Stiamo entrando nella fase più turbolenta: quella delle guerre per l’accaparramento delle ultime risorse

1
1115

800px-Disabled_Iraqi_T-54A,_T-55,_Type_59_or_Type_69_tank_and_burning_Kuwaiti_oil_fieldTv e giornali, in questi giorni ci hanno duramente risvegliato dal nostro quotidiano torpore riportando la nostra attenzione in Ucraina, dove la situazione politico-militare rischia di degenerare verso un punto di non ritorno, ovvero un intervento armato di una delle due parti (si fronteggiano da una parte l’Occidente, ovvero gli USA e i suoi fedeli alleati della NATO e dall’altra “l’asse del male”, rappresentata in questo caso dalla Russia, ma a cui fanno parte anche paesi come la Siria, l’Iran e forse la Cina). Siamo in una situazione di pericolo costante, poco è cambiato dai tempi della Guerra Fredda (la differenza potrebbe essere che allora si combatteva anche per un motivo ideologico, mentre ora è quasi esclusivamente economico). L’ultima volta che s’è rischiato grosso è stato lo scorso autunno in Siria, dove i servizi segreti dei paesi europei e degli USA hanno cercato di replicare quanto avvenuto in Libia, ovvero di dar pieno supporto alla fazione contraria al governo ostile agli interessi occidentali, cercando così il casus bellis (ovvero la repressione nel sangue dei ribelli, puntualmente avvenuta e in questo caso con l’utilizzo di armi chimiche) necessario per rovesciare Assad, con o senza l’uso della forza e con il plauso di tutti i media. In questo ultimo caso l’invasione militare di Obama e Hollande è stata però scongiurata all’ultimo minuto a causa della fermezza con cui la Russia ha fatto valere il proprio diritto di veto (è tutto un gioco interno alle grandi potenze, l’ONU è come la Società delle Nazioni degli anni Trenta, non conta niente).

Dietro ad ogni conflitto, oltre agli interessi e le ragioni più evidenti, ovvero quelle delle fazioni in campo, ci sono quasi sempre altre motivazioni, più nascoste, in ombra, esterne alle fazioni in prima linea. Gli Stati Uniti e tutta la serie dei suoi alleati più o meno minori, sotto la scusa della difesa dei propri cittadini, cercano di garantire l’affermazione di un certo modello economico (quello capitalistico-consumista) e l’imposizione di leggi, regolamenti, accordi e trattati internazionali che favoriscano più o meno direttamente gli interessi privati dei grandi gruppi economico-finanziari (ovvero di chi realmente comanda negli Stati Uniti, perché in grado di influenzare gli stili di vita, l’informazione di massa e perfino la politica – tramite l’attività di lobbying). Questo, insieme al mantenimento della supremazia militare, permette di mantenere lo status quo e gran parte dei vantaggi alle élite finanziarie americane ed europee. Per contro, gli altri paesi “emergenti”, ovvero Cina, Russia, India, Iran e paesi arabi cercano più o meno di fare lo stesso gioco degli americani, anche se su scala più ridotta (anche se il ruolo della Cina sta diventando ogni giorno che passa più preminente).

Il risultato è che dal 1998 al 2011, la spesa militare mondiale si è incrementata del 63% (superando –  a valori costanti – i livelli della guerra fredda), e ha registrato un aumento annuo pari a 630 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti dominano la scena militare e si può affermare che sono l’unica vera superpotenza del pianeta (presente infatti con numerose basi militari in tutti i continenti e in decine di paesi). La spesa militare degli Stati Uniti rappresenta il 42% dell’intera spesa militare mondiale ed è seguita dalla Cina, che nel 2011 rappresentava l’8% del totale (inferiore di oltre cinque volte rispetto a quella degli USA). L’esercito cinese dispone di 2.945.000 soldati, quello americano di 1.564.000 soldati, anche se, considerando il numero di soldati in rapporto alla popolazione, troviamo che gli USA hanno una quota di militari che è doppia rispetto a quella cinese. Ma un esercito numeroso non è necessariamente una garanzia della potenza militare di un paese, occorre infatti valutare anche il livello tecnologico e la qualità degli armamenti militari. Per farsi un’idea dello sviluppo dell’industria bellica di un paese è utile guardare alle esportazioni nette di armamenti. Ecco allora che anche in questo caso troviamo che gli Stati Uniti (seguiti da Russia e Germania) sono il paese che nel 2010 ha esportato più armi (al netto delle importazioni). Ma quello che più inquieta, in questo aggiornamento della capacità di distruzione dei vari paesi, è la convivenza con l’arma più letale che sia mai stata inventata, ovvero la bomba atomica. Gli Stati Uniti detengono un arsenale di 2.150 ordigni nucleari pronti al lancio immediato con un preavviso di soli 15 minuti (su un totale di circa 8.000 comunque a disposizione), mentre la Russia ne ha 1.800 (su un totale di circa 10.000). Gli altri paesi che dispongono di ordigni nucleari sono la Cina, la Francia, il Regno Unito (questi tre in modo legale), Israele, l’India, il Pakistan e la Corea del Nord.

Ma in un sistema che è fondato su valori prettamente economici, come la crescita infinita della produzione (e quindi l’altrettanto crescita infinita di rifiuti e inquinamento), la mercificazione di ogni cosa (una foresta, un animale o anche una persona avranno valore solamente se in grado di finire sul mercato, cioè di creare denaro) e la più sfrenata competizione di tutti contro tutti, è piuttosto evidente che all’aumentare della richiesta di risorse naturali (quasi tutte in via di esaurimento entro pochi decenni), necessarie affinché si possa aumentare la produzione di merci da vendere sui mercati e far quindi correre i profitti di chi controlla l’intero sistema economico (l’élite finanziaria), aumenteranno i conflitti armati per l’accaparramento di petrolio, acqua, terreni fertili o materie prime minerarie. Non è così improbabile lo scoppio di una terza guerra mondiale, con la differenza che dagli ultimi settant’anni la distruttività degli armamenti è più che decuplicata.

Occorre un radicale rovesciamento dei valori correnti se si vorrà impedire un futuro fatto di guerre, distruzione e morte. E’ ora di iniziare ad abbandonare l’economia e i suoi valori così distanti dalla vita e dalle leggi naturali.

La teoria della decrescita ha in sé gli strumenti e i mezzi per realizzare un mondo migliore, fatto di pace e armonia con la natura.

Note: i dati provengono tutti da: “Verso la fine dell’economia: apice e collasso del consumismo” (Fuoco Edizioni , 2013).
Fonte immagine: Wikipedia

1 commento

  1. In tutto questo manca il neoliberismo, il quale è a mio avviso il risultato di una politica economica fallimentare.

Lascia un commento

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.