Referendum trivelle: i nodi vengono al pettine

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Nulla di più antipatico che blaterare ‘ve l’avevamo detto!’ e niente di più squallido di gongolare sulle disgrazie altrui: sono atteggiamenti che non ci appartengono assolutamente, anche perché alcuni dei collaboratori di DFSN hanno subito sulla loro pelle gli effetti della crisi economica e sanno bene quanto possono essere dolorosi. In riferimento al referendum dello scorso 17 aprile, come membri del vasto fronte anti-trivellazioni sentiamo però la necessità di riabilitare la nostra onorabilità e la nostra intelligenza rispetto a chi ci ha accusato di fare solo propaganda menzognera e/o ci ha disprezzato via Twitter a colpi di ‘ciaone’ e/o ci ha gentilmente proferito simpatici epiteti, condendo il tutto con plateali inviti al non voto incompatibili con i doveri imposti dal ricoprire cariche istituzionali.

Come potete constatare personalmente leggendo questo articolo, la città di Ravenna, simbolo dell’astensionismo, dove le autorità locali hanno insistito sulla necessità di far fallire il quesito paventando gravi rischi occupazionali altrimenti evitabili, si prepara a subire un pesante ridimensionamento (se non una vera e propria smantellazione) delle attività di  estrazione metanifera. Le principali ragioni sono quelle che a suo tempo avevamo vanamente anticipato: pozzi oramai giunti ampiamente al picco di produzione e una duratura ondata deflattiva nel comparto degli idrocarburi, che scoraggia nuovi investimenti. Possiamo solo sperare, per tutti i lavoratori del comparto che saranno interessati dagli esuberi, quella riconversione professionale che auspicava il fronte del SI nel settore delle energie rinnovabili, dove il fotovoltaico, dati ISPRA alla mano, risulta in costante e prepotente ascesa, con l’Emilia Romagna al terzo posto assoluto per potenza installata. Sarebbe una vittoria per tutti, indipendentemente dalle posizioni sostenute per il referendum.

 

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