Il mio appello agli ecologisti e a chi non si rassegna (Max Strata)

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Un testo inviatoci dall’amico Max Strata che pubblichiamo molto volentieri.

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Le considerazioni di base da cui trae origine il mio appello sono rintracciabili nei report scientifici sulla crisi ecologica ma anche nelle analisi sociologiche sulla infelicità personale e sulla follia dilagante che emerge dall’osservazione della cronaca.

Questi elementi non sono affatto disgiunti ma fanno parte di un’unica logica distorta, invadente e pervasiva, alimentata da un sotto pensiero, da una sub-cultura, da una assurda illusione che domina le nostre menti e che ci sta rapidamente trascinando verso un futuro -sempre più presente- in cui i nostri peggiori incubi rischiano seriamente di materializzarsi.

Si può affermare che nella storia dell’umanità ci sono stati tempi non certo migliori e che di crisi se ne sono susseguite molte, vero, ma oggi ci troviamo in presenza di qualcosa di nuovo, un qualcosa di particolarmente subdolo e pericoloso che oltre a mettere in discussione le basi ecologiche della vita sul pianeta ha a che fare con una modificazione antropologica della nostra specie.

Non a caso, uno dei tratti prevalenti di questo tempo storico è dato dalla superficialità nei saperi e nelle conoscenze, nei rapporti umani, nelle esperienze di vita, nella visione della realtà e quindi del futuro. Una constatazione che può apparire paradossale nell’epoca dell’informazione super diffusa ma che paradossale non è, considerato che al “messaggio breve” cui ci siamo abituati corrisponde necessariamente un “pensiero breve”.

Ecco, direi che è proprio questo il nostro più grande e attuale problema, il pensiero breve o se si vuole il pensiero liquido di una società liquida che omologa, inscatola, appiattisce e istupidisce e che causa una gravissima perdita di contatto con la realtà, anche con quella che ti dice che sei prossimo a sbattere violentemente la faccia contro un muro di pietra.

Ci troviamo in una sorta di condizione amniotica da “effetto stupefacente” generalizzato, fatta di obnubilante inerzia mentale che nei fatti ci rende insensibili (per niente preoccupati) anche di fronte a scenari da brivido che richiamano l’olocausto nucleare.

Benché il tema del caos climatico e più in generale quello della crisi ecologica, non sia certo posto in primo piano dai media e compaia solo marginalmente tra gli interessi della classe politica, dovremmo più o meno sapere (uso il condizionale) che continuando a fare a pezzi i sistemi biotici siamo fatalmente destinati a passare più o meno rapidamente dallo stato di euforia determinato dalla cieca fede nella crescita economica, ad uno stato di scarsità materiale e di conflittualità sociale tale da riportarci a condizioni che in più di un caso potrebbero corrispondere a quelle del periodo medievale.

Di recente, i ricercatori del tavolo intergovernativo dell’ONU sul cambiamento climatico, hanno indicato in appena dodici anni il tempo residuo in cui modificare il nostro sistema di approvvigionamento energetico per evitare di incorrere nei peggiori effetti provocati dal riscaldamento globale.

Dodici anni… impossibile anche volendo: troppo il ritardo accumulato, troppo grandi le speculazioni a breve termine delle oligarchie che governano il pianeta e forte la resistenza al cambiamento determinata da immobilismo, ignoranza, timore o incapacità da parte dei più.

Che cosa fare allora? Non resta che tentare una via assai impegnativa ma pur sempre possibile: quella di una rapida presa di coscienza individuale e collettiva nella quale è chiaro che un certo tipo di rappresentazione del mondo è finita e che è necessario passare ad un’altra prospettiva, ad un altro sentire, ad un altro modo di agire.

L’appello è pertanto un invito all’azione dal basso da parte di quella che si potrebbe definire una “avanguardia illuminata”, composta da chi vuole fare qualcosa di concreto per provare ad invertire la rotta e guadagnare tempo, con l’obiettivo di scatenare una positiva reazione a catena, ovvero di generare una massa critica capace di realizzare modificazioni di ampia portata.

Per fare questo, e qui arriva la mia provocazione, ritengo necessario che gli ecologisti e chi non si rassegna a questo stato di cose, debbano assumere su sé stessi la responsabilità di comunicare personalmente il livello di drammaticità della situazione in cui ci siamo cacciati, facendolo con serietà e continuità a partire dalla famiglia, tra gli amici, sul posto di lavoro e di studio, ecc.. Comunicare dunque e fare seguire alla comunicazione verbale o scritta un’azione coerente che possa essere di stimolo per gli altri promuovendo l’idea che il passaggio (la transizione) ad un nuovo modello sia non solo necessario ma in ogni caso preferibile rispetto a quello dominante perché più sobrio, egualitario, fecondo e piacevole.

Per fare questo c’è però bisogno di grandi energie e di numeri importanti e ciò comporta la necessità di ridurre, dico ridurre non abbandonare, il tempo dedicato alle tradizionali iniziative per la difesa dell’ambiente perché adesso abbiamo bisogno di concentrare le forze sulla questione climatica che, da sola, direttamente o indirettamente, assorbe tutte le altre.

Intendo dire che in questo momento storico, affacciati sul baratro che ci attende, ogni singola “battaglia” per difendere il territorio rischia di diventare fine a se stessa se non viene collocata in una prospettiva più ampia. Inoltre, mi pare evidente che serve a poco salvare oggi una porzione di foresta se non si riesce a smontare il meccanismo che domani ne farà fuori cento.

Teniamo presente che unendo i nostri sforzi possiamo mettere in discussione un sistema di pensiero, rendere evidente che cosa c’è all’origine della violenza che viene praticata sui sistemi naturali, sulle persone e sugli altri viventi. Qui si tratta di abbandonare definitivamente un sistema non di riformarlo: un sistema economico e sociale che è generato dal modo con cui guardiamo il mondo e di conseguenza da come ci comportiamo.

Per poter sperare di attivare una risposta positiva da parte di chi non ha ancora cognizione della gravità della crisi è dunque fondamentale poter offrire una visione realisticamente diversa e migliore, ed questo quello che può fare una persona di buon senso.

Dunque, dobbiamo continuare a lottare contro l’inquinamento provocato da una industria chimica o dal traffico urbano? Certo che si, ma nella misura utile a far passare l’idea di un altro mondo possibile.

Ciò che conta è che in questa drammatica situazione si faccia un tentativo per razionalizzare l’impegno, finalizzarlo, renderlo pienamente operativo all’interno di una visione globale ma non globalizzata.

Questo è il tempo (l’ultimo che abbiamo a disposizione) per superare le barriere che ci dividono, le convinzioni che si ergono come ostacoli insormontabili, i protagonismi, le invidie, l’aggressività di cui spesso siamo vittime quanto carnefici.

Provo dunque a sintetizzare tre punti che, nell’ottica di una azione comune, potrebbero essere condivisi o comunque suscitare una riflessione collettiva.

Abbandoniamo l’ego e agiamo consapevolmente

Finché restiamo attaccati a quanto abbiamo adesso (anche se poco) e all’illusione di quello che potremmo/vorremmo avere in termini di occupazione, sicurezza sociale, possesso di beni, ecc. non riusciremo a fare un passo in direzione del cambiamento che auspichiamo. Deve infatti essere chiaro che nel vortice causato dalla crisi ecologica tutte le nostre presunte certezze possono disintegrarsi in un baleno.

Gli scenari sono molto inquietanti e purtroppo si stanno manifestando in fretta.

In primo luogo, ricordiamoci che la crisi ecologica è strettamente connessa alle crisi economiche, a quelle sociali, politiche e militari e che abbiamo a che fare con un crisi sistemica.

Per agire consapevolmente e cioè in modo lucido e con la prospettiva di raggiungere un obiettivo apprezzabile, possiamo innanzitutto agire sui noi stessi, comprendere l’origine del nostro comportamento irrazionale e pertanto non farci comprimere dalle pretese di un ego che per definizione non sarà mai soddisfatto.

Attenzione, questo è un passaggio essenziale, o si comprende che facciamo di parte di una rete fatta di strette relazioni con tutto ciò che è vivente e che di questa rete siamo solo un nodo, o sarà davvero difficile riorganizzare la nostra esistenza di specie.

Banalizzando, ma non troppo, condividere questa visione significa spostarsi da una posizione antropocentrica ad una visione ecocentrica e le conseguenze pratiche sono enormi. Abbandonare le richieste del nostro ingannevole ego vuol dire proiettarsi verso una esistenza che accetta il concetto di limite e che lascia andare quello che oggi ci rende schiavi di oggetti, azioni, abitudini e pretese che con l’idea di “buona vita” e di felicità non hanno niente a che fare. Agire consapevolmente in modo ecologico è dunque avere cognizione del mutamento di rotta che ci viene chiesto per condensarlo nelle nostre scelte e nelle nostre pratiche quotidiane.

Più comunità e più locale, meno oggetti, meno mercato, meno potere

Sappiamo che all’origine della crisi ecologica ci sono una serie di fattori culturali, idee filosofiche e convinzioni politiche, e, non da ultima, la nostra sostanziale incapacità di gestire le innovazioni scientifiche e tecnologiche in modo sano e saggio.

Sappiamo inoltre che l’idea di produrre sempre di più a partire da uno stock limitato di risorse naturali è pura e semplice follia anche se la quasi totalità degli economisti e dei decisori politici pare ignorare questo fondamentale dato di partenza.

Davanti a questo mare magnum di difficoltà possiamo tuttavia orientare la nostra esistenza individuale e di gruppo in direzione di una semplicità volontaria in cui ad assumere pregnanza e significato non sono più i miti della ricchezza e del possesso ma il piacere (ben vivere) che si può trarre dal contatto con la natura, da relazioni più empatiche, dall’essenziale, dalle cose semplici rese disponibili per tutti.

Attraverso questo rivoluzionario percorso concettuale matura anche un rinnovata sensibilità per ciò che si può fare in proprio, in seno alla propria comunità, saltando a piè pari la pressione imposta da un mercato che invece tende ad annullare la capacità di sentirci protagonisti delle nostre scelte e, fin dove possibile, di essere autosufficienti.

Un passo essenziale è pertanto non subire l’organizzazione gerarchica di un potere e di un sistema che vuol vendere/imporre qualsiasi cosa a tutti i costi, mediante una coercizione organizzata mascherata da offerta.

Organizzarsi su piccola scala, valorizzare i diritti fondamentali, costruire economie locali resilienti per produrre innanzitutto servizi, cibo di qualità ed energia rinnovabile in modo cooperativo e condiviso, costituisce l’ABC del cambiamento.

Uniti in una visione d’insieme

La frammentazione, e di conseguenza l’inazione, è tecnicamente il problema più grande con cui ha a che fare un insieme di persone che desidera raggiungere un determinato obiettivo. Dividersi, dividersi e dividersi ancora fino a spaccare il capello in quattro di fronte ad una emergenza che richiede unità di intenti, serve solo a fare il gioco di chi desidera mantenere lo status quo anche se questo si rivela mortifero.

La suicida tendenza alla divisione è spesso provocata da un malinteso ideale di libertà di opinione e di scelta. Questo non significa che per stare assieme sia necessario rinunciare alle proprie convinzioni o alle proprie idealità, ma più semplicemente contenerle nell’ottica di un percorso dove ciascuno lascia qualcosa di personale per accogliere qualcosa che proviene da altri allo scopo di entrare in una corrente dove ci si sente ascoltati e si diventa parte attiva di un processo.

Consideriamola dunque come “un’ultima chiamata” e ciò che conta è la nostra disponibilità a intravedere la possibilità di realizzare qualcosa di molto diverso dall’attuale che tenendo conto dei limiti offerti dalle risorse e dalla disponibilità dei beni naturali prevede l’integrazione dei sistemi umani nelle dinamiche dei sistemi ecologici.

Per farlo, occorre organizzarsi da subito su base locale e quindi in una rete sempre più ampia capace non solo di discutere, di confrontarsi, di fare lobbying, ma di realizzare progetti creativi recuperando al tempo stesso le migliori esperienze disponibili.

In altre parole si tratta di concepire, praticare e diffondere un’etica ecologica solida e desiderabile perché concreta, armonica, riparatrice degli equilibri che abbiamo infranto e rispettosa della vita, delle presenti e delle future generazioni.

 

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