La vittoria della sconfitta

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sconfitta

“Non sprecare parole e sorrisi per me
io conosco già la fine del libro”

(Negazione, La vittoria della sconfitta)

Avevo perso gran parte delle speranze per il raggiungimento del quorum nell’ultima settimana prima del voto, quando persino sui gruppi di Facebook dedicati alla decrescita e alle transition town mi sono trovato a discutere con un agguerrito (quanto spesso disinformato, anzi tanto agguerrito quanto disinformato) manipolo di contestatori del referendum.

Penso che gli astenuti al voto si possano suddivedere principalmente in queste categorie:

  • qualunquisti – Nel senso originario del termine che ne diede Gugliemo Giannini, il fondatore del movimento dell’Uomo qualunque: persone che delegano ad altri o perché non sono interessate ai quesiti e/o non vogliono fare lo sforzo di approfondirli e conoscerli. Tutti benestanti, hanno una vita relativamente comoda e la priorità è la preservazione del loro idillio piccolo-borghese.
  • romantici – variante più impegnata della precedente, la loro frase topica è stata “questo referendum non mi appassiona”. Forse il fatto stesso di non avere passione per le trivelle poteva fornire un’utile indicazione di voto…
  • ambientalisti ‘critici’ – Sono coloro che, distinguendosi dalla massa del ‘gregge verde’ disinformato e vittima della peggior demagogia, si proclamo i veri ambientalisti difendendo di fatto con ragionamenti strampalati le tesi sostenute dall’establishment. Un tempo molto diffusi tra i sostenitori del nucleare, hanno riscoperto una seconda giovinezza con la difesa delle piattaforme sotto le 12 miglia, elaborando bislacche teorie sul risparmio e le energie fossili ‘a kmzero’. Inutile qualsiasi tentativo di riportarli con i piedi per terra attraverso dati concreti sulle estrazioni e gli andamenti storici dei consumi energetici, l’astrazione ha sempre la meglio sulla realtà.
  • metaniferi – “Quella foto non è di una piattaforma italiana!”, “sono piattaforme non trivelle”, “non si chiamano sversamenti, vergogna non sai di cosa stai parlando!”, ecc. Ottimi per interrogazioni sul funzionamento delle piattafforme di estrazione, pessimi in tutto il resto (specialmente per riflettere di energia e ambiente).
  • sindacalisti mandati dalla Provvidenza – “Mi sono astenuto per salvare dei posti di lavoro” è il mantra ripetuto ossessivamente da queste persone. Inutile discutere con loro della cronica crisi produttiva del comparto delle estrazioni e delle potenzialità insite nello sviluppo delle rinnovabili, al massimo il mantra si trasforma in invettive del tipo “vuoi vedere padri di famiglia in mezzo a una strada?”.
  • alienati dalla crisi economica – Qui c’è poco da scherzare. Qualche giorno prima del referendum, avevo parlato con una madre single che si barcamena tra un corso di riqualificazione professionale e un lavoro a turni, che dallo stress è arrivata a confondere la notte con il giorno, fatto testimoniato dalle profondissime occhiaie. Sinceramente, dal mio punto di vista privilegiato non mi sento di condannare persone che vivono simili drammi personali e non riescono a focalizzare al di là da quello, sebbene sia un atteggiamento controproducente.
  • renziani – “abbiamo sconfitto i gufi!, #ciaone, ecc”.

Per quanto riguardo lo schieramento del ‘SI’, il bicchiere mezzo pieno visto dal presidente della Puglia Emiliano non è poi irragionevole: a conti fatti, i SI hanno conseguito 13.334.764 voti, sensibilmente più di queli ottenuti dal PD  nel trionfo renziano alle Europee del 2014, quelle del 40% (11.203.231 voti). Certo, dopo tanta ironia su chi ha fatto fallire il referendum, ammetto che i sostenitori non sono tutti rose e fiori. Moltissime persone, e lo so perché l’ho constatato personalmente, hanno votato SI quasi solo per compiere un’azione politica contro Matteo Renzi e il suo governo: del resto, il premier fiorentino non perde occasione per trasformare qualsiasi consultazione elettorale in un plebiscito pro o contro la sua persona (tranne ovviamente quando ha troppa paura di perdere), una situazione esarcerbata in quest’occasione dal pubblico invito a disertare le urne – senza contare le precedenti dichiarazioni contro i ‘comitatini’ e altre sparate simili – contribuendo quindi in modo determinante a questo clima.

Anti-renziani a parte, il popolo del SI lo dividerei essenzialmente in queste categorie:

  • Tecnici – Hanno cercato cifre alla mano di smentire tutte le presunte virtù delle piattaforme interessate dal quesito referendario in fatto di produzione energetica e di livelli occupazionali. Sul piano della dialettica, si è trattato di un vero e proprio no-contest, nel senso che i numeri sono davvero inoppugnabili e non lasciano spazio a particolari interpretazioni. Io mi riconosco in questa categoria e devo ammettere che, se da una parte si è riusciti a smontare le tesi dei critici, è anche vero che le persone poco abituate a ragionare in termini di milioni di tonnellate di petrolio equivalenti, che hanno un’idea vaga del fabbisogno energetico nazionale e che non hanno mai sentito parlare dell’Agenzia Internazionale dell’Energia probabilmente non sono state particolarmente coinvolte.
  • Passionali – Se la categoria precedente ha cercato un approccio razionale, i passionali hanno evitato il tecnicismo e hanno puntato sulla ragionevolezza e sul cuore della gente. In fondo nel XXI secolo, in piena emergenza da global warming e con ogni sorta di problemi ambientali, non servono particolari conoscenze per capire che ostinarsi a investire nelle fonti fossili, a prescindere dai loro rendimenti produttivi, non sia una scelta particolarmente lungimirante; hanno quindi deciso di attribuire un valore simbolico al referendum – comportandosi in questo caso né più né meno di Renzi e dei suoi sottocoda – attirandosi le ire di ‘metaniferi’ e ‘ambientalisti critici’ per via delle loro imprecisioni tecniche; come dire: “quando la luna indica il cielo…”. Effettivamente qualche volta l’idealismo è andato un po’ troppo oltre i confini della concretezza, ma con buona pace del premier si è trattato delle ultime persone al mondo ad avere ‘interessi personali’ in ballo (ovviamente un ecosistema sano dovrebbe essere un ‘interesse personale’ di chiunque, ma tant’é…).
  • Lucani – La Basilicata è l’unica regione italiana dove il quorum è stato raggiunto, guarda caso è quella in cui si concentrano le maggiori attività petroliferre dell’ENI in Italia. Aggiungere altro è superfluo…

Scenari futuri

Per la prima volta nella storia della Repubblica, un presidente del consiglio in carica spalleggiato da un ex capo dello Stato ha pubblicamente invitato a disertare un referendum; come se non bastasse, il premier in questione fuori da ogni protocollo ha poi indetto alla chiusura dei seggi una conferenza stampa (anche se risulta un po’ difficile chiamare così un monologo senza domande dei giornalisti) dove rivendicava come una vittoria personale il mancato raggiungimento del quorum.

Se a tutto ciò si aggiunge la decisione di non accorpare quesito sulle trivelle ed elezioni amministrative, è lampante che tale impegno non è certo stato profuso per qualche peto di gas e uno sputo di petrolio; sembra altrettanto difficile immaginare che un ammiratore sfegato di Marchionne, paladino del ricatto della delocalizzazione produttiva, si faccia tanti scrupoli per dei posti di lavoro che a breve saranno comunque a serio rischio. E’ chiaro che Renzi utilizzerà il non-risultato del 17 aprile come grimaldello per ‘sbloccare le grandi opere’ e gettare fango sui vari ‘comitatini’ di turno, così come tornerà alla carica per lo sfruttamento delle risorse fossili sul nostro territorio, vedi progetto Tempa Rossa e altri.

Su questo versante,  il fallito accordo al vertice di Doha tra i produttori di petrolio potrebbe infliggere un colpo mortale agli investimenti nelle fonti fossili, prolungando l’ondata deflattiva che sta mettendo in ginocchio, tra gli altri, le aziende di shale statunitensi: potenzialmente siamo di fronte a uno tsunami più potente di qualsiasi referendum.

Strategie per il futuro

Commenta così Ugo Bardi la sconfitta referendaria:

Non tutto è perduto, però, se da questa esperienza impareremo come ambientalisti perlomeno che ci sono delle cose che non dovremmo fare, ovvero: a) dire di no a tutto, b) essere quelli che perdono sempre, c) cascare sempre nelle trappole che ci tendono.

Per quanto riguarda il primo punto, penso sia giusto precisare che ben raramente, tra proposte di ritorno al nucleare fino alle attuali politiche smaccatamente pro-fossili, in questi anni sia stata concessa l’opportunità ‘di dire sì’ più o meno convintamente a qualcosa. Sicuramente, da parte delle frange più radicali dell’ambientalismo tra cui i decrescenti, occorre non assumere posizioni contrarie a priori nei riguardi di parchi eolici e centrali fotovoltaiche a terra, valutando caso per caso; dall’incontro tra sostenitori di un approccio critico all’energia e alfieri delle rinnovabili potrebbero nascere progetti utili per dire un SI convinto, piuttosto che da governi di qualsiasi colore (che se non altro possono evitare di contrastarli).

Per quanto riguarda i punti b e c, propongo uno stralcio di un altro articolo di Bardi, pubblicato qualche giorno prima del referendum:

Personalmente credo che l’origine di tutto quello che ci sta succedendo si possa interpretare con l’aumento delle disparità sociali ed economiche della società, un fenomeno particolarmente evidente negli Stati Uniti… Con sempre meno trippa per gatti da distribuire, la competizione per quel poco che resta si fa più accesa e chi ha più potere si accaparra tutto. Ne consegue che la “forbice sociale” si allarga, ovvero i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri. E’ un fenomeno in corso da decenni in tutto il mondo, e sembra essere inarrestabile.

La reazione politica a una società sempre più divisa fra ricchi e poveri è una polarizzazione che non trova più lo spazio a compromessi (come invece era possibile ai tempi del divino Andreotti). Il risultato è un governo autoritario che non fa più quasi nessun tentativo di mediare. Lo chiamiamo anche “decisionismo” ed è una caratteristica del governo Renzi. Non credo che vi debba fare esempi per notare come questo sia il governo forse più accentratore e autoritario/decisionista dalla nascita della repubblica; anche di più dei vari governi Berlusconi. Il governo Renzi non media, impone. E se ne vanta anche.  E favorisce in tutti i modi la lobby dei fossili rispetto a quella delle rinnovabili.

Di fronte a questa situazione, l’opposizione si trova ad avere sempre meno spazi di operazione a disposizione. In un certo senso è inevitabile, ma è anche vero che questi spazi ancora esistono. Bene o male, abbiamo ancora delle elezioni democratiche, abbiamo ancora un parlamento eletto dal popolo, abbiamo ancora persone in parlamento che lavorano seriamente per il paese, abbiamo ancora governi locali con persone di buona volontà. C’è ancora la possibilità di contrastare la lobby dei fossili in vari modi; per esempio in sede legislativa, dirigendo gli investimenti pubblici e privati, facendo delle scelte a livello locale. Sono tutte armi efficaci e, a lungo andare, la lobby dei fossili deve scomparire per forza.

Il problema è che l’opposizione di stampo ambientalista non si rende conto che a fare a cornate con un rinoceronte si rischia quanto meno un certo mal di testa. Così, tende a farsi del male da sola imbarcandosi in scontri diretti contro poteri molto più forti, lanciandosi in una “politica del no” che ormai dovremmo sapere che non funziona.

Il sottoscritto è il meno adatto in assoluto per elaborare strategie politiche: l’adolescenza punk-rock mi ha plasmato a fondo il carattere, ho un’anima troppo anarchica e individualista, non so fare buon viso a cattivo gioco e mi sembra di aver già baciato troppi rospi nella vita. Per dirne una, sono stato iscritto due anni ad Alternativa-Politica, laboratorio politico fondato da Giulietto Chiesa, per poi lasciarlo quando fu deciso di sposare anima e corpo la causa della Russia di Vladimir Putin, ossia di una nazione lontana non solo anni luce dalla decrescita ma da qualsiasi minimo proposito ecologista. Insomma, non sono la persona ideale per creare sinergie.

Però non sono neppure uno stupido. Così come penso che un obiettivo si raggiunga integrando opportunamente strategie diverse – valorizzazione del principio della biodiversità applicato alla politica – allo stesso modo si devono ricercare intese tra tutte le forze che presentano concreti elementi di frattura con il business as usual. Che per noi decrescenti potrebbe voler dire, ad esempio, saper discutere costruttivamente, senza storcere continuamente il naso, con chi rifiuta la crescita ma utilizza ancora la parola ‘sviluppo’ (ritengo ancora lo ‘sviluppo sostenibile’ un ossimoro, ma alcune sue proposte molto interessanti), con chi parla di ‘pensiero positivo’ (blue economy), di green New Deal e con chi, come i raffinati intellettuali legati alla teorie dei beni comuni, probabilmente non sa autoprodursi neppure un grissino.  Bisogna capire che la società della decrescita – se mai ci sarà – è un momento successivo alla transizione post-fossile e che in questa fase occorre il contributo di una molteplicità di forze eterogenee.

Veniamo poi alla questione più spinosa, quella legata all’eventuale sostegno a formazioni politiche. Ritengo ancora la decrescita un contropotere sociale avulso da logiche elettorali, non ho cambiato minimamente idea: creare un partito della decrescita sarebbe un controsenso logico. Tuttavia, dal momento che almeno per un po’ saranno gli stati-nazione e le organizzazioni sovranazionali a menare le danze, se non è imaginabile un governo che implementi la decrescita, in tempi in cui persino la famiglia Rockfeller sostiene di abbandonare le fossili, qualcosa meglio di un esecutivo oltranzista sulle fonti fossili è decisamente possibile. Oggi come oggi i comitati ambientalisti riescono a trovare qualche sponda in Parlamento grazie all’iniziativa personale di sparuti politici onesti e di buona volontà (ne esistono) ma, al di fuori di questa nicchia, l’idea di un partito ‘verde’ che ponga al centro la questione ecologica, che negli anni Ottanta sembrava aver rivoluzionato la politica, è svanita come neve al sole. E’ riproponibile oggi, tenuto conto dei mutati tempi? Io ho moltissimi dubbi in proposito, ma probabilmente chi fosse convinto in questa direzione dovrebbe fare un tentativo. Come minimo ci vorrebbe qualcuno della statura di Alex Langer, senza voler mancare di rispetto ai Grillo (nonché ai Casaleggio, RIP) e  ai Vendola di turno e per un minimo di credibilità presso l’opinione pubblica occorrerebbero gesti concreti che non si limitassero ad autoridursi lo stipendio.

Sono invece assolutamente certo riguardo ad altre due questioni fondamentali. La prima è che, se non si recuperano gli ‘alienati dalla crisi’, non si andrà da nessuna parte. Se l’espressione ‘rivoluzione culturale’ non fosse già stata impiegata per denominare ben altro sordido progetto, sarebbe adatta per indicare l’impresa che ci si pone davanti, far comprendere che – al di là di politici disonesti e incompetenti, concorrenza con manodopera straniera a basso prezzo, maneggi finanziari e avidità delle oligarchie – esistono delle tendenze insite al sistema che rendono impossibile qualsiasi ritorno ai bei tempi andati e che anzi favoriscono tutte quelle degenerazioni. Come aprire gli orizzonti a persone spesso sprofondate nell’abisso del dolore personale? Uno delle diffidenze maggiori nei confronti degli ecologisti deriva dal fatto che, avendo tempo da dedicare all’ambientalismo, ciò ne rivela la condizione mediamente borghese o quantomeno un’esistenza senza particolari problemi economici. E’ prioritario valorizzare la cosidetta ‘ecologia dei poveri’ e l’esperienza di chi ha vissuto sulla propria pelle gli effetti della recessione ed è stato capace di ampliare le proprie prospettive, affinché l’ecologia smetta di essere vista come una questione prettamente accademica e per chi se la può permettere.

La seconda invece consiste in un messaggio che più a più riprese ho espresso dalle pagine di DFSN: chi propugna la decrescita come qualcosa del tipo lascia il lavoro – vai in campagna-autoproduci – riscopri te stesso, sta compiendo un’operazione tanto meritoria quanto pericolosa, perché si rischia di passare da un individualismo consumista a uno ispirato alla sobrietà, sicuramente più utile per la psiche e meno dannoso per l’ambiente, ma che in ultima analisi tende a lasciare mano libera ai manovratori di turno e alle loro azioni dissennate; occore uno sforzo capace di declinare ‘io’ in ‘noi’. Se lo dice una persona sostanzialmente individualista, significa che il problema è reale.

“Lo spirito continua/ potremo davvero essere vecchi e forti!”

(Negazione, Lo spirito continua)

Immagine in evidenza: Tweet diffuso dal deputato Ernesto Carbone nel pomeriggio del 17 aprile per schernire chi ha votato al referendum.

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Igor Giussani
Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

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