Elena Cattaneo e la guerra al biologico

10
1654

Gentile professoressa e senatrice Cattaneo,

qualche giorno fa è stata pubblicata  su D – La Repubblica la Sua ennesima tirata contro il biologico, con conseguente peana dell’agricoltura industriale e promozione degli OGM (intitolata ‘Il biologico? Sì, fa bene ma solo a chi lo produce’). In altre occasioni sono stato tentato di replicarLe, proposito solitamente lasciato cadere dopo che personalità con credenziali decisamente maggiori delle mie si erano accollati tale compito. Se questa volta non mi faccio scrupoli è perché il contenuto in questione, in tutta sincerità e senza volerLe mancare di rispetto, rende decisamente poco onore alla Sua provata e innegabile credibilità di ricercatrice (seppur conseguita in campi diversi dall’agronomia).

Sintetizzando, la tesi espressa nell’articolo si fonda su quattro argomentazioni portanti:

  •  i prodotti convenzionali e biologici presentano i medesimi valori nutrizionali, quindi le pratiche bio sono inutili;
  • i produttori biologici godono di sussidi pubblici che li alleviano da gran parte dei rischi di impresa;
  • l’agricoltura sostenibile è quella intensiva;
  • l’ingegneria genetica va promossa per ridurre l’impiego di fitofarmaci.

Procediamo con ordine, partendo dal primo punto. Nel 2018 la reale ragion d’essere dell’agricoltura biologica dovrebbe essere oramai di dominio pubblico, per cui risulta fastidiosa la ripetizione di logori cliché. Mi limito a una sola testimonianza autorevole tra tante, una dichiarazione chiarificatrice di Fabrizio Piva (amministratore delegato di CCPB, uno dei principali enti di certificazione biologica) risalente al 2012:

Il biologico ha dei valori che vanno al di là di quelli organolettici: non è stato pensato, costruito, gestito per essere più nutriente del prodotto convenzionale. Ma per essere più salubre; per il fatto che attraverso la sua produzione si difendono le risorse ambientali; per il fatto che è possibile mantenere nel tempo i cicli produttivi, la biodiversità.

Ovviamente tale salubrità può essere riconosciuta solo ammettendo l’esistenza di problematiche ecologiche connesse all’agricoltura industriale: chi le nega o le minimizza – come vedremo, Lei rientra a pieno titolo tra costoro – non può che vedere nel biologico una pratica reazionaria sostenuta da agiati benestanti con soldi da buttare. Chiarito ciò, proseguiamo oltre.

I produttori biologici, a Suo giudizio, sono dei privilegiati, potendo godere di

…sussidi pubblici che assicurano una rendita minimizzando i rischi. Può anche non esserci raccolto (procedimento costoso) ma ci sarà una rendita (sussidi). Anche un pascolo incolto, dichiarato ‘biologico’, riceverà sussidi.

Se qualcuno venisse a conoscenza del mondo agricolo per la prima volta leggendo questo articolo, penserebbe che gli operatori del settore siano divisi in due categorie, una sussidiata impegnata nel biologico e una in regime di libera concorrenza che ricorre a tecniche intensive. In realtà, tutta l’agricoltura si regge di su di una vasta (e dispendiosa) rete di incentivi e sovvenzioni su cui gravano non poche criticità, a partire dalla principale forma di sostegno economico, ossia la PAC (politica agricola comunitaria). Innanzitutto, a causa dei complessi oneri burocratici le piccole imprese faticano ad accedere ai fondi, che invece finiscono spesso nelle casse della criminalità organizzata; inoltre, secondo l’economista Alan Matthews, essa funziona alla stregua di un ‘welfare per ricchi’: infatti, rielaborando  dati della Dg Agri della Commissione europea, ha calcolato che circa il 55% dei pagamenti diretti della PAC è riservato ai 750.000 agricoltori con il reddito più alto. Il pascolo incolto sussidiato non è certo edificante, ma lo stesso dicasi per le quintali di frutta e verdura lasciate periodicamente a marcire (insieme ai soldi dei contribuenti) quando i prezzi subiscono eccessivi ribassi, situazione a cui forse si potrebbe ovviare tramite una gestione più equa della PAC. Spiacente professoressa, ma il rilievo critico sui sussidi ricorda troppo il proverbiale bue che si permette di dare del cornuto all’asino.

Alessandro Corsi, professore associato di Economia ed estimo rurale presso l’Università di Torino, ha ben spiegato la ragione dei sussidi al biologico:

La ragione è fondamentalmente solo una, cioè il fatto che il biologico consente la riduzione delle esternalità negative (inquinamento, ecc.) prodotte dall’agricoltura. L’aspetto più interessante dell’agricoltura biologica, da questo punto di vista, è che il costo della riduzione delle esternalità negative è pagato in parte dai consumatori, e solo in parte – laddove esistano sussidi – dall’operatore pubblico, cioè in ultima istanza dai contribuenti. Ne segue che il primo criterio da seguire da parte dell’operatore pubblico dovrebbe essere quello di facilitare il più possibile l’incontro fra la domanda di prodotti biologici da parte dei consumatori con l’offerta relativa, in modo da permettere al mercato stesso la produzione delle esternalità positive.

Si ripropone di nuovo però il medesimo corto circuito logico: ignorando le esternalità negative dell’agricoltura convenzionale, si negano conseguentemente quelle positive del biologico, per cui ogni forma di incentivo appare un inutile spreco di denaro pubblico.

Veniamo quindi al punto più interessante e controverso, quello relativo ai vantaggi ambientali delle tecniche intensive rispetto a quelle biologiche le quali, a Suo giudizio, richiedono “circa il 40% di suolo in più”. Noto la tendenza dei sostenitori dell’agricoltura industriale, quando si tratta di operare confronti con il biologico, a snocciolare cifre senza avvertire la necessità di riferimenti bibliografici. Spulciando un po’ la letteratura scientifica sull’argomento, è possibile reperire un articolo apparso sulla prestigiosa rivista Nature indicante numeri abbastanza differenti: complessivamente, lo svantaggio di resa si attesterebbe intorno al 25%, con differenze molto marcate a seconda delle colture (-5% legumi, -3% frutta, -11% semi di oleaginose, -26% cereali, -33% ortaggi).

Non mi soffermerei tuttavia su questo aspetto preferendo concentrare l’attenzione su di un altro molto più cruciale. Si legge nell’articolo:

La Rivoluzione Verde ha dimostrato che l’agricoltura sostenibile è quella intensiva: grazie ai nuovi fertilizzanti, agli agrofarmaci e alla meccanizzazione dell’agricoltura (tutti odierni nemici delle tendenze ‘bio’ e del ‘ritorno alla natura’) dal 1950 in poi la resa del frumento è quadruplicata, con la conseguente possibilità di sfamare più persone, senza che aumentasse in parallelo la superficie coltivata.

Oramai ‘sostenibilità’ è parola abusata entrata nel gergo del marketing più bieco, persino i peggiori inquinatori del pianeta straparlano di ‘metodi produttivi sostenibili’. Tuttavia, da una persona di scienza ci si attenderebbe rigore e capacità di sviscerare i fenomeni, non la superficialità che si può perdonare a giornalisti, pubblicitari e influencer di vario genere. Mi vedo costretto a ricordarLe che la definizione scientifica di sostenibilità ambientale, al di là di slogan e spot promozionali, si basa su tre criteri fondanti delineati da Herman Daly: il tasso di utilizzazione delle risorse rinnovabili non deve essere superiore al loro tasso di rigenerazione; l’immissione di sostanze inquinanti e di scorie nell’ambiente non deve superare la capacità di carico dell’ambiente stesso; lo stock di risorse non rinnovabili deve restare costante nel tempo.

Esaminata alla luce di tali parametri, l’agricoltura industriale ne esce sonoramente bocciata. La produzione dei “nuovi fertilizzanti” deriva da materie prime non rinnovabili, dal metano necessario per avviare il processo Haber-Bosch e fissare l’azoto atmosferico ai filoni minerari da cui estrarre potassio e fosforo (giacimenti di gas, miniere, fabbriche chimiche: occupazioni di terreni completamente assenti nel Suo conteggio). Le pratiche intensive hanno inoltre innescato serie problematiche ecologiche:

– l’IPCC calcola che il 24% delle emissioni antropiche di gas serra sia di origine agricola (contro il 21% dell’industria);

– per ogni caloria di cibo prodotta se ne consumano circa 10 in combustibili fossili;

– l’impiego della monocoltura contribuisce pesantemente ad aggravare la perdita di biodiversità animale e vegetale;

– l’alterazione del ciclo di azoto e fosforo sta causando la creazione di numerose ‘zone morte’ (‘dead zone’) negli ecosistemi marini;

– la FAO stima che il 33% del suolo risulti da moderatamente ad altamente degradato a causa di erosione, perdita di nutrienti, acidificazione, salinizzazione, compattazione e inquinamento chimico;

– le risorse idriche sono contaminate dai prodotti di sintesi chimica. Per rimanere alle cronache nostrane, l’ultimo rapporto nazionale pesticidi nelle acque dell’ISPRA denuncia un peggioramento complessivo per quanto attiene alla presenza e alla concentrazione di pesticidi.

Ogniqualvolta decanta l’economicità del prodotto industriale rispetto all’esoso biologico, si ricordi che, se i diretti interessati dovessero sborsare di tasca propria per tutto questo degrado invece di riversare le spese sulla fiscalità generale (se si adottasse cioé il ragionevole principio ‘chi inquina paga’), del basso prezzo tanto osannato rimarrebbe solo il ricordo.

Alla luce di tutto ciò, non sorprende affatto che il direttore generale della  FAO José Graziano da Silva, durante l’incontro internazionale sull’agroecologia tenuto in aprile a Roma, abbia assunto una posizione molto diversa dalla Sua, dichiarando che “Fertilizzanti chimici e pesticidi hanno contribuito a deteriorare la terra e a contaminare l’acqua… Il modello della rivoluzione verde, iniziata dopo la seconda guerra mondiale, è esaurito”. Le ricordo inoltre che l’agroecologia, diversamente da quanto fanno intendere le allusioni sul “ritorno alla terra” e l’insinuazione sul voler “cancellare mezzo secoli di progressi”, non consiste in un semplice revival della tradizione, bensì in una disciplina innovativa che, sfruttando le più moderne acquisizioni delle scienze impegnate nello studio degli ecosistemi, elabora nuovi metodi per conciliare resa produttiva e sostenibilità ambientale.

Veniamo infine alla questione transgenesi, da lei apertamente sostenuta in quanto

…ora possiamo cambiare poche lettere di DNA e rendere la pianta resistente ai parassiti riducendo le irrorazioni di antiparassitari e erbicidi.

Senza alcuna pretesa di insegnarLe il mestiere, non credo di sbagliarmi ritenendo la capacità di separare i fatti dalle opinioni – suffragando con evidenze empiriche le proprie affermazioni – una delle principali caratteristiche dello scienziato. Che cosa ci dicono quindi i fatti riguardo all’impiego di OGM per ridurre i pesticidi? Diverse cose interessanti.

Ad esempio, esistono nazioni che, senza sementi transgeniche, hanno ottenuto risultati migliori di chi ha sposato appasionatamente la loro causa.

Negli USA le sementi non-BT e non-HT possono ora vantare performance analoghe a quelle modificate per incorporare nel DNA la tossina bacillus thuringiensis (BT) e per risultare resistenti agli erbicidi (HT).

http://www.decrescita.com/news/wp-content/uploads/2016/09/pesticidi-adopter-non-adopter.jpg

http://www.decrescita.com/news/wp-content/uploads/2016/09/corn-HT-no-HT.jpg

Da quando sono state introdotte le sementi geneticamente modificate (1996), a livello globale la resistenza agli erbicidi – in particolare al glifosato – è drammaticamente aumentata.

http://www.decrescita.com/news/wp-content/uploads/2016/09/a-hard-look-at-3-myths-about-genetically-modified-crops_3.jpg

Fonte: Nature

Mi permetta un breve commento di chiusura. A causa delle visioni sostanzialmente allineate a quelle dell’agronindustria, molti L’accusano di essere asservita alle multinazionali. Personalmente, ritengo la Sua posizione assolutamente onesta e, proprio per questa ragione, più preoccupante, a prescindere dall’avversione per il biologico. La concezione di scienza di cui si fa portatrice è quella egemone da oramai un secolo e mezzo, basata sulla separazione della società umana dalla natura (considerata soggetto da dominare e sottomettere), incentrata sulla massimizzazione della prestazione e poco curante di esternalità e conseguenze di lungo termine. Senza negare i benefici che può aver apportato al genere umano, questi rischiano di essere totalmente soverchiati dagli effetti collaterali provocati sulla biosfera – riscaldamento globale dell’atmosfera, sesta estinzione di massa, diffusione pervasiva di agenti inquinanti, ecc.

Il modello di scienza che propugna temo si rifletta sul Suo ruolo di intellettuale, la cui funzione dovrebbe essere di sentinella critica al servizio della società. Trovo sconcertante che Lei, sempre attenta a contestare (legittimamente) un settore di nicchia quale il biologico, sorvoli completamente su alcune storture macroscopiche che caratterizzano l’attuale sistema alimentare, vedi: indecenti sprechi di filiera; il fatto che, malgrado circa il 70% dei terreni agricoli sia adibito a pascolo, quasi la metà delle terre destinate a seminativo venga assegnata all’alimentazione di bestiame, per lo più allo scopo di perpetrare quel crimine ecologico denominato ‘allevamenti intensivi’; allo stesso modo, si osserva la crescente sottrazione di terreni dall’alimentazione umana per la produzione di biocarburanti, su cui gravano pesanti dubbi sulle reali virtù ecologiche (qui per informazioni più complete). Ignorando questi fenomeni e limitandosi ad auspicare una diffusione capillare degli OGM, abdica a qualunque funzione di vigilanza e ,volente o nolente, si  condanna fungere da semplice cassa di risonanza del business as usual.

Mi auguro che Lei possa continuare a esprimersi pubblicamente e in piena libertà su di una tematica tanto importante per il futuro dell’umanità. Tuttavia, se ciò significasse insistere nella promozione di un’agricoltura ciecamente concentrata sui risultati produttivi e ostinata a proseguire su nuove basi la guerra contro la natura per la standardizzazione ai danni della biodiversità, allora mi permetto di esprimere seri dubbi sull’utilità pratica dei Suoi rilievi.

Cordiali saluti

Igor Giussani

PS: a scopo di approfondimento, riporto un articolo dove un Suo collega, Claudio Della Volpe – ricercatore di chimica fisica applicata presso il DIMTI , Università di Trento e redattore del blog della Società di Chimica Italiana – replica a un precedente articolo dove Lei esprimeva opinioni simili a quelle qui contestate. Ciò a dimostrazione del fatto che la Sua posizione, per quanto rispettabilissima, non rappresenta ‘la Scienza’.

 

CONDIVIDI
Articolo precedenteSiamo poco empatici…e quindi violenti.
Articolo successivoIl filosofo e il razzismo
Igor Giussani
Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

10 Commenti

  1. Molto bella la tua lettera. Mi dispiace solo che tu possa sperare di sensibilizzare qualcuno che di sensibilità, quella necessaria, ne è sprovvisto a prescindere. Piuttosto rivolgiti a chi ha capacità di ascolto, e possibilmente un sacco di quattrini. Solo i fatti hanno ragione dell’oscurantismo

    • Ciao Mattia, premetto che sono consapevole di essere un piccolo blogger e che la Cattaneo non dico che non mi risponderà, ma manco saprà mai della mia esistenza: la lettera aperta quindi è più che altro un espediente retorico. Detto questo, la tua considerazione mi spinge a una riflessione che ritengo importante. Ho sempre creduto nelle sinergia di strategie differenti per raggiungere un obiettivo: di fronte a un pubblico di adolescenti, ad esempio, non mi metterei tanto a snocciolare statistiche e dati scientifici, cercherei un approccio di tipo più etico-filosofico. Ma poi ci sono le persone in stile Cattaneo o Bressanini, a queste non interessa nulla di ritorno alla terra, beni relazionali, lotta all’antropocentrismo ecc ed è sostanzialmente un loro diritto di pensarla così. Molti di noi invece portano avanti un’azione orientata su questi temi, che può solo fallire. Se vuoi dialogare con questi, devi parlare sul loro stesso piano, quello scientifico-empirico. Nel caso della Cattaneo, quindi, si tratta non tanto di ‘sensibilizzarla’ ma di ‘correggerla’ riguardo a tutti gli errori e le imprecisioni contenute nell’articolo.

      • Intendevo proprio che, a prescindere delle tue strategie di comunicazione, correggere persone incorreggibili può risultare in fondo solo frustrante, e questo sì Igor lo capisco..
        Mentre se tu ponessi te stesso su un altro piano, un piano superiore al loro, io credo anzi sono sicuro che la tua intelligenza non sarebbe sprecata.

  2. Giussani è il bio?blablabla,sono un pensionato minimo,figlio di contadini onesti,che coltivavano senza porcherie,come molti miei vicini di campagna,e non vendono un cavolfiore o un chilo di patate a 5)6euro al chilo,e per di più appassiti,sono d’accordo con la sig.ra Cattaneo,capito il business c’è chi ci si butta dentro,il bio? finche’ funziona fa bene solo a chi vende,ma il consumatore non è stupido,per non parlare poi del falso bio,e vini con solfiti e fatti in autoclavi,altro che bio,biofregature

    • Non confondiamo le cose per piacere, io non ho mai negato che ci possano essere storture nel bio così come in tutti i campi dove ci sono di mezzo incentivi, vedi fotovoltaico e altri. Ma non ha nessun senso questa correlazione “ci sono abuso negli incentivi al biologico=l’agricoltura intensiva è ecologicamente sostenibile” che vuol far passare la Cattaneo. Temiamo per favore distinte le questioni economiche da quelle ecologiche.

  3. Condivido completamente le sue osservazioni fatte in risposta alla faziosa ricercatrice Cattaneo, Io sono una produttrice biologica da oltre 35 anni, ho iniziato a coltivare con il metodo biologico quando ancora non esisteva il REG CE sull’agricoltura biologica e mi fa male sentire una donna scienziata parlare così male di un metodo che non violenta la terra e rispetta la salute dei consumatori. Ma cosa gli abbiamo fatto di male alla Cattaneo noi produttori biologici per denigrarci a questo punto? Mi vien male, se penso che per il resto della sua vita la manterremo come senatrice a vita (grazie a Napolitano!!!) noi cittadini, compresi quelli che coltivano sano e non inquinano, come me!
    Comunque grazie per la sua risposta, che io non avrei saputo scrivere cosi bene.
    Gemma Tavella (bio-contadina laureata sul campo all’università dell’esperienza)

    • Anch’io non avrei saputo rispondere così elegantemente alla sig.ra senatrice Cattaneo, anzi non avrei nemmeno perso tempo a farlo! senza offesa Igor.. Però vorrei, avrei proprio il desiderio di vedere questa scienziata-politica assaggiare un frutto o una verdura di Gemma Tavella a confronto con uno di quelli che acquista abitualmente all’Esselunga a Milano, e poi vedere la sua faccia. Solo questo, inserirlo in un documentario e poi farlo presentare su Raitre da Piero o signorino Alberto Angela. Per la gioia delle famiglie italiane

  4. Forse non c’è bisogno di essere scienziati per capire che l’agroindustria (in buona % ormai in mano alle mafie) ci sta portando alla catastrofe, in tutti luoghi ci sono esempi evidenti e ormai drammatici.
    Gli agricoltori e gli operatori biologici sono gente seria e impegnata, e, oltre a prodotti salubri ci garantiscono la difesa della biodiversità e la salvaguardia e la ricchezza dei suoli. La violenta propaganda contro il biologico ha raggiunto livelli incomprensibili, ciò fa sorgere il sospetto che sia un’azione “studiata” da un sistema economico al tracollo (si veda la reazione violenta e oscurantista contro il convegno internazionale sull’agricoltura biodinamica tenutosi a Milano nei giorni 15-18 novembre.
    Complimenti per la risposta, purtroppo nel parlamento italiano c’è di peggio.

Lascia un commento

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.