Ambientalismo vs lotta di classe (Flora Colacurcio)

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Subito dopo lo sciopero del clima del 27 settembre, è diventata virale sui social network la frase, attribuita a Chico Mendes, “l’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio”; per molti, il senso era schernire il movimento di Greta Thunberg, contrapponendo l’ecologismo ‘vero’ del sindacalista brasiliano a quello presunto ‘falso’ dell’attivista svedese.

Al di là delle decontestualizzazioni che inevitabilmente strumentalizzano il senso di un’affermazione, il tradizionale concetto di lotta di classe oggigiorno davvero rappresenta un valido strumento per superare il capitalismo? L’ecologia dovrebbe farlo proprio per conciliare risanamento ambientale ed equità sociale? Proponiamo qui su DFSN i dubbi in proprosito espressi da Flora Colacurcio.

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La “lotta di classe” non è l’emancipazione delle classi sociali dalla struttura piramidale essenziale per l’esistenza del capitalismo. Per questo motivo, la “lotta di classe” non significa di per sé “lotta contro il capitalismo”.
La lotta di classe fa parte di una “mappa di pensiero” in cui la dinamica dello scontro e della competizione tra oppressi e oppressori rappresenta il “motore della Storia dell’umanità”. Ne deriva che la lotta di classe fa parte di un paradigma che l’ambientalismo vuole superare. Dallo scontro e dalla competizione, nella visione ecologista si passa alla collaborazione e alla sinergia, gli unici “motori” che possano “edificare” una “Storia” diversa, capace di non dividerci in “classi sociali” e di includere nella propria visuale l’ambiente e la natura, visti non più come “oggetti da cui trarre profitto”, ma come “Vita” con cui si “coopera” per garantire la “Vita” .
Il primo principio dell’ecologia afferma che tutti dipendiamo dal tutto. Viviamo, quindi, in uno stato di interdipendenza, in cui, se vige la competizione come dinamica portante dell’interdipendenza naturale in cui tutti viviamo, diventiamo fragili perché nemici gli uni degli altri; la natura così è ridotta a “strumento” da cui trarre la forza necessaria per garantirsi la supremazia sul prossimo, non semplicemente la propria sussistenza. Da ciò nasce lo sfruttamento brutale della natura e da lì il capitalismo. In uno stato di interdipendenza, invece, in cui vige la cooperazione, diventiamo tutti più “forti”, perché capaci di sostenerci a vicenda stabilendo una relazione di collaborazione con il prossimo “vivente”, dove per “vivente” si intende “tutto quel che vive”, che non è solo “l’essere umano”, ma tutto il “sistema natura” di cui anche noi “umani” facciamo parte.
L’ambientalismo, quindi, parte da un presupposto diverso da quello della “lotta di classe”, la quale si inserisce nello “schema” piramidale dell’organizzazione sociale, senza mai superarla. L’ambientalismo parte dal presupposto che si potrà superare il capitalismo e l’ingiustizia sociale che da esso deriva solo emancipando la natura dallo stato di “oggetto” da sfruttare a nostro piacimento per portare avanti la competizione tra esseri umani (che si realizza nel capitalismo e nella struttura a “classi sociali” di cui il capitalismo si avvale per potersi reiterare nei modi più subdoli), per riportarla al “soggetto” di cui noi facciamo parte e da cui dipendiamo per vivere. Ovviamente, se la Natura ritorna ad essere quel sistema in cui tutti gli esseri viventi cooperano per la vita del “Tutto”, il capitalismo e le classi sociali che lo sostengono cadrebbero di conseguenza, e con essi anche la lotta di classe perché non ci sarebbe più ingiustizia sociale. Il capitalismo (e la struttura in classi sociali su cui esso si fonda) non può realizzarsi su di una visione che non riduca la Natura – e la Vita che essa detiene – a un “oggetto da sfruttare e da piazzare sul mercato”. Ecco perché l’ambientalismo è lotta al capitalismo: perché ne è il superamento prima di tutto a livello ideologico.
La lotta di classe, invece, è il “motore” attraverso il quale il capitalismo si reitera all’infinito.

1 commento

  1. La storia di tanta parte della popolazione (me compreso) ha radici ideologiche di fatto, lo era l’approccio al marxismo degli anni settanta sino all’operaismo dell’autonomia operaia, poi hanno parlato solo chi ha retto dall’interno del sindacato e poi con i partiti diventati sempre più “revisionisti dei principi” sino agli anni 2000. Con l’avvento del populismo soprattutto del M5S è diventato evidente che l’ideologia non sfondava le linee Maginot della lotta di classe . Sx e DX si sono confuse nel tempo non tanto su morali ideologiche di impostazioni valoriali, ma nell’affiancarsi di fatto sui temi specifici che erano e sono l’essenza del capitalismo in trasformazione veloce e continua. Moneta, grandi opere, mercato, gruppi finanziari, ecc. La lotta di classe non è fatta da un gruppo specifico di ricchi contro una classe appunto, ma da entità globali indefinite con sedi in paradisi fiscali e capacità enormi di saltare a piè pari le pastoie burocratiche delle regole e legislazioni nazionali, comprese strutture come la UE. Ormai questa lotta è fra un accumulo forsennato dentro un mercato drogato da parte di quel 10 % che ha la proprietà dell’80 % su scala mondiale . Mi pare buonismo pensare di difendere la natura se non parto dalle persone e non parlo di ripristinare la lotta di classe, ma di mettere l’ambiente biosfera (inteso come somma di persone animali e natura) per avere uno sviluppo sociale condiviso soddisfacente. Se non ho risolto lo spreco di energia con immobili in classe G, se non ho riconvertito l’uso delle fossili in energie sostenibili, se non trovo metodi di packaging utili ad eliminare la plastica, se non converto il lavoro inutile in utile risolvendo il dissesto idrogeologico con una gestione del territorio data a chi lo abita, se non elimino lo spreco di acqua e il suo uso privatistico , se non riporto le montagne ed i mari ad una forma di turismo rispettoso, ecc Potrei continuare ma la sintesi è che non la può fare una classe depositaria di valori che oggi sono stracciati proprio da chi doveva difenderla sindacato in testa. Vedi caso eclatante dell’Ilva di Taranto da cui non ne escono fuori perchè quel modo di produzione di mercato per il PIL è più forte di ogni idea di riconversione fino ad ora espressa. E’ interesse di tutti dai disoccupati ai precari, a chi vive come se non ci fosse un domani su strade intasate da SUV, monumento alla regressione tecnica in quanto due tonnellate da muovere, spostano 200 kG di persone con inquinamento, stress da mobilità e indebitamento(guerre di predazione comprese). Quindi a mio avviso serve fissare degli obiettivi, inutile essere generici dato che accresce la confusione. Va bene pure chi va a pulire le spiagge o si dedica a pratiche di autoproduzione di beni di consumo, di agricoltura , di volontariato sociale, ma con la consapevolezza che passa forzatamente da un aspetto politico oggi non del tutto chiaro ne evidente. Serve approfondire il dibattito con incontri non sul web …

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