Arte e decrescita

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È in linea il sito Arte e Decrescita (www.artedecrescita.it), promosso da alcune persone che si riconoscono nell’impostazione culturale del Movimento per la decrescita felice, che tuttavia non ha ancora approfondito a sufficienza queste tematiche per esprimere una posizione ufficiale. I promotori, che hanno sottoscritto un manifesto in cui è riassunto il significato dell’iniziativa e che riproduciamo in calce a questa comunicazione, in parte sono iscritti al nostro movimento, in parte sono professionisti del settore vicini alle nostre posizioni.

Il sito vuole essere il luogo dove raccogliere contributi, idee, stimoli culturali per liberare l’Arte, in tutte le forme in cui si manifesta, dal ruolo di strumento per la diffusione del consenso all’ideologia della crescita e del progresso inteso come aumento del dominio dell’uomo sulla natura. In questo contesto gli artisti hanno avuto molto spesso il ruolo (anche inconsapevolmente) di avanguardia, col compito di modellare l’immaginario collettivo affinché potesse  accettare acriticamente tutto ciò che è “nuovo” senza domandarsi se sia realmente bello e utile.

Come dice il Manifesto:” La valorizzazione culturale dell’innovazione in sé induce a immaginare il futuro come uno scrigno di inesauribili potenzialità di miglioramento su cui concentrare tutta l’attenzione, a pensare il passato come un deposito di materiali definitivamente inutilizzabili da dimenticare al più presto”.

Il Manifesto può essere sottoscritto da chi lo condivide e il sito sarà un luogo di confronto aperto alla partecipazione di chiunque voglia intervenire con contributi nelle sezioni in cui si articola: saggi, caffè filosofico, galleria virtuale, il re è nudo.

di Pier Paolo Dal Monte (ref. Cultura di Mdf)

 

Manifesto Arte e Decrescita

Cos’è che consente di accrescere la produzione annua di merci e, di conseguenza, incrementa i consumi di risorse naturali e di energia, le emissioni inquinanti, le emissioni climalteranti e i rifiuti?

Le innovazioni tecnologiche finalizzate ad accrescere la produttività. I macchinari innovativi che in un dato intervallo di tempo consentono di produrre sempre di più con sempre meno addetti.

Cos’è che riduce progressivamente gli intervalli di tempo in cui le risorse naturali transitano nello stato di merci prima di diventare rifiuti?

Le innovazioni tecnologiche ed estetiche finalizzate a rendere obsoleti i prodotti in commercio al fine di accelerare i processi di sostituzione.

Cos’è che induce a progettare in continuazione prodotti tecnologicamente ed esteticamente innovativi, al fine di rendere obsoleti e trasformare in rifiuti in tempi sempre più brevi i prodotti in commercio?

La necessità di tenere alta la domanda di merci in modo da assorbire l’offerta crescente di merci attivata dalle innovazioni tecnologiche che accrescono la produttività.

Le innovazioni di processo e di prodotto costituiscono la fisiologia dei sistemi economici finalizzati alla crescita della produzione di merci. Senza innovazioni di processo non potrebbe aumentare l’offerta di merci. Senza innovazioni di prodotto non potrebbe aumentare la domanda di merci. Le innovazioni di processo e di prodotto stanno esaurendo gli stock delle risorse non rinnovabili, hanno fatto crescere il consumo di risorse rinnovabili fino a superare le loro capacità di rigenerazione annua, sono la causa di fondo dell’effetto serra, stanno svuotando gli oceani di molte specie ittiche e li stanno riempiendo di ammassi di rifiuti di plastica grandi come continenti, hanno saturato la biosfera di sostanze tossiche, distrutto in pochi anni la bellezza di paesaggi lentamente antropizzati nel corso di secoli, ridotto la biodiversità e mineralizzato i terreni agricoli, esteso la fame nel mondo e causato le guerre sempre più atroci che da più di un secolo lo insanguinano. Le innovazioni finalizzate alla crescita della produzione e del consumo di merci stanno minacciando la sopravvivenza stessa dell’umanità.

Poiché hanno bisogno delle innovazioni, i sistemi economici e produttivi finalizzati alla crescita della produzione di merci hanno anche bisogno di valorizzare culturalmente l’innovazione in quanto tale. La pietra angolare della cultura su cui modellano l’immaginario collettivo è l’identificazione tra i concetti di innovazione e miglioramento. Nel loro paradigma culturale ogni innovazione è un miglioramento, senza innovazioni non ci sono miglioramenti, la storia è un costante progresso verso il meglio, le tappe di questo progresso sono scandite dalla successione delle innovazioni e la sua velocità dalla velocità con cui le innovazioni successive sostituiscono le precedenti.

La valorizzazione culturale dell’innovazione in sé induce a immaginare il futuro come uno scrigno di inesauribili potenzialità di miglioramento su cui concentrare tutta l’attenzione, a pensare il passato come un deposito di materiali definitivamente inutilizzabili da dimenticare al più presto, a guardare sempre in avanti, come i marinai di vedetta in cima all’albero maestro dei galeoni, per riuscire a vedere prima degli altri le novità che si delineano all’orizzonte, a non girare mai indietro la testa perché se ci si attarda a osservare ciò che è stato non solo non si ricava niente di utile, ma si rischia perdere posizioni nella corsa verso il nuovo e di fare la fine di Orfeo che, per essersi girato a vedere se Euridice continuava a seguirlo nella difficile anabasi dall’al di là, la perse definitivamente.

Nella valorizzazione culturale dell’innovazione, all’arte è stato assegnato il compito di esplorare i confini più avanzati della modernità, cioè a rincorrere senza sosta il nuovo che, come l’orizzonte si allontana passo dopo passo da chi cerca di avvicinarlo, perché c’è sempre un più nuovo in agguato del nuovo, un più nuovo che al suo apparire trasforma il nuovo in vecchio in attesa di essere trasformato in vecchio dal più nuovo che scalpita alle sue spalle. Nei sistemi economici finalizzati alla crescita della produzione di merci l’arte, in tutte le forme in cui si manifesta, pittura, scultura, musica, poesia, architettura, è stata scacciata di forza dalla sua dimensione universale ed eterna e rinchiusa a forza nella dimensione dell’effimero. Le è stato imposto di essere innovativa per essere sempre contemporanea, di sganciare il nuovo dall’abbraccio troppo stretto con le funzioni economiche e produttive a cui risponde nei sistemi economici finalizzati alla crescita, di cancellare dall’immaginario collettivo la percezione del suo ruolo distruttivo e di accompagnarlo in quella dimensione spirituale, non invischiata nelle miserie quotidiane della vita, in cui nel corso della storia gli esseri umani si sono abituati a collocare le manifestazioni artistiche.

Per risvegliare l’umanità da questo incantesimo che la sta perdendo, occorre liberare l’economia dal vincolo dell’innovazione, che le è stato imposto dalla finalizzazione alla crescita della produzione di merci, e la cultura dal vincolo della valorizzazione dell’innovazione, che le è stato imposto dal sistema economico e produttivo finalizzato alla crescita della produzione di merci.

Accanto e in sintonia con chi si propone di liberare le attività economiche e produttive dal vincolo delle innovazioni finalizzate alla crescita, noi ci proponiamo di liberare tutte le forme dell’espressione artistica dal vincolo di valorizzare culturalmente l’innovazione, da cui è stato dato un contributo essenziale alla formazione di un immaginario collettivo che ha valutato come un progresso la riduzione del lavoro a un fare per fare sempre di più. Per riportarlo alla sua essenza di fare bene finalizzato alla contemplazione di ciò che si è fatto, occorre ridefinire un sistema di valori in cui la bellezza torni ad essere più importante del profitto, perché come si può contemplare ciò che si è fatto se non ha aggiunto bellezza alla bellezza originaria del mondo? Nella ricostruzione di un paradigma culturale con queste caratteristiche dopo più di un secolo di devastazioni, non si può riuscire a liberare le tecnologie dal vincolo dell’innovazione e indirizzarle a imitare, potenziare e regolarizzare i cicli biochimici che presiedono ai processi vitali, senza ricostruire un immaginario collettivo capace non solo di smascherare, irridendoli senza soggezione, i quattro trucchi da imbonitore con cui l’arte contemporanea persegue la valorizzazione culturale dell’innovazione, ma anche di riconoscere il segno dell’arte dovunque i mezzi espressivi con cui si manifesta sappiano suscitare negli esseri umani il desiderio irrazionale di aiutare la bellezza a vincere i limiti dello spazio e del tempo, creando, come ha sempre fatto prima di essere irretita nella tela della modernità, un collegamento ininterrotto tra le generazioni. Perché l’arte, come ha scritto Egon Schiele sul muro della prigione in cui era rinchiuso, non è moderna. L’arte è eterna.

Dicembre 2012

Promotori: 

Gabriella Arduino architetto e pittore
Pierpaolo Dal Monte medico e filosofo
Massimo De Maio grafico ed ecologista
Giordano Mancini maestro d’arte, green manager
Giovanna Massobrio architetto e gallerista
Ugo Mattei giurista, studioso di economia e politica dei beni comuni
Maurizio Pallante saggista
Mario Pisani architetto
Paolo Portoghesi architetto

Fonte: Movimento per la Decrescita Felice

2 Commenti

  1. LA SCULTURA E LO STATO DELL’ARTE

    “…se non vedi ancora la bellezza nella tua interiorità, fa come lo scultore di una statua bella. Egli scalpella fino a che non avrà ottenuto una statua dalle belle linee. Anche tu, allora, togli il supefluo, radrizza ciò che è storto, lucida ciò che è opaco perchè sia brillante, e non cessare mai di scolpire la tua statua, finchè in essa non si manifesti il divino splendore della virtù” Plotino

    In queste poche righe inseguo il desiderio di chiarire ed esporre le motivazioni che mi spingono a picchiare una pietra con un ferro. Perché mai nell’era digitale, della diffusione del virtuale, della comunicazione elettronica, dell’apparenza, diventa importante, se non addirittura vitale, per un uomo non più giovane come me, svolgere l’attività di scultore.
    Scolpire, in particolare la pietra, è diventata un’esigenza, è un’azione di cambiamento, di modifica dello stato presente delle cose. Scolpire la pietra è un’operazione lenta, che necessita abilità, fatica, conoscenza della materia e degli strumenti per modificarla. Non si può aggiungere, si può solo togliere ciò che è superfluo, che ci inceppa, ci appesantisce. Scolpendo non possiamo aggiungere, far crescere, possiamo solo togliere, “decrescere”. La pietra, per quanto dura, pesante, immobile, può modificarsi sotto le nostre mani, alleggerirsi, perdere gli spigoli che ci infastidiscono e mantenere le asperità che ci sono utili, diventare come noi la sentiamo, scopriamo che anche fuori di lì, in un altro contesto, possiamo scegliere, dare forma alle nostre esperienze se solo ci diamo il permesso di rischiare, sbagliare magari un colpo e poi ripartire.

    Mi piace pensare globale ed agire locale. Consumiamo più risorse naturali di quanto il pianeta sia in grado di rigenerare, abbiamo estratto almeno la metà del petrolio disponibile, quello che resta avrà un costo di estrazione sempre maggiore, le emissioni gassose, liquide e solide dell’attività umana hanno superato la capacità dell’ecosistema terrestre di metabolizzarle. Nonostante tutto questo si continua a predicare il mito della crescita continua della produzione di merci. La crisi del sistema termo-industriale ha portato all’impoverimento di larghe fasce di popolazioni, le quali hanno peggiorato drasticamente le loro condizioni di vita, mentre l’apparato finanziario produttivo spinge per un aumento della produzione di merci, si arriva quindi al cortocircuito, è chiaro ormai che siamo in fase di chiusura di un ciclo espansivo durato più di cinquecento anni. La ricetta dell’apparato è: innovazione, per produrre nuove merci, per alimentare nuovi consumi, spingendo verso una progressiva accelerazione delle innovazioni, per creare nuovi profitti. Il nuovo sempre più veloce, sostituire in continuazione il nuovo con il più nuovo, immettere sul mercato sempre più novità, sempre di più, sempre di più. L’usa e getta è la soluzione dell’appartato finanziario e termo-industriale. La decrescita diventa una necessità per i popoli occidentali. La decrescita è una prassi, per dirla con Latouche “per ridare spazio all’inventiva e alla creatività dell’immaginario bloccato dal totalitarismo economicista, la messa in discussione del livellamento culturale e della standardizzazione dell’immaginario, chiamando la collettività a inventare e realizzare cambiamenti di abitudini, mentalità e comportamenti, sia soggettivi che collettivi. La decrescita è una teoria economica che tenta di scagliare una critica radicale al mito dello sviluppo e di definire gli elementi di un percorso, di un laboratorio in cui apriamo una porta, per uscire dalla società della crescita, per entrare in un luogo in cui sono definiti i contorni, ma non è ancora chiara la visione complessiva di ciò che ci aspetta al di là della porta. «Decolonizzare l’immaginario » e mirare a « un reincanto del mondo», oltre al profitto fine a se stesso, per scommettere su di un’abbondanza frugale e conviviale.”

    Quando un fiume straripa e invade città e campagne, devasta ogni cosa; passata la tempesta il fiume rientra nel suo alveo naturale. Ecco, la decrescita è il fiume che rientra nel suo tracciato naturale, cessata la devastazione, continua la sua benefica azione.

    Nella riduzione degli sprechi, degli scarti (anche umani), dell’inutile superfluo, nelle buone pratiche già ampiamente diffuse trovano spazio una prosperità delle relazioni, dello spirito umano, della convivialità. Nello spazio sociale diffuso delle relazioni conviviali, un ritrovato segno estetico dell’immaginario di un dolce avvenire, trova la sua ragione d’essere e si sposa con le pratiche della decrescita attraverso la riappropriazione del nostro saper fare, delle nostre abilità. Sembra ovvio che l’arte possa avere un ruolo in queste ipotesi, come dispositivo di analisi e di comunicazione, di sensibilizzazione e di denuncia nei confronti dei codici consumistici dominanti. Quante immagini di critica della società dei consumi ha prodotto!! Ma le modalità di valutazione, diffusione e fruizione dell’arte sono all’interno della logica del mercato e del consumo, regolate come un’operazione finanziaria, in una logica economicista. Ecco il “critico” che cerca un ruolo nel mercato dell’arte afferma la “necessarietà di una salda impalcatura culturale per tutti coloro che si vogliano avvicinare all’arte contemporanea, un’arte che si dà all’intelletto più che ai sensi.” De Masi.

    Il 20 marzo 2015 leggo una notizia sul web, supportata da un video. “Hanno piazzato una stampa venduta da Ikea al prezzo di 10 euro all’interno delle sale del museo olandese di Arnhem per poi chiedere agli esperti e ai visitatori un parere sull’opera dipinta dal pittore di fantasia Ike Andrews. L’esprimento è stato organizzato e filmato dal team del network olandese LifeHuntersTv e il risultato è sorprendente. Mischiata tra quadri di arte moderna, la tela Ikea finisce per essere sovrastimata fino a un valore di oltre 2 milioni di euro o definita “una espressione del caos mentale” .

    Il valore dell’arte di oggi necessita di una profonda revisione. Il mercato contemporaneo dell’arte è concepito come “ … un sistema, in ultima analisi, finanziario che ha solo marginalmente a che vedere con l’arte. … Questo sistema ha lo sgradevole effetto collaterale di uccidere la pluralità artistica, per la semplice ragione che artisti, per così dire, “non quotati” in questo sistema, faticano a sopravvivere poiché non riescono a vendere.” (Mauro Villone)

    Per acquisire una nuova agibilità occorre rivoluzionare l’approccio all’arte, non è più sufficiente esprimere un contenuto antagonista. Attivare un processo di liberazione dalla cultura inquinata del mercato dell’arte, che non propone altro che un’estetica della classe dominante, e spesso non è altro che l’emblema del nulla. Ogni opera d’arte rispecchia la cultura della società che la produce, ne è il faro, spesso ci indica la strada al quale approderemo. The floating piers, la passerella sull’acqua del lago d’Iseo è l’espressione della società dei centri commerciali, dell’uso e getta, del dominio sulla natura, del consumo di massa, dello spettacolo. Mi fa meditare il fatto che Berretta, quello delle armi, quello che guadagna sulla diffusione di guerre e morti, sia uno dei finanziatori dell’installazione. La moglie di Franco Gussalli Beretta, Umberta Gnutti Beretta, è un’entusiasta collezionista di arte contemporanea e in merito all’installazione, ha dichiarato in un’intervista al Corriere: “per me l’arte deve essere vita. (ops) Nel senso che non c’è nulla di virtuale. Qui c’è vento vero, luce vera, suoni veri, movimenti veri. Non è come la scultura o un dipinto.” Se Umberta Gnutti Beretta si identifica con questa attrezzatura di coinvolgimento di massa, sono orgoglioso di promuovere la scultura.

    Non amo queste operazioni, anzi le disprezzo. Amo l’arte locale, prodotto di un’abilità, meglio manuale, un’arte che sia in armonia con l’ambiente che la circonda, piccola, solidale. Se proprio voglio fare una passeggiata vado sul crinale appenninico, non su tonnellate di plastica, anche se riciclabile. Preferisco la scultura in pietra di uno “sconosciuto” artista locale che raccoglie e mantiene una cultura, un’abilità, un’arte millenaria. Quella è arte spazzatura, (infatti dopo l’uso, si getta) è come il cibo prodotto dalle multinazionali. La scultura in pietra dello sconosciuto rimarrà probabilmente alle future generazioni, come un albero da frutta, che semino oggi per lasciare i frutti i miei nipoti.

    Il prezzo di un oggetto d’arte non è più collegato al suo valore intrinseco, alla straordinaria abilità dell’artista nel realizzare l’opera, alla sua sensibilità estetica, alla sua capacità di emozionare, ma risponde esclusivamente ad interessi finanziari e di avido arricchimento. Se questa è l’arte moderna, occorre iniziare la strada per uscire dal vicolo cieco in cui la critica-finanzista ci ha cacciato. Posso fare qualsiasi schifezza, se ho l’appoggio ed il benestare dell’apparato critico-finanzista, metto una firma e realizzo un affare, creo del business art . Pallante è molto chiaro: “Nei consigli d’amministrazione dei musei d’arte moderna e contemporanea siedono i più autorevoli rappresentanti del potere politico, economico e finanziario. Che li finanziano abbondantemente, perché nonostante gli enormi mezzi a disposizione, il lodevole impegno degli staff che li dirigono, il sostegno di critici e storici dell’arte, la copertura mediatica di cui godono, i proventi dei biglietti che staccano non basterebbero a coprire neanche i costi di pulizia. Come è possibile che il potere offra un sostegno così decisivo a un’arte che programmaticamente si propone di combatterlo, di sovvertire i fondamenti culturali su cui si sostiene? Anche se si cerca di occultarlo con una cortina fumogena di parole, il fatto è che l’arte moderna e contemporanea è in realtà un’arte di regime.”

    Il fatto che la pubblicità rappresenta la seconda voce di spesa nel bilancio mondiale, solo dopo gli armamenti, ci dovrebbe far riflettere. Sappiamo benissimo quanto l’arte moderna abbia influenzato e sia complice del messaggio pubblicitario, quindi quanto l’arte moderna abbia contribuito alla diffusione del consumismo. La pubblicità ci spinge continuamente a comprare cose di cui non abbiamo bisogno, che a volte non desideriamo veramente e presto finiscono nell’immondizia. Si appropria sempre più di spazi pubblici, distrugge foreste, (50 kg di carta ogni anno nelle nostre cassette della posta), riversando quotidianamente un ammasso enorme di inquinamento visivo, acustico, materiale, ma soprattutto spirituale, le tecniche di marketing ci spingono subdolamente e sublinalmente verso uno stile di vita massificata da “turboconsumatore”, generando un vortice distruttivo in ogni luogo.

    Il valore dell’innovazione nella ricerca artistica si è manifestato in modo prepotente all’inizio del secolo scorso con le avanguardie artistiche, le quali si sono autorappresentate come manipoli di spregiudicati innovatori che, rompendo con la mentalità e il sistema dei valori vigenti, si spingevano a esplorare territori sconosciuti, a rompere convinzioni consolidate, a sperimentare nuove modalità espressive, con l’obbiettivo di anticipare mutamenti culturali, in senso lato, che, grazie a loro, in seguito si sarebbero imposti a livello di massa. Un atteggiamento anticonformista e sovversivo, che sin dall’inizio ha trovato il sostegno dei settori industriali, finanziari e politici interessati ad accelerare i processi di modernizzazione, industrializzazione e urbanizzazione avviati in quegli anni, a sostituire nell’immaginario collettivo il valore della conservazione e dell’attaccamento al passato col valore del cambiamento e della proiezione verso il futuro. Gli artisti d’avanguardia hanno contribuito in maniera determinante a fornire dignità culturale al sistema di valori di cui l’appartato economico e produttivo finalizzato alla crescita della produzione e del consumo di merci aveva bisogno per affermarsi; il sistema economico e produttivo ha favorito l’affermazione delle avanguardie artistiche mettendo a loro disposizione gli strumenti del suo potere: gallerie, musei, università, istituzioni culturali, committenti, collezionisti, critici, giornali. Se con la velocità futurista abbiamo percorso un pezzo di strada, è giunto il momento di frenare, occorre una svolta (in curva si sa, occorre rallentare) o andremo tutti a sbattere contro i limiti del pianeta, e non ne abbiamo uno di scorta. La lentezza diventa un gesto rivoluzionario. L’arte di oggi è intrappolata nell’ideologia del nuovismo modernista, cioè nella dimensione ideologica in cui il nuovo e il moderno sono sempre e comunque meglio, sono un valore aggiunto, anche quando è orrendo. Questa ideologia ha prodotto il consumismo, e l’arte non è rimasta indenne, anzi, ha svolto un ruolo trainante nella ricerca del nuovo a tutti costi, e ancora del nuovo che più nuovo non si può, del nuovo che diventa subito vecchio, quindi spregevole, da scartare. La critica-finazista sancisce il diritto di entrare nell’Olimpo dell’arte contemporanea solo a chi è più innovativo del precedente supernuovo, così santifica la merda d’artista. Ecco il trionfo dell’usa e getta. Ecco affermarsi l’arte di regime, quella riconosciuta ufficialmente, sostenuta dalla finanza, funzionale al potere economico, all’impero dell’economia. La festa è finita, l’arte-marketing coinvolgerà ancora per un po’ le masse, ma ha esaurito la sua forza propulsiva, e sbatterà contro la presa di coscienza dei cittadini.

    “La mano è la finestra della mente” ci ricorda Kant. Chi non sa fare nulla, deve comprare tutto, dipende interamente dalle proposte del mercato. Chi ha un ricco saper fare è decisamente autonomo dal mercato. Il modello sociale termo-industriale, basato sulla continua crescita dei consumi, necessita di una vasta fascia di popolazione che non sa fare nulla e quindi che ha bisogno di tutto. Se so fare il pane, un mobile, il sapone, non li acquisterò e il sistema consumistico avrà delle ripercussioni negative, ma io continuerò ad usare i beni di cui ho bisogno. L’arte contemporanea si adegua, e disprezza l’abilità manuale. Se il saper fare, l’acquisizione di un’abilità conquistata con impegno, per la critica-finanzista è indice di antimodernità, allora voglio essere antimoderno. Non c’è bisogno di scomodare artisti di oltre oceano, quando talenti indigeni producono nel nostro territorio, quando a chilometro zero abili mani realizzano opere straordinarie, mosaici, dipinti, sculture, ma la barbara cosmocrazia, la modernità, la legge del mercato, le oscura, le nasconde agli occhi dei più, allora oggi necessita dar loro piena luce. Nell’ottica di un ampliamento della produzione e della distribuzione dei beni locali, della tutela dei beni comuni, la creazione estetica può contribuire alla realizzazione di questa “altra economia”, di un mercato autonomo. Nell’ottica di questa contesa, ben vengano quindi artisti locali organizzati autonomamente, che lanciano la loro sfida alla colonizzazione dell’immaginario collettivo, promuovendo non nuovi, ma altri modelli estetici, diversi, differenti, espressione di una ricerca, di un saper fare, della padronanza di una tecnica, di un’abilità manuale, di una intelligenza manuale. Non c’è più bisogno di conquistare il mercato dell’arte, urge la necessità di creare un altro mercato, con altre regole, dove risalti il piccolo, il locale, il solidale, la reciprocità, il dono. Desidero la creazione di un mercato dell’arte come luogo d’incontro, colorato e divertente, dove il profitto è secondario e si privilegia la relazione, la bellezza. Sollecito, solletico gli artisti autonomi affinché inseriscano nell’ambito delle proprie iniziative un’arte della decrescita legata all’idea di una creatività diffusa e condivisa, libera dai vincoli tradizionali del sistema, più che realizzare opere dal significato estetico espressione della decrescita, ma senza escluderlo. Il ricorso a materiali naturali, al riciclo e al riuso, alla produzione e gestione collettiva in completa autonomia. Le tecnologie che oggi abbiamo a disposizione ce lo permettono, usiamole.

    L’autonomia dell’artista è il passaggio obbligato per liberare la bellezza dalle catene della modernità. Non solo, come dice Pallante “.. L’autonomia del punto di vista da cui l’artista osserva la realtà, l’autonomia culturale che informa e sostanzia le sue opere, l’autonomia dei mezzi espressivi.” Occorre soprattutto rivendicare il diritto di autonomia dalle logiche del mercato dell’arte, per sfuggire dalla trappola della critica mercenaria, dal sistema della quotazione economica del momento e ridare la centralità all’artista, alla sua ricerca e alla sua opera. La strada per la conquista dell’autonomia dell’arte, passa necessariamente attraverso l’autorganizzazione degli artisti e le mostre di “Arte e Decrescita” , “La notte della Scultura”, possono essere un esempio, un segno che l’autonomia è possibile. Autonomia non significa isolamento, ma artisti locali che si organizzano nei vari territori e si collegano con altre autonomie per fare rete.
    In questa grande festa del mercato globale, dove sembra inesorabile l’avanzata dell’idea del Mondo Unico, in cui le specificità tipiche, originarie sono assenti, la nostra azione estetica che privilegia l’arte locale, espressione del territorio in cui vive, può essere un gesto di resistenza e resilienza. La scultura, con i suoi 30.000 anni di storia, di dialogo con la materia, è un percorso di creazione lento, basato sull’abilità manuale, rappresenta mirabilmente questo processo di liberazione estetica, per i suoi tratti distintivi.

    L’arte nel corso del tempo, per definirla nel modo più chiaro possibile, è stata divisa, frazionata contrapposta. Ecco che l’arte astratta si contrappone a quella figurativa, il concettuale all’artigianale, le avanguardie alla tradizione e così via. Questa teoria dei generi, queste distinzioni, appaiono come una sorta di categorie pedagogiche, mentre in realtà ogni opera d’arte è diversa da un’altra. Entrando nel particolare della scultura su pietra, l’unicità dell’opera d’arte emerge ancor più chiaramente. Ogni pezzo di pietra è unico. Scoprendo il suo interno emergono sfumature, durezze diverse, venture inaspettate, impreviste, che ti costringono ad adattare il tuo progetto estetico alla sua composizione interna. A volte è quel determinato pezzo di pietra che ti suggerisce un’idea, sembra dirti: “ti aspettavo, ora puoi scoprire la forma all’interno della mia durezza, sono pronta a prendere nuova luce”. Svincolarsi dai generi diventa oggi un passaggio quasi obbligato per l’artista che vuol esprimersi ed operare in completa autonomia.
    Nella scultura voglio schivare ogni forma decisamente aggraziata, allettante, nessuna soluzione estetica rasserenante. Accentuare il senso tragicomico della vita, con sottile ironia. Attento alle regole, con una gran voglia di trasgredirle. Rifuggire con forza dal concettualismo, pur conservando forti riferimenti nel sociale, nel politico, nel mondo dell’arte. Cercare altri sguardi delle tradizioni profonde, senza la minima tensione nel voler produrre il nuovo. La pietra scolpita deve prendere vita, deve palpitare una di una sua intrinseca spiritualità, deve comunicare la sua umanità, per elevarsi ad opera d’arte, proprio perché è un fenomeno esclusivamente umano. Ecco che la novità diventa un fatto secondario, non necessario, mentre l’umanità dell’opera diventa fondamentale. Non m’interessa essere il primo, desidero semplicemente essere.

    Sandro Tore

    • Un commento molto bello, che però meritava di essere un vero e proprio articolo del sito vista la lunghezza e la profondità, avendo così il giusto risalto, altrimenti in un articolo di tre anni fa si perde inesorabilmente nei meandri del Web. Anzi, la inviterei a registrarsi al sito e a proporre pari pari questo commento sotto forma di articolo del sito. Buona giornata!

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