La banalità della tragedia

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Ieri pomeriggio, in quel piccolo angolo digitale di mondo che è il mio blog personale, ho buttato giù qualche riga a proposito del fatto che, negli ultimi due mesi, non avessi scritto assolutamente nulla [1]. E’ stato come spezzare un silenzio con un altro silenzio, più profondo. Attraverso una metafora narrativa che porto avanti da qualche tempo, ne ho parlato col mio coniglio-mentore (essere metafisico di inusitata sapienza che alloggia da non-so-quanti-eoni in un cilindro da mago che recuperai anni fa in soffitta), e questi ha ascoltato la mia storia, più o meno, salvo poi addormentarsi, verso il finale, il muso adagiato sull’orlo del cappello. E’ una storia che ha a che fare con la catastrofe, con la banalità delle cose e con grossi pennelli che forse salveranno il mondo. Oggi ho pensato che quella storia potrebbe in qualche modo interessare anche a voi. Potrebbe.
E quindi, cari lettori, anche se non sarete probabilmente conigli millenari, avrete certo sviluppato una qualche consapevolezza circa il significato del catastrofico, del sorprendente, e dell’eccitazione del nuovo, e dell’oblio del già-sentito. Vero? Perciò vorrei parlarvi dell’anatomia della tragedia.

La tragedia è una cosa strana, ma ha regole precise. Una di queste ha a che fare con la lontananza: nel tempo e nello spazio. Se la tragedia è molto lontana, le emozioni non entrano in gioco, e diventa una questione meramente intellettuale. E’ la tragedia dell’olocausto, o il disastro nucleare a Fukushima. Se è vicina, al contrario, ci incazziamo veramente, lottiamo per una soluzione, al punto che tal volta le emozioni fanno a pugni col buon senso. E’ l’incidente stradale di un conoscente, o “quello stronzo del sindaco che pensa solo ad essere ancora lì per un secondo mandato”.
Vi è poi naturalmente la questione della gravità, la quale tuttavia è meno influente di quanto si pensi. Prendiamo una cosa di cui i frequentatori di questo sito sono ben consapevoli: la spirale discendente del degrado ambientale e il menefreghismo generale della politica e di buona parte della “società civile” a riguardo. Si tratta di qualcosa di gravissimo, in termini oggettivi, ma i media ne parlano solo quando una sua qualche componente marginale diventa visibile, come nel caso dell’emergenza rifiuti a Napoli. La visibilità, infatti, è l’altra faccia della medaglia della lontananza. Se è vicina ma la gente non sa che è lì, la tragedia non esiste. O meglio, è una tragedia latente, nascosta, che non suscita emozioni né riflessione. E poi viene a galla, magari dopo decenni, di solito perché qualcuno né parla, e l’indignazione si propaga velocissima e poi… e poi cosa? E poi diventa banale.
Banale per la maggior parte delle persone, che con un “bé, si sa, ma non ci possiamo fare niente” se ne lavano le mani e continuano a trotterellare allegramente verso il baratro. Per fortuna ci sono i relativamente pochi che approfondiscono e, muniti di grossi pennelli, dipingono la tragedia di un rosso acceso, a monito, mentre questa tenta di sparire dietro un angolo. Ma occorre tenere sempre pronto il pennello, perché il colore sbiadisce con la pioggia.
E la banalità della tragedia ha anche un altro aspetto, altrettanto insidioso, che colpisce proprio gli “imbianchini della coscienza collettiva”, gli attivisti coi “pennelloni e la pittura rossacceso”, e si tratta semplicemente di questo: la conoscenza approfondita della tragedia normalizza il suo impatto emotivo. Così sappiamo che il mondo sta morendo, ma andiamo ugualmente a farci una birra con gli amici, disquisendo del mondiale. Non è cattiveria, non è stupidità. E’ la banalità della tragedia. Abbiamo bisogno di più pittori, e di cambiare colore di tanto in tanto per mantenere viva la novità. Il vecchio dev’essere presentato come nuovo: è la natura umana, e la cultura dominante non fa che esasperarla. Non c’è altra possibilità che sfruttare questo dato di fatto a nostro vantaggio. Pennelloni in spalla e al lavoro!

(Hei, vi ho visti! Avete abbandonato di nuovo il pennello a terra e avete acceso il televisore. Il Brasile brilla in questi giorni, lo hanno verniciato per bene, difficile guardare altrove…)

note:

1. Se qualcuno fosse interessato, qui si trova il post originale.

Fonte foto: http://researchaccess.com/wp-content/uploads/2012/11/Magic.jpg

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Federico Tabellini
Autore de 'Il Secolo Decisivo: storia futura di un'utopia possibile'. Nato a Brescia nel 1988. Da anni si interessa di tematiche ambientali, economiche e sociali. In passato ha pubblicato due paper su temi inerenti alla decrescita: "Degrowth and Sustainable Human Development: in search of a path toward integration" (Paper presentato alla Conferenza Internazionale sulla Decrescita, Venezia 2012) e "Sviluppo umano e sostenibilità ambientale: in cerca di una strada verso l’integrazione" (Vincitore della prima edizione del "Giorgio Rota Best Paper Award", Centro di Ricerca e Documentazione “Luigi Einaudi”, 2013). È laureato in Scienze Politiche, in Sociologia e in Linguistica Applicata. Attualmente vive a Barcellona.

3 Commenti

  1. L’aggettivo “banale” sposa bene col verbo “rimuovere” e la sua declinazione: “rimozione”, cioè l’atto del rimuovere.
    “Banale” in matematica ha piu’ significati: un insieme vuoto, un gruppo composto da un unico elemento e altro ancora.
    Nella curva di Gauss la banalità coincide bene con la media o, per dirla con Francis Galton con la “regressione verso la mediocrità”.
    Al banale si associa l’azione del rimuovere.
    Tutti sanno che il fumo fa male e, chi non l’avesse ancora capito, sui pacchetti di sigarette, contornato da una cornice nera, compare in grassetto la scritta: “il fumo uccide” ma chi fuma rimuove.
    Perchè piace il banale, perchè si tende a rimuovere tutto ciò che, pure essendo considerato virtuoso risulta sgradito?
    Forse perchè la paura della trasgressione viene esorcizzata (il cancro non può venire a me: viene solo agli altri) Oppure, il che è anche peggio, perchè i comportamenti virtuosi obbligano ad un impegno, ad azioni coerenti e rigorose.
    E’ piu’ semplice concedersi al banale; anche perchè la società dei consumi inculca l’idea che il benessere coincide col “facile”, con ciò che non implichi fatica o rinunce.
    Una pubblicità, con la solita bellona in una vasca da bagno, sommersa dal bagno di schiuma, mostrando il prodotto reclamizzato, con voce seducente proferisce: ” io bevo XYZ….perchè il piacere non è mai abbastanza”.
    In fondo il Truman Show nel quale siamo immersi tende sempre a rappresentare un’immagine alterata della realtà.
    Qualcuno ha costruito le sue fortune politiche sull’idea dei cieli sempre azzurri, sulla felicità a portata di mano basta volerla, sul possedere tante “cose” come mezzo e fine della vita.

    Il banale, così come la rimozione, possono essere sconfitti solo con la coscienza, col sentirsi attori e non semplici fruitori, nel bene e nel male, dei complessi fenomeni che riguardano le azioni collettive.
    Ma, se in economia la “moneta cattiva scaccia sempre quella buona”, nei comportamenti sociali prevalgono sempre quelli degeneri, appaganti, che danno un’idea di (falso) benessere.
    Chi si occupa di consumi lo sa bene.
    Molti cibi sono integrati da “aromi naturali” ( che sono tutto tranne che naturali) al fine di rendere accetto al palato anche il piu’ insignificante e dannoso cibo “spazzatura”.
    I grassi idrogenati, per esempio, che stanno alla base di molti prodotti alimentari, danno un senso di piacevolezza, di appagamento in deciso contrasto coi danni che producono all’organismo.

    Non credo che la banalità potrà mai venire sconfitta.
    L’orologio che misura il tempo rimasto all’umanità segna mezzanotte meno cinque.
    Dopo di noi ci sarà un lungo periodo dove la terra verrà dominata dagli insetti: molto piu’ adatti di noi, molto meno condizionabili dal “banale”, di sicuro non inclini a “rimuovere”, se non i nemici naturali o le prede di cui si cibano.

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