CHE FARE ? Visibilità mediatica della decrescita e azione politica

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2046

il quarto statoLo spunto per questo contributo mi viene da un bell’articolo di Robero Casati, pubblicato il 27 aprile sul Sole 24 ore, dal titolo “Documentare i limiti”. Nel corso dell’articolo Casati si chiede “In un pianeta finito, dalle risorse finite, è plausibile che vi siano dei limiti alla crescita della popolazione, dell’economia, dei consumi, dello sviluppo?” E in conclusione scrive “Il vero contributo della scienza, il modo con cui essa potrebbe cambiare a fondo la società, è nel diffondere una cultura critica, una ricerca di evidenze senza pregiudizi, un non accettare come scontate le opinioni dominanti. Gli scienziati devono essere nella società civile per diffondere questa cultura.”

Queste belle parole, magari appena ingenue nell’auspicio finale, Casati le trae da un famoso rapporto pubblicato addirittura nel 1972, “The limits of growth” (detto anche rapporto Meadows), tradotto “I limiti dello sviluppo”, anche se una traduzione corretta sarebbe stata “I limiti della crescita”.

Il rapporto è frutto di un team di scienziati del MIT ( Massachusetts Institute of Technology) e fu a loro commissionato dal Club di Roma. Per chi non lo sapesse il Club di Roma è “una associazione non governativa, no-profit, di scienziati, economisti, uomini d’affari, attivisti dei diritti civili, alti dirigenti pubblici internazionali e capi di stato di tutti e cinque i continenti. La sua missione è di agire come catalizzatore dei cambiamenti globali, individuando i principali problemi che l’umanità si troverà ad affrontare”.

Le tesi conclusive del rapporto sui limiti dello sviluppo, in estrema sintesi, furono le seguenti

  1. Se l’attuale tasso di crescita della popolazione, dell’industrializzazione, dell’inquinamento, della produzione di cibo e dello sfruttamento delle risorse continuerà inalterato, i limiti dello sviluppo su questo pianeta saranno raggiunti in un momento imprecisato entro i prossimi cento anni. Il risultato più probabile sarà un declino improvviso ed incontrollabile della popolazione e della capacità industriale.
  2. È possibile modificare i tassi di sviluppo e giungere ad una condizione di stabilità ecologica ed economica, sostenibile anche nel lontano futuro. Lo stato di equilibrio globale dovrebbe essere progettato in modo che le necessità di ciascuna persona sulla terra siano soddisfatte, e ciascuno abbia uguali opportunità di realizzare il proprio potenziale umano.

Ma se non bastasse aggiungo che 1992 è stato pubblicato un primo aggiornamento del Rapporto, col titolo Beyond the Limits (oltre i limiti), nel quale si sosteneva che erano già stati superati i limiti della “capacità di carico” del pianeta. Un secondo aggiornamento, dal titolo Limits to Growth: The 30-Year Update è stato pubblicato il 1º giugno 2004. Qui gli autori del rapporto hanno aggiornato e integrato la versione originale, spostando l’accento dall’esaurimento delle risorse alla degradazione dell’ambiente.

A distanza di 30 anni, nel 2006, il sistema di analisi è stato incrementato, aggiungendo una mole maggiore di dati e più moderni strumenti di calcolo. È stato pubblicato un volume di aggiornamento intitolato “I nuovi limiti dello sviluppo”, che fondamentalmente ricalcola e conferma i risultati precedenti.

Il recente aggiornamento del Rapporto si giova di due concetti affermatisi solo dopo la sua prima edizione: l’esigenza di uno sviluppo sostenibile e la misurazione dell’impatto dell’uomo sulla Terra mediante l’impronta ecologica. Si apre, in effetti, sottolineando che l’impronta ecologica ha iniziato a superare intorno al 1980 la capacità di carico della Terra e la supera attualmente del 20%.

Dopodiché pensate che sia successo qualcosa ? Che l’umanità, o meglio i potenti della terra che la dirigono, abbiano messo mano ad un’inversione di rotta ? Neanche per idea ! Il rapporto Meadows è diventato supporto scientifico per il movimento ecologista mondiale, ma di qui a produrre concretamente gli auspicabili cambiamenti ce ne passa.

E qui vengo al titolo che ho dato a questo mio contributo. Provo a spiegarmi.

Già da alcuni mesi ho la spiacevole sensazione che i temi e gli argomenti a favore di una politica della decrescita siano in declino quanto a visibilità mediatica.

Non è un problema da sottovalutare. Anche se avessimo la peggiore considerazione possibile sull’informazione “dominante”, anche se fossimo degli inguaribili movimentisti attenti solo a ciò che avviene nella società reale e non a ciò che viene mostrato nella scatola televisiva, dovremmo ben guardarci dal sottovalutare l’importanza che i principali media, televisioni e quotidiani, hanno nella formazione dell’opinione pubblica. Perché la percezione della realtà e l’azione sono due cose strettamente correlate. Si dovrebbe agire per cambiare un sistema economico e politico, penso all’attuale società occidentale così ciecamente votata ad un’impossibile crescita continua dei consumi. Si agisce anche e soprattutto se si percepisce l’inganno su cui questo sistema poggia.

Quest’articolo, ad esempio, verrà letto e spero apprezzato da tutti i frequentatori del sito della decrescita, con un po’ di fortuna circolerà nell’ambiente ristretto di chi è già convinto della necessità di cambiare rotta e tutto finirà lì.

Dunque non c’è spazio in tv e sui giornali per i temi della decrescita e perché le cose stanno così ?

Forse perché l’analisi economica che li sottende è fallace e non scientificamente fondata ? Certamente no, basterebbe documentarsi sulle teorie economiche di Nicolas Georgescu-Roegen, approfondire il concetto di bioeconomia da lui sviluppato, capire come la produzione di beni materiali sia indissolubilmente dipendente dal secondo principio della termodinamica, ovvero connessa ad un uso di energia e di materie prime non più riutilizzabili e per questo destinata ad aumentare il processo entropico generale, per rendersi conto di quanto sia folle una corsa verso una crescita costante.

Ma su questo fronte i media non ci sentono, oppure snobbano la questione come un inutile allarmismo per processi dai tempi così lunghi da non costituire una minaccia per il futuro dell’uomo.

C’è poi chi sostiene che il progresso e gli sviluppi tecnologici sapranno porre rimedio ai guasti momentanei del sistema ! Ma vi rendete conto ? Dovremmo ottusamente fidarci di “questo” progresso, senza mettere in discussione le linee guida che sono state date alla ricerca scientifica e gli interessi che le sottendono !

Se sul fronte economico c’è poco spazio per i temi dea decrescita, non va molto meglio sul fronte ambientale. Con un modo di ragionare molto simile a quello del negazionismo con cui è stato negato l’olocausto, alcuni scienziati studiosi del clima, ai quali puntualmente i media fanno da cassa di risonanza, sostengono che non c’è nessuna validità scientifica nelle teorie che affermano che il riscaldamento globale del pianeta sia da imputare al vertiginoso aumento di emissioni di Co2.

Conseguentemente tutte le combustioni di materia atte a produrre energia sarebbero consentite e non direttamente responsabili del degrado climatico che stiamo vivendo.

Nel 1902 Lenin pubblicava a Stoccarda “Che fare?” sottotitolato “problemi scottanti del nostro movimento”. Si rivolgeva ai bolscevichi e individuava la necessità di individuare un percorso e delle azioni che rendessero possibile la rivoluzione in Russia.

Questo richiamo al Che Fare di Lenin, che a qualcuno potrà sembrare provocatorio, va inteso come l’urgenza di stabilire un programma da parte di chi crede nei temi della decrescita, la quale purtroppo, in Italia e nel mondo, non è ancora un movimento. E’ semmai una corrente di pensiero o come dice Federico Tabellini nel suo bell’articolo “La ricchezza è una perdita di tempo !” (sempre su questo sito a questo link) una filosofia della liberazione.

Credo sia venuto il tempo di andare oltre e porsi lo stesso interrogativo, che fare ?

Io auspico che la decrescita si faccia movimento (non partito), che abbia i suoi punti di riferimento reali e presenti sul territorio, che abbia una sua capacità organizzativa in grado di dar vita a manifestazioni, ad incontri, a confronti con l’opinione pubblica, col mondo accademico e con le forze politiche. Che abbia i suoi attivisti e i suoi divulgatori, che scelga i suoi alleati di breve e di lungo periodo. Insomma che si faccia soggetto politico che agisce nella storia e per la storia.

Se ciò non avverrà (ed è molto possibile che non avvenga) non penso che tra qualche anno ci ritroveremo ancora a scrivere e a leggerci su questo sito.

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Danilo Tomasetta
Avevo 60 anni quando ho cominciato a collaborare a questo blog, ora qualcuno in più. Mi occupo prevalentemente di musica, ma anche di informatica e di grafica web. La mia è una formazione umanistica (liceo classico, Scienze Politiche, Sociologia). Ho collaborato a lungo all'informazione e alla produzione di trasmissioni cultural-musicali di una nota emittente bolognese. Conosco il pensiero e le opere di Serge Latouche ed ho cominciato ad interessarmi con passione e continuità ai temi della decrescita dopo la lettura di "Entropia" di Jeremy Rifkin (10 anni fa). Vorrei contribuire, nel mio piccolo, ad arricchire queste tematiche e a dare una speranza soprattutto alle nuove generazioni.

9 Commenti

  1. Vorrei segnalare anche The Limits to Growth Revisited, curato dal professor Ugo Bardi, uno scienziato che studia la fine delle risorse e i rendimenti decrescenti decisamente più apprezzato all’estero che a casa nostra (che strano!)
    Mi impegno inoltre in un attimo di maggior libertà (che dovrebbe sperando essere abbastanza a breve) di rivitalizzare il canale Youtube di DFSN anche con degli interventi live.

  2. Quattro punti leva
    Questo è il titolo di uno dei lavori che ho in preparazione.
    Questo lavoro tratta di ciò che porterà a una inversione di tendenza alla non sostenibile attuale situazione.
    Ispiratomi a un piccolo saggio di Donella Meadows individuo i seguenti quattro punti leva che porteranno a invertire l’attuale situazione:
    1) Le condizioni socio-lavorative di fasce consistenti di popolazione (soprattutto giovanili); il punto leva si riferisce alle inedite forme di lotta che queste fasce di popolazione metteranno in atto per risolvere le loro condizioni;
    2) I cambiamenti climatici e i disastri ambientali a essi connessi; il punto leva si riferisce all’insostenibilità economica e sociale di tali disastri;
    3) L’evoluzione della situazione nelle aree produttrici di risorse minerali ed energetiche; il punto leva si riferisce alla mancata sicurezza di approvvigionamento delle risorse, alla diminuzione delle quantità disponibili delle stesse risorse e al suo costo;
    4) La ricerca di nuovi valori che riempiano la vita

    Danilo, spero che con questo commento si possa arricchire il dibattito.

    • Armando, grazie del commento, che a dire il vero non è un vero e proprio commento, ma una stimolante anticipazione di quello che sarà il tuo contributo. Mi piace il concetto dei punti di leva, ancora molto vago, tutto da precisare (datemi una leva e vi solleverò il mondo, diceva Galileo), aspetto di vedere come lo svilupperai.
      Mi piace molto, in particolare, il punto 4, sul quale avrei qualche cosa da dire.

  3. Caro Danilo, analisi molto interessante! Ti ringrazio per la citazione e per il commento al mio vecchio articolo, che purtroppo ho scoperto solo ora (dannato filtro antispam). Sono d’accordo su tutto, anche se non mi è chiaro cosa intendi quando dici che “la decrescita dovrebbe farsi movimento”. In Italia già esiste un movimento con sedi territoriali e circoli, che organizza dibattiti e conferenze, ed è il “Movimento per la Decrescita Felice”. Il problema, semmai, è quanto questo movimento sia forte in termini di influenza politica e sociale (non molto, temo).

    • E’ vero, esiste un movimento della decrescita felice, che gestisce un bel sito ricco di contenuti (www.decrescitafelice.it), discretamente attivo sul fronte culturale e informativo. Ho visitato più di una volta questo sito, ma l’avevo rimosso. Probabilmente perché quando penso a un movimento della decrescita penso a qualcosa di incisivo sul terreno sociale e politico, qualcosa di simile al movimento No TAV per intenderci. Questo ad oggi non c’è ed io ne sento la mancanza.

  4. Mi pare che la risposta di Armando alle considerazioni, interessantissime, di Danilo sia consona.
    Il “leverage” in statistica viene usato come metodo di analisi dei residui della regressione.
    In un rapporto causa-effetto ( o predittore-variabile risposta) costituisce “leverage” l’ammasso di valori residuali.
    Piu’ questi si addensano attorno a un punto, piu’ è alta la correlazione tra causa ed effetto.
    Questo conferma che, noto un fenomeno, esista una “risposta” proporzionale alla intensità direzione e verso del predittore.

    Se applicassimo il leverage alle molte questioni sollevate da Danilo, prendendo le variabili che egli individua ( modello economico distorto basato sullo sfruttamento di risorse non rinnovabili, mancanza del senso del limite nel “prelievo”) otterremmo il “leverage” degli effetti che vediamo: ineguaglianze, disastri ecologici, mutazioni climatiche, aumento del differenziale tra nord e sud del mondo, disgregazione sociale……

    Ha ragione Danilo: questa discussione merita un seguito.

  5. Purtroppo Danilo devo darti ragione su tutti i fronti. Si tratta di un mix di superficialità, menefreghismo e un po’ di semplice ed egoistica ignoranza, che porta l’opinione pubblica e vasti strati di popolazione a lasciare cadere la questione, volontariamente o meno. Probabilmente siamo così condizionati dal modello economico e sociale in cui viviamo da non riuscire nemmeno a pensare ad altro, indaffarati come siamo a rincorrere le nostre beghe quotidiane. Occorre trovare il modo di attirare più attenzione da parte dell’opinione pubblica, nel bene o nel male. Come direbbero molti esperti di marketing, “l’importante è che se ne parli” e – aggiungo io – che le questioni vengano portate anche su piattaforme ed ambiti “ostili” al movimento della decrescita, in modo da non finire in un circuito autoreferenziale dove discutono persone che più o meno comunque hanno già un pensiero comune, per non rischiare di finire sotto un assordante silenzio…

  6. “latente” è l’aggettivo che, di primo acchito, mi viene in mente.
    La latenza è qualche cosa che esiste ma tarda a palesarsi.
    Oggi la gente vive un malessere diffuso e non tutti soffrono di deprivazione da “tantoavere” consumistico.
    Ci sono anche persone accorte che si interrogano sul futuro e, come dice Danilo, si rendono conto che avanti così non si può andare.
    Dunque come è possibile trasformare la latenza in consapevolezza?
    Mi vengono in mente due strade, entrambe percorribili.
    La prima riguarda il “progetto”.
    La borghesia del tardo settecento è risultata vincente ed ha potuto dominare per oltre due secoli perchè aveva un progetto.
    progetto che si è tradotto nella rivoluzione industriale e nell’aumentare la redditività della terra.

    Per duecento anni, incuranti delle “varianze”, le classi dirigenti, forti del potere economico e finanziario, hanno imposto al mondo un “modello” basato sul profitto, sul capitale e, piu’ recentemente, sulla pura speculazione finanziaria.
    Questi modelli, lo sappiamo, sono alla corda.
    Anche il recentissimo arresto dell’espansione economica americana dice quanto sia difficile, in occidente, mantenere gli stessi livelli di crescita o, peggio, incrementarli.
    Di contro le “varianze”, cioè tutte le mancanze di adattamento al modello, si mostrano in tutta la loro drammaticità che si traduce in disastri ecologici, mutazioni del clima, siccità desertificazioni, uragani e quant’altro.
    Per tacere della colpevole disparità tra nord e sul del mondo.

    Ora, perchè si affermino le idee della decrescita non si può essere solo “contro”; bisogna anche essere “per”.
    Non ci si può aspettare che il “per” arrivi dai pubblici poteri: non ancora perlomeno, giacchè le illusioni della crescita e le manovre per ottenerla sono tutt’ora in corso; anche se con scarsi successi.
    Allora serve avere dei progetti. Serve valorizzare le energie che esistono sui territori.

    La chiave del successo del capitalismo è stata la “concentrazione”.
    La chiave del successo della decrescita deve essere la “dispersione” cioè la progettualità diffusa, l’esaltazione delle specificità, la valorizzazione delle vocazionalità dei territori.

    Se il modello di riferimento del capitalismo è stata la macchina a vapore, il minimizzare i costi standardizzando i processi, la decrescita deve valorizzare la capacità dell’inventiva, della creatività dello “slow” che includa le persone piuttosto che emarginarle.

    Bisogna utilizzare tutti gli spazi possibili perchè il maggior numero di persone sia coinvolto in queste discussioni e perchè la “latenza” venga allo scoperto.
    Un’occasione è data dal raduno Nazionale dei GAS che si terrà a Collecchio (PR) dal 20 al 22 giugno p.v.
    Io ci sarò.
    Mi auguro che, in quest’ambito, si possano aggiungere tessere al mosaico.

    Una ripartenza è possibile. Servono buone idee, molta iniziativa e fiducia nel cambiamento possibile.

    • Riporto integralmente una mail di commento al mio articolo inviatami oggi dal mio amico Roberto Soldati, docente di fisica all’Università di Bologna, da anni attento osservatore del dissesto ambientale e dei serissimi problemi climatici a cui andiamo incontro:
      “Caro Danilo, sei stato troppo soft, troppo politically correct! Gli ultimi dati climatologici e sulle riserve d’acqua
      potabile del Pianeta sono letteralmente disastrosi, stiamo andando allegramente verso la
      catastrofe planetaria col vento in poppa, ridendo e scherzando. Si rischiano conflitti mondiali
      geopolitici per trivellare Artide e Antartide, si fa la guerra civile in Ukraina per vendere gas
      compresso americano in Europa fottendo la GasProm di Putin. Anche chez nous, Renzi & Co.
      si trastullano su come “rilanciare” i consumi (che cavolo ci sia ancora da consumare lo sa solo lui)
      mentre negli ultimi 30 anni la superficie dei ghiacciai si e` ridotta del 40%: se fosse per cause
      “naturali” ci vorrebbero 300.000 anni! Altro che speculazioni sul II principio, qui siamo alla
      constatazione diretta sperimentale in tempo reale della catastrofe irreversibile planetaria.”

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