Liberalismo politico e decrescita: in risposta a Igor Giussani

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Essendo stato chiamato in causa da Igor Giussani circa la compatibilità fra liberalismo e decrescita, mi accingo qui a rispondere alle sue argomentazioni critiche. Prima di procedere, tuttavia, credo sia opportuno indugiare sulla definizione di liberalismo, altrimenti si rischia di discutere molto di significati e poco di sostanza. Quando parlerò di liberalismo da qui in avanti mi riferirò dunque, ove non diversamente specificato, alle sue accezioni politica ed istituzionale, così come definite di seguito.

Con liberalismo delle istituzioni mi riferisco a quella tradizione di pensiero che sta alla base dei regimi liberal-democratici fondati sull’equilibrio dei poteri, su una costituzione a tutela dei singoli individui dagli eccessi di maggioranze temporanee e sullo stato di diritto; con liberalismo politico mi riferisco invece (ispirandomi al saggio omonimo di John Rawls) all’idea che certe libertà e diritti fondamentali (ad esempio la libertà di parola, che sto esercitando anche ora scrivendo queste righe) debbano essere garantiti a prescindere da qualsiasi principio di maggioranza (è l’idea libertaria che i diritti fondamentali del singolo contino più di quelli degli aggregati di individui, in quanto questi ultimi non possono provare dolore, piacere, fame, sete, non possono venire torturati e non possono morire definitivamente).

L’idea è che la garanzia di alcune libertà e diritti fondamentali individuali siano non un ostacolo bensì una premessa perché la società nel suo insieme si esprima al suo massimo potenziale, ma sulla base di una scelta consapevole, non di una imposizione esogena. Così, radicata nel concetto Rawlsiano di liberalismo politico, vi è il meccanismo del “consenso per intersezione”: partendo dalle numerose idee differenti in ambito politico-sociale presenti in una data società, si ipotizza sia possibile raggiungere un accordo su alcuni principi basilari in quanto necessari affinché quelle stesse idee possano essere espresse e apportare beneficio alla comunità nel suo insieme e ai singoli individui. Questo accordo per intersezione (nell’accezione utilizzata nella teoria degli insiemi) su alcuni principi liberali di base garantisce che ogni idea non contraria a tali principi possa essere elaborata [1] e che proposte differenti possano essere presentate e, se giudicate valide attraverso il vaglio dei meccanismi democratici (non solo di democrazia rappresentativa ma anche eventualmente di democrazia diretta e/o deliberativa), implementate.

Tale accezione di liberalismo politico peraltro è incorporata dalla stessa Martha Nussbaum nella sua teoria della giustizia nota come “approccio delle capacità”, la quale (è questa, in nuce, una delle tesi principali del mio saggio, di cui l’articolo citato da Igor costituisce una piccola estrapolazione), con alcune modifiche e l’introduzione di vincoli di tipo ambientale, ritengo possa fornire un set di strumenti di base utili a migliorare la risposta del sistema politico alle sfide globali contemporanee (in primis quelle ecologica e demografica). Lo può fare compiutamente, tuttavia, unicamente se il consenso per intersezione diviene capillare (e su molte questioni legate ai diritti degli individui lo è già, con l’eccezione importante dei vincoli ambientali a tali diritti).

Sintetizzando e semplificando al massimo, l’approccio delle capacità coniuga dunque principi di equità (sotto una certa soglia individuale di capacità/diritti) con principi meritocratico-liberali, prefigurando lo sviluppo di politiche pubbliche atte a realizzare il bene comune attraverso l’auto-realizzazione dei singoli individui.

Una serie di definizioni che fornisce un’utile distinzione fra libertarismo e liberalismo è fornita infine da Maddox e Lilie in “Beyond Liberal and Convervative. Reassessing the political spectrum” (cato instutute, washington 1984). Il riferimento qui è al contesto politico statunitense, ma si tratta di concetti facilmente estendibili a un livello più generale.

Essi distinguono tra 4 forme di orientamento politico, sulla base della diverse direttive in campo morale ed economico che queste incorporano: liberalismo, conservatorismo, populismo e libertarismo.

Definiscono così il liberalismo come quell’area politica attenta alla tutela della libertà morale degli individui (diritti civili e sociali) ma che non disdegna un intervento dello stato in economia (si tratta del liberalismo di sinistra dei liberal americani, compatibile ad esempio con lo stato sociale keynesiano). Il conservatorismo è l’esatto contrario, ovvero liberismo economico e intervento dello stato nella sfera della moralità (è il caso questo di alcune aree fondamentaliste del partito repubblicano americano, che storicamente hanno avuto l’apice del loro potere politico durante la presidenza Reagan). Infine vi sono le due ali opposte del populismo e del libertarismo, con il populismo caratterizzato dall’intervento in materia morale ed economica, e il libertarismo (ma sarebbe forse più corretto utilizzare il termine “libertarianismo”, poiché il termine italiano “libertarismo” identifica generalmente correnti di estrema sinistra vicine all’anarco-comunitarismo) caratterizzato dal non intervento sia in materia morale che in materia economica.

In questo senso il mio articolo Decrescita e liberalismo: paradosso o necessità?” voleva essere prevalentemente una difesa della libertà nella sfera della moralità, la quale accomuna le correnti libertarie e liberali.

Fatte queste premesse, e invitando alla lettura del saggio (quando lo avrò ultimato) per un maggiore approfondimento, possiamo ora entrare nel merito delle questioni sollevate da Igor.

La prima critica di Igor riguarda l’idealismo che ammanterebbe il mio articolo. Non nego che l’idea che ci si possa fare leggendolo sia che il suo autore difenda il liberalismo senza se e senza ma, evitando di argomentare le proprie tesi. Trattandosi di un articolo così breve, tuttavia, non sarebbe potuto essere altrimenti, e in ogni caso il fine dell’articolo era proprio quello di polemizzare verso l’opposto problema, ben più pervasivo all’interno del corpus teorico della decrescita: la demonizzazione del liberalismo e l’incapacità di distinguere il liberalismo politico dal suo parente economico, il liberismo.

Premesso che una compiuta argomentazione a difesa del liberalismo politico come strumento per rispondere alle grandi sfide del futuro è uno degli scopi che si prefigge il saggio da cui l’articolo è tratto, mi limiterò qui a qualche riflessione generale sulla questione (anche per motivi di spazio).

Igor scrive:

“Bisognerebbe mettere un attimo da parte l’idealismo e riflettere seriamente su cosa sia stato il ‘liberalismo reale’ nel suo sviluppo storico. È stata l’ideologia della borghesia che ha legittimato le enclosures, l’atomizzazione e la stratificazione sociale, la chiusura della conoscenza, il colonialismo ed è tra i responsabili principali della prima guerra mondiale.”

Se sostituiamo la parola “liberalismo” con la parola “liberismo” si può discutere sulla questione, e posso dirmi sostanzialmente d’accordo per quanto riguarda le enclosures e l’atomizzazione delle relazioni sociali, mentre solo parzialmente per quanto riguarda la stratificazione sociale (cosa intende Igor con questo termine? La società francese pre-rivoluzionaria non era certo egualitaria, così come i contadini inglesi pre-enclosures non vivevano in un mondo di abbondanza materiale, per quanto la terra fosse di proprietà dello stato. E questi sono solo due dei molti esempi che si potrebbero fare).

Per quanto riguarda invece la “chiusura alla conoscenza” (immagino egli si riferisca alle moderne leggi sul copyright), se da una parte vincolano la diffusione della conoscenza, dall’altra stimolano la sua produzione svincolando gli artisti dai rapporti di mecenatismo che hanno caratterizzato buona parte della storia dell’europea pre-liberale, rendendoli più indipendenti dal potere politico ed economico. Difendere il copyright nell’arte (intesa in senso ampio, come produzione mediata dall’intelletto di qualcosa di originale) non significa però estenderlo a qualunque cosa, come ad esempio alla natura, come con il brevetto delle sementi.

Infine la questione coloniale. Il colonialismo europeo è stato senza dubbio una delle peggiori barbarie della storia occidentale e mondiale, ma l’ipotesi di un nesso causale diretto con il liberalismo (e perfino con il liberismo) mi sembra quantomeno fuorviante. Prima di tutto, si presta all’accusa di anacronismo, se pensiamo che la diffusione piena del pensiero liberista e liberale moderno è avvenuta non prima del XVII/XVIII secolo, e che il colonialismo europeo inizia almeno un secolo prima. Va poi considerato che il colonialismo è una costante (seppure in forme diverse) della storia europea (un esempio su tutti è l’impero romano). Nella maggior parte dei casi moderni esso fu inoltre prevalentemente legato agli interessi di organismi politici statali o pre-statali (con alcune eccezioni parziali, come nel caso delle poche colonie inglesi negli Stati Uniti fondate da organizzazioni private o semi-private).

Per quanto riguarda la prima guerra mondiale, ho il sospetto che Igor si riferisca a una generica cultura liberista di fondo, ma anche in tal caso non mi trova d’accordo: il liberismo è probabilmente tra le filosofie economico-politiche più incompatibili con il nazionalismo, che invece fu certo alla base della prima guerra mondiale. Sul peso relativo degli interessi di stato e degli interessi privati nello spingere gli stati europei alla guerra nel 1914 si può discutere, ma di nuovo gli assoluti sono astorici, e l’accusa al liberalismo politico (ma di nuovo, credo Igor si riferisca qui al liberismo, o, come pare leggendo il seguito dell’articolo, non operi una vera distinzione fra i due) di essere fra le cause principali della prima guerra mondiale è (per lo meno se ci atteniamo alla definizione che utilizzo del termine), difficilmente difendibile.

Sostenere i principi (e soprattutto la pratica) del liberalismo politico non significa dunque essere ciechi alla realtà storica, anche se spesso, ed è comprensibile, si tende a semplificare il pensiero politico avverso, e così i liberisti tendono a demonizzare le correnti di pensiero socialiste e comuniste avendo in mente un modello semplificato di queste ultime, mentre dall’altro lato il liberalismo politico, il liberismo e il libertarismo vengono accorpati e criticati avendo in mente una loro versione schematizzata, che evidenzia alcune parti tralasciandone altre. L’idealismo, insomma, è solitamente quello della parte avversa.

Igor continua citando i padri fondatori americani:

A scanso di equivoci, è molto importante demitizzare la portata rivoluzionaria del liberalismo classico, ad esempio dei padri costituenti americani. I principali artefici della costituzione USA, in particolare James Madison, avevano un atteggiamento prettamente aristocratico, che si riflette perfettamente nel documento redatto: l’attenzione verso le minoranze è da intendersi verso le ‘minoranze opulente’ che possono vedere intaccata la loro ricchezza dalla ‘rozza e incolta plebaglia’. Se si cerca la parola ‘democrazia’ in una costituzione settecentesca come quella statunitense o la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadini, si scopre che essa non viene mai citata. I costituenti di quest’epoca, autentici liberali, aborrivano la democrazia ritenendola né più né meno che una degenerazione demagogica, attribuendole il significato che oggi diamo al termine ‘anarchia’; il loro riferimento storico ideale era la Roma repubblicana – quindi un governo oligarchico – non certo l’Atene democratica. “La democrazia non dura mai a lungo, essa si logora, si esaurisce e si uccide”, sosteneva John Adams, e alla Costituente americana Alexander Hamilton propose addirittura la nomina a vita di presidente e senatori, che venne respinta senza però approvare l’elezione popolare.”

Prima premessa: difendere il liberalismo politico non equivale a difendere qualsiasi cosa qualsiasi liberale abbia sostenuto nel corso della storia. All’interno del solo pensiero liberale di destra (dunque limitandoci ai soli liberisti e libertariani) le diatribe interne sono state innumerevoli, e manca un accordo generale che vada oltre alcuni principi di fondo. A tal proposito consiglio di leggere il libro di Norman Barry Del liberalismo classico e del libertarianismo”.

Anche limitandoci ai soli padri fondatori americani e ai filosofi politici liberali americani del periodo, le differenze sono sostanziali. Igor cita Madison, estremizzandone però il pensiero, che fu sempre moderato e profondamente rispettoso del principio della lex majoris partis. Egli fu sempre ben conscio del pericolo che le minoranze, di qualsiasi genere (sempre contestualizzando il suo pensiero in un’epoca e in un paese ove vigeva la schiavitù, vi era una profonda disparità di genere ed esistevano numerose minoranze discriminate), avrebbero corso se non si fossero posti dei vincoli al potere della maggioranza:

“Date tutto il potere alla proprietà e gli indigenti saranno oppressi. Datelo solo a quest’ultimi e l’effetto verrà rovesciato. Date ad entrambe le parti una difesa e ciascuna di esse si sentirà sicura.”

Quando John Adams parlava di democrazia, poi, si riferiva generalmente ad un ideale distopico di democrazia assoluta, una democrazia senza equilibrio, dove il principio che “la maggioranza decide” non è sottoposto ad alcun limite che tuteli le minoranze e i diritti individuali.

Igor sembra voler elevare Hamilton e Adams (probabilmente i più conservatori fra tutti i padri fondatori) a nucleo del pensiero liberale settecentesco, dimenticando Jefferson, ad esempio, ma anche Paine (per non citare tutta la tradizione liberale europea). In ogni caso, mi concentrerò sui due che cita. Entrambi furono repubblicani e democratici (in quanto difensori delle istituzioni democratiche rappresentative). Tuttavia non furono mai degli egualitaristi e per questo, ad esempio, al contrario di Jefferson e Paine, si schierarono da subito contro la rivoluzione francese, nel grande dibattito che gli eventi francesi suscitarono in quegli anni fra gli intellettuali d’oltreoceano. Si schierarono contro la rivoluzione francese in quanto in essa vedevano il seme della pianta della democrazia senza le opportune limitazioni istituzionali che ne preservassero il funzionamento e la crescita per il bene di tutti (un limite della dichiarazione dei diritti dell’uomo francese, nonché delle successive istituzioni di rappresentanza e di governo rivoluzionarie, fu proprio, secondo questi autori, il non sufficiente equilibrio fra i poteri) . Per ciò essi erano contrari alla parità di proprietà e potere fra tutti gli uomini (che giudicavano un’utopia pericolosa), e patteggiavano invece per eguali diritti ed eguali doveri. Inoltre, proprio perché liberali, credevano nella libertà di religione, che vedevano mutilata dalla rivoluzione in Francia, in nome di una laicità che possedeva forti elementi di fanatismo. Si potrebbe dire molto altro su Adams e Hamilton, spesso, soprattutto il primo, ingiustamente sottovalutati, ma il mio intervento si sta già pericolosamente allungando.

Infine, Igor pare dimenticare le grandi conquiste che il liberalismo politico ha apportato alla civiltà occidentale. Sostenere che la libertà di parola sia una conquista esclusiva della democrazia, per fare un esempio, sarebbe per lo meno miope. La democrazia, e lo sapeva bene Adams, degenera facilmente in dispotismo della maggioranza, qualora non vi siano tutele per le minoranze, e in particolare per la minoranza più piccola, ovvero l’individuo. Cionondimeno, essa è senz’altro una garanzia per il liberalismo, in quanto le istituzioni democratiche consentono di aggiustare le possibili spinte liberticide di una maggioranza temporanea. E tuttavia una democrazia priva di una cultura e di istituzioni liberali è facile preda del populismo, del dittatore di turno che parla a nome del popolo. Senza liberalismo gli omosessuali possono venire rinchiusi per volere di una maggioranza, le minoranze etniche possono essere ghettizzate, il suicidio può essere vietato (lo so, mi piace provocare). Tutte queste cose sono compatibili con le istituzioni democratiche, ma non con le istituzioni liberali. Non si può avere le une senza le altre, se si desidera una società equa e libera.

In seguito Igor scrive:

I liberali accomunano automaticamente il liberalismo, inteso come tutela delle libertà individuali, con il liberismo, l’idea che il mercato si autoregoli e che quindi vada protetto da interferenze esterne.”

Alcuni liberali, è certamente vero. Nel qual caso credo sbaglino. Ma il fatto che un idiota parli del pensiero di Aristotele significa che Aristotele fosse un idiota? Ritengo – e l’ho scritto sia nei paper che ho pubblicato sia in molti degli articoli su decrescita.com che portano la mia firma – che le sfide ambientali che ci troviamo di fronte richiedano un ripensamento dei modelli produttivi e di consumo, per la semplice ragione che essi non sono sostenibili. Ribadisco che un tale ripensamento non è incompatibile con il liberalismo politico, qualora si estenda la logica dei diritti/capacità (mi riferisco al liberalismo politico integrato all’approccio delle capacità di Nussbaum) alle generazioni future. Dunque non solo esso è compatibile con la decrescita, ma è anzi un presupposto essenziale perché quest’ultima non sacrifichi il bambino (i diritti e le capacità degli individui) con l’acqua sporca (il modello industrial-consumistico odierno). Di nuovo, non mi dilungo eccessivamente e rimando al saggio per una argomentazione più compiuta in proposito.

Igor continua sostenendo che “la ‘mano invisibile del mercato’ funziona ovviamente solo nell’utopia che l’ha concepita, basata sull’idea che tra consumatori e produttori e all’interno dei produttori esista un rapporto alla pari […]. Come ampiamente dimostrato da Karl Polanyi, poche cose sono innaturali quanto il mercato autoregolato, al punto che lo Stato, disimpegnato dall’economia, deve intervenire massicciamente sulla società per imporre il vangelo della concorrenza, contro un atteggiamento naturale mirante alla cooperazione. I provvedimenti possono essere anche particolarmente violenti e invasivi della libertà, come le leggi seicentesche inglesi sui poveri o gli attuali provvedimenti per la proprietà intellettuale contro pratiche ancestrali quali la conservazione delle sementi, ad esempio.”

Qui siamo d’accordo, quindi non aggiungo altro.

Infine arriviamo a questa frase:

Come conciliare allora la visione libertaria del liberalismo con la distruzione sociale (ed ecologica) operata dall’implementazione sistematica del pensiero liberista? Forse la libertà della società (e la sopravvivenza del pianeta) deve essere anteposta a quella dell’economia.”

Anche qui mi sembra sostanzialmente di essere d’accordo con lui, anche se bisognerebbe definire cosa si intenda per “libertà della società”. Per quanto mi riguarda, una società libera non può prescindere da individui liberi. Certo una tale libertà non deve compromettere la libertà di altri individui, e in questo senso il principio di sostenibilità deve essere prioritario (nell’ottica di preservare il benessere individuale, di cui la libertà di scelta è componente essenziale, sul lungo periodo) rispetto alla libertà degli attori economici. Però di nuovo, evitiamo di assolutizzare la questione: ci sono libertà economiche che non incidono negativamente in maniera sostanziale sulla sostenibilità di lungo periodo. In più c’è la questione non trascurabile del ruolo dello stato, su cui c’è una letteratura immensa (il dramma dei beni comuni, il fenomeno del free-riding ecc.): non necessariamente la statalizzazione delle imprese (per fare un esempio, ma il discorso è analogo nel caso di un’impresa dove i dipendenti siano anche proprietari) riduce il loro impatto ambientale. Molte altre variabili sono in gioco. L’apparato industriale sovietico mi pare sia un esempio (estremo) significativo in tal senso.

E arriviamo al terzo e ultimo punto sollevato da Igor:

Federico ripropone la classica divisione dei poteri teorizzata nel XVIII secolo da Montesquieu. Ma essa è ancora valida nella società attuale?
Rispetto all’età dell’Illuminismo, la società industriale avanzata è profondamente trasformata e sono cambiati i decision maker che dettano l’agenda della politica. Esistono potentati economici transnazionali i cui fatturati sono equiparabili al PIL di intere nazioni e l’innovazione tecnologica, dietro al paravento della libertà di impresa e ricerca, si evolve a un ritmo sempre più elevato con ripercussioni via via più drammatiche sul tessuto sociale e l’ambiente. Di fronte a questa subpolitica economica-scientifica (per usare un espressione di Ulrich Beck), guidata da logiche verticistiche, le istituzioni liberali semplicemente arrancano, rinunciando a qualsiasi pretesa di indirizzo politico e limitandosi al più a un’opera di tamponamento del danno, quando non sono conniventi della pressione lobbystica.”

Lungi da me sostenere che l’equilibrio dei poteri sia la panacea per tutti i mali. Al contrario, esso costituisce un mezzo per porvi rimedio e soprattutto una garanzia perché ognuno possa fare la sua parte. Ma il fatto che l’aspirina non sia in grado di curare il cancro è una ragione sufficiente per sbarazzarcene? E qual’è l’alternativa all’equilibrio dei poteri? L’evanescente democrazia diretta, così pericolosamente sfruttabile dal demagogo di turno? O la dittatura, esito probabilmente inevitabile di una democrazia senza limiti? Criticare il liberalismo è come sparare sulla croce rossa, di questi tempi. Senonché il fatto di poterlo fare senza subire pressioni, essere incarcerati o puniti in altro modo, è una garanzia che le stesse istituzioni liberali offrono. Nell’altro articolo scrivevo che c’è il bambino e c’è l’acqua sporca. Proseguendo con la metafora, è chiaro che il bambino “liberalismo” debba essere educato e reso in grado di “difendersi dal” e “migliorare il” proprio ambiente, e che l’acqua sporca sia sporca proprio perché finora non lo si è fatto: essa è l’inquinamento e lo sperpero di risorse esito del consumismo e dell’industrialismo esasperato. Ciò non di meno, abbiamo il bambino. Sgozzarlo sull’altare del dio dell’egualitarismo non risolve il problema. Anzi, si potrebbe dire che proprio l’egualitarismo dei diritti (ma io preferisco usare, con Sen e Nussbaum, il concetto di capacità) rischi di diventare un problema, in un mondo in crescita demografica in cui i cittadini dei paesi meno abbienti si avvicinano sempre più allo stile di vita occidentale. Ma, salvo soluzioni dispotiche di stampo malthusiano, o il dolce crogiolarsi in utopie comunitariste di amore universale, è in seno al liberalismo (corretto, moderato, attento all’ambiente) l’unica via alla decrescita che non comporti anche una decrescita delle capacità e dei diritti delle persone.

Igor continua sostenendo che “all’epoca di Montesquieu e dei liberali settecenteschi i fattori di rischio insiti nella ricerca tecnologica erano milioni di volte inferiori a quelli legati alla manipolazione delle basi della vita o dell’atomo. Ma se seguiamo una logica liberale classica, allora il controllo sociale sulla tecnologia andrebbe condotto da istituzioni accentrate e fortemente burocratizzate, con tutti i rischi per la libertà inevitabilmente connessi. Come procedere allora? Esistono alcune teorie interessati per superare questa impasse, ma superano decisamente l’orizzonte liberale.”

Non credo sia il caso di addentrarci ora in una disquisizione sull’etica dell’innovazione tecnologica e sulle strategie di controllo dei suoi effetti nefasti, la quale richiederebbe ben più spazio di quello disponibile (ma potrebbe essere un buono spunto per una futura e più specifica discussione). Qui mi limito unicamente a sottolineare che qualora il liberalismo politico compromettesse le capacità degli individui più di quanto non contribuisca al loro innalzamento (in una logica che contempli i danni di lungo periodo alle capacità delle generazioni future, e sulla questione rimando al mio paper “Sviluppo umano e sostenibilità ambientale: in cerca di una strada verso l’integrazione” e al saggio più volte citato, quando sarà ultimato), è più che lecito ricercare soluzioni alternative al problema. Non dico che sia questo il caso e non voglio addentrarmi ora nella questione, ma è lungi da me il preporre l’idealismo alla necessità, qualora essa sia reale e dimostrata.

Non commento le idee di Felber e Schumacher, oltre che per ragioni di spazio, in quanto non conosco a sufficienza i due autori.

In chiusura del suo articolo Igor scrive:

Nell’ottica della decrescita, consiglio di coltivare l’amore per la libertà proprio di Federico ma di legarlo a nuove forme di democrazia e ricerca del bene comune, senza impantanarsi nella palude del vecchio liberalismo.”

La mia risposta è che le istituzioni democratiche e liberali, il bene comune e i diritti individuali, non possono prescindere gli uni dagli altri. Invece di inseguire utopie collettivistiche (che rischiano di concretizzarsi in regimi distopici), occorrerebbe radicare la ricerca del bene comune nella cultura e nell’agire associativo, coadiuvando l’agire pubblico con iniziative private (individuali e collettive) virtuose. Ciò non sbarra tuttavia la strada al sorgere di forme nuove di scelta pubblica (democrazia diretta, democrazia deliberativa, forme democratiche basate sulla delega multipla ecc.).

In conclusione, gli strumenti del liberalismo politico non sono sufficienti ma sono necessari. Occorre rinunciare agli opposti idealismi e guardare ai singoli contesti, tenendo ben saldo lo sguardo sul lungo periodo. In questo modo forse si potrà coniugare il benessere degli individui del presente con la creazione di una società più sostenibile che eviti alle generazioni future di pagarne il prezzo.

Note:

1. Questa limitazione è giustificata dal fatto che permettere a un’idea contraria a tali principi fondamentali di affermarsi renderebbe impossibile l’espressione di innumerevoli idee alternative. Perciò sarebbe ad esempio lecito vietare a un regime nazifascista di instaurarsi, anche qualora questa fosse la volontà dalla maggioranza della popolazione.

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Federico Tabellini
Autore de 'Il Secolo Decisivo: storia futura di un'utopia possibile'. Nato a Brescia nel 1988. Da anni si interessa di tematiche ambientali, economiche e sociali. In passato ha pubblicato due paper su temi inerenti alla decrescita: "Degrowth and Sustainable Human Development: in search of a path toward integration" (Paper presentato alla Conferenza Internazionale sulla Decrescita, Venezia 2012) e "Sviluppo umano e sostenibilità ambientale: in cerca di una strada verso l’integrazione" (Vincitore della prima edizione del "Giorgio Rota Best Paper Award", Centro di Ricerca e Documentazione “Luigi Einaudi”, 2013). È laureato in Scienze Politiche, in Sociologia e in Linguistica Applicata. Attualmente vive a Barcellona.

3 Commenti

  1. Leggo volentieri la tua replica e vorrei fare alcune considerazioni. Primo, avrai capito che io non contesto assolutamente i tuoi valori ideali, che anzi in gran parte condivido, quanto il fatto che vi si possa applicare l’etichetta ‘liberalismo’ per definirli in modo corretto. Secondo, non ritengo affatto che il liberalismo vada buttato via ma che vada, se mi passi l’espressione filosofica, superata dialetticamente. L’ho scitto anche in Svolta radicale, sono fermamente convinto che oggi viviamo non in una ‘democrazia liberale’ (cioé una democrazia dove sono garantiti i diritti dell’individuo e delle minoranze), bensì in un ‘liberalismo democratizzato’, dovuto al graduale estendersi degli originari diritti borghesi a fasce sempre maggiori della popolazione. Sono ben felice – ma in realtà non avevo dubbi al riguardo – che la tua definizione di liberalismo sia lontana anni luce da quella che ha consentito il colonialismo, la schiavitù e la segregazione, nonché altre pesanti violazioni della libertà umana. Il soggetto della mia critica non sei mai stato tu e i tuoi valori (“occorrerebbe radicare la ricerca del bene comune nella cultura e nell’agire associativo, coadiuvando l’agire pubblico con iniziative private individuali e collettive virtuose” – mi associo al 100%) , bensì il ‘liberalismo reale’ e tutte le sue implicazioni. E su questo punto, permettimelo, non è che sei riuscito a fare molto, così come non ci riuscirei io se volessi sostenere che lo stalinismo non è stato un vero socialismo (non lo è stato ma Stalin ha guidato quella che agli annali sarà ricordata come la più grande nazione socialista della storia, io no). La cosa ridicola è che sto cercando di scrivere anche io un piccolo contributo, e sono sicuro che se ci leggessi certe cose le riconoscereti come liberali, mentre io non userei mai quella parola: perché uno ha in mente l’aspetto ideale, l’altro quello storico del liberalismo(anche io nelle tue cose posso vederci del ‘socialismo libertario’, ma per te socialismo è sinonimo di statalizzazione e collettivismo, come hai constatato storicamente, anche se per Kropotkin e gli anarco-socialisti non doveva essere così). Fin qui insomma si tratta solo di applicare denotazioni diverse alle parole, immagino che a molti sembreranno questioni di lana caprina! 🙂
    Penso che invece la divergenza reale sia sull’ultima parte. La questione dei potentati economici che manipolano più o meno direttamente le istituzioni nate dalla divisione dei poteri liberale è una drammatica realtà. E non sono affatto un sostenitore della statalizzazione, tuttaltro (altrimenti non citerei mai due teorici dello stato minimo come Schuamcher e Felber!). Ma questa subpolitica tecnico-scientifica, che agisce in modo dittatoriale facendosi scudo di alcuni principi liberal-liberisti (su questa confusione tra le due cose, sinceramente, credo di aver poche responsabilità!) non può essere realmente arginata dalle deliberazioni dall’alto verso il basso del liberalismo democratizzato; occorre pensare qualcos’altro.
    In definitiva, credo che entrambi siamo fautori dell’uguaglianza dei diseguali contro la disuguaglianza tra uguali. Credo che siamo entrambi due convinti libertari. Però abbiamo un diverso modo di intendere il ruolo dell’eredità del liberalismo in una società della decrescita, e questo probabilmente ci porta a pensare modalità diverse per arrivarci. Conto comunque anche io, tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, di terminare il contributo dove cerco di spiegare più nel dettaglio la mia visione.

  2. Non posso che darti ragione per quanto riguarda le definizioni di liberalismo: sono molte e non di rado contraddittorie (per questo ho voluto precisare all’inizio della mia risposta a quale mi riferissi). Però mi pare che tu voglia chiamare “liberalismo reale” solo le componenti negative del liberalismo (che io attribuisco in gran parte al liberismo economico), cambiando termine per indicare quelle positive. Per il resto credo di poter essere d’accordo con quanto dici. Per quanto riguarda la divergenza sull’ultima parte, due punti:

    1. senza una definizione più precisa di cosa intendi con “sub-politica tecnico-scientifica” non posso esprimermi né contro né a favore di quanto dici (semplicemente perché non sono sicuro di avere capito cosa intendi esattamente). Quindi direi che la divergenza potrebbe anche non esserci.
    2. Non ho potuto esprimerlo al meglio a causa di limiti di spazio (e per evitare di scrivere qui ciò che intendo riservare per il saggio), ma la mia idea non si limita affatto a un liberalismo democratico dal basso. Senza dilungarmi, vedo nell’etica delle capacità al tempo stesso un’integrazione e un superamento del liberalismo classico. Ma magari ne riparliamo quando avrò terminato di scrivere il saggio 😉

    Il tuo libro avevo iniziato a leggerlo ma poi mi sono interrotto per impegni vari. Appena riesco lo finisco e magari ti dico cosa ne penso qui su decrescita.com 🙂

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