la vita media e portare qualche miglioramento, non è assolutamente necessario riempire il mondo con un miliardo di macchine e tutto quello che segue. E’ essenziale restare in una situazione stazionaria: dieci nati e dieci morti sono una situazione migliore di cento nati e cento morti, le situazioni stazionarie sono infinite;
    – il dualismo creazionismo-evoluzionismo è inconsistente, la cosa importante è l’Unità della Vita, di cui la nostra specie fa parte senza discontinuità. Pensare all’uomo come “creato da un’Entità Onnipotente esterna” è un’amenità, un mito delle origini come ce ne sono moltissimi in tante culture umane. La nostra riconoscenza maggiore dovrebbe andare a Jean Baptiste de Lamarck, il primo che ha avuto l’idea dell’evoluzione in termini occidentali. La continuità della Vita è essenziale, le modalità sono dettagli, compresa “la lotta per la vita e la sopravvivenza del più adatto” tanto cara all’Inghilterra dell’Ottocento. Ciò non toglie che Darwin era fornito di una documentazione molto maggiore (dal suo viaggio sul Beagle) e si sia espresso in modo più completo;
    – ricordo che circa cento culture umane non hanno mai fatto guerre. E’ soltanto il 2%, ma sufficiente a smentire che “la lotta” sia una “spinta naturale e inevitabile”.
    La competizione e la lotta esistono, ma non sono “la molla dell’evoluzione” o “del progresso”. La Natura è un Complesso di relazioni che hanno una loro evoluzione.
    Siamo come gabbiani nel vento e nella tempesta, su cui non abbiamo influenza, o quasi. Però possiamo acquattarci, attendere oppure seguire il corso del vento, non contrastarlo per sbattere contro le rocce, come stiamo facendo oggi.

    • Guido,
      condivido molte delle cose che hai scritto ma non tutte.
      Mi occupo di biodiversità, studio gli ecosistemi con particolare riferimento alle comunità ecologiche.
      Tutto ciò che avviene nel suolo e sul suolo è lotta per la sopravvivenza.
      Lotta che si può concretizzare in forme di collaborazione , di competizione o di conflitto.
      Nei luoghi in cui crescono i tartufi, tutt’attorno agli ascomi epigei, si forma il “pianello”: un area asfittica in cui la vegetazione non cresce o, se cresce è stentorea e in fase regressiva.
      Il tartufo libera alleli : composti aromatici in grado di sottrarre habitat alle piante vicine.
      Non solo: ne soffre la fauna edafica.
      Dalle analisi compiute abbiamo rilevato come il numero di microartropodi presenti entro il pianello siano in numero e in specie molto piu’ ridotti che fuori dal pianello.
      Questo fenomeno lo si registra non solo in aree tartufigene ma anche in numerose altre circostanze.
      Nel suolo si consumano delle guerre termonucleari per la sopravvivenza e si stringono alleanze simbiontiche tramite le ectomicorrize, quando lo scambio risulta mutuamente vantaggioso.

      Anche negli animali superiori è inesatto parlare di “situazioni stazionarie”. Non esiste un equilibrio tra le specie. Tale equilibrio è sempre messo in discussione da una serie di fattori esogeni e endogeni.
      Per esempio, se un anno è particolarmente piovoso ciò determina un’abbondanza di erba; per cui gli erbivori avranno di che sfamarsi e saranno indotti, data la condizione di benessere, a riprodursi in quantità.
      In questo modo ne benficiano anche i carnivori perchè le possibilità di predazione sono accresciute.
      Perfino la fauna edafica, per via delle abbondanti deiezioni , trarrà beneficio dall’umificazione del suolo e si moltiplicherà considerevolmente.
      Se l’anno successivo le piogge saranno scarse le specie conosceranno lo stress dovuto a malnutrizione, incremento delle malattie.
      In alcuni casi ciò può comportare anche mutazioni di tipo genetico.

      Ma le grandi trasformazioni dipendono quasi sempre ( cataclismi naturali a parte) dall’antropizzazione col conseguente uso sconsiderato degli ecosistemi.
      E qui sono d’accordo con te. Il delirio di onnipotenza umana ha messo a repentaglio i già fragili equilibri naturali.
      Sono altresì convinto che la massa umana sia come un cane al guinzaglio e del tutto dipendente da una ristretta oligarchia che governa il mondo.
      Questa ologarchia esercita il suo potere in tanti modi; non ultimo quello condizionatorio.
      Dove non riesce a imporre con la forza il proprio dominio usa la corruzione delle coscienze blandendo, adulando, inoculando nel pensiero collettivo falsi miti e falsi valori.

      Hai ragione quando affermi che l’economia è solo una parte, peraltro minimale, entro il metabolismo di Gea.
      Ma ciò non è vero entro i metaboliti umani.
      L’economia, il denaro, i principi di accumulazione ( e il suo contrario , di deprivazione) sono meccanismi criminogeni che determinano in modo significativo la condizione umana.
      Anche gli umani hanno il loro “pianello”. Nel cerchio magico ci stanno in pochi ed hanno alleli sufficienti per tenere la gran parte dell’umanità fuori e determinarne il grado di sviluppo, di capacità di sopravvivenza e a quali condizioni.

      L’armonia esiste solo nei versi dei poeti e nell’incanto di qualche melodia musicale. In natura tutto è conflitto o cooperazione di interesse.

      Infine non è esatto dire che solo il 2% della popolazione ha fatto delle guerre.
      Ciò è vero se riferito ai conflitti mondiali di cui parlano i libri di storia; mentre è falso se ha significato universale.
      Le tante tragedie africane, originate dalla miseria, dalla deprivazione che si concretizzano in lotte tribali, per esempio i massacri fratricidi tra tutsi e hutu o le complicità degli ashanti coi razziatori di schiavi ( a danno delle popolazioni fanti e hausa) sono fatti della storia.
      Certo, le guerre tecnologiche portano danni direttamente proporzionali al loro potenziale bellico ma non per questo le altre sono inesistenti e inconsistenti.

      Non comprendo, altresì come puoi definire “inconsistente” il dualismo tra creazionismo e evoluzionismo: quasi che pensare a un Dio creatore o ad una evoluzione biochimica dovuta a processi spiegati e riproducibili in laboratorio sia la stessa cosa.
      Affermare questo mi pare un torto al buon senso ed una semplificazione.
      Semplificazione che poi ti porta a concludere che la “cosa importante è l’unità della vita”. Unità che, tra simili e dissimili in realtà non esiste, se non entro il novero dell’interesse.
      Ciò che governa il mondo è il conflitto. la pace è solo un intervallo, piu’ o meno grande, in senso temporale.

  6. Forse non ho chiarito a sufficienza due punti:
    – il 2% delle culture umane è la percentuale di quelle che non hanno mai fatto guerre, il 98% di quelle che hanno fatto guerre, o conflitti;
    – le situazioni “stazionarie” sono da intendersi in senso matematico, il che non vuole affatto dire “statiche” o “immobili”: come noto, e solo come esempio, un fiume con una forte portata è in situazione stazionaria, purchè la sua portata non vari (o, nel nostro caso, fluttui attorno a valori semistabili). Un sistema “aperto” è in situazione stazionaria anche se il flusso di energia che lo attraversa è forte (come nel caso delle strutture cosiddette dissipative), purchè il fluire dell’energia resti semicostante.
    – la competizione esiste, ma anche la cooperazione, si tratta di azioni complementari e spesso presenti, su vasta scala, in molti tipi di sistemi. Nelle ricerche di Lynn Margulis è stata studiata molto la cooperazione, ma questo non significa che la competizione “non esista”.

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